No taxation without representation

Alessio Mazzucco

Pagare le tasse è bello: il fu compianto Tommaso Padoa Schioppa aveva ragione. Pagare le tasse significa appartenere a una comunità, sacrificare una parte delle proprie ricchezze per gli altri, certo che nei giorni di difficoltà altri pagheranno e sosterranno la baracca. Le tasse sono un po’ la versione allargata delle casse di mutuo soccorso, le raccolte nate a fine ottocento in piena Seconda Rivoluzione Industriale per sostenere le famiglie di operai morti, malati o licenziati (da qui la nascita dei sindacati, i partiti socialisti e così via). Le tasse sono belle. Ma possono essere ingiuste.

No taxation without representation (o come direbbe Rutelli: no tassescion witaut rapresentescion) è un motto assai nobile, impoverito e deturpato dall’estrema destra americana dei Tea Party. Nato, in effetti, in occasione del Tea Party di Boston (poco prima dello scoppio della Rivoluzione Americana), un assalto di colonialisti alle navi mercantili in partenza per la madre patria inglese che rovesciò in mare il preziosissimo carico: tè, per l’appunto. Il Tea Party segnalò una svolta nelle proteste delle tredici colonie americane: non si sarebbero più pagate le tasse alla Corona finché anche ai colonialisti fosse data la possibilità di rappresentarsi presso il parlamento inglese per decidere di quante tasse dovessero farsi carico le colonie. Tasse. Sempre tasse.

L’origine del Parlamento inglese è molto simile. La borghesia mercantile inglese odiava due cose: il Papa e le guerre del Re. Le pulsioni anti-sovrano non erano una novità nella gaia Inghilterra, tanto che non solo si elevò a rango di eroe popolare un brigante che derubava gli sceriffi di Nottingham delle gabelle dirette al Principe Giovanni, ma proprio in Inghilterra nacque il primo Parlamento in Europa dedicato alla discussione di ogni nuova imposta decisa dal Re per finanziare le proprie pulsioni belliche. E se un Re si faceva saltare in testa il grillo d’imporre nuove tasse senza consultare il parlamento, o di scavalcare direttamente le prerogative dei deputati, la soluzione era semplice e a portata di mano: via la testa al Re. E così via con la Rivoluzione, Cromwell, la guerra civile e gli Orange. Un’altra storia. 

Come pensate sia nata l’Assemblea degli Stati in Francia? Il primo stato (i nobili), il secondo (il clero) e il terzo (la borghesia) si riunivano per discutere delle imposte del Re. Che poi gravassero sempre sulla borghesia, che clero e nobili votassero sempre compatti (il voto era per stato, non per teste), eccetera eccetera, be, come sapete portò a una serie di eventi di cui elenchiamo solo: Bastiglia, Costituzione, Repubblica, Robespierre, Terrore, Napoleone, Restaurazione. Tasse, signori, tasse.

Ci sono due cose che, personalmente, odio: la prima, lo spreco; la seconda, l’imposizione fiscale senza rappresentanza legittima. Parliamo dello spreco. Se siamo, com’è vero, uno dei Paesi europei a maggiore pressione fiscale (tasse dirette+indirette), ma tra quelli con gli indici maggiori di disuguaglianza dei redditi e povertà e con gli indici più bassi di attrattività degli investimenti, numero laureati, turismo (in confronto a Francia e Spagna – gli unici due paesi che possono competere con noi), un problema c’è. Che poi si siano susseguiti governi incapaci, inutili o troppo brevi nel corso della nostra storia repubblicana, nessun dubbio. Il problema persiste.

Definito un problema esistente, passiamo ai sintomi. Burocrazia insostenibile, moltiplicazione delle poltrone e dei burocrati, imposizione fiscale pesante e iniqua, infrastrutture inefficienti, giustizia lenta e inefficiente e via dicendo tante belle cose di cui parliamo da vent’anni senza mai cambiare. Un primo punto potrebbe essere: forse spendiamo male i nostri soldi? Banale, vero. Ma dato che i “nostri soldi” sono proprio quelle gabelle che ogni anno paghiamo tra lacrime, rabbia e lamentele, forse spendere meno e spendere meglio potrebbe essere una soluzione possibile. Populismo di destra? Populismo liberista? Forse. Personalmente, quando vedo un problema davanti, non persisto sulla strada seguita fino a quel momento, ma cerco altre soluzioni.

Argomentazioni contro “una minore spesa”.

1. Lo Stato è l’unico ente con visione d’insieme diretta alla società che possa investire tenendo conto non soltanto di esigenze di economicità ed efficienza, ma di esigenze sociali, ed è l’unico ente che può raccogliere un ammontare di danaro tale da dedicarsi alla realizzazione di una grande opera (sia essa la TAV, un sistema ferroviario efficiente, un aeroporto, la cablazione completa del Paese con cavi a fibre ottiche). Vero. Infatti sono un sostenitore dell’investimento pubblico, a tre condizioni: la prima, che sia diretto verso qualcosa di specifico e non casuale (vedi pioggia di danari su tante piccole opere rimaste incompiute); la seconda, che a decidere gli investimenti sia una classe dirigente di cui mi fidi (e magari che io abbia avuto la possibilità di votare – sto parlando del Parlamento, grillini ignoranti, il Governo non si vota in una Repubblica Parlamentare!); terzo, che mi si dica il tempo di realizzazione, l’ammontare di risorse coinvolte, il risultato finale senza fronzoli e sparate.

2. Dire che tanti bisogni privati concorrenti portino a un equilibrio economico superiore (e positivo per la società) è un po’ come affermare che la Terra sia al centro dell’Universo, che l’uomo non discenda dalle scimmie e che Berlusconi sia innocente e perseguitato: è un’ipotesi, una semplice ipotesi. Non è possibile provarla (salta il cosiddetto “esame”) e di conseguenza non è possibile falsificarla. Conseguenza ultima: non mi fido. Dire, quindi, che mettendo in concorrenza A, B e C, la somma delle ricchezze prodotte da A+B+C sia sicuramente uguale (se non superiore) a quella prodotta da un unico ente con visione d’insieme definito D è indimostrabile. Ma perché io affidi all’ente D il compito di trovare un equilibrio economico definitivo, si devono realizzare le ipotesi di cui al punto 1.

3. Meno tasse non aumentano necessariamente i consumi. Britannicamente parlando, It depends. Chi ha studiato economia conosce il termine “propensione marginale al consumo”. Chi non ha studiato economia lo impara in un nano-secondo: la PMC è la percentuale di consumo su ogni euro in più ricevuto nelle proprie tasche. Matematicamente parlando, la PMC ha derivata prima positiva e derivata seconda negativa, ovvero la propensione diminuisce all’aumentare del reddito. In soldoni: guadagnare mille euro al mese a Milano significa consumare più o meno il 100% del proprio reddito; guadagnarne 10,000 potrebbe farmene consumare il 30% e il resto finire in risparmio/investimenti. Dunque mi spiego: tagliare le tasse di 100 alla popolazione non significa tradurre in +100 i consumi privati, ma probabilmente meno a seconda della propria PMC; in breve, un euro in tasca a un individuo non è detto che generi un euro di consumi, un euro in tasca allo Stato genera sicuramente un euro di spesa pubblica. E se sono i consumi/spesa pubblica a rilanciare l’economia, uno potrebbe dire: quindi meglio che ce l’abbia lo Stato per evitare tesaurizzazione (non spesa) di quell’euro! Anche qui, It depends: primo, vorrei essere il più libero possibile nel decidere come spendere la ricchezza prodotta (e quindi il reddito accumulato), senza delegare le scelte di spesa a un gruppo di persone (note come “classe dirigente politica”); secondo, la spesa statale, se ben diretta, genera moltiplicatore (un euro investito genera tot euro di ricchezza di ritorno), quindi investire in ricerca, istruzione, università, infrastrutture, internet eccetera è certamente ben diretto, ma spendere in tanti rivoli d’investimenti, investimentucci, non porta da nessuna parte. Questo è spreco. 

Riassumo. Qual è il giusto livello di tasse da pagare? Se trovassi la soluzione qui, così, un sabato mattina senza alcuna pretesa, mi darebbero un nobel immediatamente. Non ho risposta, ovviamente, ma ho tante domande. La prima, non è un dogma tenere la pressione fiscale alta se sei di sinistra (che poi, oggigiorno, la categoria sinistra cosa indica? Lo vedremo nei prossimi post…), quindi, come abbassare le tasse e ridistribuire meglio le ricchezze? Secondo, è giusto che la nostra imposizione fiscale venga votata da un Parlamento di deputati e senatori che noi non abbiamo scelto? Su questo punto, rimando al mio post precedente (l’auto-citazione è l’anticamera della follia): Legittimati? 

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Sbatti il mostro in prima pagina

Alessio Mazzucco

Spezzerò una lancia a favore del marito della Mussolini, Mauro Floriani. Già solo ricordando che è solo indagato e non condannato né tantomeno processato è un buon inizio. Ma voglio fare di più.

Dunque, chi è Mauro Floriani? Per quanto mi riguarda un signor nessuno. Certo, il marito di Alessandra Mussolini. Certo, sarà  conosciuto nei palazzi romani e nelle élite politiche. Certo, non è il primo che capita. Ma io non lo conoscevo; e non sapendo chi fosse, ho fatto la sua conoscenza attraverso lo sputtanamento giornalistico. Be, che dire, un ottimo biglietto da visita. “Piacere, Alessio, sono stagista” “Ah, piacere, io Mauro, pago minorenni in cambio di sesso”. Gelo.

Non è un bel biglietto da visita per uno sconosciuto, figuriamoci per amici, conoscenti e familiari. La Mussolini l’ha sbattuto fuori di casa: un nucleo familiare si è sciolto, così, en passant. Direte: se lo merita. Forse, ma per non essere ipocriti fino in fondo, pronunciando quelle terribili parole (“se lo merita”) dovreste trascinarlo in piazza e lanciargli addosso uova marce e pomodori. Io sono bianco e nero: o tutto o niente. O si dà la possibilità al popolo di condannarlo (sputtanamento pubblico) o si dà il potere alla magistratura d’indagarlo ed eventualmente condannarlo o assolverlo. Principi base della democrazia e dello stato di diritto. Perché se così non fosse, dovremmo andare in giro e trascinare in strada tutti coloro che consideriamo “tenere comportamenti inadeguati/criminali”. Perché di crimine si tratta, non lo nego, ma per essere definito crimine dev’esserci una sentenza, e la sentenza è l’unica che deve parlare, non i giornali. Tantomeno con un personaggio non pubblico, non politico (e quindi estraneo alle decisioni per la comunità). E se la semplice logica liberale-garantista non convince, pensate in modo utilitaristico: può capitare a chiunque di voi. Quindi apriamo gli occhi: c’è qualcosa che puzza in questo paese, e puzza di purismo e giustizialismo.

Io adoravo Travaglio. Poi sono cresciuto. E ho letto questo: “Per cui la nostra Beatrice viene subissata di insulti, insinuazioni, offese gratuite e ributtanti sul piano professionale e anche personale: chi se n’è reso responsabile ne risponderà in Tribunale non solo a lei, ma anche al Fatto, e spero che alla fine la merda che ha sparso in questi giorni gli verrà ricacciata in gola”. Articolo completo: segui LINK. Ora, a me non piace insultare. Ma addirittura ricacciare la merda in gola a chi l’ha sparsa? WOW. Parole forti. Immagini terribili, soprattutto ora che sto cucinando. Ma Travaglio è così: solo lui può insultare. Sì, perché il nostro Travaglio, oltre a difendere un post di dubbio valore giornalistico con cui si presentava una volgarità gretta che non-ho-ben-capito-dove la Borromeo l’abbia pescata, si è messo a contestare la sentenza Scajola (assoluzione). E io non sono un fan di Scajola. Ma se la sentenza dice assoluzione, si può contestare? Sì, se sei Travaglio, ovvero giornalista, inquisitore capo, investigatore, procuratore e giudice. Uno e quintuplo (si dirà così?). 

La sinistra si risveglierà nella migliore tradizione garantista dopo la sbandata di questi ultimi vent’anni? Speriamo. Dalle pagine di Micromega Flores D’Arcais lanciò l’anatema contro Renzi: non si può essere di sinistra senza giustizialismo ed eguaglianza. Bene la seconda, ma la prima? Per fortuna il baldo forcaiolo D’Arcais si è dedicato alla lista fallimentare Tspiras (e si è pure tolto qualche giorno fa), quindi non creerà altri danni nella tanto martoriata (e martoriante per la pazienza nostrana) sinistra italiana.

Ah sì, ultima domanda. Nessuno di noi insulta la Borromeo. Abbiamo delle domande: come è stata selezionata come giovane punta di Annozero? E come giornalista e opinionista/sessuologa del Fatto (Sfatto, Falso) Quotidiano? Non è sessismo, eh, attenzione! Semplice curiosità giornalistica: come selezionate i gggiovani? 

Buona serata a tutti, è venerdì sera quindi non resterò un secondo di più sulla tastiera del computer.

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Venti di cambiamento?

Alessio Mazzucco

Sono rimasto indietro su troppe cose. Volevo scrivere un post sul Governo Renzi e il magnifico esempio di democrazia offerto da Grillo, ma il web era intasato così sono uscito a bermi qualcosa. Poi l’Ucraina, ma dopo aver letto imbarazzanti articoli sulla presa di potere dei neonazisti a Kiev e il povero Yanukovich costretto alla fuga da un complotto di natura neonazista combattuto da Putin (che a questo punto, a rigor di logica/memoria storica, dovrebbe essere il protettore dei lavoratori dalla controrivoluzione borghese, giusto?) ho deciso di rinunciarvi.

Dimenticavo che gli italiani sanno sempre tutto su tutto. Dalla formazione perfetta per la Nazionale ai dilemmi della diplomazia mondiale, alla migliore ricetta per uscire dalla crisi. Si è passati dal concetto di democrazia per cui ognuno può esprimersi/dire quel che pensa (sacrosanto) all’idea che l’opinione più diffusa sia quella più corretta “a sentimento”. Non partirò col pippone, ma linko di seguito due articoli interessanti sul tema: l’ultrademocrazia secondo Repubblica e il movimentismo secondo Luca Ricolfi.

Inizialmente volevo scrivere un posto titolato “Pop Culture” per riprendere il peggio della rete e dell’informazione italiana,

Schermata 02-2456714 alle 22.29.11qualcosa come il Facebook di Paola Taverna o le contorsioni a cui è costretto Travaglio per difendere l’amico Grillo o il proprio furore giustizialista (indagato? CONDANNATO!), dimenticandosi poi, forse per caso (sì, come no), che proprio Grillo è condannato in primo grado per aver violato i sigilli della Procura nella baita No-Tav. Condanna stupida forse, niente da dire, ma pur sempre una condanna; quindi, mio caro giustizialista, come la mettiamo? Comunque, io Travaglio lo leggo sempre come studio personale: è un ottimo esempio di giornalismo schierato. Ora, Pop Culture sarebbe stato anche un tema interessante, ma L’Espresso già regala le perle della settimana, quindi perché mettermi in concorrenza?

Così ho deciso di parlare del film AgoraAgora è una pellicola eccezionalmente intelligente ma tristemente sottovalutata. A farla breve è la storia di Ipazia, filosofa vissuta nell’Alessandria d’Egitto del V secolo dopo Cristo. A farla più complessa è la storia di come i cristiani, non più perseguitati dai tempi di Costantino, assunsero il potere scacciando l’antica classe dirigente – romana, pagana, laica – e insediandosi ai vertici sull’onda dell’ideologia e del fanatismo. Attenzione: questa non è una critica alla Chiesa delle origini (che di critiche ne può certo ricevere, ma non è il luogo né l’argomento dell’articolo). Il film è eccezionale perché mostra la graduale presa di potere non solo politico, ma spirituale e culturale, su una città intellettualmente viva e vivace com’era Alessandria all’epoca in cui Ipazia rappresenta l’antico ordine, corrotto e decadente, certamente, ma popolato di filosofia ellenistica, libri e cultura, e i Cristiani sono il nuovo, la rivolta dei sottomessi, il cambio radicale della società, il vento di purificazione in un mondo marcio e in declino.

Il nuovo è Grillo? O forse Renzi? Nella nostra piccola realtà provinciale la risposta è sì. Ma ad allargare l’orizzonte, oltre il giardinetto della nostra cultura, della nostra bella e decadente società, un vento materialista, anti-individualista, popolato d’ignoranza, sentito dire e tanto trash, sta spazzando tutto quello che l’Occidente ha rappresentato finora, che sia libertà, benessere o semplicemente protezione e difesa dell’individuo e dei suoi diritti.

Cominciamo a pensarci in vista delle Europee. Le elezioni comunitarie sono sempre state considerate, qui in Italia, il parcheggio dei politici sbandati sul territorio nazionale, la creazione/stabilizzazione dei feudi elettorali e una breve conta di consenso sul territorio. Dell’Europa non frega nulla a nessuno, parliamoci chiaro. Sì, forse alle élite o ai pochi informati, ma di base nessuno si cura del continente. C’è più Europa ed europeismo in Ryan Air e negli Erasmus (dedicati a una piccola percentuale della già piccola percentuale degli universitari) che a Bruxelles, quindi ragioniamoci su: come portare l’Europa, per davvero, non a chiacchiere, agli italiani? Almeno prima che il vento del cambiamento ci trasformi nell’Alessandria di Ipazia.

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Una domanda e una risposta sulla staffetta Letta-Renzi

Alberto Grillo

La domanda: perché un governo Renzi sarebbe legittimato solo se nato in seguito a nuove elezioni? E’ una tesi che ho sentito da molti amici e che hanno scritto per esempio due tra i, per me, migliori giornalisti italiani (http://www.wittgenstein.it/2014/02/11/enrico-letta/; http://www.huffingtonpost.it/lucia-annunziata/una-crisi-drammatica-una-gestione-ridicola_b_4775868.html?utm_hp_ref=italyma) ma che non capisco fino in fondo. La nostra repubblica parlamentare prevede che il popolo elegga il parlamento e questo il governo. Dov’è esattamente il problema se il parlamento vuole cambiare governo? Sofri e Annunziata sono garanzia di analisi intelligenti ma su questo punto mi sono perso; per questo pongo la domanda.

La riposta non è alla precedente domanda ma ad un esercizio che trovo sempre utile. Quando qualcosa ci sembra una cazzata dovremmo chiederci: in che caso potrei rivedere il mio giudizio e trovarla un po’ meno una cazzata? Cosa potrebbe forse e/o in parte giustificarla? Una mia risposta è: la cosa avrebbe senso se, data la già debole capacità operativa del governo a causa della composizione parlamentare, un disallineamento tra questo e la segreteria del suo principale partito portasse ad un ulteriore indebolimento e rallentamento della sua azione.
Segnalo anche, come utile alla ricerca, l’intervento di Matteo Orfini: http://www.ilpost.it/2014/02/13/discorso-matteo-renzi-direzione-nazionale-del-pd/. Per lui il senso dell’operazione è dato dal desiderio del PD di avere una posizione piu incisiva all’interno di un nuovo governo con una azione più politicizzata. Cioè: se siamo il principale partito della maggioranza e pensiamo di poter avere un governo migliore, allora proviamoci. E’ cosi ridicolo?

Sono assolutamente incapace di dare un giudizio competente sull’operato del governo Letta durante quest’anno. L’unica cosa che mi sento di dire è che, se da un lato ha sicuramente permesso di sciogliere la situazione drammatica che si era creata a Maggio, mi sembra che sia molto indietro rispetto agli obiettivi di celerità che si era dato. Chiudo ricapitolando: mi rallegro quando sento rimarcare la necessità di un’azione politica piu forte e non escludo che un nuovo governo possa effettivamente essere condizione necessaria. Allo stesso tempo riconosco che sia strano che un governo venga sfiduciato dal proprio partito di maggioranza (anche se l’obiettivo di farne uno migliore smorza secondo me questo aspetto) e temo invece l’effetto opposto a quello sperato: quello di un generale rallentamento, venuta meno la spinta del gruppo di Renzi a fare presto per poter, una volta fatto l’indispensabile, giocarsi le proprie carte. Sul fatto che l’unica soluzione sia votare di nuovo rimando alla domanda iniziale.

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Legittimati?

Alessio Mazzucco

Parto dalla considerazione che The Wolf of Wall Street è un film eccezionale. Eccessi, zero moralismi, nessun lieto fine, tanto divertimento. Denuncia della finanza? Maddai! Denuncia della perdita di morale? Ma neanche per idea. Semplicemente, un bel film. E pure divertente, pensate un po’.

rs_560x415-131224133803-1024_FotorCi ho ragionato sopra un pochetto e mi sono accorto che in Italia un film del genere non poteva non piacere: figli come siamo di un paese perbenista ammorbato dalla secolare doppia moralità ecclesiastica, un film così è il calcio ai moralismi di cui avevamo bisogno. E non c’è Virzì che tenga (“Avete scommesso sulla rovina di questo Paese e avete vinto”) con quel sostrato culturale della finanza-ricca cattiva, ragazzo povero disperato e mazziato, o un editoriale di Repubblica (“Ti spiego io come funziona, tu povero cittadino ignorantello”) davanti a una nuova realtà: esiste ancora un’autorità morale che possa ingabbiare gli animal spirits (a dirla con Keynes)?

La morale. Da quando la Rivoluzione Francese ha spazzato via l’ordinamento feudale, la nuova laicità ha abbattuto una colonna portante del pensiero europeo: la legittimità di un’autorità morale non deriva più da dio (essenza esterna all’uomo), ma dall’uomo socialmente legittimato ad agire. E da dove deriva la legittimità? Dal patto sociale sottoscritto tra le parti (le istituzioni) e il conferimento del monopolio della forza a un soggetto definito e delimitato. Benvenuto nella democrazia liberale, Buddy. E non solo il monopolio della forza è trasferito in capo a un soggetto, ma l’autorità morale (laicamente definita da libere elezioni e un parlamento legittimato) è incarnata dai rappresentanti dei cittadini.

Dilemma: i nostri rappresentanti sono legittimati? E se anche lo fossero formalmente (libere elezioni con scelta dei candidati – italica utopia), potrebbero dirsi tali davanti ai cittadini?

Prendete uno come Fausto Raciti. Deputato, quasi trent’anni, segretario nazionale dei Giovani Democratici, terribilmente angosciato dal non essersi mai laureato (sul suo sito scrive di non soffrire alcuna forma d’inferiorità – se Freud leggesse quelle parole penserebbe a un amore non corrisposto con una ricercatrice universitaria tanto grondano senso d’inferiorità), a sedici anni già funzionario di partito, inserito da Pierluigi Bersani in lista bloccata nel 2013, assolutamente incapace di ragionamenti complessi che non siano arzigogoli politichesi insignificanti. Perché parlo di lui? Perché ieri, mentre ancora ero in ufficio dopo una decina di ore di lavoro, il suo faccino perbene è comparso su SkyTg24 per la denuncia al Grillo, probabile reo d’istigazione alla rivolta attraverso una lettera aperta alle forze dell’ordine. Simpatica iniziativa, peccato non sia sua. Già, perché quell’idea era partita da tre avvocati con qualche mese d’anticipo e lui, semplicemente, si è preso comodamente il merito: un po’ di pubblicità sul megafono del PD La Repubblica, qualche ripresa su blog e siti e via su Sky come eroe delle democrazie liberali. Che schifo.

Bene, uno come lui è legittimato ad agire per mio conto, votare norme che indirizzeranno su me-cittadino il monopolio della forza dello Stato, usare i soldi che pago con le tasse e parlare a nome mio nel mondo? La domanda è interessante per due motivi: il primo, non essendo stato votato non è di per sé costituzionalmente legittimato (e vabbè, andiamo oltre); il secondo, come può il disprezzo che nutro nei suoi confronti legittimarlo ai miei occhi? E qui viene il punto. Vedete, io sono iscritto al PD, quindi dovrei dire che il signor Raciti è mio compagno (brrrrr, che parola orrenda) di partito (sento puzza di stantio), e quindi dovrebbe in qualche modo rappresentarmi (mi sento svilito). Il suo voto vale 1/945 di parlamento; ogni norma che influenzerà la mia vita (tasse, investimenti, disciplina del lavoro) sarà deciso, sulla carta, per 1/945 dal signor Raciti. E prendo lui come esempio, ma se cominciassimo ad applicare questa lente su ogni deputato, dai grillini (i liceali del parlamento) ai forzisti (oddio) ai leghisti (ahahah) fino agli stessi deputati del PD (mi viene da piangere), come potrei giustificare l’uso della forza pubblica – lo Stato – su di me? In breve: perché dovrei pagare le tasse se non mi fido minimamente di una porzione tutt’altro che infima della classe dirigente pubblica del paese? E ancora: perché dovrei rispettare le leggi se non considero l’autorità morale (la classe dirigente eletta per l’appunto) non soltanto illegittima, ma assolutamente imbarazzante?

Fedor Dostoevskij, tra le tante, si è posto due domande (per renderla davvero semplice). La prima, se la morale venisse da me medesimo, cosa m’impedirebbe di ammazzare una squallida usuraia per il bene della comunità? La seconda, come controllare gli spiriti ribollenti di una società se non attraverso un’autorità morale superiore al mero uso della forza e dei tribunali? In parte, la sua risposta è il dio cristiano, sia come emanatore delle leggi etiche (che sono sopra di noi, non dentro), sia come autorità morale capace di portare pace nella società. In una società laica, come comportarsi? Immanuel Kant, e l’Illuminismo a seguire, individua nella ragione pura l’unica fonte morale: la legge morale si trova in se stessi; bel dilemma, soprattutto in una società martoriata e imbruttita da una crisi settennale, sociale e culturale ancor prima che economica.

Abbandoniamo la morale per un momento e affrontiamo il tema economico. Io, come alcuni eretici tra i miei ex-colleghi universitari, sostengo la necessità di un piano d’investimenti pubblici per trascinarci fuori dal pantano della crisi. Sul punto si aprono un’infinità di questioni: prima fra tutte, come si può sostenere che il pubblico possa fare più e meglio del mercato privato lasciato libero di agire? Datemi ragione sul punto (su cui ho un’infinità di dilemmi anch’io), ne discuterò in un altro post, e seguite il ragionamento. Stabilita la necessità di un piano d’investimenti pubblici, trovate le risorse (sforare il 3% di deficit/PIL, separazione contabile tra spese correnti e spese in conto capitale,…), si può considerare questa classe dirigente legittimata a prelevare soldi da ognuno di noi e reinvestirli in un piano deciso da loro? Qui la legittimazione non è più morale, ma meritoria: possiamo considerare i nostri rappresentanti in grado di ottimizzare le risorse a disposizione e ottenere un buon risultato (non necessariamente il migliore)? Ma se consideriamo i nostri politici incapaci di utilizzare le risorse, si può considerare “migliore” un passaggio a una tecnocrazia, dove i politici sono selezionati puramente per competenze acquisite e non per legittimità elettorale? Migliore forse, democratico no. Poniamo anche che i partiti svolgano il loro compito di filtro dei migliori per rappresentare bisogni e interessi dei cittadini (ipotesi molto forte): cosa legittima un partito a stabilire chi siano i migliori e chi no? Chi può essere considerato la scelta migliore (che non implica un essere migliore in assoluto)? Il più colto? Il miglior oratore? Il più inserito nei salotti? Il più ricco? Chi ha un titolo di studio più alto? Chi ha dato più volantini? Chi ha ricevuto più voti?

Chi ha ricevuto più voti, senza dubbio. E non tanto perché “i cittadini decidono, democrazia diretta, SVEGLIAAAA!!1!1!!”, quanto perché sono legittimati da un numero maggiore di persone a prendere decisioni per conto della comunità. Sembra banale, ma se pensate che sono nove anni che conviviamo con le liste bloccate, be, tanto banale non mi sembra. E non ci sono parlamentarie che tengano, like su facebook o pirlate varie: la legittimità deriva da una legittimazione istituzionale ad agire, che sia formale e regolamentata da un’assemblea di parti politiche e sociali (in breve una costituente).

E non parlo di costituente a caso. Un amico mi ha piazzato in testa l’idea di una nuova Costituente. E l’idea gira, gira e rigira (manco fossi in un film di Christopher Nolan) e più gira più mi convinco che abbia ragione: questa classe dirigente non è semplicemente legittimata ad agire, e non perché sono zombi, morti, corrotti, collusi o cosa ne so, ma perché non esistono regole istituzionali rigide che possano legittimarli davanti ai cittadini (1) e renderli capaci effettivamente di dare una direzione di marcia al Paese (2). Sì, Raciti, anche tu saresti legittimato se fossi votato dai cittadini. Ahimè.

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Sdraiati? No, stufi.

Alessio Mazzucco

Odio la scrittura di Ilvo Diamanti. È così, la odio, non posso farci nulla. Oggi ho tentato di leggere e dopo due righe avevo i neuroni in panne; prova a frenare e far ripartire di continuo l’auto: il motore fonde, la frizione sfrigola. Prova a leggere Diamanti: stesso effetto, applicato alla propria capacità di lettura. Ci pensavo oggi perché se la mia prof del liceo, quella cara donna, m’avesse beccato a scrivere. Con un ritmo così. Lento. Spezzato. E poi. Nessuna virgola. Bhe, l’avrebbe presa a male, avrebbe chiamato i miei genitori domandando con voce quasi tesa, preoccupata d’arrecare offesa: “Ma vostro figlio si droga?”.

Io ho una teoria. Chi al liceo scriveva male i temi adesso si vendica nei modi più disparati. Diamanti è uno. Prendete Alesina. Alberto. L’economista. Sì, proprio lui, quello dell’austerità espansiva, nascosta rapido rapido sotto il tappeto delle vergogne dopo essere stata messa in discussione da colleghi, fan e ricercatori schiavizzati. Alesina Alberto, nome italiano e cuore americano (che poi quando deve commentare, criticare e svilire si riscopre immediatamente italico d’origine e di fatto), nel poco lontano 2013 scrisse qualcosa come: “Aboliamo la prima prova: è inutile e insegna solamente a divagare senza dire nulla”. Ho capito bene? Sì, purtroppo sì. Cioè, un economista d’oltreoceano ci viene a dire: “Guardate ragazzi, la prima prova era bella ai tempi di Cuore, ora solo numeri e statistiche”. Stronzo io che leggo. Mi sento male. Ah sì, la teoria. La teoria è semplice: chi ha fallito la prima prova, o al liceo scriveva i temi con la stessa profondità di pensiero di [completare a piacimento] e la sintassi del più mediocre dei giornalisti pseudo-scrittori pseudo-pseudo-intellettuali, odia le lettere e la letteratura e attende il momento della rivalsa per dargli contro. Alesina, di’ la verità, te d’italiano non eri un asso, nevvero?

Sto male. Tutti parlano. Parlano, parlano e straparlano. Anch’io, ma io seguo lo spirito del tempo, m’adatto alle mode, mi mimetizzo tra i blog. Cambio persino scrittura a seconda di quel che dico. Zelig. Ma del resto, che fare? Michele Serra mi ha chiamato sdraiato. Sdraiato. Vi rendete conto? Cioè, Serra, dalla comodità orizzontale della sua amaca repubblicana scrive un pamphlet per dare a me e ai miei coetanei (presuppongo i pochi lettori del blog) degli sdraiati. Già lo immagino mentre scrive e pensa: “Cioè, ragazzi, siete degli sdraiati. Pigri. Non mi ascoltate. L’Italia va a rotoli”. Sì, vero, ma è colpa nostra? Non è il primo. Mi ha dato del fannullone Brunetta, del choosy (oh yeah) la Fornero, del fannullone anche Padoa Schioppa (non ricordo bene). Ma sì, sparate su noi. Avete finito le cartucce, vi siete dimenticati le promesse di cambiamento, le utopie d’uguaglianza e dignità per tutti, la cultura l’avete ammazzata. “Che casino abbiamo fatto!” “Ma chi, noi?” “E secondo te chi?” “Ma tu li hai visti i ragazzi di oggi? Sono pigri, mica come noi che facevamo il 68! È colpa loro se tutto va a rotoli”. Gioventù. Populismo.

Mi sento male perché mentre ero al lavoro mi son distratto un secondo su Twitter (giuro davanti al mio capo che era un secondo!) e ho visto Grillo che elogiava se stesso per aver chiesto al suo popolo bloggettaro (praticamente a se stesso) di votare sul reato di clandestinità. 16,000 per l’abrogazione, 9000 per tenerlo. 25000 voti. O qualcosa del genere. Come si dice in gergo: il popolo ha parlato. Democrazia diretta. Scomodiamo Bobbio? No, non serve, e non ne ho voglia.

Parlavo di Diamanti. Sì, Diamanti. Ma mi è passata la voglia. Qualcuno di voi ha mai tentato di contare il numero di blog, piattaforme, siti, giornali e quant’altro nella blogosfera italiana? Quante parole vengono scritte ogni giorno? Quante ne vengono lette? Quanti libri pubblicati? Quanti filmati caricati su youtube? Quanti status condivisi? Quanti tweet lanciati? La risposta è una: troppi. Come si possono trovare idee condivise nel marasma collettivo quando ogni singolo individuo pensa di sapere cos’è meglio per tutti. È come operare un paziente in una sala completamente affollata in cui chiunque dice la sua. “Io la taglierei via quella vena: copre la visuale”. Zac.

Ieri ero a teatro. Un monologo comico, A-men, carino. Alla fine, sconfortato dal proprio esistenzialismo, il protagonista si lascia andare sul divano delle propria esistenza, quello sempre presente nei salotti abbagliati dalle TV accese, quel monumento alla pigrizia che si radica in ogni casa, e sprofonda in un cuscino gigante in cui immerge la sua vita e dimentica i suoi problemi. Troppo pessimismo: basta una passeggiata. O un libro. O qualsiasi cosa. Per cosa poi non so; forse, e mi permetto una chiusa retorica, semplicemente per togliersi dal bla bla bla quotidiano, dalle parole, tante, troppe, concedersi un attimo e pensare. Sdraiati forse sì, ma pensanti. Forse. Magari. Un giorno. Ad ogni modo, lo spettacolo finiva sulle note di Across the Universe:

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È facile chiamarli fascisti, più difficile rispondere alle loro richieste

Alessio Mazzucco

La protesta dei forconi scema ed è già un festeggiare , “erano gruppetti di neo-fascisti”, “populisti”, “ignoranti”, “una protesta violenta” nonostante Letta, incoronatosi padre di una legge di stabilità che non è piaciuta a nessuno (ripeto: a NESSUNO), avverta sommessamente di non abbassare la guardia. Che guastafeste! Potevamo finalmente ricominciare a parlare di NOI e solo di NOI, del partito, delle segreterie, delle coalizioni, della legge elettorale, dei processi, dei grillini, e invece no: il Primo Ministro mormora di non abbassare la guardia.

No, Letta, la guardia non va abbassata. Ma non tanto per le proteste di piazza, cose normali che accadono a un paese in recessione da otto trimestri su cui spira la tiepida brezza di uno zero virgola qualcosa di crescita e la voce tuonante della Merkel che impone di perseguire le politiche degli ultimi anni, ma per quel che è accaduto alla società. Eh sì, perché mentre la recessione mordeva, la società si trasformava, cambiava, mutava il suo aspetto – in bene o in male sarà la storia a giudicare – e ora non si torna più indietro. Quindi poche scuse, niente alibi: forconi o non forconi, fascistelli o anarchici, la protesta c’è stata ed è stato il segnale più pericoloso degli ultimi anni dopo il pistolero solitario che ha colpito due poliziotti all’entrata di Palazzo Chigi. Già, perché chi di voi ricorda l’accaduto forse ha dimenticato le dichiarazioni dell’uomo: “Volevo colpire due o tre politici”. Due o tre, come fosse un tiro al piattello, come fossero bersagli per il tiro con l’arco, e invece erano politici, obiettivi di una rabbia repressa e serpeggiante.

Mi rivolgo alla sinistra da questo blog sconosciuto e dico: non cercate altri alibi. Per anni, decenni, vi siete coccolati gli universitari dei collettivi, i dipendenti pubblici, i pensionati e i lavoratori con contratti blindati, e ora vi stupite se vi sputano in faccia. Ma avete dimenticato tutti gli altri, i piccoli-medi imprenditori, le partite IVA, i non protetti, i precari, quelli che sì, forse non parlano il linguaggio delle vecchie liturgie del partito, forse del segretario del PD un po’ se ne sbattono, non partecipano a congressi e assemblee, ma domandano una politica capace di dare un’impronta e una direzione al paese. Lo fanno male? Non ti piacciono? Li chiami fascistelli? Questo non è un mio problema, né il tuo, oh sinistra: le proteste, per definizione, non sono pacifiche marce a suon di tamburi e bella-ciao, quindi dimenticale perché hai perso l’esclusiva.

I forconi non sono più in piazza. Vero. Eppure la protesta ha rappresentato una cesura: la rabbia resta, e i partecipanti si sono conosciuti proprio quel giorno sulle piazze, e magari si riorganizzeranno, magari no. Il malessere non si cancella con un colpo di spugna, una pacca sulla spalla e un articoletto di Serra o Gramellini che richiama all’ordine, alla pacificazione sociale e al buonismo globale. No, il malessere si cancella con le riforme.

Concludo: questo governo ha campato già abbastanza a lungo da permettere a Grillo di abbaiare più di quel che meriti, ai grillini di farsi profeti della nuova purezza, a Berlusconi di rimettersi in sesto e alla sinistra di riorganizzarsi. Vi prego: legge elettorale, stop al bicameralismo, premio di maggioranza a chi ottiene la percentuale più alta di voti e nuovo governo. Vi sembra poco democratico? Se ci pensate, la democrazia risponde al fine di permettere al popolo di partecipare, e a un paese di perseguire gli obiettivi con cui le parti politiche si cingono i vessilli; questo sistema politico non risponde  a queste esigenze, quindi non la considero più democrazia.

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