Non è vero che i sindacati siano inutili: QUESTI sindacati sono inutili

Alessio Mazzucco

È giunto finalmente il momento di dire che non sono i sindacati in sé a essere inutili, ma questi sindacati che ci ritroviamo.

Guardate questa foto.angeletti_camusso_buonanni-300x199 Sembrano i cavalieri dell’Apocalisse. E se ci aggiungiamo Fassina diventano pure quattro. No, i sindacati non sono inutili come una certa retorica soffia da qualche tempo. L’inutilità deriva dallo scopo che il mezzo si dà, e questo vale per qualunque cosa, i partiti, internet, la politica e i libri di Fabio Volo. Tutto può essere utile o inutile da come viene usato. Cgil, Cisl e Uil, le tre grandi sigle italiane, non sono solo inutili: sono dannosi. Quando immagino uno dei loro segretari dire “Interverremo sul caso XXX [fai che sia Electrolux, Alitalia o Ferrovie dello Stato]” mi prende il panico, come ai vietcong all’arrivo battagliero degli elicotteri sulle note di Wagner. Avete presente? Ecco, quella è la sensazione.

Alitalia è emblematica. Vi prego, seguite tutto il filo della storia della più sgangherata compagnia di bandiera del mondo occidentale. Dunque, salvata già due volte (anni 90 – i capitani coraggiosi – e anno 2009 – un Berlusconi anti-liberista e patriota sui generis) si appresta al suo terzo salvataggio, non pubblico stavolta, questo certo, ma per mano della compagnia araba Etihad. “Gli arabi ci invadono!”. Sì, certo, come no. 

Etihad decide d’intervenire: l’odore di tagli ed esuberi si fa intenso, e i sindacati si precipitano subito al tavolo delle trattative. Ma come? Tagli? Esuberi? Perché? “Perché è in perdita?” verrebbe da dire “Perché senza tagli e razionalizzazione fallirebbe?” verrebbe da pensare, ma non in questo Paese. No, qui si preserva il lavoro urbi et orbi, non si permettono investimenti se non mantenendo lo status-quo assolutamente inalterato. E, si dirà, lo status quo è cosa buona. Anche qui: sì, certo, come no.

La trattativa è passata da 2500 a circa 1900 esuberi (se erro mi corriggerete), di cui un migliaio verranno riassorbiti e ricollocati dal Governo, altri 250 riceveranno contratti di solidarietà e per i restanti si è pensato a quattro anni di ammortizzatori all’80% dello stipendio mensile. Quattro anni. Assaporate per bene questo numero. QUATTRO STRAMALEDETTISSIMI ANNI. Il nostro Ministro del Lavoro Poletti ha dichiarato orgoglioso e compiaciuto: “Abbiamo sbloccato 14 milioni per gli ammortizzatori”. 14? Altri 14 milioni? Sì, forse i 400 milioni del 2009 non erano abbastanza, ma lo capisco, continuate così. 

Ora, giusto per chiarire, ma quei 1000 lavoratori che verranno ricollocati dal Governo che faranno? Dove andranno? Metterete hostess alle Poste e piloti a fungere da capo-treni? Sposterete centinaia di impiegati dal redigere documenti aeroportuali ad approvare emendamenti nei ministeri o elaborare complicate astuzie burocratiche in qualunque istituzione comunale-provinciale-regionale-statale che vi capiti sotto tiro? Ma poi scusate, ma come li formerete al nuovo lavoro? Siete sicuri che dargli un lavoro giusto per mettere una toppa sia la soluzione giusta nel lungo periodo? Bah. Dare liquidazioni e permettere loro di riformarsi e rimettersi in gioco no, vero? Troppi voti persi, giusto?

Ora, lasciando da parte Alitalia, il sindacato è questo qui. Da una parte le compagnie sindacalizzate (pubbliche o no) che comunque vada hanno il diritto e il privilegio acquisito cinquant’anni fa a sedersi sempre e comunque al tavolo dei vari Ministeri, dallo Sviluppo Economico al Lavoro, a volte fino ad arrivare alle lucenti scrivanie di Palazzo Chigi, dall’altra tutto il mondo delle piccole aziende, dei servizi e delle imprese troppo piccole – o troppo moderne – per creare appetiti elettorali ai nostri signori dei sindacati per essere difeso. Ed ecco che le azienducole e i lavoratori e i neo-laureati che entrano nel favoloso mondo dei servizi si dibattono tra un sistema contrattuale duale – determinato vs indeterminato per chiarire – senza ammortizzatori di sorta o protezioni del Ministero. Noi non veniamo “ricollocati” se perdiamo il lavoro. Ed è giusto così. A noi non danno 14 milioni “sbloccati” dal Poletti, e non li chiediamo neanche perché speriamo che un giorno, dopo l’illuminazione sulla strada di Damasco, quei 14 milioni siano spesi per la banda larga del Paese, per il taglio del cuneo fiscale o per la creazione di Tax-Free Zone per le nuove imprese hi-tech. Così, giusto per spararne due nel mucchio.

Ma per questo abbiamo bisogno di un sindacato. Un sindacato-lobby, un sindacato che dopo l’ultima riforma del lavoro si piazzi sotto Palazzo Chigi a dire: “Ehi Renzi, sai che c’è? Ci hai promesso tempo indeterminato per tutti con flessibilità in uscita e tutele crescenti, ma questo mi pare tutto l’opposto”. E giù scioperi. O tavoli. O pressione lobbistica. Perché questo sono i sindacati: lobby. Non idealistici movimenti di protezione, ma lobby dei suoi iscritti, gruppi organizzati di pressione. Ed è tanto opprimente quanto frustrante l’idea che “o noi o nessuno” “Noi soli proteggiamo i lavoratori” “Après moi le deluge” sia l’analisi politica di quei signori che VOLONTARIAMENTE tengono fuori una parte dei lavoratori (guarda caso, i giovani in primis) dall’ottenere “qualche diritto in più” per evitare che qualche vecchio iscritto abbia “qualche diritto in meno”. 

Ho deciso di scrivere una lettera alla signora Camusso.

Cara Camusso. No. Gentile segretario Camusso. Neanche. Susanna! No, troppo aggressivo. Camusso! Sì, può andare. Dunque. Camusso! Cara Camusso! Possiamo darci del tu? Bene. Tu non proteggi tutti i lavoratori. Ed è giusto così: tu proteggi gli iscritti e pensi alla tua rielezione. Ma a noi va bene così. Camusso! Blocca pure tutti i tentativi d’ammodernamento, non pensare al lungo periodo citando a vanvera Keynes che “nel lungo periodo siamo tutti morti” ché noi non lo saremo di certo e cambieremo finalmente il paese. Camusso! Accetta Etihad, accetta i tagli! Non parlare di cose che non ti competono, investimenti o sviluppo del settore aeroportuale, perché non sei preparata. Non dare la colpa solo ai manager della compagnia, perché quando quella stessa compagnia assumeva TROPPE persone per essere efficiente e slacciava i cordoni del borsone pubblico per estendere stipendi e privilegi in ogni suo angolo remoto del suo operare tu hai taciuto, quando la politica ha colmato d’inutili dipendenti Alitalia per avere un ritorno politico-elettorale tu hai voltato lo sguardo dall’altra parte, e non ti sei erta a difesa dell’efficienza della Compagnia gridando “Così salta tutto!”. No, non l’hai fatto.

Susanna, te lo dico da amico, da venticinquenne lavoratore del settore servizi. Non abbiamo bisogno di te e dei tuoi compari di sventura. No. Noi abbiamo bisogno di regole chiare e semplici, di possibilità e flessibilità in entrata quanto in uscita, d’investimenti esteri e prospettive, non di pezze e di toppe che di questo Paese ne abbiamo viste troppe. Susanna, i lavoratori non hanno bisogno di te, non tutti, ma di altro, di altri sindacati, di altre persone. Noi abbiamo bisogno di un altro sindacato, uno vero. 

Cordiali saluti

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Mai come ora serve un esercito europeo

Alessio Mazzucco

Contro le vaghe retoriche antimilitariste e gli opinionisti da salotto, io dico: mai come ora serve un esercito europeo. Con diplomazia europea connessa, ça va sans dire. Se vogliamo stabilizzare e contare qualcosa nello scacchiere est-europeo, mediterraneo e mediorientale senza essere i fratelli minori di un’America in ritirata dalla politica internazionale, non possiamo più affidarci ai singoli paesi, a 28 politiche internazionali da coordinare assieme e 28 risposte diverse alle crisi internazionali che si moltiplicano di ora in ora.

Faccio quattro nomi: Ucraina, Israele, Libia, Iraq. Davvero vogliamo parlare con i grandi paesi del nostro tempo divisi come siamo? Certo, possiamo sempre scendere in piazza e cantare kumbaia sperando che la bontà umana prenda il sopravvento e i combattenti di ogni parte si abbraccino abbandonando le armi per strada e volgendo i cuori verso il cielo. Sì, come no. Oppure possiamo dare risposte concrete alle crisi, fare dell’esercito europeo un vero cuscino nei conflitti che circondano la nostra Europa: in Ucraina, in primis, dove, per quelli a cui fosse sfuggito, si ipotizza l’uccisione di cittadini europei nel corso di un’azione di guerra (non so se si percepisca la gravità), o in Libia, dove l’anarchia sta prendendo il sopravvento lasciando un vuoto di potere mostruoso nel Nord Africa. Ehi, e Israele? Scrivo a poche ore dall’invasione via terra di Gaza e mi chiedo: pensa un esercito europeo che possa frapporsi tra Israele e Palestina, disarmare le parti e dare avvio concretamente a un processo di pace. Già. Sarebbe bello.

E la diplomazia europea? La scelta del nostro Governo di candidare Federica Mogherini chi è costei? o più renzianamente #federicachi? – mi lascia perplesso. Con le tante figure di alto profilo internazionale a disposizione nell’arsenale, vai a candidare uno sconosciuto Ministro degli Esteri? Ma come? Faccio un nome a caso: Emma Bonino. Meglio, no? Ma la mia è solo una modest proposal, un’inezia, una boutade. Vorrei una figura forte, così, giusto per star sicuro che nei prossimi anni l’Europa non venga definitivamente messa da parte nelle relazioni internazionali.

A quei quattro gatti che leggono i miei post potrà sembrare che io sia in fissa con l’esercito europeo e la politica unitaria. Ma, ehi! – rispondo a costoro – da europeo ed europeista considero prioritaria la creazione di uno stato europeo, e da che mondo è mondo lo stato si costruisce dando voce unitaria, monopolio della forza e politica fiscale. Al momento mancano tutte e tre, ma vi prego: continuiamo a dire che l’Europa è una matrigna malvagia.

E a chi potrebbe darmi del guerrafondaio rispondo: sarebbe bello vivere ancora di soft governancema i tempi cambiano e la rotazione dell’asse del potere internazionale stravolge tutti i rapporti conosciuti finora. Certo, possiamo sempre continuare a lamentarci e pubblicare comunicati stampa, nessuno lo vieta, e trovarci nelle piazze a invocare la pace internazionale, la fine delle ostilità e tenerci per mano guardando le guerre degli altri sempre pronti a dire la nostra, oppure possiamo partecipare attivamente. Lo so, anti-militaristi e salottieri, voi immaginate l’esercito europeo un qualcosa di questo tipo, ma il momento è finalmente giunto di uscire dal bozzolo e crescere. E partecipare attivamente ai mutamenti globali. 

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Renzi vincente. Politica estera europea non data

Alessio Mazzucco

Piccola parentesi interna. Questa nuova aria che tira, questo “contrordine compagni! Tutti con Renzi!” che rimbalza dagli antri del Nazareno fino ai circoli più sperduti, ha dell’incredibile. Gente come Fassina (Fassina! FASSINA!) che dichiara “Renzi è l’uomo giusto al momento giusto” e quest’affannarsi di Dalemiani, Giovani Vecchi o Giovani Turchi (trova le differenze), Bersaniani, Lettiani e quant’altro alla corte del Lider Carismaticus che trascina finalmente la sinistra fuori dal pantano quasi secolare, lasciano stupefatti. Un anno fa Renzi era il Nemico, Colui-Che-Non-Si-Può-Nominare, il Neoliberista, il Mercatista, il Chicago-Boy, il Marchionne-friend, e dai e ridagli ci siamo ritrovati un anno fa con il Parlamento più inutile degli ultimi vent’anni. Ma ora no, ora tutti a corte. Neanche in Games of Throne si è raggiunta tanta ipocrisia. E dopo questa citazione mi sono perso metà dei lettori.

Renzi nell'immaginario dei bersaniani

Renzi nell’immaginario dei bersaniani

Parliamo quindi dell’Europa. Nuovo assetto, nuovi problemi, insoliti assembramenti (ma Grillo che ci azzecca con Farage?), partiti vecchi scomparsi, partiti nuovi comparsi, altri rifioriti, e un affaccendarsi intorno a chi sarà il massimo esponente della Commissione, l’alveo burocratico di ogni complicazione che l’Europa è riuscita a darsi negli ultimi decenni. E parlo da europeista convinto, quindi figuratevi!

Quel che mi preme è la politica estera comune. Il mondo ci sta cambiando attorno e l’Europa semplicemente non può stare al passo delle sfide diplomatiche del nuovo millennio. 

L’Ucraina. È un problema tanto russo quanto europeo, di certo poco americano. Quando ci toglieremo la sindrome del fratello minore, sempre alla ricerca di protezione del più forte? Ehi, Europa, l’adolescenza è finita! Ora si vola o si cade, ma questo nido va abbandonato! Per l’Ucraina si è deciso per un’incasinatissima e assolutamente incomprensibile via per vaghe e ridicole sanzioni ad personam (fantasiose, senza dubbio), come se l’uomo più potente della Russia si dicesse “Ehi, hanno colpito i miei amici, ora sì che rinuncio ai miei disegni geopolitici”. La Russia è Europa, al confine forse, diversa certamente, ma da Putin ci si deve presentare come pari, Europei a Est-Europei, e discutere. La situazione ora è fuori controllo, e certo le responsabilità sono molte, ma di queste un peso considerevole lo porta sulla groppa proprio l’Europa, il suo temporeggiare e la mancanza di una politica estera comune. Che sì, cari pacifisti a tutti i costi, passa da un esercito comune. 

Il Mediterraneo. Al Sisi vince le elezioni col 95% di voti (un Grillo efficace) su un totale votanti del 20%. Hanno disertato: Fratelli Musulmani (per impossibilità di votare da dietro le sbarre) e vari altri partiti, liberali o meno. Un altro Mubarak? Forse, di certo un altro dittatore. All’Europa piacciono i dittatori, soprattutto in posti difficili da controllare se lasciati alla flessibilità elettorale democratica. E in tutto questo la Libia si prepara al colpo di stato. L’ennesimo. Domanda: qual è la posizione dell’Europa sull’argomento? tu tu tu…. non c’è campo.

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Oggi si fa la storia, noi facciamo pena

Alessio Mazzucco

Siamo dei cazzari. Non c’è verso, sarà il sangue, il popolo, la cultura, ma ci fosse un appuntamento elettorale uno affrontato con serietà ed entusiasmo, sarei un poco più felice. Oggi si fa la storia, ma restiamo saldamente e orgogliosamente fuori dalla storia. Oggi si sceglie quale Europa si vuole, chi dovrà rappresentarci a Bruxelles, cosa siamo noi nel mondo e nel tempo, ma tutto questo non pare sfiorare neanche l’anticamera della razionalità del popolo.

Del resto di che lamentarsi? Per avere democrazia c’è bisogno di consapevolezza, ragionamento, informazione. Quel che abbiamo è caciara, divertente, caotica, folkloristica caciara. Pochi giorni fa è stato siglato uno dei patti commerciali più importanti del secolo (tra Russia e Cina per chi si fosse perso un pezzo), il mondo cambia vorticosamente, ma noi no, noi in Europa ci arrabattiamo per evitare un clamoroso exploit degli anti-europeisti. Anti-europeisti? Contro l’Europa? Ma che significa? Significa forse tornare a tante piccole nazioni litigiose, rinunciare a uno spazio di libera circolazione per le persone e per il commercio, rinunciare a una rappresentatività forte nel mondo? Per cosa poi? Per tornare a lamentarsi quando l’Europa non ci sarà più?

L’appuntamento che doveva essere il più importante degli ultimi vent’anni si è trasformato improvvisamente in un referendum governativo, un “noi o loro”, “onesti e disonesti”, uno scontro tra parolai e parole private di significato, una vicendevole accusa, di cosa poi non si è capito, odio, rabbia e speranze represse gettate nel calderone di un’elezione che doveva essere affrontata con estrema serietà e delicatezza.

L’Europa non è un continente facile. 27 paesi, troppe lingue e culture diverse, ma il sogno comune di proseguire la storia insieme. Retorica? Ingenuità? No, una semplice speranza. Perché in un mondo di giganti, in mutamento e trasformazione, lasciare emergere un rancore sordo e ignorante può essere uno sfogo liberatorio, senza dubbio, ma anche la reazione più stupida ai problemi reali che il Continente attraversa. Del resto, è questo che cerchiamo noi italiani: incapaci di assumerci obblighi e responsabilità verso il prossimo, quando le cose van male, ecco che si cerca il capro espiatorio, il colpevole, lo stronzo che ha causato tutto questo. Perché noi no, noi siamo troppo buoni, puri, bravi e intelligenti per aver fatto dell’Italia un paese-mostro, bloccato da laccetti e lacciuoli. Noi no. Loro sì. Ecco cos’è la protesta, ecco cosa pensano le piazze: un grande esorcismo comune delle proprie responsabilità, una liberazione di gruppo, un’espiazione di massa, un dire “loro, non noi”, “lui non io” e via dicendo, come all’asilo, quando la maestra rimbrottava e il bambino indicava il suo compagno di giochi come unico colpevole punibile.

Nella Grande Caciara, per farsi sentire bisogna urlare di più, senza la certezza di essere ascoltati. Così i tre grandi partiti hanno preso la scena (poi abbandonata dal terzo per palese auto-distruzione) lasciando da parte il grande discorso europeo per gettarsi nella più nauseante campagna elettorale di sempre. Li abbiamo lasciati fare. E se l’Europa dovesse cedere sotto il peso di paesi che NON sono in grado di fare il grande salto di qualità, quell’Europa sognata e agognata da gente ben più matura della cittadinanza complessiva, la colpa sarà soltanto nostra. E io non voglio sentire lamentele.

Io voterò ALDE. Voglio un’Europa federale, forte, unita, con mercati integrati e coordinati, aperta al commercio, dagli Stati Uniti, alla Russia al Medio Oriente, pronta e compatta ad affrontare le sfide diplomatiche che Putin ci ha lanciato, pronta a parlare nel Mediterraneo e ripiantare le basi per un grande mercato meridionale. E in fondo sì, lo desidero tantissimo: l’abbattimento delle capitali nazionali e il trasferimento del potere politico a Bruxelles, con tante regioni a governarsi e la capitale belga come unica capitale europea. Saremo in grado? Dopo questa campagna elettorale ne sono certo: la risposta è no.

Ammiro e rispetto le scelte di ogni elettore. Tutte. Tranne le scelte dettate dalla rabbia, la follia collettiva, il magico incantesimo dell’uomo solo al comando che ci libera dai nostri mali, amen. Al voto, chiediamoci tutti “Dove mi vedo da qui a vent’anni?”. È un buon esercizio elettorale, così come psicologico. Al colloquio di lavoro, il selezionatore chiederà sempre: “Dove ti vedi tra due/tre/cinque/dieci anni?” perché il suo compito non è capire se sarai sposato, all’estero o con figli a carico, ma se di qui a cinque, dieci anni l’azienda potrà investire su di te per i prossimi anni. È utile. Mette davanti alle scelte della propria vita, aumenta la profondità con cui guardiamo al nostro futuro, si prende consapevolezza del tempo e degli anni e delle virtuose (o meno) conseguenze della nostra scelta. E allora: dove ci vediamo da qui a vent’anni? A inseguire venditori di fumo, sogni e slogan mentre la Cina ci schiaccerà con i suoi prodotti, la Russia abbandonerà definitivamente le coste europee (e sarà uno dei danni più devastanti che subiremo) e gli Stati Uniti lentamente si richiuderanno in se stessi lasciando il ruolo di polizia globale a qualcun altro? Vogliamo diventare davvero un museo a cielo aperto, il Vecchio Mondo incartapecorito, povero e invisibile sulla scena mondiale perché, ehi!, io quel giorno dovevo votare un anti-europeista perché la gggente aveva fame?

Amici europeisti, di qualunque provenienza siete, di qualunque appartenenza politica, ricordatevi questo giorno come la svolta storica del nostro mondo. Niente più scuse, niente più rimandi, niente più tempo. Il voto è oggi. Non domani, non tra un anno, non tra dieci. Oggi. Consapevolezza, è tutto ciò che chiedo.

Viva l’Europa.

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La sostenibile leggerezza di Renzi

Gianmario Pisanu

Come la celebre scommessa di Pascal, puntare sulla sconfitta del Governo in carica sembra essere una mossa di sicuro guadagno: se Renzi va bene, zitti e alla greppia, se invece fa male, tant pis per tutti e sotto coi “ve l’avevamo detto”. Anzi, a ben vederci non c’è neppure quel tanto di alea, indispensabile affinchè una lotteria possa definirsi tale: l’Italia andrà a ramengo e Renzi sarà logorato dal suo stesso potere, in barba a Talleyrand e ai suoi malefici aforismi. Il perché è presto detto: la comune percezione della riuscita di un progetto politico è inversamente proporzionale alle attese che essa ha ingenerato nell’elettorato. In soldoni: maggiori promesse, maggiori debiti da ripagare. L’attesa del cadavere lungo il fiume è diventata dunque l’attività preferita da una certa porzione di italiani, quella maggiormente protetta dai marosi dell’economia e propensa a considerare gli 80 euro mensili (ma 1000 all’anno non suonava meglio? Suggerire un nuovo addetto stampa dalle parti del loft, ndr) quale variante moderna del panem et circenses.

Beninteso: non mi piacciono le vulgate mediatiche, attualmente appannaggio del premier, secondo cui solo il deus ex machina di Firenze può salvare l’Italia dal suo declino ineluttabile. Sventurato il Paese che ha bisogno di eroi!, diceva Brecht nel suo Vita di Galileo. Da Cola di Rienzo a Renzi (quasi omonimia su cui Heidegger avrebbe ricamato un pamphlet), la storia italiana abbonda di sedicenti Uomini della Provvidenza, chiamati a furor di popolo e precipitati nella polvere appena saliti sul ring. L’enorme malinteso, di fronte a cui il caudillo di turno fa sempre inizialmente buon viso salvo poi pentirsene amaramente, riguarda quella che in termini manageriali si definisce accountability, ovverosia l’effettiva congruenza tra leve di manovra e risultati conseguibili. Perché la meccanica del Potere, checché ne dicano i vari Rizzo, Stella e Travaglio, non si esercita solo nella fantomatica stanza dei bottoni, ma dappertutto, in ogni piccolo ganglo della società: in tal senso, le analisi epistemologiche di Foucault (microfisica sociale) e quelle socio-politiche di Gramsci (le cosiddette “casematte del potere”). E l’Italia, popolo di anarchici moderati insofferenti verso qualsiasi limitazione dei propri privilegi di casta (sia essa piccola o grande, non importa: dall’ultimo dei taxisti al Presidente di Confindustria) è un fulgido esempio di democrazia corporativa. Sull’argomento si è scritto già molto: oggi l’opinione prevalente è contro i cosiddetti corpi intermedi, ma alcuni studiosi (ad esempio, Giuseppe De Rita) mettono in guardia da un’eccessiva smania di semplificazione. Al di là del merito della questione, va evidenziato come, negli ultimi tempi, l’illusione finto-leaderistica paia essersi accentuata. Nell’immaginario popolare, dunque, Letta ha fallito perché ce l’ha moscio, come direbbe un Bossi d’antan, mentre Renzi ha grinta da vendere.

Ma Renzi non è solo marketing. Certo, gigioneggia, da consumato equilibrista qual è, sulla corda dell’opinione pubblica, labile per definizione e pronta a spezzarsi definitivamente da una parte all’altra. In mezzo, tuttavia, ha realizzato un disegno politico degno del Valentino di Machiavelli. Partendo ab ovo, è riuscito a imporsi, da ex dc, in un feudo di solida tradizione rossa. Da Firenze, ha mosso una velleitaria campagna di rottamazione contro i big del partito, e, udite udite, alla lunga li ha sbaragliati, relegando i D’Alema e i Cuperlo a un misero 18%. Quindi, vinta una battaglia politica, ha legittimamente detronizzato il grigio Letta, che qualche mese prima aveva vinto un biglietto della lotteria in direzione Palazzo Chigi. Al momento, giocando le potenze parlamentari tra di loro alla maniera di un vecchio papa rinascimentale, riesce a metterle di fronte al compiuto e a marcare riforme che, piacciano o non piacciano, muovono le acque. So bene che le imboscate sono sempre dietro l’angolo e che perfino il famigerato Contratto con gli Italiani è più credibile del Cronoprogramma renziano. Ma chi, come me, è alieno alla nostalgica sinistra post-berlingueriana, che ancora si crede ”meglio gioventù” e ha come unico obiettivo quello di raddrizzare il “legno storto” di questo popolo di evasori, non può che simpatizzare per la svolta liberal e un po’ naïf del piccolo Napoleone della Leopolda.

Dunque, alla frustrazione molesta del grillino medio contrappongo volentieri la leggerezza delle varie Boschi, se questo è il dazio da pagare alla palude. Conscio che, di fronte a un paese impotente e rassegnato all’eterna nemesi del Gattopardo, “qui l’errore è in ciò che non si è fatto, nella diffidenza che fece esitare” (Ezra Pound, “Cantos”, LXXXI). Una chiosa poetica, per un articolo leggero, a favore di un Governo che sappia diventare pesante.

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Una tragedia a 5 stelle

Alessio Mazzucco 

Quando una categoria e’ associata a un nome, tutte le caratteristiche della categoria si trasferiscono sul nome dandone qualita’, peso, forma, sostanza, …. La categoria permette il giudizio, ovvero l’opinione positiva, negativa o neutra сhe il nostro background, cultura o percezione ci indica come tale. Categorizzare un oggetto puo’ essere un modo comodo per indicare le cose. O screditarne altre.

Esempio: associare grillismo, M5S e fascismo. E’ un modo come un altro per categorizzare/screditare. E a chi dice сhe associare grillismo e fascismo sia anacronistico, sbagliato, se non un’azione in malafede, io dico: hai ragione. La categoria fascismo ha fatto il suo tempo: usata per screditare giornalisti, politici, e, ça va sans dire, forze dell’ordine, è giunto il momento di riporre la parola fascista nei libri di storia per lasciarsi andare, librarsi, verso nuovi lidi linguistici. Basta dare del fascista a chi non e’ d’accordo o chi usa metodi “poco ortodossi”. Basta dare del fascismo al M5S o del fascista a Grillo. Chiamiamo le cose con il loro vero nome: il M5S è una tragedia politica.

Ne hanno parlato in molti, forse in troppi, dall’ottimo Ricolfi al definitivo Quit (insignito della medaglia al valore sul campo dopo la gogna del giornalista del giorno), ma repetita iuvant, e vent’anni di berlusconismo dovrebbero insegnare che ad abbassare la guardia ci perdono solo i cittadini.

Io trovo emblematica la rubrica “il giornalista del giorno”. Abbiamo alzato tanto la stanghetta della tollerabilità che una pagina internet dove i giornalisti considerati “nemici del popolo pentastellato” vengono dati in pasto agli utenti anonimi del web non imbarazza più, né crea disagio. Solo un po’ forse. A tratti. Un disagio quatto quatto. Per pura analisi politica prenderei la rubrica dedicata a Santoro, condannato all’etichetta non per aver parlato male di Grillo e accoliti, ma per aver trasmesso le dichiarazioni di un operaio di Piombino che criticava il guru capellone per non capire semplicemente un cazzo di economia, rapporti di lavoro e democrazia. Di seguito l’articolo:

“Vorrei una semplice risposta dall’operaio della Lucchini (candidato pd in Toscana???). Perché tutto quell’accanimento contro Grillo? Perché non ha evidenziato che la sua situazione è il fallimento della classe politica? Perché tacciare Grillo di essere lì per fare campagna elettorale?Beppe è sempre stato presente nelle situazioni critiche per sottolineare la presenza di un Movimento fatto di cittadini e dalla parte dei cittadini.Beppe non si può paragonare a uno che si mette a mangiar la banana con il sorrisino da ebete. Perché questa gente si ostina a star dalla parte della stessa gente che li ha portati a questa situazione? Perchè si tengono in palmo di mano quei sindacati che invece che fare gli interessi dei lavoratori si son sempre piegati al volere del potere? Triste,molto triste assistere a trasmissioni faziose come quella di ieri sera ed ancora più triste che i cittadini che insieme potrebbero cambiare il Paese, non si sveglino ev puntino il dito sull’unica forza politica che colpe non ne ha.” Paola L., Verona

A parte il dubbio gusto di non firmarsi per intero, ma tale Paola L. di Verona (Paola, ma chi sei? Che fai? Con che titolo parli?) come argomenta? Dunque, uno che critica Beppe (Beppe?) è reo di non capire di essere dalla parte del torto perché “Beppe non si può paragonare a uno che si mette a mangiar la banana con il sorrisino da ebete. Perché questa gente si ostina dalla parte della stessa gente [ripetizioni -> usare Sinonimi&Contrari] che li ha portati a questa situazione?”. Io già me la immagino questa Paola L. (sempre che esista): in lacrime, a piangere la sorte del caro leader che non è riuscito ad aprire una breccia nei cuori degli operai di Piombino, a quanto pare – e vado a tentoni nelle mie deduzioni – instupiditi dalla propaganda di un tale uomo-scimmia col sorriso ebete. Cara Paola L., mi fai paura. Discorsi del genere si fanno al Ministero dell’Amore firmato Orwell, non su cittadini liberi di esprimersi – almeno fino a prova contraria.

In questo si consuma la tragedia politica. Non in Andrea Scanzi o in Alessandro Dibba Dibattista che deduce dai gesti di Genny a’ Carogna il fallimento di un Governo in piedi da un paio di mesi; questa è solita prassi. È sulle piccole cose, sui commenti senza capo né coda, nella violenza verbale e in quello zoccolo duro d’ignoranza e cretinaggine che si sta sviluppando su qualunque argomento su cui mette mano (o occhio) la massa grillina.

Il M5S è pericoloso, e non per quello che ha fatto o che potrebbe forse un giorno fare, ma per quel che fa. I movimenti sociali e politici non sono fulmini a ciel sereno, non lo era il fascismo, il nazismo e il comunismo, ma non lo erano neanche il cristianesimo, l’islam o l’ebraismo, non lo sono le sette né le rivolte. Ogni dinamica ha le sue radici, un lento impastarsi e crearsi, formarsi e costruirsi, e tanto più un movimento affonda nella società e sedimenta, tanto più durerà l’onda lunga delle sue azioni e delle parole, dei modi e delle idee. Il M5S è giovane, ma la società italiana ha perso gran parte della linfa culturale che la sosteneva, e i rami secchi prendono fuoco facilmente quando il vento soffia impetuoso.

I movimenti politici possono essere maree che salgono lente o fiumi che straripano travolgendo case e campi per ritirarsi, lasciando il terreno zuppo e debole, pronto a cedere alle ondate successive. E via via che l’acqua scava, porzioni sempre più grandi di terreno si staccano perdendosi fra i flutti, facendo emergere i vari Pelù, Taverna e via dicendo. Non scomparirà velocemente dalla società. Lascerà indietro macerie, ferite e cicatrici che i cittadini esorcizzeranno ancora per anni: aggressività, faciloneria, populismo. E, ahimé, inni: segui il LINK per il video.

Tra neanche un mese si votano le Europee. Svegliamoci, ma per davvero. Questa è l’ultima occasione per fare dell’Europa una casa e non un Moloch burocratico, una patria e non un semplice rifugio a cui chiedere l’elemosina (o protestare) quando le cose van male e voltare lo sguardo in anni di vacche grasse. L’Europa s’ha da rifare, come l’Italia, ma rifare non significa distruggere, ma costruire, e di tutto abbiamo bisogno tranne che di un Grillo nella testa e un’eminenza grigia di nome Casaleggio.

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No taxation without representation

Alessio Mazzucco

Pagare le tasse è bello: il fu compianto Tommaso Padoa Schioppa aveva ragione. Pagare le tasse significa appartenere a una comunità, sacrificare una parte delle proprie ricchezze per gli altri, certo che nei giorni di difficoltà altri pagheranno e sosterranno la baracca. Le tasse sono un po’ la versione allargata delle casse di mutuo soccorso, le raccolte nate a fine ottocento in piena Seconda Rivoluzione Industriale per sostenere le famiglie di operai morti, malati o licenziati (da qui la nascita dei sindacati, i partiti socialisti e così via). Le tasse sono belle. Ma possono essere ingiuste.

No taxation without representation (o come direbbe Rutelli: no tassescion witaut rapresentescion) è un motto assai nobile, impoverito e deturpato dall’estrema destra americana dei Tea Party. Nato, in effetti, in occasione del Tea Party di Boston (poco prima dello scoppio della Rivoluzione Americana), un assalto di colonialisti alle navi mercantili in partenza per la madre patria inglese che rovesciò in mare il preziosissimo carico: tè, per l’appunto. Il Tea Party segnalò una svolta nelle proteste delle tredici colonie americane: non si sarebbero più pagate le tasse alla Corona finché anche ai colonialisti fosse data la possibilità di rappresentarsi presso il parlamento inglese per decidere di quante tasse dovessero farsi carico le colonie. Tasse. Sempre tasse.

L’origine del Parlamento inglese è molto simile. La borghesia mercantile inglese odiava due cose: il Papa e le guerre del Re. Le pulsioni anti-sovrano non erano una novità nella gaia Inghilterra, tanto che non solo si elevò a rango di eroe popolare un brigante che derubava gli sceriffi di Nottingham delle gabelle dirette al Principe Giovanni, ma proprio in Inghilterra nacque il primo Parlamento in Europa dedicato alla discussione di ogni nuova imposta decisa dal Re per finanziare le proprie pulsioni belliche. E se un Re si faceva saltare in testa il grillo d’imporre nuove tasse senza consultare il parlamento, o di scavalcare direttamente le prerogative dei deputati, la soluzione era semplice e a portata di mano: via la testa al Re. E così via con la Rivoluzione, Cromwell, la guerra civile e gli Orange. Un’altra storia. 

Come pensate sia nata l’Assemblea degli Stati in Francia? Il primo stato (i nobili), il secondo (il clero) e il terzo (la borghesia) si riunivano per discutere delle imposte del Re. Che poi gravassero sempre sulla borghesia, che clero e nobili votassero sempre compatti (il voto era per stato, non per teste), eccetera eccetera, be, come sapete portò a una serie di eventi di cui elenchiamo solo: Bastiglia, Costituzione, Repubblica, Robespierre, Terrore, Napoleone, Restaurazione. Tasse, signori, tasse.

Ci sono due cose che, personalmente, odio: la prima, lo spreco; la seconda, l’imposizione fiscale senza rappresentanza legittima. Parliamo dello spreco. Se siamo, com’è vero, uno dei Paesi europei a maggiore pressione fiscale (tasse dirette+indirette), ma tra quelli con gli indici maggiori di disuguaglianza dei redditi e povertà e con gli indici più bassi di attrattività degli investimenti, numero laureati, turismo (in confronto a Francia e Spagna – gli unici due paesi che possono competere con noi), un problema c’è. Che poi si siano susseguiti governi incapaci, inutili o troppo brevi nel corso della nostra storia repubblicana, nessun dubbio. Il problema persiste.

Definito un problema esistente, passiamo ai sintomi. Burocrazia insostenibile, moltiplicazione delle poltrone e dei burocrati, imposizione fiscale pesante e iniqua, infrastrutture inefficienti, giustizia lenta e inefficiente e via dicendo tante belle cose di cui parliamo da vent’anni senza mai cambiare. Un primo punto potrebbe essere: forse spendiamo male i nostri soldi? Banale, vero. Ma dato che i “nostri soldi” sono proprio quelle gabelle che ogni anno paghiamo tra lacrime, rabbia e lamentele, forse spendere meno e spendere meglio potrebbe essere una soluzione possibile. Populismo di destra? Populismo liberista? Forse. Personalmente, quando vedo un problema davanti, non persisto sulla strada seguita fino a quel momento, ma cerco altre soluzioni.

Argomentazioni contro “una minore spesa”.

1. Lo Stato è l’unico ente con visione d’insieme diretta alla società che possa investire tenendo conto non soltanto di esigenze di economicità ed efficienza, ma di esigenze sociali, ed è l’unico ente che può raccogliere un ammontare di danaro tale da dedicarsi alla realizzazione di una grande opera (sia essa la TAV, un sistema ferroviario efficiente, un aeroporto, la cablazione completa del Paese con cavi a fibre ottiche). Vero. Infatti sono un sostenitore dell’investimento pubblico, a tre condizioni: la prima, che sia diretto verso qualcosa di specifico e non casuale (vedi pioggia di danari su tante piccole opere rimaste incompiute); la seconda, che a decidere gli investimenti sia una classe dirigente di cui mi fidi (e magari che io abbia avuto la possibilità di votare – sto parlando del Parlamento, grillini ignoranti, il Governo non si vota in una Repubblica Parlamentare!); terzo, che mi si dica il tempo di realizzazione, l’ammontare di risorse coinvolte, il risultato finale senza fronzoli e sparate.

2. Dire che tanti bisogni privati concorrenti portino a un equilibrio economico superiore (e positivo per la società) è un po’ come affermare che la Terra sia al centro dell’Universo, che l’uomo non discenda dalle scimmie e che Berlusconi sia innocente e perseguitato: è un’ipotesi, una semplice ipotesi. Non è possibile provarla (salta il cosiddetto “esame”) e di conseguenza non è possibile falsificarla. Conseguenza ultima: non mi fido. Dire, quindi, che mettendo in concorrenza A, B e C, la somma delle ricchezze prodotte da A+B+C sia sicuramente uguale (se non superiore) a quella prodotta da un unico ente con visione d’insieme definito D è indimostrabile. Ma perché io affidi all’ente D il compito di trovare un equilibrio economico definitivo, si devono realizzare le ipotesi di cui al punto 1.

3. Meno tasse non aumentano necessariamente i consumi. Britannicamente parlando, It depends. Chi ha studiato economia conosce il termine “propensione marginale al consumo”. Chi non ha studiato economia lo impara in un nano-secondo: la PMC è la percentuale di consumo su ogni euro in più ricevuto nelle proprie tasche. Matematicamente parlando, la PMC ha derivata prima positiva e derivata seconda negativa, ovvero la propensione diminuisce all’aumentare del reddito. In soldoni: guadagnare mille euro al mese a Milano significa consumare più o meno il 100% del proprio reddito; guadagnarne 10,000 potrebbe farmene consumare il 30% e il resto finire in risparmio/investimenti. Dunque mi spiego: tagliare le tasse di 100 alla popolazione non significa tradurre in +100 i consumi privati, ma probabilmente meno a seconda della propria PMC; in breve, un euro in tasca a un individuo non è detto che generi un euro di consumi, un euro in tasca allo Stato genera sicuramente un euro di spesa pubblica. E se sono i consumi/spesa pubblica a rilanciare l’economia, uno potrebbe dire: quindi meglio che ce l’abbia lo Stato per evitare tesaurizzazione (non spesa) di quell’euro! Anche qui, It depends: primo, vorrei essere il più libero possibile nel decidere come spendere la ricchezza prodotta (e quindi il reddito accumulato), senza delegare le scelte di spesa a un gruppo di persone (note come “classe dirigente politica”); secondo, la spesa statale, se ben diretta, genera moltiplicatore (un euro investito genera tot euro di ricchezza di ritorno), quindi investire in ricerca, istruzione, università, infrastrutture, internet eccetera è certamente ben diretto, ma spendere in tanti rivoli d’investimenti, investimentucci, non porta da nessuna parte. Questo è spreco. 

Riassumo. Qual è il giusto livello di tasse da pagare? Se trovassi la soluzione qui, così, un sabato mattina senza alcuna pretesa, mi darebbero un nobel immediatamente. Non ho risposta, ovviamente, ma ho tante domande. La prima, non è un dogma tenere la pressione fiscale alta se sei di sinistra (che poi, oggigiorno, la categoria sinistra cosa indica? Lo vedremo nei prossimi post…), quindi, come abbassare le tasse e ridistribuire meglio le ricchezze? Secondo, è giusto che la nostra imposizione fiscale venga votata da un Parlamento di deputati e senatori che noi non abbiamo scelto? Su questo punto, rimando al mio post precedente (l’auto-citazione è l’anticamera della follia): Legittimati? 

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