La mediocrita’ al potere

Alessio Mazzucco

Sto con Giuliano Ferrara senza se e senza ma. Sono stufo di vedere un petulante insetto vomitare le sue stronzate su un blog per insultare, delegittimare, inveire e perseverare nel chiaro intento di destabilizzare questo gia’ fragile paese. E sono stufo della mediocrita’ al potere. 

alessandro-di-battista-cop1Prima nominano Ferrara stercoraro dell’anno (ovvero un insetto сhe rotola nella merda per costruirsi la tana), poi il mitico Dibba Dibattista ci regala perle d’ignoranza assoluta su cui divagano quelli сhe dovrebbero essere i piu’ autorevoli editorialisti del Paese. Che schifo. L’aver condotto al potere quel poveretto e’ solo uno degli infausti risultati del Movimento 5 Stelle, a cui oramai l’opinione pubblica italiana si e’ assuefatta.

Una rubrica dal nome “Giornalista del giorno”? Massi’ dai, fa ridere, e poi e’ solamente Grillo coi suoi adepti 5 stelle, сhe vuoi сhe sia? Napolitano sotto processo, Grasso un infame, Renzi un inciuciaro con la P2 (non so perche’, ma a sentire gente сhe sproloquia di politica stile Pelu’, credo сhe Licio Gelli si faccia grasse risate). Non ci bastava una classe dirigente assolutamente inadeguata сhe ha governato il Paese negli ultimi vent’anni: no, noi volevamo di piu’. E piu’ abbiamo scavato piu’ abbiamo trovato grilli сhe ci piacevano, ci divertivano, e perche’ no?, li abbiamo condotti nei palazzi polverosi della politica italiana su un trono d’ignoranza, dicerie e vacuita’ al grido di “tutti fuori, ora governiamo noi!”. 

Un po’ inseguendo il Moretti di Aprile col suo desiderio di girare il musical del pasticcere trotzkista al posto di un noiosissimo documentario sulla vacuita’ cosmica della politica italiana, volevo scrivere tutto un altro post. E invece, guarda un po’, non c’e’ nulla di piu’ bello сhe leggere le notizie dal proprio Paese mentre si e’ all’estero in vacanza e sentire il Vice Presidente della Commissione Affari Esteri della Camera (mica il comitato di quartiere) parlare di rapporti diplomatici con l’ISIS (!!!!!!!) sognando un grande girotondo mondiale sulle rovine di Damasco sulle note di Kumbaia e We Are The World. Ehi, Dibba, ripigliati! No perche’ ultimamente quest’ignoranza diffusa, questo parlare per sentito dire o “me l’ha detto mio cugino” va molto di moda nelle chiacchierate all’italiana. A volte si ha quasi l’impressione di dover argomentare sempre su tutto (e ci mancherebbe altro!) a meno di non essere grillino: in quel caso si ha carta bianca, tanto, si dira’, sono solamente grillini, e quindi di sirene, grano saraceno, bildeberg e sciii kimici possono pure riempire gli atti parlamentari dando poi la colpa al Governo della decrescita infelice a cui siamo condannati.

La mediocrita’ al potere. Questo e’ il dramma. E non di soli grillini si parla, ma di quel lerciume grattato via dalla societa’ e gettato sul Paese sotto forma di classe dirigente. E meno male сhe ci sono i luminari! Guardate сhe cosa ho scovato in rete: LINK. Un articolo estasiante del mitico Tommaso Giuntella, al secolo braccio destro ggggiovane di Bersani nella piu’ disastrosa campagna elettorale del secolo e uomo dal curriculum fuffosissimo colmo di tanti bei titoloni (qui il LINK per gustarselo). Riassunto dell’articolo: ehi, stupidotti, io сhe so e sono un gran signore, vi dico сhe non solo le preferenze sono inutili, dannose e sbagliate, ma anche сhe i partiti dovrebbero ricostituire le vecchie scuole interne per formare i politici del domani. Riassunto da me non rende bene l’ idea. Aspettate, ecco:

La vera sfida per restituire dignità e qualità alla democrazia italiana passa per l’attuazione dell’art. 49 della Costituzione. Abbiamo bisogno di partiti che facciano scuole di formazione, che dimostrino trasparenza e democrazia interna a tutti i livelli, nei quali un militante sappia di potere mettersi a servizio della propria comunità non in forza delle proprie disponibilità economiche o relazionali ma del proprio impegno, della competenza acquisita e dimostrata, dei risultati costruiti insieme a tutta la comunità.

Io ho cominciato a piangere alla seconda riga: “Abbiamo bisogno di partiti…”. Chi ne ha bisogno, Giuntella? Tu ne hai bisogno, altrimenti il tuo curriculum sarebbe carta straccia, non certo io. Io ho bisogno di politica, e si’, miei cari affezionatissimi lettori, politica e partiti NON sono la stessa cosa. Ma voi riuscite a immaginarvi un sistema del genere (molto simile alle ultime tornate elettorali in effetti)? Immaginate, non saprei, l’imposizione tributaria (un argomento assolutamente casuale). Gia’ disprezzare la propria classe dirigente non e’ il modo migliore per pagare le tasse col sorriso sul viso (sull’argomento mi autocito a questo LINK), poi arriva il sistema giuntelliano e gente totalmente sconosciuta, ma сhe si e’ dilettata nelle “scuole di partito”, viene da me a chiedere l’obolo statale svarionando su chissa’ quali politiche metteranno in atto in un chissa’ quale spazio-tempo. Ma poi, cosa si studia nelle scuole di partito? Fuffologia? Distribuzione porta a porta della rediviva Unita’ (perche’, ehi, l’Unita’ l’ha fondata Gramsci, quindi va salvata anche se a redigerla sono dei giornalisti mediocri – povero Gramsci)? Si sostengono degli esami? Come si riconoscono i migliori? E i migliori, un giorno, governeranno il Paese? Si tengono scuole serali di tango? Brrrrrr, brividi. 

E proprio mentre scrivo, l’Huffington Post riporta di Carlo Sibilla (il gran visir di tutti i mediocri) il quale non solo propone un referendum agli italiani sull’invio di armi ai curdi (ma gli italiani cosa ne sanno della vicenda curda?), ma a domanda del giornalista spiega come il Movimento 5 Stelle avrebbe PERFETTAMENTE risolto la questione irachena. “Se ci fossimo stati noi li'”……. Ma magari Sibilla, almeno non sareste stati qui da noi.

Un giorno ci sveglieremo e tutto questo ci sembrera’ un sogno. O un incubo. E la mediocrita’ verra’ spazzata via dai dolci venti della storia o seppellira’ tutti noi. 

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Adelante Renzi, senza troppo juicio

Gianmario Pisanu

Nel Parlamento – mai così screditato – di falchi, colombe, giaguari da smacchiare, canguri killer e via dicendo, la bestia che si staglia regina è l’italianissimo gattopardo. Il quale, da buon furfante qual è, sa alla bisogna mutare strategia e adattarsi a camaleonte, se le ripetute batoste elettorali gli hanno azzoppato gli artigli e affievolito il ruggito in miagolio.

Non più, dunque, le arringhe a furor di popolo al grido di “Vincere!”(Grillo, non Mussolini, ndr), bensì la finta ricerca di compromessi ruffiani con Di Maio e Vito Crimi nei panni di Moro e Berlinguer, mala tempora currunt. Sul lato destro dell’emiciclo, finiti i bei tempi del celodurismo programmatico al grido di “Roma Ladrona”, la Lega piange per i senatori espressioni delle autonomie regionali (!): senza ministeri a Monza e parlamentino del Nord, non s’ha da fare.

Ci sono poi le opposizioni interne, quelle di piazza e di governo, secondo un’antica tradizione dell’inconcludente sinistra italiana: fedeli al proprio destino, gridano “Al Lupo Al Lupo” da sessant’anni a questa parte, dalla “legge truffa” in poi,anche se ormai nessuno se li fila più. Un punto, tuttavia, accomuna quest’accozzaglia di aventiniani post-litteram: la denuncia di cesarismo, rivolta all’attuale premier. Da trent’anni a questa parte ci sentiamo ripetere che, essendo la nostra la Costituzione più bella del mondo, il delicato equilibrio di pesi e contrappesi su cui si regge non va toccato, come se non fosse in realtà il frutto di condizioni storiche ben precise, di lacrime e sangue, per dirla con Churchill. In particolare, lo stravolgimento del materialismo dialettico e dello storicismo tipici della sinistra hegeliana col concetto tremendamente pop di Bello (“Quando c’era Berlinguer”, © Veltroni, ne è un esempio straordinario, ma aggiungerei: Curzio Maltese, Michele Serra, Roberto Saviano, Maurizio Crozza, Barbara Spinelli: nun ve reggae più!), ha reso il Sacro Testo un moloch inossidabile. Crogiolatasi nelle proprie “narrazioni”, la sinistra ha così sposato acriticamente l’ideologia della concertazione, moderna versione del “Sopire, troncare, troncare, sopire” del Conte Zio manzoniano. Dunque, non si governa se le parti sociali non sono d’accordo, non si governa senza un’ampia convergenza, magari parallela, non si governa senza il consenso di comunità locali e pittoreschi valligiani. In parole povere: vietato governare, pena l’accusa di vetero-fascismo.

Com’era prevedibile, neppure la riforma del Senato è sfuggita alla fatwa delle cosiddette èlites (Galli della Loggia, Corsera 12/08/14). Dal punto di vista tecnico, fior di costituzionalisti e professoroni hanno addotto i più svariati cavilli. Di fronte a tale fuoco di fila, preferisco pertanto soprassedere, limitandomi alle accuse più paradossali, che meglio svelano interessi, ambizioni, ruffianerie, paure e tic mentali delle Alte Sfere.

La principale delle quali è senz’altro la pretesa mancanza di democraticità del processo costituzionale messo in atto. Ora, seguendo lo stesso precetto leibniziano della più bella delle Costituzioni possibili, si potrebbe tranquillamente affermare che ciò che essa contempla, e dunque anche la possibilità di auto-emendarsi, è senz’altro buono e giusto. Ma, andando più addentro, s’intravede il vero vulnus che molti soloni dell’opposizione non possono soffrire: il patto col Caimano, il Pregiudicato, Silvio Berlusconi. Peccato che, stando ai tanto sbandierati principi democratici, un accordo che includa Destra e Sinistra dello schieramento rappresenti il massimo della rappresentatività. Non è stato, in definitiva, commesso lo stesso errore del 2005, quando la riforma del centodestra, passata a colpi di maggioranza, venne spernacchiata dal referendum abrogativo sulla scia della vittoria elettorale dell’Unione di Prodi. Già, perché, in aggiunta al principio rappresentativo, le vestali del politically correct fingono d’ignorare l’arma referendaria, garante della loro amata democrazia à la Rousseau, per così dire. Sanno che ne uscirebbero assai malconci, poiché le consultazioni popolari, checché se ne dica, prescindono dal merito di quesiti astrusi e cavalcano essenzialmente l’onda del momento, che in questo momento dice Renzi. Ma, a quanto pare, rappresentatività e democrazia diretta sarebbero meglio preservate da qualche migliaio di internauti frustrati che, dal pulpito di un blog, candidano Milena Gabanelli alla Presidenza della Repubblica.

“Adelante, Renzi, ma con juicio” dicono invece i più scafati, i benaltristi, quelli che, quando il gioco si fa duro, tirano in ballo mille altre problematiche più impellenti e inneggiano alla Prudenza quale virtù evangelica. Ora, so bene che l’attuale riforma andrà a modificare l’architettura statale (Senato, composizione del Csm, elezione del Presidente della Repubblica, normativa referendaria, revisione del Titolo V) e che, secondo l’adagio di Clemenceau, per ogni problema complicato esiste sempre una soluzione semplice e sbagliata (salvo poi rimanerne egli stesso vittima, se è vero, come Keynes racconta, che alle opposizioni sulle sanzioni tedesche a Versailles rispose con un secco “Les Allemands…Tuer, tuer”!). E’ anche vero, tuttavia, che il processo di riforma costituzionale dura da trent’anni, da Craxi alla bicamerale fino al Veltrusconi, e che solo ora, a quanto pare, lo spirito dei tempi, proprio per stare al passo coi tempi, impone una democrazia rappresentativa improntata all’efficienza. Renzi dunque monetizzi il considerevole successo e, come Machiavelli insegnava, compia le riforme più improbe tutte in una volta, durante la Luna di Miele. Se i ragazzotti sono troppo ignoranti e sbarazzini per l’arduo compito, qualche buona citazione dal Passato li salverà da giudizi parrucconi. Un grande padre costituente, Piero Calamandrei, sosteneva che sono i governi deboli a generare le dittature, non viceversa. Sulla falsariga, parafrasando Goya, si potrebbe dire che il sonno della Politica genera mostri. Alla prova dei fatti, con troppo juicio, Grillo e Casaleggio hanno ottenuto il 25% dei suffragi alle elezioni politiche del 2013.

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La caduta dell’Impero americano

Alessio Mazzucco

Per gli appassionati della trilogia del quebecois Denis Arcand, il tema della decadenza dell’Impero americano è noto, ma non c’è neanche bisogno di apprezzare, come il sottoscritto, film canadesi per rendersi conto che un capitolo della Storia si sta chiudendo e un altro sta per iniziare. Noi ci troviamo nel mezzo, nel diaframma che collega due ere distinte, incapaci, certamente, di abbracciare nella loro complessità i mutamenti globali, ma abbastanza fortunati (o sfortunati, a seconda) da avere un posto in prima fila per assistere allo spettacolo.

Anche chi non crede ai ricorsi storici potrebbe essere incuriosito dai numerosi rimandi a diverse epoche storiche, dal declino definitivo di quello che fu l’Impero romano alle guerre mondiali d’inizio novecento. Vi propongo una mappa di Limes.

Schieramento delle forze americane - 2013

L’Impero romano non cadde il giorno della deposizione di Romolo Augusto, 476 d.C., ma seguì un lento declino durato più di due secoli, dagli imperatori Traiano e il successore Adriano, passò attraverso la vittoria del Cristianesimo come religione ufficiale (morte di Costantino – 337 d.C.), la divisione dell’Impero e le invasioni barbariche sino all’ultimo, tragico, atto della deposizione del principe romano.

Il nostro declino è iniziato vent’anni fa, dopo i gloriosi anni 90, ultimo momento di fulgido splendore occidentale, è passato attraverso il primo “Sacco di Roma”(New York – 11 settembre 2001) e l’attacco al cuore finanziario dell’Occidente. Da quel momento tutto è cambiato. L’Impero, colpito nel suo punto nevralgico, ha reagito portando la guerra ai suoi confini, le frontiere afgane e irachene, trascinando i suoi alleati in una campagna inutile e dannosa di cui solo ora apprezziamo veramente le conseguenze. Con Obama tutto è cambiato: la dichiarazione di pace – o, meglio, di non intervento dell’America alla stregua di quel che il giornalismo chiama il poliziotto globale - l’abbandono degli avamposti e il ritiro delle truppe dalle zone calde del mondo ha lasciato quel vuoto a cui assistiamo impotenti e refrattari a qualunque coinvolgimento. L’Iraq, la Siria, le primavere arabe, ora l’Isis e la Palestina, il risveglio della questione curda e il ruggito dell’orso russo all’indomani della caduta dell’URSS, delle crisi finanziarie anni 90 e della ripresa economica del primo decennio del 2000, sono solo alcuni degli scenari che si stanno creando.

Il vuoto di potere chiama chi il potere lo desidera, o ne ha necessità. L’abbandono degli avamposti, il tentennamento sull’intervento occidentale in Siria, l’incapacità di creare interlocutori credibili nel Nord Africa e l’abbandono della regione alle lotte interne ha mostrato al mondo che cos’è ora l’Occidente: una regione ripiegata in se stessa, abbattuta dalla crisi economica più grave dal ’29, un’Europa tentennante e incapace di scelte nette, che non riesce a darsi un vero potere centrale e si dibatte nella morsa di una burocrazia pantagruelica, un populismo crescente e la delusione dei suoi cittadini nel progetto e nel suo futuro. Un disastro. 

L’Ucraina è l’altro nodo: poco al di là dei confini europei, un paese diviso tra russofoni e ucraini ha iniziato la sua guerra civile davanti a un’Europa incapace di compattarsi, reagire e muoversi nello scenario globale se non seguendo stupide, frettolose e assurde sanzioni nei confronti del vicino russo. E questa guerra ha colpito civili europei inermi con l’abbattimento di un aereo di linea, mai dimenticarlo.

A scendere troviamo la Turchia interventista di Erdogan, filo-occidentale fino al risorgere delle pulsioni islamiche, quindi il Libano, il bagno di sangue siriano, l’aggressività israeliana causa/conseguenza (la storia ce lo dirà) delle ostilità regionali, l’Egitto, da poco in mano al nuovo Mubarak, la guerra civile libica, la rivoluzione sventata in Tunisia, la guerriglia islamica nella regione Sahariana. A questo si aggiunga l’ISIS, il Califfato che stende dall’Iraq del Nord, alle regioni orientali della Siria sino a lambire la regione del Curdistan. Ripeto: dove c’è un vuoto di potere, altri lo colmeranno. 

E mentre l’Europa elabora ancora l’abbandono del fratello maggiore americano, gli Stati Uniti obamiani guardano al Pacifico (nel 2012 parte della flotta atlantica americana si è spostata nel Pacifico portando il rapporto delle due regioni da 50-50 a 40-60 delle forze navali americane). Lì gli alleati forti sono Giappone e Corea del Sud, entrambi spaventati dall’aggressività cinese che vede nelle isole Senkaku (contese al Giappone) una propria ragione d’esistere, con uno sguardo alla regione della Cina meridionale, dove le trivelle del Dragone sono entrate in acque territoriali vietnamite provocando proteste e aggressioni nel Paese. La Cina cresce e, come ogni altro fenomeno sociale, laddove un gruppo s’ingrandisce, altri ne saranno schiacciati. Giusto pochi giorni fa circolava sui media la notizia che il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe era riuscito a cambiare l’articolo della Costituzione che bloccava l’esercito nipponico al solo compito di poter difendere esclusivamente il territorio giapponese, permettendo, invece, l’intervento in caso di aggressione agli alleati. Come dire? I pezzi si muovono sulla scacchiera. 

Concludo. Forse è esagerato, inutilmente retorico e ridondante, ma nel Medio Oriente si sta combattendo la guerra che deciderà in larga parte i destini del mondo, e la polveriera destata dalle scelte politiche e le trasformazioni degli ultimi vent’anni è esplosa. Possiamo chiamarla Guerra Mondiale, scontro tribale o macello medio-orientale, ma la sostanza non cambia: i Paesi che giocano questa partita usciranno trasformati per sempre e l’Impero Americano avrà perso definitivamente la sua influenza, lasciando che il mondo trovi il suo nuovo “equilibrio” nel potere dei nuovi paesi emergenti.

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Non è vero che i sindacati siano inutili: QUESTI sindacati sono inutili

Alessio Mazzucco

È giunto finalmente il momento di dire che non sono i sindacati in sé a essere inutili, ma questi sindacati che ci ritroviamo.

Guardate questa foto.angeletti_camusso_buonanni-300x199 Sembrano i cavalieri dell’Apocalisse. E se ci aggiungiamo Fassina diventano pure quattro. No, i sindacati non sono inutili come una certa retorica soffia da qualche tempo. L’inutilità deriva dallo scopo che il mezzo si dà, e questo vale per qualunque cosa, i partiti, internet, la politica e i libri di Fabio Volo. Tutto può essere utile o inutile da come viene usato. Cgil, Cisl e Uil, le tre grandi sigle italiane, non sono solo inutili: sono dannosi. Quando immagino uno dei loro segretari dire “Interverremo sul caso XXX [fai che sia Electrolux, Alitalia o Ferrovie dello Stato]” mi prende il panico, come ai vietcong all’arrivo battagliero degli elicotteri sulle note di Wagner. Avete presente? Ecco, quella è la sensazione.

Alitalia è emblematica. Vi prego, seguite tutto il filo della storia della più sgangherata compagnia di bandiera del mondo occidentale. Dunque, salvata già due volte (anni 90 – i capitani coraggiosi – e anno 2009 – un Berlusconi anti-liberista e patriota sui generis) si appresta al suo terzo salvataggio, non pubblico stavolta, questo certo, ma per mano della compagnia araba Etihad. “Gli arabi ci invadono!”. Sì, certo, come no. 

Etihad decide d’intervenire: l’odore di tagli ed esuberi si fa intenso, e i sindacati si precipitano subito al tavolo delle trattative. Ma come? Tagli? Esuberi? Perché? “Perché è in perdita?” verrebbe da dire “Perché senza tagli e razionalizzazione fallirebbe?” verrebbe da pensare, ma non in questo Paese. No, qui si preserva il lavoro urbi et orbi, non si permettono investimenti se non mantenendo lo status-quo assolutamente inalterato. E, si dirà, lo status quo è cosa buona. Anche qui: sì, certo, come no.

La trattativa è passata da 2500 a circa 1900 esuberi (se erro mi corriggerete), di cui un migliaio verranno riassorbiti e ricollocati dal Governo, altri 250 riceveranno contratti di solidarietà e per i restanti si è pensato a quattro anni di ammortizzatori all’80% dello stipendio mensile. Quattro anni. Assaporate per bene questo numero. QUATTRO STRAMALEDETTISSIMI ANNI. Il nostro Ministro del Lavoro Poletti ha dichiarato orgoglioso e compiaciuto: “Abbiamo sbloccato 14 milioni per gli ammortizzatori”. 14? Altri 14 milioni? Sì, forse i 400 milioni del 2009 non erano abbastanza, ma lo capisco, continuate così. 

Ora, giusto per chiarire, ma quei 1000 lavoratori che verranno ricollocati dal Governo che faranno? Dove andranno? Metterete hostess alle Poste e piloti a fungere da capo-treni? Sposterete centinaia di impiegati dal redigere documenti aeroportuali ad approvare emendamenti nei ministeri o elaborare complicate astuzie burocratiche in qualunque istituzione comunale-provinciale-regionale-statale che vi capiti sotto tiro? Ma poi scusate, ma come li formerete al nuovo lavoro? Siete sicuri che dargli un lavoro giusto per mettere una toppa sia la soluzione giusta nel lungo periodo? Bah. Dare liquidazioni e permettere loro di riformarsi e rimettersi in gioco no, vero? Troppi voti persi, giusto?

Ora, lasciando da parte Alitalia, il sindacato è questo qui. Da una parte le compagnie sindacalizzate (pubbliche o no) che comunque vada hanno il diritto e il privilegio acquisito cinquant’anni fa a sedersi sempre e comunque al tavolo dei vari Ministeri, dallo Sviluppo Economico al Lavoro, a volte fino ad arrivare alle lucenti scrivanie di Palazzo Chigi, dall’altra tutto il mondo delle piccole aziende, dei servizi e delle imprese troppo piccole – o troppo moderne – per creare appetiti elettorali ai nostri signori dei sindacati per essere difeso. Ed ecco che le azienducole e i lavoratori e i neo-laureati che entrano nel favoloso mondo dei servizi si dibattono tra un sistema contrattuale duale – determinato vs indeterminato per chiarire – senza ammortizzatori di sorta o protezioni del Ministero. Noi non veniamo “ricollocati” se perdiamo il lavoro. Ed è giusto così. A noi non danno 14 milioni “sbloccati” dal Poletti, e non li chiediamo neanche perché speriamo che un giorno, dopo l’illuminazione sulla strada di Damasco, quei 14 milioni siano spesi per la banda larga del Paese, per il taglio del cuneo fiscale o per la creazione di Tax-Free Zone per le nuove imprese hi-tech. Così, giusto per spararne due nel mucchio.

Ma per questo abbiamo bisogno di un sindacato. Un sindacato-lobby, un sindacato che dopo l’ultima riforma del lavoro si piazzi sotto Palazzo Chigi a dire: “Ehi Renzi, sai che c’è? Ci hai promesso tempo indeterminato per tutti con flessibilità in uscita e tutele crescenti, ma questo mi pare tutto l’opposto”. E giù scioperi. O tavoli. O pressione lobbistica. Perché questo sono i sindacati: lobby. Non idealistici movimenti di protezione, ma lobby dei suoi iscritti, gruppi organizzati di pressione. Ed è tanto opprimente quanto frustrante l’idea che “o noi o nessuno” “Noi soli proteggiamo i lavoratori” “Après moi le deluge” sia l’analisi politica di quei signori che VOLONTARIAMENTE tengono fuori una parte dei lavoratori (guarda caso, i giovani in primis) dall’ottenere “qualche diritto in più” per evitare che qualche vecchio iscritto abbia “qualche diritto in meno”. 

Ho deciso di scrivere una lettera alla signora Camusso.

Cara Camusso. No. Gentile segretario Camusso. Neanche. Susanna! No, troppo aggressivo. Camusso! Sì, può andare. Dunque. Camusso! Cara Camusso! Possiamo darci del tu? Bene. Tu non proteggi tutti i lavoratori. Ed è giusto così: tu proteggi gli iscritti e pensi alla tua rielezione. Ma a noi va bene così. Camusso! Blocca pure tutti i tentativi d’ammodernamento, non pensare al lungo periodo citando a vanvera Keynes che “nel lungo periodo siamo tutti morti” ché noi non lo saremo di certo e cambieremo finalmente il paese. Camusso! Accetta Etihad, accetta i tagli! Non parlare di cose che non ti competono, investimenti o sviluppo del settore aeroportuale, perché non sei preparata. Non dare la colpa solo ai manager della compagnia, perché quando quella stessa compagnia assumeva TROPPE persone per essere efficiente e slacciava i cordoni del borsone pubblico per estendere stipendi e privilegi in ogni suo angolo remoto del suo operare tu hai taciuto, quando la politica ha colmato d’inutili dipendenti Alitalia per avere un ritorno politico-elettorale tu hai voltato lo sguardo dall’altra parte, e non ti sei erta a difesa dell’efficienza della Compagnia gridando “Così salta tutto!”. No, non l’hai fatto.

Susanna, te lo dico da amico, da venticinquenne lavoratore del settore servizi. Non abbiamo bisogno di te e dei tuoi compari di sventura. No. Noi abbiamo bisogno di regole chiare e semplici, di possibilità e flessibilità in entrata quanto in uscita, d’investimenti esteri e prospettive, non di pezze e di toppe che di questo Paese ne abbiamo viste troppe. Susanna, i lavoratori non hanno bisogno di te, non tutti, ma di altro, di altri sindacati, di altre persone. Noi abbiamo bisogno di un altro sindacato, uno vero. 

Cordiali saluti

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Mai come ora serve un esercito europeo

Alessio Mazzucco

Contro le vaghe retoriche antimilitariste e gli opinionisti da salotto, io dico: mai come ora serve un esercito europeo. Con diplomazia europea connessa, ça va sans dire. Se vogliamo stabilizzare e contare qualcosa nello scacchiere est-europeo, mediterraneo e mediorientale senza essere i fratelli minori di un’America in ritirata dalla politica internazionale, non possiamo più affidarci ai singoli paesi, a 28 politiche internazionali da coordinare assieme e 28 risposte diverse alle crisi internazionali che si moltiplicano di ora in ora.

Faccio quattro nomi: Ucraina, Israele, Libia, Iraq. Davvero vogliamo parlare con i grandi paesi del nostro tempo divisi come siamo? Certo, possiamo sempre scendere in piazza e cantare kumbaia sperando che la bontà umana prenda il sopravvento e i combattenti di ogni parte si abbraccino abbandonando le armi per strada e volgendo i cuori verso il cielo. Sì, come no. Oppure possiamo dare risposte concrete alle crisi, fare dell’esercito europeo un vero cuscino nei conflitti che circondano la nostra Europa: in Ucraina, in primis, dove, per quelli a cui fosse sfuggito, si ipotizza l’uccisione di cittadini europei nel corso di un’azione di guerra (non so se si percepisca la gravità), o in Libia, dove l’anarchia sta prendendo il sopravvento lasciando un vuoto di potere mostruoso nel Nord Africa. Ehi, e Israele? Scrivo a poche ore dall’invasione via terra di Gaza e mi chiedo: pensa un esercito europeo che possa frapporsi tra Israele e Palestina, disarmare le parti e dare avvio concretamente a un processo di pace. Già. Sarebbe bello.

E la diplomazia europea? La scelta del nostro Governo di candidare Federica Mogherini chi è costei? o più renzianamente #federicachi? – mi lascia perplesso. Con le tante figure di alto profilo internazionale a disposizione nell’arsenale, vai a candidare uno sconosciuto Ministro degli Esteri? Ma come? Faccio un nome a caso: Emma Bonino. Meglio, no? Ma la mia è solo una modest proposal, un’inezia, una boutade. Vorrei una figura forte, così, giusto per star sicuro che nei prossimi anni l’Europa non venga definitivamente messa da parte nelle relazioni internazionali.

A quei quattro gatti che leggono i miei post potrà sembrare che io sia in fissa con l’esercito europeo e la politica unitaria. Ma, ehi! – rispondo a costoro – da europeo ed europeista considero prioritaria la creazione di uno stato europeo, e da che mondo è mondo lo stato si costruisce dando voce unitaria, monopolio della forza e politica fiscale. Al momento mancano tutte e tre, ma vi prego: continuiamo a dire che l’Europa è una matrigna malvagia.

E a chi potrebbe darmi del guerrafondaio rispondo: sarebbe bello vivere ancora di soft governancema i tempi cambiano e la rotazione dell’asse del potere internazionale stravolge tutti i rapporti conosciuti finora. Certo, possiamo sempre continuare a lamentarci e pubblicare comunicati stampa, nessuno lo vieta, e trovarci nelle piazze a invocare la pace internazionale, la fine delle ostilità e tenerci per mano guardando le guerre degli altri sempre pronti a dire la nostra, oppure possiamo partecipare attivamente. Lo so, anti-militaristi e salottieri, voi immaginate l’esercito europeo un qualcosa di questo tipo, ma il momento è finalmente giunto di uscire dal bozzolo e crescere. E partecipare attivamente ai mutamenti globali. 

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Renzi vincente. Politica estera europea non data

Alessio Mazzucco

Piccola parentesi interna. Questa nuova aria che tira, questo “contrordine compagni! Tutti con Renzi!” che rimbalza dagli antri del Nazareno fino ai circoli più sperduti, ha dell’incredibile. Gente come Fassina (Fassina! FASSINA!) che dichiara “Renzi è l’uomo giusto al momento giusto” e quest’affannarsi di Dalemiani, Giovani Vecchi o Giovani Turchi (trova le differenze), Bersaniani, Lettiani e quant’altro alla corte del Lider Carismaticus che trascina finalmente la sinistra fuori dal pantano quasi secolare, lasciano stupefatti. Un anno fa Renzi era il Nemico, Colui-Che-Non-Si-Può-Nominare, il Neoliberista, il Mercatista, il Chicago-Boy, il Marchionne-friend, e dai e ridagli ci siamo ritrovati un anno fa con il Parlamento più inutile degli ultimi vent’anni. Ma ora no, ora tutti a corte. Neanche in Games of Throne si è raggiunta tanta ipocrisia. E dopo questa citazione mi sono perso metà dei lettori.

Renzi nell'immaginario dei bersaniani

Renzi nell’immaginario dei bersaniani

Parliamo quindi dell’Europa. Nuovo assetto, nuovi problemi, insoliti assembramenti (ma Grillo che ci azzecca con Farage?), partiti vecchi scomparsi, partiti nuovi comparsi, altri rifioriti, e un affaccendarsi intorno a chi sarà il massimo esponente della Commissione, l’alveo burocratico di ogni complicazione che l’Europa è riuscita a darsi negli ultimi decenni. E parlo da europeista convinto, quindi figuratevi!

Quel che mi preme è la politica estera comune. Il mondo ci sta cambiando attorno e l’Europa semplicemente non può stare al passo delle sfide diplomatiche del nuovo millennio. 

L’Ucraina. È un problema tanto russo quanto europeo, di certo poco americano. Quando ci toglieremo la sindrome del fratello minore, sempre alla ricerca di protezione del più forte? Ehi, Europa, l’adolescenza è finita! Ora si vola o si cade, ma questo nido va abbandonato! Per l’Ucraina si è deciso per un’incasinatissima e assolutamente incomprensibile via per vaghe e ridicole sanzioni ad personam (fantasiose, senza dubbio), come se l’uomo più potente della Russia si dicesse “Ehi, hanno colpito i miei amici, ora sì che rinuncio ai miei disegni geopolitici”. La Russia è Europa, al confine forse, diversa certamente, ma da Putin ci si deve presentare come pari, Europei a Est-Europei, e discutere. La situazione ora è fuori controllo, e certo le responsabilità sono molte, ma di queste un peso considerevole lo porta sulla groppa proprio l’Europa, il suo temporeggiare e la mancanza di una politica estera comune. Che sì, cari pacifisti a tutti i costi, passa da un esercito comune. 

Il Mediterraneo. Al Sisi vince le elezioni col 95% di voti (un Grillo efficace) su un totale votanti del 20%. Hanno disertato: Fratelli Musulmani (per impossibilità di votare da dietro le sbarre) e vari altri partiti, liberali o meno. Un altro Mubarak? Forse, di certo un altro dittatore. All’Europa piacciono i dittatori, soprattutto in posti difficili da controllare se lasciati alla flessibilità elettorale democratica. E in tutto questo la Libia si prepara al colpo di stato. L’ennesimo. Domanda: qual è la posizione dell’Europa sull’argomento? tu tu tu…. non c’è campo.

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Oggi si fa la storia, noi facciamo pena

Alessio Mazzucco

Siamo dei cazzari. Non c’è verso, sarà il sangue, il popolo, la cultura, ma ci fosse un appuntamento elettorale uno affrontato con serietà ed entusiasmo, sarei un poco più felice. Oggi si fa la storia, ma restiamo saldamente e orgogliosamente fuori dalla storia. Oggi si sceglie quale Europa si vuole, chi dovrà rappresentarci a Bruxelles, cosa siamo noi nel mondo e nel tempo, ma tutto questo non pare sfiorare neanche l’anticamera della razionalità del popolo.

Del resto di che lamentarsi? Per avere democrazia c’è bisogno di consapevolezza, ragionamento, informazione. Quel che abbiamo è caciara, divertente, caotica, folkloristica caciara. Pochi giorni fa è stato siglato uno dei patti commerciali più importanti del secolo (tra Russia e Cina per chi si fosse perso un pezzo), il mondo cambia vorticosamente, ma noi no, noi in Europa ci arrabattiamo per evitare un clamoroso exploit degli anti-europeisti. Anti-europeisti? Contro l’Europa? Ma che significa? Significa forse tornare a tante piccole nazioni litigiose, rinunciare a uno spazio di libera circolazione per le persone e per il commercio, rinunciare a una rappresentatività forte nel mondo? Per cosa poi? Per tornare a lamentarsi quando l’Europa non ci sarà più?

L’appuntamento che doveva essere il più importante degli ultimi vent’anni si è trasformato improvvisamente in un referendum governativo, un “noi o loro”, “onesti e disonesti”, uno scontro tra parolai e parole private di significato, una vicendevole accusa, di cosa poi non si è capito, odio, rabbia e speranze represse gettate nel calderone di un’elezione che doveva essere affrontata con estrema serietà e delicatezza.

L’Europa non è un continente facile. 27 paesi, troppe lingue e culture diverse, ma il sogno comune di proseguire la storia insieme. Retorica? Ingenuità? No, una semplice speranza. Perché in un mondo di giganti, in mutamento e trasformazione, lasciare emergere un rancore sordo e ignorante può essere uno sfogo liberatorio, senza dubbio, ma anche la reazione più stupida ai problemi reali che il Continente attraversa. Del resto, è questo che cerchiamo noi italiani: incapaci di assumerci obblighi e responsabilità verso il prossimo, quando le cose van male, ecco che si cerca il capro espiatorio, il colpevole, lo stronzo che ha causato tutto questo. Perché noi no, noi siamo troppo buoni, puri, bravi e intelligenti per aver fatto dell’Italia un paese-mostro, bloccato da laccetti e lacciuoli. Noi no. Loro sì. Ecco cos’è la protesta, ecco cosa pensano le piazze: un grande esorcismo comune delle proprie responsabilità, una liberazione di gruppo, un’espiazione di massa, un dire “loro, non noi”, “lui non io” e via dicendo, come all’asilo, quando la maestra rimbrottava e il bambino indicava il suo compagno di giochi come unico colpevole punibile.

Nella Grande Caciara, per farsi sentire bisogna urlare di più, senza la certezza di essere ascoltati. Così i tre grandi partiti hanno preso la scena (poi abbandonata dal terzo per palese auto-distruzione) lasciando da parte il grande discorso europeo per gettarsi nella più nauseante campagna elettorale di sempre. Li abbiamo lasciati fare. E se l’Europa dovesse cedere sotto il peso di paesi che NON sono in grado di fare il grande salto di qualità, quell’Europa sognata e agognata da gente ben più matura della cittadinanza complessiva, la colpa sarà soltanto nostra. E io non voglio sentire lamentele.

Io voterò ALDE. Voglio un’Europa federale, forte, unita, con mercati integrati e coordinati, aperta al commercio, dagli Stati Uniti, alla Russia al Medio Oriente, pronta e compatta ad affrontare le sfide diplomatiche che Putin ci ha lanciato, pronta a parlare nel Mediterraneo e ripiantare le basi per un grande mercato meridionale. E in fondo sì, lo desidero tantissimo: l’abbattimento delle capitali nazionali e il trasferimento del potere politico a Bruxelles, con tante regioni a governarsi e la capitale belga come unica capitale europea. Saremo in grado? Dopo questa campagna elettorale ne sono certo: la risposta è no.

Ammiro e rispetto le scelte di ogni elettore. Tutte. Tranne le scelte dettate dalla rabbia, la follia collettiva, il magico incantesimo dell’uomo solo al comando che ci libera dai nostri mali, amen. Al voto, chiediamoci tutti “Dove mi vedo da qui a vent’anni?”. È un buon esercizio elettorale, così come psicologico. Al colloquio di lavoro, il selezionatore chiederà sempre: “Dove ti vedi tra due/tre/cinque/dieci anni?” perché il suo compito non è capire se sarai sposato, all’estero o con figli a carico, ma se di qui a cinque, dieci anni l’azienda potrà investire su di te per i prossimi anni. È utile. Mette davanti alle scelte della propria vita, aumenta la profondità con cui guardiamo al nostro futuro, si prende consapevolezza del tempo e degli anni e delle virtuose (o meno) conseguenze della nostra scelta. E allora: dove ci vediamo da qui a vent’anni? A inseguire venditori di fumo, sogni e slogan mentre la Cina ci schiaccerà con i suoi prodotti, la Russia abbandonerà definitivamente le coste europee (e sarà uno dei danni più devastanti che subiremo) e gli Stati Uniti lentamente si richiuderanno in se stessi lasciando il ruolo di polizia globale a qualcun altro? Vogliamo diventare davvero un museo a cielo aperto, il Vecchio Mondo incartapecorito, povero e invisibile sulla scena mondiale perché, ehi!, io quel giorno dovevo votare un anti-europeista perché la gggente aveva fame?

Amici europeisti, di qualunque provenienza siete, di qualunque appartenenza politica, ricordatevi questo giorno come la svolta storica del nostro mondo. Niente più scuse, niente più rimandi, niente più tempo. Il voto è oggi. Non domani, non tra un anno, non tra dieci. Oggi. Consapevolezza, è tutto ciò che chiedo.

Viva l’Europa.

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