Sbagliate, mancate, peccate, ma siate giusti

Alessio Mazzucco

Il crollo dei tesseramenti PD è uno degli argomenti meno interessanti del nostro mediocre dibattito politico. Ma è necessario. O, almeno, è necessario se diretto al vero nocciolo della questione: la democrazia ai tempi del cambiamento. Perché di questo si tratta: il PD resta l’ultimo partito esistente nel Paese (disgraziato quel Paese che ha bisogno di partiti) e il crollo dei tesseramenti mostra non tanto il disamoramento o la critica al Governo, quando l’unica vera verità, da poco entrata nell’opinione pubblica. I partiti possono essere inutili. E dannosi. E troppo spesso squallide fogne dove le cariatidi della mediocrità formano le loro cisti, i propri posticini al sole, le poltroncine e i poteri piccoli, o deboli in questi tempi di poteri forti.

La nostra agile e moderna Costituzione fonda la democrazia italiana sui partiti. Era il 1948. Siamo nel 2014. Cos’è successo? Alla metà del secondo decennio del XXI secolo qualche domanda non solo è d’obbligo, ma utile. Cos’è la democrazia? Come funziona una democrazia? E vi sembreranno domanda campate per aria, stupide, inutili, un onanismo intellettuale fine a se stesso (piacevole e solitario in quanto tale), ma sono fondamentali.

Vi racconto un aneddoto. ieri sera ero in compagnia di un gruppo di russi, e da un breve confronto politico la domanda è venuta d’obbligo: cos’è, per voi europei, la democrazia? È libertà, ho risposto (maledette frasi fatte), ma non libertà fine a se stessa, di parola (ultimamente di sproloquio), di pensiero e stampa, non solo, ma libertà di portare avanti un’idea politica se le necessità sentite non trovano risposta e supporto nel sistema politico. Questa è la libertà democratica: la possibilità, data a tutti, di partecipare al dibattito se non ci si sente rappresentati, e lottare per la propria idea per cambiare o influenzare il sistema. La libertà democratica è libertà di lobby, d’influenza e pressione. È libertà d’associazione e costituzione di gruppi d’interesse senza essere messi a tacere o, peggio, essere assorbiti da un gruppo d’interesse (o partito) maggiore: la democrazia può essere calpestata tanto da tiranni quanto da rappresentanti eletti se non si nutre a sufficienza nelle coscienze dei cittadini.

Non dimentichiamoci quanto siamo fortunati, non dimentichiamolo mai. Ma nel non dimenticare, non lasciamoci intrappolare dall’idea che vecchio è bello, stabile è sicuro, la storia è maestra. Non è così. Il crollo dei tesseramenti ha lanciato il messaggio inequivocabile: non vi vogliamo. O meglio: non vi vogliamo così. E questo messaggio, a quanto pare difficile da elaborare e assorbire, è passato inosservato quando il 25% dei voti è andato a quella specie di inutile circo del Movimento 5 Stelle, ma non passerà inosservato ora che colpirà il vero cuore dei partiti: il portafogli, il serbatoio inalterabile di voti e giovani e vecchi attivisti da sfruttare per mantenere poltrone e poteri, onori e privilegi. 

Un giorno, forse, ci sveglieremo in un sistema democratico in cui la falsità ipocrita del semicerchio post-Rivoluzione francese sparirà, liberandoci del manicheismo stantio della contrapposizione destra-sinistra (Civati docet), e magari le camere saranno sostituite da parlamenti circolari in cui prenderanno posizione deputati eletti nei territori senza necessariamente essere partecipi di un movimento/partito che superi una soglia percentuale arbitraria. Un giorno, forse, ci sveglieremo che alleanza, intese e collaborazioni varieranno a seconda dei temi, e la contrapposizione non sarà a priori tra A e -A (dove A è diverso o contrario a -A), ma tra cosa pensano B, C e D sulla proposta di A.

Senza partiti non ci sarà cultura politica! sento già gridare i sacerdoti del Novecento. L’idea che il partito, così come la figura dell’intellettuale, abbia in mano la torcia con cui illuminare le coscienze dei popoli è finita, e sarà solo la spontaneità dei movimenti e dell’associazionismo sociale a creare cultura politica, rappresentanza e idee. Chi vuole unirsi a partito o associazione faccia pure, ma non obblighi il prossimo a pensarla così. Non obbligateci a pensare che dopo i partiti ci sia il nulla, perché dopo i partiti ci sarà sempre la democrazia, solo diversa, cambiata, mutata. Più difficile, certo, più instabile, forse, ma chi ha paura del cambiamento e del nuovo non parli in mio nome, né si sforzi di rappresentarmi: nel nuovo mondo sarà l’audacia e la fantasia e la creatività a creare un nuovo tipo di democrazia, senza che il platonismo dei partiti si sforzi di bloccare le trasformazioni sociali inseguendo l’idea che solo un’aristocrazia illuminata possa condurre i cittadini verso il sol dell’avvenire. Lasciateci fare, lasciateci provare, lasciateci sbagliare (“Sbagliate, mancate, peccate, ma siate giusti” scriveva Hugo). Non venite a chiederci un voto o una tessera quando ne avete bisogno per dimenticarci poi nel buio della non-rappresentatività quando giocate a fare la politica. Non abbiamo bisogno di partiti, abbiamo bisogno di lobby che discutano e supportino i nostri bisogni. Non abbiamo bisogno d’idee calate dall’alto, ma di uomini e donne capaci di sintetizzarne alcune e portarle nelle stanze dei bottoni. 

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Lasciate che i privati vengano a me

Alessio Mazzucco

Pochi argomenti sono trattati più superficialmente, semplicemente, ideologicamente del rapporto tra settore pubblico e privato. La prima spiegazione che viene è l’assoluta inettitudine della nostra classe dirigente e intellettuale a dirimerne dettagli e sottigliezze, piccolezze e distinguo che diano vita a una consapevolezza non solo maggiore in senso lato, ma migliore di qualità. Forse è semplice volontà lasciare tutto annebbiato, oscuro, silente, così che, quando arriva il tempo delle nomine, delle elezioni e dei favori, si ha sempre spazio di manovra tra clientelismi, poltroncine, meri posti di lavoro e serbatoi di voti. 

Dunque, dipaniamo la nebbia e facciamo chiarezza. Lasciate che vi esponga qualche piccolo esempio goloso, cose così, trovate a caso o ben presenti nel dibattito attuale. E un esempio trionfa su tutti: la querelle su Galleria Vittorio, celeberrimo palazzo ai piedi del Duomo e sede di boutique moda/lusso, Ricordi e Feltrinelli. Bene, che è accaduto? È tutto spiegato qui: LINK. Ma vi faccio un breve riassunto. Come racconta ItaliaOggi, 

la fondazione Altagamma, che raggruppa i big della moda, del design e dell’enogastronomia, nel 2012, con la presidenza di Santo Versace, aveva prospettato al sindaco Giuliano Pisapia, un affare con cui rimettere in sesto le casse comunali. Si trattava di conferire la proprietà della Galleria in un fondo, mantenendone il 51% in mani municipali, ma dando la gestione degli immobili alle griffe, che ne avrebbero fatto un enorme vetrina superlusso. Il municipio ci avrebbe guadagnato 400 milioni, vendendo cioè il 49%, e il restauro completo di tutto il grandissimo edificio che, com’è noto, connette Piazza Duomo alla Piazza dello stesso Comune, su cui si affaccia la Scala. Pisapia aveva promesso di verificare ma la proposta non è approdata a niente, e neppure il rilancio, nell’ottobre scorso, di Andrea Illy, succeduto a Versace alla guida della fondazione, sembra aver sortito alcun effetto.

Ma che accade? Daniela Benelli, assessore (o assessora a dirla come la Boldrini) meneghino al Demanio dice (trionfalmente) no alle griffe e al lusso. “Troppo rappresentati in Galleria” ci fa sapere; del resto, nel quadrilatero Manzoni-Corso Venezia-Via della Spiga-Montenapoleone le griffe hanno abbastanza spazio. “Si accontentino!”. Già, perché che porti ricchezza, lavoro, turismo e tutto il circolo virtuoso che gira intorno a un polo d’attrazione come un palazzo INTERAMENTE RISTRUTTURATO e dedicato al lusso a noi non importa. Anzi, lo schifiamo anche un po’. Perché la vendoliana Bonelli è una donna di classe e cultura, e vedere le griffe Prada o Armani in Galleria un po’ le dà fastidio.

Credo che l’assessore(a) Bonelli concentri in sé l’intero discorso. Dagli al privato, malato perverso di profitto e guadagno, via dal tempio i mercanti!, da oggi solo boutique insignificanti, affitti bassi e commerci che non danneggino l’umore del popolo. 

Parliamo d’altro. Ferrovie dello Stato. Yummm. Dunque, Trenitalia è posseduto da Ferrovie dello Stato, la holding che detiene Grandi Stazioni e la rete ferroviaria italiana. Ferrovie dello Stato è posseduto al 100% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Ferrovie dello Stato possiede quindi la rete e i treni che viaggiano su quella rete; quel che si dice un monopolio. “Possiamo considerarlo monopolio naturale!” mi dirà qualcuno citando a caso parole che indicano la presenza di una risorsa tale da non permettere alcuna competizione tra privati (esempio: la Pubblica Sicurezza). E qui viene fuori tutta l’italianità nel suo clientelismo più becero e sfacciato.

Nelle recenti interviste di Michele Elia, nuovo Amministratore Delegato di FS, il buon timoniere della grande holding pubblica ci fa sapere che “separare reti e ferrovie dello stato è fuori discussione” anche privatizzando FS. Mi spiego: in questi giorni è tornato di moda il refrain della privatizzazione di una quota di FS per far cassa e pagare le varie spese correnti che lo Stato si sta accollando (sussidi, incentivi, cassa integrazione in deroga, esodati e via dicendo). Ma privatizzare non significa liberalizzare il mercato, ma di un monopolio esistente mantenere un monopolio con diversi proprietari. Avete capito la furbata? Io privatizzo, ma mantengo la rete ferroviaria nella proprietà: sedendomi in CdA con il 50% rimanente delle mie quote, sarò comunque monopolista insieme al salotto buono che mi sono creato. E i privati? S’attacchino. La concorrenza? Uno schifo. Perché ultimamente si parla tanto di NTV, preso tra debiti e perdite e braccato in ogni modo da una FS allergica al mercato; ma molti dimenticano Arenaways, una società di trasporto ferroviario a capitale privato, durata un anno solamente (2010 – 2011) perché sfidare il Moloch pubblico è grave danno e grande peccato.

Questi sono solo esempi di come la nostra magnifica classe dirigente, per auto-alimentarsi elettoralmente, sfrutta monopoli di ogni genere per tenere strette le maglie del potere italiano, allergica com’è a una concorrenza che spazzerebbe brutture e storture, inefficienza e clientelismo. Il dibattito tra pubblico e privato è inutile, e non perché sia inutile di per sé, ma perché inutile gettarlo nei meandri del manicheismo pubblico-difensore dei diritti e privato-becero animale da legge della giungla. Ci sono bisogni, e i bisogni vanno soddisfatti nel miglior modo e con la maggiore efficienza. E laddove alcuni bisogni non sono contemplati, né profittevoli abbastanza per attrarre l’investimento privato (esempio classico: un collegamento ferroviario per cittadine piccole e periferiche) che lo Stato intervenga con soldi suoi, ma che sia solo in quel caso e non onnicomprensivo.  

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Dio è morto, Marx è morto e Renzi sta benone

Gianmario Pisanu

Dal Vangelo secondo Scalfari (Repubblica, 14/09/2014): Renzi è un post-ideologo d’accatto e, al netto della gobba e dei rapporti coi Bontade, è una copia sputata di Andreotti, il cinico per antonomasia (lode a te o Scalfari). Dopo una filippica stile o tempora o mores, l’accusa assume contorni più concreti: Renzi ha epurato gli ex PCI-PDS-DS, lasciando il Partito (che per Gramsci assurgeva a Principe machiavellico) in balia di ex margheritini e squinzie da 4 soldi, tutti con accento fiorentino.

Posto che ciò sia vero, e a giudicare dalla composizione dei gruppi parlamentari ancora non lo è, si ripropone ancora una volta l’eterno rovello che affligge i post-berlingueriani: siamo diversi, uguali, diversi (© Moretti)? Ma soprattutto: l’Ideologia, che ci rende così diversi e così uguali al contempo, è cosa buona e giusta?

Spesso, quando non si trova risposta ai propri dubbi, è la domanda a essere sbagliata. Così, appiattendosi alle solite dicotomie di stampo manicheo (Bene-Male, Bello-Brutto, Buono-Cattivo, Onesto-Berlusconi), la sinistra ricasca nei propri vizietti e si richiude a riccio nella propria verginità, quella sì assai pop (altro che giubbotto stile Fonzie), fatta di cantanti, predicatori che razzolano male, cineasti in cerca di finanziamenti, Papa-Benigni I e via dicendo. Dopo un bagno d’umiltà (non facile per chi, alla soglia dei sessant’anni, si crede ancora meglio gioventù), bisognerebbe chiedersi, piuttosto: l’ideologia ha ancora un senso?

Per quei paradossi della storia tanto cari a Hegel, Karl Marx, padre putativo del Comunismo, considerava l’ideologia un’impostura. Trasponendo le questioni etico-politiche in termini metafisici, cristallizza i rapporti di forza produttivi in seno alla società, giustificandoli ab aeterno. Per converso, la coscienza di classe si sarebbe inevitabilmente sviluppata da presupposti tutt’altro che astratti o imposti dall’alto. Un altro grande “maestro del sospetto”, Derrida (curiosamente, e forse non a caso, anch’esso affine al mondo di sinistra), si divertiva a decostruire “giochi di parole”, apparentemente innocui, per svelarne il potenziale totalitario implicito.

Ora, come non ravvisare un’alea d’ipocrisia nelle strategie di buona parte della classe politica “progressista” degli ultimi vent’anni? Cresciuta e crogiolatisi nel “Mito della Grande Marcia”, non quella epica e tragica del Condottiero Mao, ma la rappresentazione farsesca e kitsch sbertucciata da Kundera, la Sinistra ha trastullato i propri elettori con “narrazioni” di comodo, scambiando per asettiche verità/diritti universali quelli che in realtà erano giochi di Potere. Così, che c’è di “Sinistra” in un sindacato che, giustamente, non essendo un ente caritatevole, difende gli interessi dei propri tesserati (lavoratori pubblici, pensionati), spesso a scapito del giovane disoccupato o della partita IVA? E ancora: quale “Sinistra” dietro la svendita colossale di pezzi del patrimonio pubblico italiano ai “capitani coraggiosi” col pretesto molto kitsch di un enorme girotondo europeo tutti mano nella mano al suono dell’Inno alla Gioia? Potrei proseguire coi vari bassolinismi e vendolismi, sorti come funghi all’indomani della famigerata revisione del Titolo V: clientelismi sfrenati mascherati da New Deal, tra cui l’indimenticabile “Primavera di Napoli” di fine anni ’90 (ah, la stampa italiana).

Ma la fine di quelle che Lyotard chiamava meta-narrazioni (métarecits), sottolineandone il carattere puttanesco e illusorio, ha lasciato un vuoto difficile da accettare. Il post-moderno, che al moderno si oppone in quanto rappresentazione non teleologica della Storia (scompare cioè l’identità Modernità = Progresso, tanto cara alla sinistra per l’appunto “progressista”) è più che mai realtà nel mondo dell’informazione iper-frammentata e schizofrenica: ne è la riprova la diffusione virale  del Movimento 5 Stelle via web, impensabile fino a pochi anni fa.

Sul solco della post-modernità, Renzi posa dunque da Don Chisciotte un po’ folle denudando ciò che le sacre vestali del politically correct custodivano gelosamente. Un gioco di Potere che accetta di definirsi tale e combatte altri giochi di Potere camuffati da ideologia: questa è stata l’essenza della “rottamazione”.

Intendiamoci: l’accettazione di tutto ciò non coincide con l’esaltazione della Post-Ideologia, spesso assurta a vera e propria ideologia e, dunque, anch’essa velo di Maya di interessi inconfessabili tipo confindustriali. Né l’ideologia è sempre stata necessariamente un male: la probità dei vecchi togliattiani tutti d’un pezzo nasceva da un comune sentire, altro che diversità morale antropologica e Berlinguer-ti-voglio-bene.

In questo senso, la preziosa eredità del decostruzionismo ci aiuta a uscire dal cul de sac che la contrapposizione Ideologia-Post Ideologia inevitabilmente ripropone. La Verità sta sempre nel mezzo: non in senso salomonico o benpensante di moderazione (nessuna Nuova DC  o “casinianesimo” vario), bensì di non detto. Quindi: partecipiamo  alla vita politica accettando che le nostre lenti deformanti, pure inevitabili, si  siano un po’ assottigliate, rifuggiamo ogni nostalgia verso le “magnifiche sorti e progressive” e diffidiamo dei venditori di icone. Con buona pace dell’Eugenio nazionale.

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La mediocrita’ al potere

Alessio Mazzucco

Sto con Giuliano Ferrara senza se e senza ma. Sono stufo di vedere un petulante insetto vomitare le sue stronzate su un blog per insultare, delegittimare, inveire e perseverare nel chiaro intento di destabilizzare questo gia’ fragile paese. E sono stufo della mediocrita’ al potere. 

alessandro-di-battista-cop1Prima nominano Ferrara stercoraro dell’anno (ovvero un insetto сhe rotola nella merda per costruirsi la tana), poi il mitico Dibba Dibattista ci regala perle d’ignoranza assoluta su cui divagano quelli сhe dovrebbero essere i piu’ autorevoli editorialisti del Paese. Che schifo. L’aver condotto al potere quel poveretto e’ solo uno degli infausti risultati del Movimento 5 Stelle, a cui oramai l’opinione pubblica italiana si e’ assuefatta.

Una rubrica dal nome “Giornalista del giorno”? Massi’ dai, fa ridere, e poi e’ solamente Grillo coi suoi adepti 5 stelle, сhe vuoi сhe sia? Napolitano sotto processo, Grasso un infame, Renzi un inciuciaro con la P2 (non so perche’, ma a sentire gente сhe sproloquia di politica stile Pelu’, credo сhe Licio Gelli si faccia grasse risate). Non ci bastava una classe dirigente assolutamente inadeguata сhe ha governato il Paese negli ultimi vent’anni: no, noi volevamo di piu’. E piu’ abbiamo scavato piu’ abbiamo trovato grilli сhe ci piacevano, ci divertivano, e perche’ no?, li abbiamo condotti nei palazzi polverosi della politica italiana su un trono d’ignoranza, dicerie e vacuita’ al grido di “tutti fuori, ora governiamo noi!”. 

Un po’ inseguendo il Moretti di Aprile col suo desiderio di girare il musical del pasticcere trotzkista al posto di un noiosissimo documentario sulla vacuita’ cosmica della politica italiana, volevo scrivere tutto un altro post. E invece, guarda un po’, non c’e’ nulla di piu’ bello сhe leggere le notizie dal proprio Paese mentre si e’ all’estero in vacanza e sentire il Vice Presidente della Commissione Affari Esteri della Camera (mica il comitato di quartiere) parlare di rapporti diplomatici con l’ISIS (!!!!!!!) sognando un grande girotondo mondiale sulle rovine di Damasco sulle note di Kumbaia e We Are The World. Ehi, Dibba, ripigliati! No perche’ ultimamente quest’ignoranza diffusa, questo parlare per sentito dire o “me l’ha detto mio cugino” va molto di moda nelle chiacchierate all’italiana. A volte si ha quasi l’impressione di dover argomentare sempre su tutto (e ci mancherebbe altro!) a meno di non essere grillino: in quel caso si ha carta bianca, tanto, si dira’, sono solamente grillini, e quindi di sirene, grano saraceno, bildeberg e sciii kimici possono pure riempire gli atti parlamentari dando poi la colpa al Governo della decrescita infelice a cui siamo condannati.

La mediocrita’ al potere. Questo e’ il dramma. E non di soli grillini si parla, ma di quel lerciume grattato via dalla societa’ e gettato sul Paese sotto forma di classe dirigente. E meno male сhe ci sono i luminari! Guardate сhe cosa ho scovato in rete: LINK. Un articolo estasiante del mitico Tommaso Giuntella, al secolo braccio destro ggggiovane di Bersani nella piu’ disastrosa campagna elettorale del secolo e uomo dal curriculum fuffosissimo colmo di tanti bei titoloni (qui il LINK per gustarselo). Riassunto dell’articolo: ehi, stupidotti, io сhe so e sono un gran signore, vi dico сhe non solo le preferenze sono inutili, dannose e sbagliate, ma anche сhe i partiti dovrebbero ricostituire le vecchie scuole interne per formare i politici del domani. Riassunto da me non rende bene l’ idea. Aspettate, ecco:

La vera sfida per restituire dignità e qualità alla democrazia italiana passa per l’attuazione dell’art. 49 della Costituzione. Abbiamo bisogno di partiti che facciano scuole di formazione, che dimostrino trasparenza e democrazia interna a tutti i livelli, nei quali un militante sappia di potere mettersi a servizio della propria comunità non in forza delle proprie disponibilità economiche o relazionali ma del proprio impegno, della competenza acquisita e dimostrata, dei risultati costruiti insieme a tutta la comunità.

Io ho cominciato a piangere alla seconda riga: “Abbiamo bisogno di partiti…”. Chi ne ha bisogno, Giuntella? Tu ne hai bisogno, altrimenti il tuo curriculum sarebbe carta straccia, non certo io. Io ho bisogno di politica, e si’, miei cari affezionatissimi lettori, politica e partiti NON sono la stessa cosa. Ma voi riuscite a immaginarvi un sistema del genere (molto simile alle ultime tornate elettorali in effetti)? Immaginate, non saprei, l’imposizione tributaria (un argomento assolutamente casuale). Gia’ disprezzare la propria classe dirigente non e’ il modo migliore per pagare le tasse col sorriso sul viso (sull’argomento mi autocito a questo LINK), poi arriva il sistema giuntelliano e gente totalmente sconosciuta, ma сhe si e’ dilettata nelle “scuole di partito”, viene da me a chiedere l’obolo statale svarionando su chissa’ quali politiche metteranno in atto in un chissa’ quale spazio-tempo. Ma poi, cosa si studia nelle scuole di partito? Fuffologia? Distribuzione porta a porta della rediviva Unita’ (perche’, ehi, l’Unita’ l’ha fondata Gramsci, quindi va salvata anche se a redigerla sono dei giornalisti mediocri – povero Gramsci)? Si sostengono degli esami? Come si riconoscono i migliori? E i migliori, un giorno, governeranno il Paese? Si tengono scuole serali di tango? Brrrrrr, brividi. 

E proprio mentre scrivo, l’Huffington Post riporta di Carlo Sibilla (il gran visir di tutti i mediocri) il quale non solo propone un referendum agli italiani sull’invio di armi ai curdi (ma gli italiani cosa ne sanno della vicenda curda?), ma a domanda del giornalista spiega come il Movimento 5 Stelle avrebbe PERFETTAMENTE risolto la questione irachena. “Se ci fossimo stati noi li'”……. Ma magari Sibilla, almeno non sareste stati qui da noi.

Un giorno ci sveglieremo e tutto questo ci sembrera’ un sogno. O un incubo. E la mediocrita’ verra’ spazzata via dai dolci venti della storia o seppellira’ tutti noi. 

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Adelante Renzi, senza troppo juicio

Gianmario Pisanu

Nel Parlamento – mai così screditato – di falchi, colombe, giaguari da smacchiare, canguri killer e via dicendo, la bestia che si staglia regina è l’italianissimo gattopardo. Il quale, da buon furfante qual è, sa alla bisogna mutare strategia e adattarsi a camaleonte, se le ripetute batoste elettorali gli hanno azzoppato gli artigli e affievolito il ruggito in miagolio.

Non più, dunque, le arringhe a furor di popolo al grido di “Vincere!”(Grillo, non Mussolini, ndr), bensì la finta ricerca di compromessi ruffiani con Di Maio e Vito Crimi nei panni di Moro e Berlinguer, mala tempora currunt. Sul lato destro dell’emiciclo, finiti i bei tempi del celodurismo programmatico al grido di “Roma Ladrona”, la Lega piange per i senatori espressioni delle autonomie regionali (!): senza ministeri a Monza e parlamentino del Nord, non s’ha da fare.

Ci sono poi le opposizioni interne, quelle di piazza e di governo, secondo un’antica tradizione dell’inconcludente sinistra italiana: fedeli al proprio destino, gridano “Al Lupo Al Lupo” da sessant’anni a questa parte, dalla “legge truffa” in poi,anche se ormai nessuno se li fila più. Un punto, tuttavia, accomuna quest’accozzaglia di aventiniani post-litteram: la denuncia di cesarismo, rivolta all’attuale premier. Da trent’anni a questa parte ci sentiamo ripetere che, essendo la nostra la Costituzione più bella del mondo, il delicato equilibrio di pesi e contrappesi su cui si regge non va toccato, come se non fosse in realtà il frutto di condizioni storiche ben precise, di lacrime e sangue, per dirla con Churchill. In particolare, lo stravolgimento del materialismo dialettico e dello storicismo tipici della sinistra hegeliana col concetto tremendamente pop di Bello (“Quando c’era Berlinguer”, © Veltroni, ne è un esempio straordinario, ma aggiungerei: Curzio Maltese, Michele Serra, Roberto Saviano, Maurizio Crozza, Barbara Spinelli: nun ve reggae più!), ha reso il Sacro Testo un moloch inossidabile. Crogiolatasi nelle proprie “narrazioni”, la sinistra ha così sposato acriticamente l’ideologia della concertazione, moderna versione del “Sopire, troncare, troncare, sopire” del Conte Zio manzoniano. Dunque, non si governa se le parti sociali non sono d’accordo, non si governa senza un’ampia convergenza, magari parallela, non si governa senza il consenso di comunità locali e pittoreschi valligiani. In parole povere: vietato governare, pena l’accusa di vetero-fascismo.

Com’era prevedibile, neppure la riforma del Senato è sfuggita alla fatwa delle cosiddette èlites (Galli della Loggia, Corsera 12/08/14). Dal punto di vista tecnico, fior di costituzionalisti e professoroni hanno addotto i più svariati cavilli. Di fronte a tale fuoco di fila, preferisco pertanto soprassedere, limitandomi alle accuse più paradossali, che meglio svelano interessi, ambizioni, ruffianerie, paure e tic mentali delle Alte Sfere.

La principale delle quali è senz’altro la pretesa mancanza di democraticità del processo costituzionale messo in atto. Ora, seguendo lo stesso precetto leibniziano della più bella delle Costituzioni possibili, si potrebbe tranquillamente affermare che ciò che essa contempla, e dunque anche la possibilità di auto-emendarsi, è senz’altro buono e giusto. Ma, andando più addentro, s’intravede il vero vulnus che molti soloni dell’opposizione non possono soffrire: il patto col Caimano, il Pregiudicato, Silvio Berlusconi. Peccato che, stando ai tanto sbandierati principi democratici, un accordo che includa Destra e Sinistra dello schieramento rappresenti il massimo della rappresentatività. Non è stato, in definitiva, commesso lo stesso errore del 2005, quando la riforma del centodestra, passata a colpi di maggioranza, venne spernacchiata dal referendum abrogativo sulla scia della vittoria elettorale dell’Unione di Prodi. Già, perché, in aggiunta al principio rappresentativo, le vestali del politically correct fingono d’ignorare l’arma referendaria, garante della loro amata democrazia à la Rousseau, per così dire. Sanno che ne uscirebbero assai malconci, poiché le consultazioni popolari, checché se ne dica, prescindono dal merito di quesiti astrusi e cavalcano essenzialmente l’onda del momento, che in questo momento dice Renzi. Ma, a quanto pare, rappresentatività e democrazia diretta sarebbero meglio preservate da qualche migliaio di internauti frustrati che, dal pulpito di un blog, candidano Milena Gabanelli alla Presidenza della Repubblica.

“Adelante, Renzi, ma con juicio” dicono invece i più scafati, i benaltristi, quelli che, quando il gioco si fa duro, tirano in ballo mille altre problematiche più impellenti e inneggiano alla Prudenza quale virtù evangelica. Ora, so bene che l’attuale riforma andrà a modificare l’architettura statale (Senato, composizione del Csm, elezione del Presidente della Repubblica, normativa referendaria, revisione del Titolo V) e che, secondo l’adagio di Clemenceau, per ogni problema complicato esiste sempre una soluzione semplice e sbagliata (salvo poi rimanerne egli stesso vittima, se è vero, come Keynes racconta, che alle opposizioni sulle sanzioni tedesche a Versailles rispose con un secco “Les Allemands…Tuer, tuer”!). E’ anche vero, tuttavia, che il processo di riforma costituzionale dura da trent’anni, da Craxi alla bicamerale fino al Veltrusconi, e che solo ora, a quanto pare, lo spirito dei tempi, proprio per stare al passo coi tempi, impone una democrazia rappresentativa improntata all’efficienza. Renzi dunque monetizzi il considerevole successo e, come Machiavelli insegnava, compia le riforme più improbe tutte in una volta, durante la Luna di Miele. Se i ragazzotti sono troppo ignoranti e sbarazzini per l’arduo compito, qualche buona citazione dal Passato li salverà da giudizi parrucconi. Un grande padre costituente, Piero Calamandrei, sosteneva che sono i governi deboli a generare le dittature, non viceversa. Sulla falsariga, parafrasando Goya, si potrebbe dire che il sonno della Politica genera mostri. Alla prova dei fatti, con troppo juicio, Grillo e Casaleggio hanno ottenuto il 25% dei suffragi alle elezioni politiche del 2013.

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La caduta dell’Impero americano

Alessio Mazzucco

Per gli appassionati della trilogia del quebecois Denis Arcand, il tema della decadenza dell’Impero americano è noto, ma non c’è neanche bisogno di apprezzare, come il sottoscritto, film canadesi per rendersi conto che un capitolo della Storia si sta chiudendo e un altro sta per iniziare. Noi ci troviamo nel mezzo, nel diaframma che collega due ere distinte, incapaci, certamente, di abbracciare nella loro complessità i mutamenti globali, ma abbastanza fortunati (o sfortunati, a seconda) da avere un posto in prima fila per assistere allo spettacolo.

Anche chi non crede ai ricorsi storici potrebbe essere incuriosito dai numerosi rimandi a diverse epoche storiche, dal declino definitivo di quello che fu l’Impero romano alle guerre mondiali d’inizio novecento. Vi propongo una mappa di Limes.

Schieramento delle forze americane - 2013

L’Impero romano non cadde il giorno della deposizione di Romolo Augusto, 476 d.C., ma seguì un lento declino durato più di due secoli, dagli imperatori Traiano e il successore Adriano, passò attraverso la vittoria del Cristianesimo come religione ufficiale (morte di Costantino – 337 d.C.), la divisione dell’Impero e le invasioni barbariche sino all’ultimo, tragico, atto della deposizione del principe romano.

Il nostro declino è iniziato vent’anni fa, dopo i gloriosi anni 90, ultimo momento di fulgido splendore occidentale, è passato attraverso il primo “Sacco di Roma”(New York – 11 settembre 2001) e l’attacco al cuore finanziario dell’Occidente. Da quel momento tutto è cambiato. L’Impero, colpito nel suo punto nevralgico, ha reagito portando la guerra ai suoi confini, le frontiere afgane e irachene, trascinando i suoi alleati in una campagna inutile e dannosa di cui solo ora apprezziamo veramente le conseguenze. Con Obama tutto è cambiato: la dichiarazione di pace – o, meglio, di non intervento dell’America alla stregua di quel che il giornalismo chiama il poliziotto globale - l’abbandono degli avamposti e il ritiro delle truppe dalle zone calde del mondo ha lasciato quel vuoto a cui assistiamo impotenti e refrattari a qualunque coinvolgimento. L’Iraq, la Siria, le primavere arabe, ora l’Isis e la Palestina, il risveglio della questione curda e il ruggito dell’orso russo all’indomani della caduta dell’URSS, delle crisi finanziarie anni 90 e della ripresa economica del primo decennio del 2000, sono solo alcuni degli scenari che si stanno creando.

Il vuoto di potere chiama chi il potere lo desidera, o ne ha necessità. L’abbandono degli avamposti, il tentennamento sull’intervento occidentale in Siria, l’incapacità di creare interlocutori credibili nel Nord Africa e l’abbandono della regione alle lotte interne ha mostrato al mondo che cos’è ora l’Occidente: una regione ripiegata in se stessa, abbattuta dalla crisi economica più grave dal ’29, un’Europa tentennante e incapace di scelte nette, che non riesce a darsi un vero potere centrale e si dibatte nella morsa di una burocrazia pantagruelica, un populismo crescente e la delusione dei suoi cittadini nel progetto e nel suo futuro. Un disastro. 

L’Ucraina è l’altro nodo: poco al di là dei confini europei, un paese diviso tra russofoni e ucraini ha iniziato la sua guerra civile davanti a un’Europa incapace di compattarsi, reagire e muoversi nello scenario globale se non seguendo stupide, frettolose e assurde sanzioni nei confronti del vicino russo. E questa guerra ha colpito civili europei inermi con l’abbattimento di un aereo di linea, mai dimenticarlo.

A scendere troviamo la Turchia interventista di Erdogan, filo-occidentale fino al risorgere delle pulsioni islamiche, quindi il Libano, il bagno di sangue siriano, l’aggressività israeliana causa/conseguenza (la storia ce lo dirà) delle ostilità regionali, l’Egitto, da poco in mano al nuovo Mubarak, la guerra civile libica, la rivoluzione sventata in Tunisia, la guerriglia islamica nella regione Sahariana. A questo si aggiunga l’ISIS, il Califfato che stende dall’Iraq del Nord, alle regioni orientali della Siria sino a lambire la regione del Curdistan. Ripeto: dove c’è un vuoto di potere, altri lo colmeranno. 

E mentre l’Europa elabora ancora l’abbandono del fratello maggiore americano, gli Stati Uniti obamiani guardano al Pacifico (nel 2012 parte della flotta atlantica americana si è spostata nel Pacifico portando il rapporto delle due regioni da 50-50 a 40-60 delle forze navali americane). Lì gli alleati forti sono Giappone e Corea del Sud, entrambi spaventati dall’aggressività cinese che vede nelle isole Senkaku (contese al Giappone) una propria ragione d’esistere, con uno sguardo alla regione della Cina meridionale, dove le trivelle del Dragone sono entrate in acque territoriali vietnamite provocando proteste e aggressioni nel Paese. La Cina cresce e, come ogni altro fenomeno sociale, laddove un gruppo s’ingrandisce, altri ne saranno schiacciati. Giusto pochi giorni fa circolava sui media la notizia che il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe era riuscito a cambiare l’articolo della Costituzione che bloccava l’esercito nipponico al solo compito di poter difendere esclusivamente il territorio giapponese, permettendo, invece, l’intervento in caso di aggressione agli alleati. Come dire? I pezzi si muovono sulla scacchiera. 

Concludo. Forse è esagerato, inutilmente retorico e ridondante, ma nel Medio Oriente si sta combattendo la guerra che deciderà in larga parte i destini del mondo, e la polveriera destata dalle scelte politiche e le trasformazioni degli ultimi vent’anni è esplosa. Possiamo chiamarla Guerra Mondiale, scontro tribale o macello medio-orientale, ma la sostanza non cambia: i Paesi che giocano questa partita usciranno trasformati per sempre e l’Impero Americano avrà perso definitivamente la sua influenza, lasciando che il mondo trovi il suo nuovo “equilibrio” nel potere dei nuovi paesi emergenti.

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Non è vero che i sindacati siano inutili: QUESTI sindacati sono inutili

Alessio Mazzucco

È giunto finalmente il momento di dire che non sono i sindacati in sé a essere inutili, ma questi sindacati che ci ritroviamo.

Guardate questa foto.angeletti_camusso_buonanni-300x199 Sembrano i cavalieri dell’Apocalisse. E se ci aggiungiamo Fassina diventano pure quattro. No, i sindacati non sono inutili come una certa retorica soffia da qualche tempo. L’inutilità deriva dallo scopo che il mezzo si dà, e questo vale per qualunque cosa, i partiti, internet, la politica e i libri di Fabio Volo. Tutto può essere utile o inutile da come viene usato. Cgil, Cisl e Uil, le tre grandi sigle italiane, non sono solo inutili: sono dannosi. Quando immagino uno dei loro segretari dire “Interverremo sul caso XXX [fai che sia Electrolux, Alitalia o Ferrovie dello Stato]” mi prende il panico, come ai vietcong all’arrivo battagliero degli elicotteri sulle note di Wagner. Avete presente? Ecco, quella è la sensazione.

Alitalia è emblematica. Vi prego, seguite tutto il filo della storia della più sgangherata compagnia di bandiera del mondo occidentale. Dunque, salvata già due volte (anni 90 – i capitani coraggiosi – e anno 2009 – un Berlusconi anti-liberista e patriota sui generis) si appresta al suo terzo salvataggio, non pubblico stavolta, questo certo, ma per mano della compagnia araba Etihad. “Gli arabi ci invadono!”. Sì, certo, come no. 

Etihad decide d’intervenire: l’odore di tagli ed esuberi si fa intenso, e i sindacati si precipitano subito al tavolo delle trattative. Ma come? Tagli? Esuberi? Perché? “Perché è in perdita?” verrebbe da dire “Perché senza tagli e razionalizzazione fallirebbe?” verrebbe da pensare, ma non in questo Paese. No, qui si preserva il lavoro urbi et orbi, non si permettono investimenti se non mantenendo lo status-quo assolutamente inalterato. E, si dirà, lo status quo è cosa buona. Anche qui: sì, certo, come no.

La trattativa è passata da 2500 a circa 1900 esuberi (se erro mi corriggerete), di cui un migliaio verranno riassorbiti e ricollocati dal Governo, altri 250 riceveranno contratti di solidarietà e per i restanti si è pensato a quattro anni di ammortizzatori all’80% dello stipendio mensile. Quattro anni. Assaporate per bene questo numero. QUATTRO STRAMALEDETTISSIMI ANNI. Il nostro Ministro del Lavoro Poletti ha dichiarato orgoglioso e compiaciuto: “Abbiamo sbloccato 14 milioni per gli ammortizzatori”. 14? Altri 14 milioni? Sì, forse i 400 milioni del 2009 non erano abbastanza, ma lo capisco, continuate così. 

Ora, giusto per chiarire, ma quei 1000 lavoratori che verranno ricollocati dal Governo che faranno? Dove andranno? Metterete hostess alle Poste e piloti a fungere da capo-treni? Sposterete centinaia di impiegati dal redigere documenti aeroportuali ad approvare emendamenti nei ministeri o elaborare complicate astuzie burocratiche in qualunque istituzione comunale-provinciale-regionale-statale che vi capiti sotto tiro? Ma poi scusate, ma come li formerete al nuovo lavoro? Siete sicuri che dargli un lavoro giusto per mettere una toppa sia la soluzione giusta nel lungo periodo? Bah. Dare liquidazioni e permettere loro di riformarsi e rimettersi in gioco no, vero? Troppi voti persi, giusto?

Ora, lasciando da parte Alitalia, il sindacato è questo qui. Da una parte le compagnie sindacalizzate (pubbliche o no) che comunque vada hanno il diritto e il privilegio acquisito cinquant’anni fa a sedersi sempre e comunque al tavolo dei vari Ministeri, dallo Sviluppo Economico al Lavoro, a volte fino ad arrivare alle lucenti scrivanie di Palazzo Chigi, dall’altra tutto il mondo delle piccole aziende, dei servizi e delle imprese troppo piccole – o troppo moderne – per creare appetiti elettorali ai nostri signori dei sindacati per essere difeso. Ed ecco che le azienducole e i lavoratori e i neo-laureati che entrano nel favoloso mondo dei servizi si dibattono tra un sistema contrattuale duale – determinato vs indeterminato per chiarire – senza ammortizzatori di sorta o protezioni del Ministero. Noi non veniamo “ricollocati” se perdiamo il lavoro. Ed è giusto così. A noi non danno 14 milioni “sbloccati” dal Poletti, e non li chiediamo neanche perché speriamo che un giorno, dopo l’illuminazione sulla strada di Damasco, quei 14 milioni siano spesi per la banda larga del Paese, per il taglio del cuneo fiscale o per la creazione di Tax-Free Zone per le nuove imprese hi-tech. Così, giusto per spararne due nel mucchio.

Ma per questo abbiamo bisogno di un sindacato. Un sindacato-lobby, un sindacato che dopo l’ultima riforma del lavoro si piazzi sotto Palazzo Chigi a dire: “Ehi Renzi, sai che c’è? Ci hai promesso tempo indeterminato per tutti con flessibilità in uscita e tutele crescenti, ma questo mi pare tutto l’opposto”. E giù scioperi. O tavoli. O pressione lobbistica. Perché questo sono i sindacati: lobby. Non idealistici movimenti di protezione, ma lobby dei suoi iscritti, gruppi organizzati di pressione. Ed è tanto opprimente quanto frustrante l’idea che “o noi o nessuno” “Noi soli proteggiamo i lavoratori” “Après moi le deluge” sia l’analisi politica di quei signori che VOLONTARIAMENTE tengono fuori una parte dei lavoratori (guarda caso, i giovani in primis) dall’ottenere “qualche diritto in più” per evitare che qualche vecchio iscritto abbia “qualche diritto in meno”. 

Ho deciso di scrivere una lettera alla signora Camusso.

Cara Camusso. No. Gentile segretario Camusso. Neanche. Susanna! No, troppo aggressivo. Camusso! Sì, può andare. Dunque. Camusso! Cara Camusso! Possiamo darci del tu? Bene. Tu non proteggi tutti i lavoratori. Ed è giusto così: tu proteggi gli iscritti e pensi alla tua rielezione. Ma a noi va bene così. Camusso! Blocca pure tutti i tentativi d’ammodernamento, non pensare al lungo periodo citando a vanvera Keynes che “nel lungo periodo siamo tutti morti” ché noi non lo saremo di certo e cambieremo finalmente il paese. Camusso! Accetta Etihad, accetta i tagli! Non parlare di cose che non ti competono, investimenti o sviluppo del settore aeroportuale, perché non sei preparata. Non dare la colpa solo ai manager della compagnia, perché quando quella stessa compagnia assumeva TROPPE persone per essere efficiente e slacciava i cordoni del borsone pubblico per estendere stipendi e privilegi in ogni suo angolo remoto del suo operare tu hai taciuto, quando la politica ha colmato d’inutili dipendenti Alitalia per avere un ritorno politico-elettorale tu hai voltato lo sguardo dall’altra parte, e non ti sei erta a difesa dell’efficienza della Compagnia gridando “Così salta tutto!”. No, non l’hai fatto.

Susanna, te lo dico da amico, da venticinquenne lavoratore del settore servizi. Non abbiamo bisogno di te e dei tuoi compari di sventura. No. Noi abbiamo bisogno di regole chiare e semplici, di possibilità e flessibilità in entrata quanto in uscita, d’investimenti esteri e prospettive, non di pezze e di toppe che di questo Paese ne abbiamo viste troppe. Susanna, i lavoratori non hanno bisogno di te, non tutti, ma di altro, di altri sindacati, di altre persone. Noi abbiamo bisogno di un altro sindacato, uno vero. 

Cordiali saluti

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