Prof, si ricordi l’Ultimatum Game!

Alberto Grillo

E’ in corso sulla stampa un dibattito su pregi e difetti dell’operato di Margaret Thatcher, recentemente scomparsa. Chi la critica sottolinea come la disuguaglianza tra ricchi e poveri sia aumentata negli anni del suo mandato, chi la loda risponde che però il reddito a disposizione aumentò per tutte le fasce della popolazione.

A riguardo, oggi in un articolo sul Sole24ore leggo: “Se voi foste un povero, preferireste “tutti poveri ma uguali” o “tutti più ricchi anche se un po’ più diseguali”?”
Ecco, a me sembra che mettere la questione in questi termini sia un po’ una paraculata. E che questa possa essere meglio posta nel seguente modo: “Come deve essere (re)distribuito tra le fasce della popolazione un aumento della ricchezza?”

Così la risposta diventa meno scontata. Sempre che prima lo fosse, cosa comunque dubbia, come dimostra un’ampia letteratura sull’Ultimatum Game, secondo la quale non è affatto detto che si preferisce, in ogni caso, essere più ricchi!

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Perché gridare, Amnistia!

Francesco Saverio Salonia

Torniamo ancora una volta sulla tematica delle carceri e della inefficienza della macchina della giustizia nostrana. Ci torniamo proprio in questi giorni in cui l’Unione Europea condanna nuovamente l’Italia per via della sua particolarissima posizione in tema di responsabilità civile dei magistrati. Ci torniamo principalmente perché la scorsa settimana a Roma si è tenuto il 44° Convegno del Seac, organo che riunisce e coordina tutte le realtà di volontariato attive nelle carceri sul territorio Italiano. In questa occasione sia il presidente della Repubblica, sia il vice-presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Michele Vietti sono tornati a parlare della tragica situazione di sovraffollamento e mala gestione dei nostri istituti di pena.

L’emergenza in realtà è duplice. Se le carceri da un lato stanno esplodendo, dall’altro vi è la pachidermica ed ipertrofica bestia processuale Italiana, che ha raggiunto una dimensione spropositata ed una dinamicità inesistente. I dati del 2009 ci dicono che abbiamo ancora pendenti 3,2 milioni di processi civili e quasi 5,5 milioni di processi penali. In totale, quasi 10 milioni di processi ancora in corso. Con ottimismo, possiamo pensare che per ogni processo sia imputata una sola persona e, sempre col sorriso sulle labbra, possiamo ipotizzare una sola vittima. Anche con questa rosea prospettiva, sappiamo che 20 milioni di persone in questo momento stanno avendo a che fare con una realtà processuale. Si tratta di un terzo della popolazione Italiana. Un processo civile, tra primo e secondo grado, dura in media 2469 giorni, ossia più di 6 anni. Un processo penale, tra primo e secondo grado di giudizio ne dura invece 1156, ossia più di 3 anni. Abbiamo già riflettuto indirettamente su cosa vogliano dire questi dati, coniugati con l’abuso di carcerazione preventiva posto in atto nel nostro paese e cioè un periodo supplementare di detenzione per gli imputati senza una sentenza passata in giudicato. Per le vittime significano risorse sprecate in termini di denaro, energie, tranquillità e fiducia nella capacità dello Stato di dirimere i conflitti tra cittadini. Per via di questo impianto ormai incancrenito ed incapace di correggersi dal suo interno, vanno in prescrizione ogni anno 170.000 processi. Alcuni chiamano questo fenomeno Amnistia di Classe, perché coloro che possono permettersi una buona difesa riescono con più probabilità ad oltrepassare i termini della prescrizione. Insomma, sia il sistema carcerario che quello giudiziario sono impaludati i uno status di evidente, sistematica, cronica ed ignorata violazione dei diritti civili e talvolta persino umani degli imputati, delle vittime e dei detenuti.

Questa situazione di profonda inefficienza ed inefficacia di entrambi i sistemi ha anche un ragguardevole peso sull’economia del paese. Per il sistema carcerario sono stati stanziati nel 2010 più di 2,7 miliardi di Euro (in diminuzione), mentre ogni anno lo stato spende più di 4 miliardi per tenere in funzione il sistema giudiziario (il 70% in stipendi). Io mi auguro che un profondo intervento volto a risanare le storture riscontrabili in questo ambito sia identificato come assolutamente necessario e che gli venga assegnata una congrua priorità. Giorgio Napolitano ha parlato di “Strumenti Straordinari” per far fronte all’emergenza.

A mio avviso l’unica vera medicina somministrabile si compone di due ingredienti, entrambi essenziali per la buona riuscita della terapia. Il primo è senz’altro un provvedimento di Amnistia, indirizzato ad una categoria di reati da identificare con cura, ma nella quale dovrebbero senz’altro figurare i piccoli reati di droga, prominenti nel nostro paese, come pure i piccoli furti e le violazioni per cui la pena massima non ecceda i 3 anni. Questo tipo di intervento avrebbe un duplice scopo. Il primo sarebbe quello di ridimensionare la popolazione carceraria, in modo da rendere nuovamente o forse per la prima volta possibile un percorso rieducativo strutturato e pianificato, volto ad abbattere gli altissimi tassi di recidiva. Il secondo sarebbe la drastica diminuzione dei processi ancora pendenti (l’Amnistia, al contrario dell’Indulto, non prevede la semplice scarcerazione ma l’estinzione del reato o della sua ipotesi), di modo che giudici e magistrati possano avere uno spazio di manovra, ad oggi inesistente, per riorganizzare il proprio lavoro ed impedire un nuovo accumulo di procedimenti.

Il secondo ingrediente è una riforma strutturale dell’ordinamento penitenziario e di quello giudiziario, senza la quale a pochi mesi dall’amnistia ci ritroveremmo nella stessa identica situazione di partenza. Un primo passo sarebbe quello di spronare i magistrati ad adoperare la carcerazione cautelare con più parsimonia, eventualmente modificandone i prerequisiti previsti dalla legge. Certamente il maggiore sforzo và compiuto spostando radicalmente l’attenzione dal carcere verso la sempre più diffusa e promettente realtà delle misure alternative di pena. Si tratta degli arresti domiciliari, ma non solo, si parla anche e soprattutto di affidamento in prova e semilibertà. Queste misure si sono rivelate negli ultimi anni molto efficaci sia dal punto di vista della bassa recidiva, sia da quello dei successi nel reinserimento nel mondo del lavoro. Senza contare che un condannato in più alle misure alternative significa un prigioniero in meno nelle carceri, il che significa meno spesa pubblica, più spazio nelle strutture, più risorse e capacità di recupero per i reclusi. Parallelamente sarebbe auspicabile porre in atto diversi interventi volti alla riduzione del numero e nei tempi dei processi, soprattutto di quelli penali. A questo proposito si è spesso parlato di depenalizzare una vasta gamma di reati meno gravi, prevedendo per essi una sanzione di tipo amministrativo pecuniario. Il riferimento più immediato anche qui è all’indirizzo dei reati di droga.

 Ma la verità è che per snellire l’iter processuale si devono conoscere le cause della sua deriva. Il problema più grande da questo punto di vista è che non esistono centri studi od osservatori permanenti che monitorino queste attività e restituiscano agli addetti ai lavori delle analisi, che mettano in luce le cause scatenanti di tanti ritardi e tanti affastellamenti. Esistono solo elucubrazioni giornalistiche e politiche, entrambe parziali ed interessate, che attribuiscono la colpa dei  troppi e troppo lunghi processi ora all’elevato numero di avvocati e alle loro presunte pratiche disoneste, ora all’inettitudine dei pubblici ministeri o alla pigrizia dei giudici. Ciò che serve invece è un’analisi tecnica e rigorosa che individui i nodi focali su cui mettere le mani. Amnistia e riforme strutturali sono un binomio indivisibile, la prima non può produrre effetti di lungo termine senza le seconde, come queste ultime non possono essere seriamente pensate, pianificate e messe in atto senza la prima.

 Il nuovo ministro della giustizia Paola Severino ha dichiarato che per ora esclude categoricamente provvedimenti di Amnistia e Indulto. Nessuna alternativa è stata contestualmente avanzata.

Non c’è da essere ottimisti.

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Libertà e coscienza

Alessio Mazzucco

A seguito del suicidio assistito di Lucio Magri in una clinica svizzera, ho trovato un articolo interessante di botta e risposta tra Travaglio e Flores d’Arcais su Il Fatto Quotidiano. L’ho postato sulla mia pagina facebook e si è sviluppato un secondo dibattito con un amico. Posto di seguito la mia risposta, sperando che la discussione non si fermi alla mia bacheca! (Naturalmente quello che leggerete di seguito è solo un commento, non un articolo completo, quindi sono solo, a mio avviso, spunti di riflessione)

“Prima di parlarne nelle sedi legislative trovo opportuno parlare in ambito sociale per creare dibattito tra i cittadini. E’ più sano che altro. Per quanto riguarda il tema specifico, non lo considererei semplice. Personalmente, mi sento liberale nel dire che la persona appartiene solo a se stessa, sue sono le scelte e sua la libertà. Di per sé, infatti, non condanno il suicidio. Se uno vuole togliersi la vita è OVVIO che cercherei di dissuaderlo, ma una volta compiuto l’atto non mi permetterei mai di criticarlo per nessuna ragione (nessuna!!!), qualunque essa sia, che ci sia o no. Di per sé, la tematica che Travaglio mette in luce è un’altra. Lui non scrive che il suicidio è sbagliato in quanto tale. Certo, se uno può evitarlo è meglio, ma ognuno è libero di far quel che crede. Il problema è l’intervento dello Stato (nella figura del legislatore) e del medico come terza persona. Il suicidio assistito sarebbe legalizzare il fatto che, su richiesta personale, un uomo tolga la vita ad un altro uomo. Questo mi lascia perplesso. Non mi addentrerei nel giuramento di Ippocrate dei medici (vedi articolo di Travaglio) più che altro perché credo più alla coscienza delle persone e alla loro capacità di giudizio che ad un giuramento pronunciato ad alta voce.

Un’ultima domanda che ci possiamo porre è: legalizzare il suicidio assistito non è una sorta di arresa dello Stato per non essere stato in grado di creare una società nella quale ogni persona possa trovarsi a proprio agio senza essere spinta a togliersi la vita? Potrebbe essere un punto di discussione. A questo punto, forse, si potrebbe legalizzare il veleno utilizzato, così che ognuno possa togliersi la vita fai-da-te, perché no?

Un ultimo pensiero. Il suicidio è una scelta estrema perché mette in gioco tutto l’essere della persona. E’ giusto, quindi, gettar via la propria responsabilità nell’atto per affidarla ad un altro? Se uno vuole tagliarsi le vene ai polsi perché deve chiedere ad un amico di farlo al posto suo?

La libertà è personale e il mio io mi appartiene. Proprio per questo, IO sono responsabile del mio corpo e della mia coscienza. A libertà equivale responsabilità. Non rinuncerei mai alla prima, a costo del peso che comporta la seconda. E questi sono solo pensieri. Ripeto, il tema mi lascia perplesso. E un’ultima cosa: non confondiamo suicidio assistito con eutanasia e testamento biologico. Sono argomenti ben distinti.”

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La politica è rimasta a guardare

Alessio Mazzucco

Come titolano i giornali di oggi, è in arrivo una botta da 24 miliardi di euro. Oggi era il giorno della rivelazione, e stamattina blog e giornali fanno sfilare sotto i nostri occhi le cifre e i dettagli della manovra d’emergenza che dovrebbe salvare l’Italia e l’Europa dalla catastrofe.

Il mondo politico, per ora, resta a guardare. Consapevoli del proprio fallimento, di vent’anni di riforme mancate e del baratro lungo il quale ci hanno condotti in tempo di crisi, i partiti aspettano, lasciano che sia il tecnico ad andare avanti, magari buttano lì sul piatto qualche slogan giusto per dire “siamo ancora qui, siamo vivi!”. Patetici. Vi consiglio di fare un giro sui siti dei partiti principali. Da Sel al Pdl, tutti in fila, a trattenere il fiato aspettando che passi la mareggiata. Già, perché dopo questa manovra chi raccoglierà i pezzi in cui si è disgregata la società per proporre un nuovo programma di riforme politiche? Chi andrà dai contribuenti su cui ricadrà ancora il prelievo a domandare ancora il voto? Le perplessità spuntano ovunque, da Alesina e Giavazzi che commentano con un secco “Caro presidente no, così non va” sul Corriere a Vittorio Feltri e Linkiesta.it che sottolineano come la manovra ricada su chi le tasse le ha sempre pagate. E se ne potrebbero citare altri. Come dargli torto?

Ma del resto, come criticare Monti? Abbiamo perso talmente tanto e per troppo tempo l’idea di cosa stesse accadendo all’Italia inseguendo barzellette e figuracce, che forse non ci rendiamo davvero conto della situazione in cui siamo. Da qualche parte i soldi devono saltar fuori per fronteggiare un debito mostruoso. I partiti lo sanno e per questo tacciono: sanno che qualcuno doveva sacrificarsi per rimettere in sesto la situazione, sanno che c’è poco da fare al livello critico in cui eravamo giunti. Le proposte quindi languono, e con loro lo spirito d’iniziativa di una casta disorientata dalla fine dell’avventura del Berlusconismo, incapace ancora di rimettersi in marcia verso nuovi orizzonti.

E la società che dice? Trattiene il fiato o forse è semplicemente disorientata? Il sistema-mondo cambia, l’Europa perde pezzi e credibilità, indignati scendono in piazza in tutti i paesi occidentali e occidentalizzati domandando perché siamo noi a dover pagare gli errori e le miopie di altri. Bloccati dall’inutile dibattito sul tecnico sì/tecnico no ci siamo persi le violenze della polizia americana, la cacciata del movimento Occupy dalle principali città statunitensi, le manifestazioni anti-Monti e anti-banche che uniscono le frange estremista della sinistra extra-parlamentare e della destra Ezra-Poundiana (Napoli, 28 novembre).

La politica dovrebbe farsi portatore di interesse, lettrice delle dinamiche sociali ed economiche che investono il Paese, dovrebbe proporre il futuro e la direzione in cui volgere il cambiamento. Al momento, è proprio la politica la grande assente dalla scena.

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Ancora sull’evasione: commenti

 

Francesco Saverio Salonia

Premettiamo che il prezzo di mercato di un bene o servizio è un concetto assai sfuggente in concreto. Il medico di base ti fa pagare la visita medica 30 Euro. Dentro questo prezzo cosa c’è? I costi complessivi che il medico deve sostenere per svolgere la visita, più una quota d’ammortamento dei costi fissi (studio medico, apparecchiature etc…) più un mark-up che è quello che gli garantisce la “giusta remunerazione” del suo capitale, che è un capitale umano accumulatosi dopo anni di studio e pratica della professione. Non solo, temo. Credo che ci sia già una quota di tasse sul suo reddito che egli scarica sui suoi utenti, quanta? La valutazione è quasi impossibile. Ma lasciamo perdere almeno per ora. Ipotizziamo che il mondo inizi adesso e che sia un mondo senza tasse.

Se queste vengono introdotte, il medico può rispondere con un aumento arbitrario dei prezzi esattamente pari all’ammontare della nuova tassa, e quindi la prestazione medica me la offre a 40.  Ma se quel 40 comprende già le tasse introdotte adesso, alla fine della fiera nelle sue tasche entrerà esattamente lo stesso profitto di prima. A queste condizioni è poco probabile la domanda 40 con fattura o 30 senza, perché lui è del tutto indifferente tra la prima e la seconda opzione.  La domanda sensata diventa 40 con fattura o 32 senza? Se rispondere fattura alla prima domanda avrebbe comportato l’acquisto del bene al “prezzo di mercato” (ammesso e non concesso che questa grandezza sia identificabile) e conseguentemente il pagamento da parte mia di tutte le nuove tasse del medico, rispondere niente fattura alla seconda domanda comporta qualcosa di ancora diverso.

Noi pagheremmo il bene ad un prezzo maggiorato rispetto a quello di mercato e quel surplus di 2 unità diventerebbe di fatto una tassa calmierata che staremmo pagando non allo stato, bensì al medico stesso. Non possiamo neanche essere troppo ottimisti nel credere che là fuori da qualche parte ci sia un medico/agente razionale (dato che siamo nell’ambito della riflessione sugli incentivi duri e puri) che ti offra 30 con fattura, perché è vero che attirerà qualche cliente in più, forse, ma il peso fiscale che dovrà sostenere su ognuno di loro difficilmente gli permetterà un bilancio positivo. Certo, proporre 30 senza fattura, anche se equivalente per ogni singola prestazione a 40 con fattura, comporterebbe un’attrattiva maggiore per i clienti, tuttavia nei casi dei liberi professionisti sappiamo come le dinamiche interne agli ordini promuovano comportamenti collusori sui prezzi.

Io abbraccio del tutto la logica secondo la quale se un cittadino già paga le tasse che gli spettano, non vedo perché dovrebbe pagare le tasse altrui, anche se questo significa che le tasse altrui non le pagherà nessuno. Credo che si possa scegliere di aderire ad una posizione del genere senza essere additati come delinquenti. Quello che sottolineo è l’importanza di conoscere le conseguenze delle proprie azioni. Quando non si sceglie la fattura, si rifiuta di pagare una parte grossa delle tasse altrui allo stato, accettando in cambio di pagare una parte piccola di queste tasse a colui che comunque non le pagherà allo stato. Questo è il vero trade-off a mio avviso.

A volte, molte volte, è ancora peggio di così, perché al bar scontrino o sconto non te lo chiedono affatto e dubito che applichino prezzi più bassi perché prevedono che emetteranno meno scontrini del dovuto, traslando un po’ di tasse evitate in sconticini per gli avventori. Dunque bisogna essere almeno consapevoli che per ogni birra senza scontrino stai pagando tutte le tasse che il barista dovrebbe allo stato, solo che le stai pagando al barista stesso. Ciò non toglie che qualcuno possa scegliere di non iniziare un’ infervorata lotta alla richiesta dello scontrino o una selvaggia campagna di segnalazione alla finanza, perché è legittimo credere, come credo anche io, che un asfissiante controllo sociale non sia uno strumento efficace nel lungo periodo. Tuttavia bisogna sapere perfettamente quanto consegue dal nostro comportamento.

(Ho scelto di pubblicare questo commento al precedente articolo di Alberto come un pezzo a parte, perché si è sviluppato molto nel corso della stesura. Stiamo naturalmente seguitando nel solco di un’analisi assolutamente qualitativa, con esempi che lasciano il tempo che trovano. Nonostante ciò qualche spunto penso ci sia.)

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Ancora sull’evasione

Alberto Grillo

La tesi di Francesco, condivisa da Alessio, per come l’ho capita io è la seguente: è importante quando si parla di evasione fiscale considerare anche tutti quei comportamenti che, pur non configurandosi come effettivi atti di evasione, alimentano il fenomeno in una misura di gran lunga maggiore di quanto la stessa sia percepita dall’opinione pubblica. Ritengo la proposizione vera ma non condivido la conseguenza di vedere come soluzione al problema la massima “chiedi sempre lo scontrino al bar!”. E contribuirò alla discussione esprimendo una posizione diversa, basata sull’idea che non ha senso concentrarsi sulla decisione del cliente di chiedere o meno la fattura perché il contesto in cui il cliente deve prendere tale decisione è distorto. Bisognerebbe invece concentrarsi su come evitare che il cliente debba prendere una simile decisione.

Se le tasse sono ufficialmente pagate dalle imprese che vendono beni e servizi, sappiamo che l’effettivo peso ricade sul consumatore e/o sull’impresa in un rapporto che dipende dall’elasticità della domanda al prezzo. Se viene introdotta una tassa su un bene o servizio la cui domanda è rigida (esempio famoso, la benzina), sarà il consumatore a pagare effettivamente, perché l’impresa non dovrà fare altro che aumentare il prezzo dello stesso ammontare della tassa, contando sul fatto che la domanda non diminuirà. Se invece la domanda è molto elastica sarà l’impresa a dover farsi carico della tassa, poiché ogni tentativo di aumento dei prezzi si scontrerà con un calo della domanda. Fatto il dovuto ripasso, è ovvio che l’evasione sarà tanto più attraente per le imprese che operano in settori in cui la domanda è molto elastica. E per arrivare al nocciolo della questione farò un esempio. Consideriamo Mister X che vende il bene o servizio x (pensate a ciò che volete: un massaggio con mirabolanti tecniche di origine orientale, una consulenza legale, l’asportazione di un dente del giudizio, ma anche un paio di pantaloni). Supponiamo che data la domanda particolarmente elastica, Mister X riesca a scaricare sul consumatore solo il 20% di un’eventuale tassa. Pensiamo ad una tassa di 100 euro e mettiamoci nei panni del cliente che dopo aver ricevuto il bene o servizio da Mister x si sente dire “sono 400 euro con fattura o 300 euro senza”. Se il prezzo medio di mercato senza tassa è effettivamente 300 euro, il cliente si aspetterebbe dopo l’applicazione della tassa di trovare un prezzo più o meno pari a 320 euro. Vorrebbe sentirsi dire “Sono 320 euro, ecco la fattura” e invece viene interrogato: “300 o 400?” Che fare?

Dovrebbe pensare:“ Pago 400 euro, perché le tasse si pagano e la prossima volta vado da un altro che mi farà pagare 320 euro, così nel medio periodo la concorrenza si mangerà quel furbacchione di Mister X, che voleva evadere. Magari ci metto un po’ a trovarlo quest’altro, perché i primi 5 che vado a trovare mi fanno la stessa domanda, e io pago ogni volta i 400 euro. E poi mi deve anche andar bene che, quando lo trovo, lo trovo bravo come quello che era molto bravo ma mi faceva quella maledetta domanda sulla fattura. E se non è bravo giro ancora, tanto ho tempo e costi di trasporto piuttosto bassi. E poi sono convinto che anche tutti gli altri clienti di Mister X faranno come me, così effettivamente un domani verrà mangiato dalla concorrenza. Andrà così.” Certo, caro cliente, supponiamo anche che vada così: ma tu, esattamente, che cosa hai fatto pagando 400 euro a lui e a tutti gli altri che sei andato a trovare? Hai fatto il bravo cittadino e gli hai fatto pagare le tasse? Assolutamente no. Gli hai pagato le tasse, che è diverso. Perché pagando i 400 euro, le sue tasse le hai pagate tutte tu, non è che gliele hai fatte pagare. Con l’idea che il tuo “sacrificio”, se unito a quello di altri, possa evitare in futuro di sentirsi fare la domanda.

La volta in cui mi è capitato di dover pagare le tasse, quando ho comprato un motorino usato e dovevo dichiarare quanto l’avevo pagato, le ho pagate tutte. A malincuore, perché mi hanno chiesto un sacco di soldi. Ma con l’idea che lo stato e la società necessitano per andare avanti del contributo di tutti, ognuno per la sua parte. E già questo, di fronte ad un sistema che ti chiede tanto e ti dà poco, è a volte difficile da digerire. L’idea che qualcuno non paghi le tasse non riesce proprio a farmi venire voglia di pagarle io per lui, al massimo potrebbe farmi pensare che non ha senso che io paghi credendo nel valore della comunità se parte della comunità non fa altrettanto.

La domanda “300 o 400 con fattura?” è una domanda che non va fatta, perché costringe a scegliere in un contesto già distorto, in cui devi necessariamente scegliere se pagare più o meno dell’ipotetico prezzo di mercato. E nei fatti chiede a te (che magari paghi le tue) di pagare le tasse di altri che non le vogliono pagare. E che almeno nel breve periodo (sempre che nel medio, siccome hanno fatto tutti come il nostro cliente, Mister X abbia dovuto cambiare approccio) continueranno a non pagarle. Mi sembra come dire che bisogna aumentare le tasse perché la troppa evasione non permette di raggiungere un determinato gettito. Il risultato è che paga di più chi già prima pagava.

La prossima volta che mi chiederanno: “300 o 400?” (chiedendomi dunque: “Vuoi che paghi le tasse? Bene, pagamele tu!”) io non avrò dubbi: 300 (intendendo: “Col cazzo! Le tue tasse se vuoi te le paghi tu! Io mi pago le mie e non mi sento in colpa se mi fai guadagnare 20 euro.”). Pagare le tasse è un atto di rispetto verso la propria società, di condivisione dei valori di appartenenza. Ma il mio rispetto verso la società si misura esclusivamente su quanto pago delle tasse che spettano a me pagare. Non mi si può chiedere di mostrare rispetto pagando le tasse di chi non vuole mostrarlo. Credo che la lotta all’evasione vada fatta con una giusta combinazione di minori tasse, maggiori controlli e maggiore investimento nella scuola e nell’educazione civica. Non predicando di chiedere sempre la fattura. E’ eccessivo richiedere di aver un tale senso dello stato da farsi carico di chi di fronte alle parole senso dello stato si fa spesso quattro risate.

 

(Piccola nota di fondo: L’esempio è sicuramente approssimativo, una buona analisi microeconomica dovrebbe considerare curve di domanda, costi e quantità oltre ai prezzi, per poter comparare i due equilibri. Ho ritenuto sufficiente dare l’intuizione. Inoltre è volutamente esagerato. Ovviamente chiedere lo scontrino al bar non implica ciò che ho scritto sopra, anche se in altre situazioni lo sconto che ti propongono è così elevato da far pensare che la situazione sia proprio quella da me descritta. Infine, per onestà intellettuale, ammetto di aver dato, più di una volta, ripetizioni di matematica, tutte rigorosamente in nero!)

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Evasione, che disgrazia!

Alessio Mazzucco

Ho apprezzato molto l’articolo di Francesco. Partendo dal presupposto che l’evasione fiscale DEVE essere abbattuta, non so quanto sia praticamente possibile. Fate una piccola ricerca su internet, così, per avere qualche dato alla mano. Vi aggiungo di seguito questo link che ho trovato estremamente interessante.

Al 2011 abbiamo un totale di 180,3 miliardi di euro sottratti allo Stato (cento-ottanta miliardi!!!). Di questi mi soffermerei su: piccole imprese e lavoratori autonomi (per avere un’idea, quelli a cui non chiediamo lo scontrino per incuria, pigrizia, fretta, poca voglia o, più banalmente, per uno sconto) con 8,2 miliardi di euro; economia criminale per il controllo del territorio, 78,2 miliardi; economia sommersa, 34,3 miliardi. Mancano le società di capitale e le Big Company, con quasi 50 miliardi di euro evasi in totale, ma al momento le lascerei fuori. Scarterei dall’analisi anche l’economia criminale; è un problema davvero troppo complesso per affrontarlo qui. Cosa rimane? Piccole imprese e sommerso, per un totale di 42,5 miliardi.

42,5 miliardi. Lacrime e sangue per recuperarne una ventina in finanziaria e con le due sole voci riportate sopra superiamo il doppio. Chi è puro di cuore, chi è senza peccato, scagli la prima pietra. In effetti chi di noi non ha mai (come diceva Francesco, MAI, ma proprio M-A-I) lasciato perdere lo scontrino al bar, al mercato o in qualsiasi altro negozietto in cui siamo passati di fretta? Secca però, perché con 8,2 miliardi avremmo risolto i problemi dell’università (si protestava per un taglio lineare di 1,5 miliardi l’anno), magari rimesso in sesto qualche scuola in giro per l’Italia e cose del genere. L’economia sommersa ci darebbe 34,3 miliardi all’anno. Una bella cifra. E’ anche vero che un affitto in nero è più comodo se uno si sposta frequentemente o non ha abbastanza soldi per metterlo in regola o che un lavoretto part-time potrebbe risolvere molti problemi senza lambiccarsi troppo tra fisco e burocrazia. Diciamolo, se da un lato l’evasione ci scorre nelle nostre vene italiche (vai a dire ad uno svedese o a un tedesco di non pagare le tasse), dall’altro siamo immersi in un tessuto sociale ed economico che, ahimè, lascia fin troppe scuse e scappatoie per fregare il fisco una, due, dieci volte dicendo “tanto lo fan tutti”.

E mentre la pressione fiscale del paese supera quota 45% dei nostri redditi, pochi si soffermano a chiedersi su chi pesa l’intero onere della macchina statale. Abbiamo, sulla carta, un welfare da paese scandinavo e in pratica un colabrodo mal rattoppato che ogni anno chi non può evadere si ritrova a sostenere (penso ai dipendenti pubblici, lavoratori dipendenti in regola, pensionati). Le strade sono due: o rivediamo il sistema welfare, o il sistema fiscale. Delle due l’una, aut aut, nessuna terza via.

Il centrodestra berlusconiano aveva bocciato l’idea del governo Prodi di obbligare a pagamenti rintracciabili somme oltre i 100 euro. Mani nelle tasche degli italiani, Grande Fratello, soviet, ecc… la retorica era sempre la stessa; con una legge del genere, però, avremmo cominciato a raccattare un po’ d’evasione dai lavoratori autonomi (liberi professionisti ad esempio). Qualcuno un giorno ha proposto un sistema “all’americana”: si può dedurre quel che si consuma; in breve, da ogni scontrino si può dedurre una percentuale dal proprio imponibile, diminuendo la pressione dell’IVA sui consumatori e incentivando la richiesta di scontrini e fatture. La proposta si è volatilizzata. Qualcun altro proponeva un sistema alla francese di coefficienti familiari (ogni membro della famiglia ha un coefficiente con cui viene diviso l’imponibile, segue applicazione dell’aliquota e rimoltiplicazione per il coefficiente familiare) che avrebbe portato una diminuzione della pressione per famiglie allargate. Mai più visto né sentito. E queste sono solo alcune proposte vaganti saltate fuori negli ultimi anni. Allego un altro articolo di seguito, da lavoce.info. La speranza è che il governo Monti si lanci immediatamente sul tema dell’evasione prima che il Paese sia costretto a rinunciare a quanto di socialmente utile lo Stato produce (istruzione pubblica, sanità, …).

Concludendo, non credo si possa mai far leva sull’etica personale degli individui e dire, come fece giustamente a suo tempo Padoa Schioppa, che le tasse sono belle da pagare. L’unico strumento al di fuori degli incentivi, delle regole e della struttura del prelievo fiscale, è cercare di far comprendere a chiunque non chiede scontrino e fattura che nel momento stesso in cui paga la prestazione, sta pagando le tasse per le scuole, per le strade, per gli ospedali anche per il ricevente. Forse, con questa idea ben piantata nella testa, qualcuno comincerà a chiedere più spesso lo scontrino.

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