Francesco Saverio Salonia
“L’europeo e il nordamericano giudicano che debba essere buono un libro che ha meritato un premio qualunque; l’argentino ammette la possibilità che esso non sia cattivo, nonostante il premio.”
Mi considero argentino sotto un punto di vista letterario e per via del contenuto della citazione e per via della padronanza nell’uso di un così prezioso vezzo della scrittura, come è il punto e virgola; segno grafico tristemente in via d’estinzione per mancanza di validi interpreti che continuino a conferirgli dignità.
Mi considero cinematograficamente argentino, poiché saggiamente diffido di quelle pellicole che sopravvivono all’ormai vasto arcipelago di premi e festival, suscitando persino gaudio e tripudio.
Doppiamente argentino dunque. Doppiamente Borgessiano.
A fare gli argentini però, come a pensar male, ci si azzecca spesso, ma non sempre e non del tutto.
Mi è capitato la scorsa settimana, dopo averle escogitate tutte per evitarmi lo strazio, di finire in sala, posti centrali, prime dieci file, forse troppo vicini allo schermo, forse troppi pop-corn.
Proiettavano un lungometraggio che aveva due caratteristiche: italiano e vincitore a Cannes.
Che per noi argentini con i pregiudizi è un po’ come dire: bella e schifezza.
Per tutta la durata del film non ho (quasi) mai provato quella intensa sensazione di fastidio che di solito mi attanaglia, senza darmi pace, fino a diverse ore dopo aver lasciato la mia poltrona. Mi riferisco a quella strana sensazione che ad ogni evento del film sia associato un giudizio di merito, ingombrante come un calesse, borioso come un Travaglio. Il che renderebbe già di per se il film un’esperienza piacevole. Ma c’è dell’altro e questo altro lo racconta con le parole che avrei tanto voluto usare io il signor Goffredo Fofi, sull’Unità del 4/06/2010. Unica differenza tra me e lui, difficilmente trascurabile, è che quelli che Fofi annovera come difetti e mancanze sono secondo me i cardini di un cinema che in Italia non si sa fare e che invece dovrebbe fare capolino più spesso.
Il critico indignato (Dio se fa chic!) se la prende con Lucchetti perché scrive per piacere al suo pubblico, invece di girare film che lo infastidiscano, che gli facciano venir voglia di uscire dalla sala e chiedere indietro i soldi del biglietto. Secondo Fofi è attraverso questo secondo genere di opere che il regista adempie al suo messianico dovere (ed a questo proposito tutti ci aspettiamo che da un momento all’altro Sabina Guzzanti muoia e risorga, per davvero) di ammaestrare le ignoranti folle (me e voi), che si riversano volgarmente nei cinematografi, ciucciando la Coca-Cola dalle cannucce, producendo quel rumore orribile, inconsapevoli della propria disgustosa pochezza.
Che Lucchetti ci mostri un muratore che, assieme a molti altri, lavora in nero, non dichiara un soldo, evade le tasse, impiega collaboratori illegalmente, copre un omicidio colposo, ricatta, frequenta uno spacciatore e condona persino una casa abusiva, senza poi esplicitamente educarci a ciò che è giusto o sbagliato, senza immediatamente piazzare etichette, operare doverosi distinguo, bhè, è francamente immorale per il giornalista dell’Unità e come se non bastasse, non ha nulla di artisticamente apprezzabile.
Un regista vero dovrebbe provocarci, farci riflettere, scervellare, dovrebbe farci sentire in colpa, dovrebbe costringerci a guardarci allo specchio e pensare (pensare che, noi si, siamo vili peccatori, immagino). Ed invece Lucchetti manca rovinosamente sotto questo aspetto, perché non si schiera, non punta il dito, non spia dalla serratura le malefatte del nostro popolo, anzi, ci fa “digerire senza sforzo le caute pillole dell’amara constatazione dello stato delle cose”. Insomma è pericolosamente al limite tra l’incapacità e il concorso esterno in associazione mafiosa (le procure si stanno già muovendo in questo senso).
Come trionfatore a Cannes, Fofi avrebbe preferito uno che quello che devi pensare non te lo fa mica decidere da te, correndo il rischio che poi si faccia la scelta sbagliata. No. Meglio un regista autoritario e capace, uno che ti dica: “l’hai visto quello che succede nel film? E’ sbagliato! Guai a te se non sei d’accordo e Clack! manette se lo imiti”.
Solamente, ho come l’impressione che Fofi nel suo articolo abbia scritto di registi, ma stesse piuttosto ragionando di Farisei.