31 agosto 2010

Urlo [Sundance film festival 2010; Berlino Film Festival 2010]

Alessio Mazzucco

San Francisco doveva essere incredibile negli anni Cinquanta. Come scrisse Fernanda Pivano nella prefazione del capolavoro di Kerouac, Sulla Strada, San Francisco era diventata la nuova capitale culturale e intellettuale d’America dopo New York e Chicago, punto di riferimento per quella che sarebbe stata definita Beat Generation.

Il film è la storia del poema Urlo, scritto da Allen Ginsberg, pubblicato nel 1955, processato nel 1957 per indecenza, divenuto in seguito uno dei manifesti della Beat. La storia si divide in tre filoni principali. Il primo insegue Ginsberg nella sua giovinezza, nei suoi ricordi e nelle sue prime stesure e letture dell’opera presso circoli di giovani intellettuali. Il secondo è ambientato nel 1957 (due anni dopo la stesura) e si divide in due parti: il processo intentato nei confronti dell’editore e dell’opera, svoltosi a San Francisco e un’intervista rilasciata da Ginsberg in cui il poeta si sofferma sull’ispirazione e i significati che hanno dato vita al poema. Del terzo filone protagonista è l’opera, rappresentata con disegni animati, ispirati agli schizzi di Ginsberg, accompagnati dai versi e le strofe lette fuoricampo.

Il film è bello, senza dubbio. Didattico forse (il poema viene letto, credo, nella sua totalità), ma interessante e coinvolgente. Dalla lotta contro il bigottismo postbellico nel processo, al ragionamento di Ginsberg sulla poesia e la scrittura, al poema che prende vita nelle sue allucinanti immagini di musica, droga, sesso e società omologate, la pellicola pare voler estrarre la linfa, l’essenza, del gruppo Beat. Cos’è la Beat Generation? Vi lascio la definizione di Ginsberg: “E’ una banda di ragazzi che vogliono farsi pubblicare“. Vi aggiungerei: che hanno scosso l’idea consolidata di letteratura.

26 agosto 2010

Elezioni? No, grazie!

Alessio Mazzucco

Spero con tutto il cuore che il governo non cada, o meglio, che non si vada alle urne. Mi guardo allo specchio e mi chiedo: “Sono proprio io a dirlo?” e la risposta è “ebbene sì”. Se mai si dovesse votare, allora sì che comincerei a preoccuparmi.

Adesso Berlusconi ha due opposizioni (da qualche tempo insomma): una interna e una esterna. Diciamo pure che l’esterna è un’accozzaglia di uomini e donne isterici incapaci di trovare un’idea (una, solo una!) comune, spaventati dal nuovo, dal giovane e dal possibile crollo dell’attuale classe dirigente. E se il centro non attende altro che prendere in mano le redini del Paese intorno ai quattro incrollabili Rutelli – Casini – Fini – Montezemolo, la sinistra divisa tra IDV e PD si lascia andare alla deriva cullandosi quietamente nei bei tempi andati e nel “mantenere la calma” “cercare un programma comune” “elaborare un’alternativa al governo”. Con lo stesso tempo con cui ci mettono a elaborare l’alternativa, i francesi avevano preso la Bastiglia e dato vita alla Repubblica con una bella ghigliottinata di piazza, gli Americani avevano liberato l’Italia e Alessandro Magno aveva conquistato l’intero Egitto.

Dunque Berlusconi sembra indeciso di fronte alle urne. Non come la Lega: quelli sì che sanno il fatto loro. E il fatto loro è votare. Votare votare votare. Già che non stanno mantenendo un minimo di promesse (se non la speculazione legale del demanio statale a livello locale e un federalismo abbozzato di cui non si capisce ancora dove si voglia andare a parare), perlomeno cercano di riportarsi su ciò che sanno far meglio: gridare e promettere, trascinare attivisti per le strade e prendere ancora più voti. Non ci dimentichiamo che la Lega si era attestata su un buon 10% circa, penetrando persino nella regione rossa per eccellenza, l’Emilia Romagna! Berlusconi è indeciso, prima ne dice una, poi ne spara un’altra (e questo verbo si confà meglio alla sua persona politica): le urne possono essere un buon jolly, ma anche una capitolazione definitiva di fronte alle Camicie Verdi. Sarà una prova di celodurismo senza esclusione di colpi.

Non spero nelle elezioni perché temo Berlusconi. Quell’uomo è incredibile. Cinque televisioni (Rai Uno, Rai Due e la potenza Mediaset) e una parlantina non certo mediocre (se non contiamo le truppe d’assalto del Giornale e Libero) potrebbero dargli ciò che gli serve definitivamente: i numeri per andare avanti da solo con l’amico-nemico (e neo-laureato in comunicazione) Bossi. Se Fini e il nuovo partito paiono piacere a un buon 4% (questi i sondaggi prima che partissi per il mare), la potenza mediatica e carismatica del sempiterno leader potrebbe schiacciarlo definitivamente. Via l’opposizione interna, via un Presidente della Camera letteralmente assediato, via tutti i vari gruppuscoli che ancora credono in un modo antiquato di far politica (qui s’ha da laurà, mica parlare!) e via l’opposizione esterna (che potrebbe ritrovarsi in balia di un populismo dipietrista a meno che il buon vecchio molisano non cominci a tirar fuori un bel programma su quel che vuol davvero fare!): cosa c’è di meglio? Poi altro che mettersi a posto con le leggi ad personam: l’avventuriero brianzolo avrebbe il suo parlamento ad personam.

Post Scriptum: mi mette i brividi anche la Santa Alleanza anti-berlusconiana che potrebbe venir fuori da una crisi di Governo. Dove andremo a finire?

21 agosto 2010

Le vite degli altri [Germania, 2006]

Filip Stefanović

Oscar 2007: miglior film straniero
3 European Film Awards 2006: miglior film, miglior attore (Ulrich Mühe), miglior sceneggiatura
BAFTA: miglior film straniero
Independent Spirit Awards 2007: miglior film straniero
David di Donatello 2007: miglior film europeo
British Independent Film Awards 2007: miglior film straniero
Premi César 2008: miglior film straniero
Ioma 2008: migliore sceneggiatura originale


Non molti registi possono vantare tanti e tali riconoscimenti al loro primo lungometraggio, ma questo è il caso di Florian Henckel von Donnersmarck, regista, autore e sceneggiatore de Le vite degli altri.

La trama, ambientata nel 1984 a Berlino Est, vede protagonista una coppia di affermati artisti della DDR, Georg Dreyman (Sebastian Koch) e Christa-Maria Sieland (Martina Gedeck), lui scrittore, lei attrice teatrale. Conducono una vita rara, sono famosi, benestanti, e soprattutto politicamente ineccepibili, in quanto pienamente soddisfatti della propria vita e disinteressati alla politica del proprio paese.

È però l’infatuazione del ministro per la Cultura Bruno Hempf (Thomas Thieme) per la bella Christa-Maria a mettere in pericolo il loro perfetto equilibrio: nella speranza di trovare un motivo per togliere di mezzo Georg Dreyman, la Stasi viene incaricata di mettere sotto stretto controllo la casa dei due artisti. Ad assumersene il compito, Gerd Wiesler (Ulrich Mühe), integerrimo capitano del ministero per la Sicurezza di Stato, idealista e convinto del proprio lavoro.

Il film gioca per la maggior parte sull’invisibile rapporto che si instaura tra Wiesler e la vita dei due artisti, e l’imprevisto effetto che “le vite degli altri” avranno sulla sua, facendo crollare molte delle sue certezze e inducendolo ad agire direttamente, mettere a repentaglio la propria carriera per salvare i due, ignari di tutto.

Ci sarebbe in realtà moltissimo da dire su questa pellicola. Se una trama avvincente (un perfetto orologio svizzero), una complessa e matura (e pertanto convincente) resa dei sentimenti e delle reazioni dei protagonisti, una fotografia perfetta (gli unici colori che dominano l’intera pellicola sono grigi e marroni), una recitazione maestrale (gran parte degli attori sono in realtà volti famosi per il cinema tedesco, spesso attori di teatro), una resa storica memorabile (per più di due ore ci si sente catapultati nella realtà quotidiana della DDR, in un clima asfittico e di sospetto), non bastassero ai più critici per definire questo film un capolavoro, bisognerebbe sottolineare tutti i difficili significati che emergono, e si intrecciano tra realtà quotidiana e immaginazione cinematografica: qual è il ruolo e il reale potere della cultura sull’uomo? Può un libro, una poesia, una sonata toccare le corde più nascoste, cambiare concretamente il nostro modo di pensare, e ancor più di agire? Domanda forse pretenziosa, considerato che viene incanalata proprio attraverso un film, perciò esso stesso un prodotto culturale. Quando il potere non è più delegato, ma è vero monopolio di poche persone, si potrà mai credere davvero nella legalità e nella giustizia? È infine pensabile che il controllo totale, un progetto atto ad ingabbiare non solo i corpi, ma anche le coscienze delle persone, possa avere lunga vita? Oppure l’esito del 1989 era inevitabile, per quanto inaspettato?

Insomma, di carne al fuoco ce n’è tanta, troppa forse per coglierla tutta alla prima visione, ma capace indubbiamente di dare solidità a ogni fotogramma, evitando il minimo istante di noia, e lasciando lo spettatore, attraverso un finale inatteso, con un magone di rimpianto. Caldamente consigliato!

30 giugno 2010

Ma il fondo non si tocca mai?

Alessio Mazzucco

Scrivo spesso in questi giorni perché ho appena finito gli esami (sempre che non mi abbiano bocciato nell’ultimo!) e, tra un paragrafo di tesina e l’altro, cerco di buttare qualcosa anche sul blog. Tanto gli argomenti di cui parlare abbondano. Purtroppo.

Già, purtroppo. Alla domanda il fondo non si tocca mai? mi vien da rispondere A questo punto direi no. Dell’Utri è condannato a sette anni per associazione esterna all’apparato mafioso di Cosa Nostra (contatti, relazioni, intermediazioni tra il mondo economico-imprenditoriale e la criminalità organizzata); lo saprete tutti meglio di me. E’ condannato in secondo grado (mentre cadono le accuse per i fatti post 1992 perché non sussistono); manca la Cassazione. Un fatto, però, rimane: mantenendo sempre buona la presunzione d’innocenza cara alla nostra Costituzione e ad una certa idea di civiltà, la condanna è pur sempre una condanna. Non assoluta, certamente, ma usando le parole di Davigo in Bocconi, affidereste mai vostro figlio ad un uomo condannato in primo grado per molestie sessuali su minori? No, ovvio. Credo valga il medesimo ragionamento: affidereste mai le sorti del nostro Paese a un condannato in secondo grado per associazione esterna alla mafia? No, ovvio. Almeno, dovrebbe essere ovvio.

La questione dei politici accusati e condannati in primo o secondo grado non riguarda la diatriba innocente vs colpevole, scatenata tra le forze politiche, giornalistiche e intellettuali dei diversi schieramenti. Non per me almeno. Un politico accusato e condannato non può fare il politico. Punto. Non per altro, ma nel dubbio il politico si deve dimettere, per chiarezza e trasparenza. Se poi fosse innocente, buon per lui. Ma se fosse colpevole? Senza condannare definitivamente prima che la Cassazione abbia preso la sua decisione, almeno mi si dia la gioia di vederlo fuori dal parlamento dove, in teoria (molto in teoria), si scrive il futuro del Paese.

La magistratura è politicizzata? In qualche misura è possibile. Io lo so? Noi lo sappiamo? Non credo. Quelle che paiono le evidenze di un complotto o di una persecuzione non riesco a trovarle così…evidenti. Mi spiego: da quindici anni a questa parte Berlusconi ci martella dichiarando che la magistratura attacca avversari politici in modo mirato, studiato e sistematico. A forza di sentirmelo ripetere da quando ho perso il mio primo dente, sono orgoglioso di non esserne stato convinto. Ma quanto possono durare certezze bombardate ogni giorno, ad ogni singola fascia oraria telegiornalistica? L’attacco mediatico sta producendo i suoi risultati: l’onere della prova non grava su chi accusa la magistratura d’essere politicizzata, ma su chi dichiara il contrario. Ha senso? Poco in realtà. Se un organo di controllo deve spendere energie a dimostrarsi innocente dalle accuse, come può svolgere il suo lavoro?

E noi che si fa? A forza di non toccare mai il fondo, la nostra italianissima società pare essersi assuefatta. Fanno ministro Brancher perché eserciti il legittimo impedimento? Bha.. roba già vista. Colui che ripara ogni falla del Paese con un dito aveva rapporti non professionali con l’imprenditore che vinceva gli appalti? Bha.. ce ne sono tanti come lui. Il Ministro dello Sviluppo Economico si fa pagare la casa da un imprenditore che da lui riceve i suoi appalti? Bha.. alla fine il suo lavoro lo faceva. Il nostro primo ministro ha pagato un avvocato perché corrompesse i giudici? Bha.. è stato assolto (sbagliato: prescritto! – l’avvocato s’intende, NdA). Cose già dette e sentite? Vero, ma credo che l’unico modo di rendersi realmente conto di cosa stia accadendo nel nostro Paese sia ripetere, ripetere e ripetere prima che giunga l’anestesia totale della nostra capacità di stupirsi e irritarsi.

29 giugno 2010

The Cove [La baia], 2009

Buon titolo per un thriller. In realtà è un documentario realizzato l’anno scorso da Louie Psihoyos sulla caccia ai delfini in Giappone. Essendo visibile su internet lo posto di seguito.

27 giugno 2010

Le invasioni barbariche [Canada, 2003]

Alessio Mazzucco

Devo ringraziare Filip per avermi moralmente obbligato a vedere questo film. Canadese, vincitore di Cannes per la sceneggiatura e un’interpretazione femminile, vincitore di numerosi altri premi (Oscar Miglior Film Straniero), senza contare tutte le nomination. Un film intelligente, a mio parere commovente, colto, di quella cultura estremamente apprezzabile e godibile, un film che fa riflettere.

In breve la storia. Un professore universitario dedito al vino, le lettere, le donne e la cultura, ha una malattia terminale. L’ex-moglie chiama il figlio, uomo d’affari di Londra (uno che non ha mai letto un libro per lasciarsi trascinare dai videogiochi, come lo descrive sprezzamente il professore), che, una volta arrivato a Montreal, si dedica interamente a far vivere felicemente gli ultimi giorni del padre. Chiamerà gli amici, pagherà per avere una stanza personale nell’ospedale pubblico, lo porterà in una casa in riva al lago dove, alla fine, lo saluteranno tutti un’ultima volta.

Il tema centrale è l’eutanasia. Se è possibile e come fare per alleviare il dolore d’un paziente, se e come decidere di morire di scelta propria. Ma anche l’amore, il matrimonio, la famiglia, l’amicizia, la droga e la vita. Domande, riflessioni, risposte e dialoghi commoventi alla ricerca d’un tempo oramai perduto e d’avventure e desideri celati sotto il peso degli anni. Dov’è la cultura oggi, esiste ancora la cultura? I barbari attaccano l’impero occidentale, o i barbari sono gli occidentali stessi? Domande senza presunzione di risposta. Un film per riflettere, al di là del bigottismo e dell’ipocrisia nostrana su temi di fondamentale importanza.

18 giugno 2010

Bjorn Larsson, “Bisogno di libertà”

Alessio Mazzucco

Bisogno, una parola forte: evoca necessità, estenuante ricerca. Libertà, una parola ancora più forte: complicata, difficile, quasi impossibile da definire. Parola troppo spesso sputata al vento, evocata come un idolo, sfibrata nel suo significato, svilita del suo potere. Quante volte è nominata invano, quante volte richiamata come scudo e scusa delle proprie scelte, delle proprie azioni?

Si può parlare di cosa la libertà non è. Non è dipendenza, non è omologazione, non è vivere di schemi, di convinzioni senza alcuna convinzione (perdonate il gioco di parole). Non è seguire quel fiume impetuoso che senza sforzo ti conduce al placido mare della massa.

Si può essere liberi, ma si può non utilizzare la libertà, non viverla. La libertà è una conquista, figlia di lotte e guerre, morte e dolore. Eppure non la possediamo mai appieno. La libertà può essere ricercata, deve essere ricercata, e può essere trovata, conquistata e difesa fino alla fine.

“Bisogno di libertà” non è un romanzo, né un dibattimento filosofico, né una predica su cosa la libertà sia o non sia. E’ una ricerca, un’autobiografia messa al servizio del prossimo, un dialogo col lettore, un ragionamento sincero, quasi infantile, una lettera in bottiglia per chi è capace di cogliere il messaggio. Il libro non dà risposte, ma solleva dubbi, non mostra la via, ma accende un lume nell’oscurità dell’inconsapevolezza; insegna a domandarsi, non adagiarsi sugli allori di una conquista scontata, a guardare il nostro vivere (e non la nostra vita) sotto aspetti diversi, senza critiche e giudizi. Non ha pretese, solo un acceso desiderio di dire, affermare l’importanza del ragionamento e della ricerca interiore su di un tema d’universale sensibilità contro l’arrogante pretesa del “Io già so, so d’essere libero e cosa sia la libertà”. Da leggere.

11 giugno 2010

Ricorda sempre il 10 di giugno!

Alessio Mazzucco

Stamane mi sono svegliato estremista. Colpa forse della cena o d’un sonno agitato, o forse d’una leggina passata in senato, non so. Sta di fatto che mi sono svegliato estremista. E incazzato.

Ieri era un giorno come tanti altri, afoso, uno di quelli passati a boccheggiare davanti ad una finestra aperta cercando di ripetere per l’esame del giorno dopo. Poteva forse giungere una buona notizia dal mondo dell’informazione? No di certo, e infatti ecco lì il titolone “Senato approva legge sulle intercettazioni”. Fantastico. Quasi sono contento che le notizie escano ancora con i tempi che corrono.

Ora, ci viene detto che le intercettazioni servono a garantire un minimo di privacy in un’Italietta di chiacchieroni (birbantelli!). E certo: a nessuno dei piani alti piace finire in prima pagina, sempre che non si tratti di elogio pubblico. Dunque, sfatiamo un mito. La legge delle intercettazioni NON serve a garantire un po’ più di privacy e decenza, almeno non questa versione della legge. Blindata da un voto di fiducia (voto di fiducia per questioni così fondamentali: ma stiamo scherzando?!?!), il ddl è passato sotto l’aria corrucciata dei finiani rimasti con le mani legate (FareFuturo non pare averla presa bene) e la perplessità dei leghisti (a voi le intercettazioni, a noi il federalismo!), e procede adesso verso la Camera e la benevolenza del nostro capo di Stato.

Qual è il problema della legge? Io partirei dall’idea della legge stessa: chi ha detto e stabilito che il politico deve sottrarsi dal controllo dell’opinione pubblica? Perché è questa la conseguenza. Uno mi può dire: “Si possono fraintendere le frasi o pubblicare solo spezzoni”. Vero. Ma si possono anche pubblicare fatti d’una certa gravità se a pronunciar le frasi incriminate sono uomini di potere. Ci si lamenta del fatto che si sia tutti intercettati. Falso. Ad esempio, come scrive Alexander Spille su Repubblica, il telefono di Berlusconi non è sotto controllo: ha semplicemente la sfortuna di parlare con uno o più dei 20.000 sospettati che sono sotto intercettazione. Se un politico dovesse mai parlare con un indagato di mafia, non lo condannerei, no di certo: bisogna verificare che sia coinvolto in qualche affare losco, bisogna giudicarlo e via dicendo. Però vorrei saperlo. Ne ho il diritto.

Vero, io sono solo un povero cittadino ingenuo e so che la politica fa di tutto per mettermi al riparo dagli errori che questa mia ingenuità potrebbe portarmi a fare. Però, perfavore, non tappatemi occhi e orecchie. Spiegatemi, non vietatemi. Si pensa che con le intercettazioni noi si possa fraintendere il messaggio, il dialogo, l’intenzione. Assolutamente: errare è semplicemente umano. Non mi pare comunque d’aver frainteso quando ho ascoltato le intercettazioni degli imprenditori all’indomani dell’Aquila, né ho frainteso quando sono emersi i rapporti tra Bertolaso e Anemone (Anemone? Chi era costui?); né credo d’essermi ingenuamente ingannato quando mi sono alterato, con garbo ed eleganza sia chiaro!, davanti ad uno Scajola con le mani alzate e gli occhi di chi palesa un’ignoranza profonda e sincera sulla sua piccola casupola all’estrema periferia di Roma pagata da qualche ignoto benefattore. Dunque, meno so, meno mi viene detto, minori possibilità ci sono che io, giovanotto un po’ malpensante, mi lasci trarre in inganno da chi vede criminali ovunque (Dove? Qui in Italia? No, impossibile!). Desidero però il diritto e la libertà di sbagliarmi e dunque correggermi.

Questa legge permette di pubblicare i risvolti di un’indagine solo al rinvio a giudizio (fine indagini preliminari). Questo potrebbe richiedere tempo. Ma io non posso scoprire, ad esempio tra un anno, che Bertolaso fosse indagato. Fino a qualche mese fa era l’eroe delle mille Italie, venuto fra noi a riparar le falle del Bel Paese. Certo, sarebbe bello immaginarlo ancora così. Come sarebbe bello pensare che in Italia non esistano clientelismi, favoritismi, corruzione e faccende sporche. E’ difficile non sporcarsi le mani, soprattutto in politica. Ma se il mio rappresentante (che non posso neanche scegliere dal 2005) si è sporcato o ha qualche scheletro nell’armadio voglio saperlo. E ingenuamente decidere se dargli un’ulteriore possibilità per un mandato, se chiedere le sue dimissioni o attendere gli sviluppi d’indagine.

Oggi Il manifesto titola “Senza parole”. Enorme campeggia in prima pagina una vignetta di Vauro con il suo alter ego caricaturale impiccato e una grande sagoma di fumetto completamente bianca gli esce dalla bocca strozzata. L’editoriale grida: “Ora disobbedire”. Come ho detto oggi mi sento estremista. La domanda Che fare? mi pulsa nelle tempie e non trova risposta. Siamo in democrazia, si decide col voto. Ma se la massima opportunità di protesta è annullare una scheda, saltellare ad una manifestazione cantando gli slogan del momento, votare Grillo o Di Pietro, un po’ d’amaro in bocca mi resta. Scrivo perchè esprimersi e l’atto migliore che posso, e che possiamo, fare. L’altro è informarsi, comunicare, parlare. Indignarsi, ed esprimerlo. E vi assicuro: in un paese dove l’augusto Minzolini proclama il TG1 il <telegiornale con la T maiuscola> ci sono parecchi spunti per farlo. D’una cosa son certo: cedi qualcosa adesso, ti verrà chiesto dopo di più. Cerchiamo un freno prima di toccare il fondo; non so che ne pensate, ma decadere così mi dà un non si che di fastidioso prurito all’amor proprio.

Post Scriptum. Il sistema giudiziario può influenzare troppo il sistema politico e istituzionale del Paese? Sì, credo di sì. Chi è senza peccato scagli la prima pietra, si suol dire, e non credo che in tutt’Italia non esistano magistrati pronti a farsi la carriera su politici innocenti (suona molto ossimorico). Ma parliamone, discutiamone, riformiamo per bene. Se dovessi mai rifare un’intera facciata di casa mia, cosa mi consiglierebbe l’architetto? Di buttare giù qualche colonna portante delle fondamenta o di ristrutturare la parte interessata? Credo di sapere la risposta: “Butti giù, butti giù!” “Ma signor architetto, è sicuro?” “Chi è l’architetto qui? Butti giù, avanti, si fidi!”. Fidarsi, che bella parola.

9 giugno 2010

La Nostra Vita.

Francesco Saverio Salonia

“L’europeo e il nordamericano giudicano che debba essere buono un libro che ha meritato un premio qualunque; l’argentino ammette la possibilità che esso non sia cattivo, nonostante il premio.”

Mi considero argentino sotto un punto di vista letterario e per via del contenuto della citazione e per via della padronanza nell’uso di un così prezioso vezzo della scrittura, come è il punto e virgola; segno grafico tristemente in via d’estinzione per mancanza di validi interpreti che continuino a conferirgli dignità.

Mi considero cinematograficamente argentino, poiché saggiamente diffido di quelle pellicole che sopravvivono all’ormai vasto arcipelago di premi e festival, suscitando persino gaudio e tripudio.

Doppiamente argentino dunque. Doppiamente Borgessiano.

A fare gli argentini però, come a pensar male, ci si azzecca spesso, ma non sempre e non del tutto.

Mi è capitato la scorsa settimana, dopo averle escogitate tutte per evitarmi lo strazio, di finire in sala, posti centrali, prime dieci file, forse troppo vicini allo schermo, forse troppi pop-corn.

Proiettavano un lungometraggio che aveva due caratteristiche: italiano e vincitore a Cannes.

Che per noi argentini con i pregiudizi è un po’ come dire: bella e schifezza.

Per tutta la durata del film non ho (quasi) mai provato quella intensa sensazione di fastidio che di solito mi attanaglia, senza darmi pace, fino a diverse ore dopo aver lasciato la mia poltrona. Mi riferisco a quella strana sensazione che ad ogni evento del film sia associato un giudizio di merito, ingombrante come un calesse, borioso come un Travaglio. Il che renderebbe già di per se il film un’esperienza piacevole. Ma c’è dell’altro e questo altro lo racconta con le parole che avrei tanto voluto usare io il signor Goffredo Fofi, sull’Unità del 4/06/2010. Unica differenza tra me e lui, difficilmente trascurabile, è che quelli che Fofi annovera come difetti e mancanze sono secondo me i cardini di un cinema che in Italia non si sa fare e che invece dovrebbe fare capolino più spesso.

Il critico indignato (Dio se fa chic!) se la prende con Lucchetti perché scrive per piacere al suo pubblico, invece di girare film che lo infastidiscano, che gli facciano venir voglia di uscire dalla sala e chiedere indietro i soldi del biglietto. Secondo Fofi è attraverso questo secondo genere di opere che il regista adempie al suo messianico dovere (ed a questo proposito tutti ci aspettiamo che da un momento all’altro Sabina Guzzanti muoia e risorga, per davvero) di ammaestrare le ignoranti folle (me e voi), che si riversano volgarmente nei cinematografi, ciucciando la Coca-Cola dalle cannucce, producendo quel rumore orribile, inconsapevoli della propria disgustosa pochezza.

Che Lucchetti ci mostri un muratore che, assieme a molti altri, lavora in nero, non dichiara un soldo, evade le tasse, impiega collaboratori illegalmente, copre un omicidio colposo, ricatta, frequenta uno spacciatore e condona persino una casa abusiva, senza poi esplicitamente educarci a ciò che è giusto o sbagliato, senza immediatamente piazzare etichette, operare doverosi distinguo, bhè, è francamente immorale per il giornalista dell’Unità e come se non bastasse, non ha nulla di artisticamente apprezzabile.

Un regista vero dovrebbe provocarci, farci riflettere, scervellare, dovrebbe farci sentire in colpa, dovrebbe costringerci a guardarci allo specchio e pensare (pensare che, noi si, siamo vili peccatori, immagino). Ed invece Lucchetti manca rovinosamente sotto questo aspetto, perché non si schiera, non punta il dito, non spia dalla serratura le malefatte del nostro popolo, anzi, ci fa “digerire senza sforzo le caute pillole dell’amara constatazione dello stato delle cose”. Insomma è pericolosamente al limite tra l’incapacità e il concorso esterno in associazione mafiosa (le procure si stanno già muovendo in questo senso).

Come trionfatore a Cannes, Fofi avrebbe preferito uno che quello che devi pensare non te lo fa mica decidere da te, correndo il rischio che poi si faccia la scelta sbagliata. No. Meglio un regista autoritario e capace, uno che ti dica: “l’hai visto quello che succede nel film? E’ sbagliato! Guai a te se non sei d’accordo e Clack! manette se lo imiti”.

Solamente, ho come l’impressione che Fofi nel suo articolo abbia scritto di registi, ma stesse piuttosto ragionando di Farisei.

8 giugno 2010

Il tempo che ci rimane [Cannes, 2010]

Alessio Mazzucco

Nazaret, luglio 1948. Tra ulivi, declivi ombrosi e bianche case si muovono i soldati dell’esercito israeliano. La città palistinese, invasa, cerca inutilmente di resistere, i guerriglieri sono prigionieri, caduti o latitanti. L’esercito israeliano prende il controllo e, promettendo libertà e diritti ai conquistati, impone la legge militare (controlli, coprifuoco, …). Inizia così la storia nel suo lento dipanarsi tra tre generazioni di una famiglia palestinese, silenziosa spettatrice del cambiamento che scuote la cittadina.

Un po’ commedia, un po’ dramma esistenziale, il film è un’analisi acuta, intelligente, a tratti ironica se non grottesca, dell’occupazione israeliana della Galilea. Una popolazione sfibrata, avvilita, stanca vede trasformarsi abitudini e modi: se la resistenza attiva dei giovani diviene passiva, inframmezzata dai lanci di pietre di qualche gruppetto solitario, se le nuove generazioni smarriscono lentamente ogni volontà, l’intera cittadina di Nazaret pare svilirsi perdendo la sua stessa linfa vitale.

Il regista, sceneggiatore, attore principale è Elia Suleiman, palestinese di ritorno dagli States, silenzioso osservatore della realtà. Passando dal ricordo commovente delle avventure dei genitori, costretti poi in una quotidianità soffocante, ad una partecipazione in prima persona nella pellicola, Elia Suleiman ci racconta cosa significa perdere la terra e l’identità, la forza e il vigore di un popolo sottomesso. Questa sorta di testimonianza abbraccia ogni aspetto della vita e della società: dall’individualismo dei nuovi giovani occidentalizzati, alle feste interrotte dai coprifuoco, ai carriarmati sempre presenti, un peso opprimente nella realtà quotidiana, ai più attempati (dalla madre vedova agli amici di Suleiman rimasti a Nazaret) che, senza più parole sulle labbra, passano le giornate a guardare passivi una città che intorno a loro cresce e si trasforma, perdendo inesorabilmente l’aspetto e l’essenza di un tempo. Le promesse di uguaglianza e diritti si trasformano nel rappresentante del governo israeliano presso la scuola araba, sorridente portatore di tolleranza, pronto a rimproverare un Suleiman ancora bambino con le parole “Chi ti ha detto che gli Stati Uniti sono un paese colonialista? Chi ti ha detto che gli Stati Uniti sono un paese imperialista? Queste cose non si dicono! Hai capito? Non si dicono!”, o nel muro che separa i Palestinesi dagli Israeliani (scena emblematica nell’ultima parte del film).

Un film da vedere? Sì, senza dubbio. Un film che fa riflettere su scene a tratti lente a tratti ripetitive, a volte fisse su un volto o un’espressione o su piccole scintille d’antico furore; praticamente priva di sceneggiatura, la pellicola si presenta come silente (e modesto) testimone del cambiamento. Ottimo film con i tempi che corrono.

2 giugno 2010

Franz Kafka, Il processo

Filip Stefanović

Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., poiché un mattino, senza che avesse fatto nulla di male, egli fu arrestato.

Tempo fa conobbi una ragazza che mi lasciò una buona – soprattutto perché inattesa – impressione iniziale, in quanto discorrendo di qualche situazione assurda e illogica occorsami, la definì “kafkiana”. L’aggettivo mi sembrava non solo oltremodo calzante, ma rivelatore di una certa sua dimestichezza con la grande letteratura, dettaglio che sempre mi affascina in una donna. Quando però, nei giorni a seguire, la sentii ripetere quel rigido aggettivo in almeno un altro paio d’occasioni, cominciai a temere che ne stesse abusando. Un “tramonto kafkiano” fu la prova definitiva che la ragazza non aveva la più pallida idea di cosa stesse dicendo.

Non ho letto tutti i romanzi dello scrittore di Praga, ma tra i pochi Il processo è senz’altro quello che meglio racchiude il senso, o forse non-senso dell’esistenza, dei rapporti umani e di quella macchina statale e burocratica, che nella sua suprema impersonalità così bene simboleggia l’impietosa inesorabilità del destino. Romanzo postumo (pubblicato, come tutte le opere postume di Kafka, contro la sua volontà) e incompiuto (ma, sempre a detta dell’autore, già con tutti i tratti decisivi che lo dovevano costituire), Il processo si apre con un non meglio motivato arresto ai danni dell’anonimo K., procuratore di banca, in un inquietante incipit sospeso tra farsa e sogno, che pare facesse sbellicare Kafka nel mentre leggeva il primo capitolo agli amici raccolti.

Senza alcuna imputazione precisa, senza accusatori né giudici certi, in una vorticosa giostra di contraddizioni, di verosimile, simile, apparente, come se… l’irreale trappola del sistema ora avvolge ora scioglie Josef K., come il gatto col topo, e l’intero mondo sembra capovolgersi e sovvertirsi in ogni aspetto della sua quotidianità. I personaggi sono grotteschi, animali, gli ambienti angusti e insalubri, immancabilmente privi di luce e aria: soffitte polverose, folle strette in stanze tanto basse da dover incastrare cuscini fra teste e soffitti, buchi sul pavimento in cui sprofondano gambe verso i piani di sotto, ripostigli delle scope nei quali guardie corrotte vengono frustate a oltranza, porte comunicanti sbarrate da letti e giudici che li scavalcano per entrare e uscire, poche scene d’esterni e quelle poche sotto un’acqua incessante… Calarsi nel libro è come scendere nel profondo di un inferno moderno, in un’angoscia claustrofobica che attanaglia da ogni dove, resa orrenda prima ancora che dall’ingiustizia di un processo farsesco, dalla consapevolezza di un ordine illogico ed insensibile, che, pare avvertirci Kafka, non si può combattere in alcun modo: non con la ragione, non con la forza, non col sentimento e neppure con la rabbia, forse anche la speranza è vana, la fortuna di certo un mito. Siamo tutti destinati a soccombere, soli e inetti, come quel vecchio che, dopo aver atteso tutta la vita il permesso di varcare le porte della Legge, scopre in punto di morte che quell’ingresso attendeva lui soltanto, eppure ormai rimarrà invalicato.

La scrittura allucinante ed alienante di Kafka è poesia pura, la moderna rivisitazione dei gironi danteschi, qui in terra, e non si comprende nemmeno se sono frutto dell’umana follia o trascendenti. Tutti siamo alfine, vittime e carnefici, legati stretti ai nostri ruoli dal medesimo filo, che da nessuna parte si dipana e a nessun luogo conduce. Se non forse al chiaro di luna, e ad un coltellaccio per scavare la nostra innocente vergogna d’esser solo uomini, vittime sacrificali sul ridicolo palcoscenico della vita.

2 giugno 2010

Italia d’oro

Spero soltanto di stare tra gli uomini
che l’ignoranza non la spunterà
che smetteremo di essere complici
che cambieremo chi deciderà