Francesco Saverio Salonia
Torniamo ancora una volta sulla tematica delle carceri e della inefficienza della macchina della giustizia nostrana. Ci torniamo proprio in questi giorni in cui l’Unione Europea condanna nuovamente l’Italia per via della sua particolarissima posizione in tema di responsabilità civile dei magistrati. Ci torniamo principalmente perché la scorsa settimana a Roma si è tenuto il 44° Convegno del Seac, organo che riunisce e coordina tutte le realtà di volontariato attive nelle carceri sul territorio Italiano. In questa occasione sia il presidente della Repubblica, sia il vice-presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Michele Vietti sono tornati a parlare della tragica situazione di sovraffollamento e mala gestione dei nostri istituti di pena.
L’emergenza in realtà è duplice. Se le carceri da un lato stanno esplodendo, dall’altro vi è la pachidermica ed ipertrofica bestia processuale Italiana, che ha raggiunto una dimensione spropositata ed una dinamicità inesistente. I dati del 2009 ci dicono che abbiamo ancora pendenti 3,2 milioni di processi civili e quasi 5,5 milioni di processi penali. In totale, quasi 10 milioni di processi ancora in corso. Con ottimismo, possiamo pensare che per ogni processo sia imputata una sola persona e, sempre col sorriso sulle labbra, possiamo ipotizzare una sola vittima. Anche con questa rosea prospettiva, sappiamo che 20 milioni di persone in questo momento stanno avendo a che fare con una realtà processuale. Si tratta di un terzo della popolazione Italiana. Un processo civile, tra primo e secondo grado, dura in media 2469 giorni, ossia più di 6 anni. Un processo penale, tra primo e secondo grado di giudizio ne dura invece 1156, ossia più di 3 anni. Abbiamo già riflettuto indirettamente su cosa vogliano dire questi dati, coniugati con l’abuso di carcerazione preventiva posto in atto nel nostro paese e cioè un periodo supplementare di detenzione per gli imputati senza una sentenza passata in giudicato. Per le vittime significano risorse sprecate in termini di denaro, energie, tranquillità e fiducia nella capacità dello Stato di dirimere i conflitti tra cittadini. Per via di questo impianto ormai incancrenito ed incapace di correggersi dal suo interno, vanno in prescrizione ogni anno 170.000 processi. Alcuni chiamano questo fenomeno Amnistia di Classe, perché coloro che possono permettersi una buona difesa riescono con più probabilità ad oltrepassare i termini della prescrizione. Insomma, sia il sistema carcerario che quello giudiziario sono impaludati i uno status di evidente, sistematica, cronica ed ignorata violazione dei diritti civili e talvolta persino umani degli imputati, delle vittime e dei detenuti.
Questa situazione di profonda inefficienza ed inefficacia di entrambi i sistemi ha anche un ragguardevole peso sull’economia del paese. Per il sistema carcerario sono stati stanziati nel 2010 più di 2,7 miliardi di Euro (in diminuzione), mentre ogni anno lo stato spende più di 4 miliardi per tenere in funzione il sistema giudiziario (il 70% in stipendi). Io mi auguro che un profondo intervento volto a risanare le storture riscontrabili in questo ambito sia identificato come assolutamente necessario e che gli venga assegnata una congrua priorità. Giorgio Napolitano ha parlato di “Strumenti Straordinari” per far fronte all’emergenza.
A mio avviso l’unica vera medicina somministrabile si compone di due ingredienti, entrambi essenziali per la buona riuscita della terapia. Il primo è senz’altro un provvedimento di Amnistia, indirizzato ad una categoria di reati da identificare con cura, ma nella quale dovrebbero senz’altro figurare i piccoli reati di droga, prominenti nel nostro paese, come pure i piccoli furti e le violazioni per cui la pena massima non ecceda i 3 anni. Questo tipo di intervento avrebbe un duplice scopo. Il primo sarebbe quello di ridimensionare la popolazione carceraria, in modo da rendere nuovamente o forse per la prima volta possibile un percorso rieducativo strutturato e pianificato, volto ad abbattere gli altissimi tassi di recidiva. Il secondo sarebbe la drastica diminuzione dei processi ancora pendenti (l’Amnistia, al contrario dell’Indulto, non prevede la semplice scarcerazione ma l’estinzione del reato o della sua ipotesi), di modo che giudici e magistrati possano avere uno spazio di manovra, ad oggi inesistente, per riorganizzare il proprio lavoro ed impedire un nuovo accumulo di procedimenti.
Il secondo ingrediente è una riforma strutturale dell’ordinamento penitenziario e di quello giudiziario, senza la quale a pochi mesi dall’amnistia ci ritroveremmo nella stessa identica situazione di partenza. Un primo passo sarebbe quello di spronare i magistrati ad adoperare la carcerazione cautelare con più parsimonia, eventualmente modificandone i prerequisiti previsti dalla legge. Certamente il maggiore sforzo và compiuto spostando radicalmente l’attenzione dal carcere verso la sempre più diffusa e promettente realtà delle misure alternative di pena. Si tratta degli arresti domiciliari, ma non solo, si parla anche e soprattutto di affidamento in prova e semilibertà. Queste misure si sono rivelate negli ultimi anni molto efficaci sia dal punto di vista della bassa recidiva, sia da quello dei successi nel reinserimento nel mondo del lavoro. Senza contare che un condannato in più alle misure alternative significa un prigioniero in meno nelle carceri, il che significa meno spesa pubblica, più spazio nelle strutture, più risorse e capacità di recupero per i reclusi. Parallelamente sarebbe auspicabile porre in atto diversi interventi volti alla riduzione del numero e nei tempi dei processi, soprattutto di quelli penali. A questo proposito si è spesso parlato di depenalizzare una vasta gamma di reati meno gravi, prevedendo per essi una sanzione di tipo amministrativo pecuniario. Il riferimento più immediato anche qui è all’indirizzo dei reati di droga.
Ma la verità è che per snellire l’iter processuale si devono conoscere le cause della sua deriva. Il problema più grande da questo punto di vista è che non esistono centri studi od osservatori permanenti che monitorino queste attività e restituiscano agli addetti ai lavori delle analisi, che mettano in luce le cause scatenanti di tanti ritardi e tanti affastellamenti. Esistono solo elucubrazioni giornalistiche e politiche, entrambe parziali ed interessate, che attribuiscono la colpa dei troppi e troppo lunghi processi ora all’elevato numero di avvocati e alle loro presunte pratiche disoneste, ora all’inettitudine dei pubblici ministeri o alla pigrizia dei giudici. Ciò che serve invece è un’analisi tecnica e rigorosa che individui i nodi focali su cui mettere le mani. Amnistia e riforme strutturali sono un binomio indivisibile, la prima non può produrre effetti di lungo termine senza le seconde, come queste ultime non possono essere seriamente pensate, pianificate e messe in atto senza la prima.
Il nuovo ministro della giustizia Paola Severino ha dichiarato che per ora esclude categoricamente provvedimenti di Amnistia e Indulto. Nessuna alternativa è stata contestualmente avanzata.
Non c’è da essere ottimisti.