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Ma il fondo non si tocca mai?

Alessio Mazzucco

Scrivo spesso in questi giorni perché ho appena finito gli esami (sempre che non mi abbiano bocciato nell’ultimo!) e, tra un paragrafo di tesina e l’altro, cerco di buttare qualcosa anche sul blog. Tanto gli argomenti di cui parlare abbondano. Purtroppo.

Già, purtroppo. Alla domanda il fondo non si tocca mai? mi vien da rispondere A questo punto direi no. Dell’Utri è condannato a sette anni per associazione esterna all’apparato mafioso di Cosa Nostra (contatti, relazioni, intermediazioni tra il mondo economico-imprenditoriale e la criminalità organizzata); lo saprete tutti meglio di me. E’ condannato in secondo grado (mentre cadono le accuse per i fatti post 1992 perché non sussistono); manca la Cassazione. Un fatto, però, rimane: mantenendo sempre buona la presunzione d’innocenza cara alla nostra Costituzione e ad una certa idea di civiltà, la condanna è pur sempre una condanna. Non assoluta, certamente, ma usando le parole di Davigo in Bocconi, affidereste mai vostro figlio ad un uomo condannato in primo grado per molestie sessuali su minori? No, ovvio. Credo valga il medesimo ragionamento: affidereste mai le sorti del nostro Paese a un condannato in secondo grado per associazione esterna alla mafia? No, ovvio. Almeno, dovrebbe essere ovvio.

La questione dei politici accusati e condannati in primo o secondo grado non riguarda la diatriba innocente vs colpevole, scatenata tra le forze politiche, giornalistiche e intellettuali dei diversi schieramenti. Non per me almeno. Un politico accusato e condannato non può fare il politico. Punto. Non per altro, ma nel dubbio il politico si deve dimettere, per chiarezza e trasparenza. Se poi fosse innocente, buon per lui. Ma se fosse colpevole? Senza condannare definitivamente prima che la Cassazione abbia preso la sua decisione, almeno mi si dia la gioia di vederlo fuori dal parlamento dove, in teoria (molto in teoria), si scrive il futuro del Paese.

La magistratura è politicizzata? In qualche misura è possibile. Io lo so? Noi lo sappiamo? Non credo. Quelle che paiono le evidenze di un complotto o di una persecuzione non riesco a trovarle così…evidenti. Mi spiego: da quindici anni a questa parte Berlusconi ci martella dichiarando che la magistratura attacca avversari politici in modo mirato, studiato e sistematico. A forza di sentirmelo ripetere da quando ho perso il mio primo dente, sono orgoglioso di non esserne stato convinto. Ma quanto possono durare certezze bombardate ogni giorno, ad ogni singola fascia oraria telegiornalistica? L’attacco mediatico sta producendo i suoi risultati: l’onere della prova non grava su chi accusa la magistratura d’essere politicizzata, ma su chi dichiara il contrario. Ha senso? Poco in realtà. Se un organo di controllo deve spendere energie a dimostrarsi innocente dalle accuse, come può svolgere il suo lavoro?

E noi che si fa? A forza di non toccare mai il fondo, la nostra italianissima società pare essersi assuefatta. Fanno ministro Brancher perché eserciti il legittimo impedimento? Bha.. roba già vista. Colui che ripara ogni falla del Paese con un dito aveva rapporti non professionali con l’imprenditore che vinceva gli appalti? Bha.. ce ne sono tanti come lui. Il Ministro dello Sviluppo Economico si fa pagare la casa da un imprenditore che da lui riceve i suoi appalti? Bha.. alla fine il suo lavoro lo faceva. Il nostro primo ministro ha pagato un avvocato perché corrompesse i giudici? Bha.. è stato assolto (sbagliato: prescritto! – l’avvocato s’intende, NdA). Cose già dette e sentite? Vero, ma credo che l’unico modo di rendersi realmente conto di cosa stia accadendo nel nostro Paese sia ripetere, ripetere e ripetere prima che giunga l’anestesia totale della nostra capacità di stupirsi e irritarsi.

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Processo breve: diritto imprescindibile o amnistia invisibile? Racconto in presa quasi diretta..

Alessio Mazzucco

Nella giornata di ieri si è tenuto un incontro in Bocconi sulla questione “processo breve” organizzato dall’organizzazione studentesca Lilliput (grazie!). Tra gli altri interveniva Piercamillo Davigo, ex del pool Mani Pulite, ora giudice della Corte Suprema di Cassazione. Ho preso alcuni appunti che vorrei condividere.

Il problema della lunghezza dei processi esiste ed è gravissimo. L’Italia ha ricevuto troppe condanne per la durata dei processi, ma invece di ridurne i tempi si è cercato una soluzione al problema dei risarcimenti attraverso la legge Pinto (2009), rivelatasi fallimentare e, anzi, controproducente. Nel nostro Paese si è arrivati ad un punto tale d’inefficienza che molti che avrebbero diritto a richiedere giustizia per fatti di qualunque portata preferiscono evitare il lungo ed estenuante percorso giudiziario.

Davigo ha innanzitutto chiarito che non è un problema di risorse. L’Italia spende quanto la Gran Bretagna, paese in cui nessuno si lamenta sul funzionamento della giustizia. Si tratta d’inefficienze d’altra natura, di carattere organizzativo e non. Un esempio? Sempre in Gran Bretagna ci sono 22000 giudice di pace che operano gratuitamente, considerando la posizione un onore personale; in Italia, gli stessi sono 10000, sono pagati, rientrano nella definizione di precari di quel mondo lavorativo con tutti i problemi di natura sindacale annessi (volontà di essere messi in regola e via dicendo). Utilizzando lo stesso paese di paragone, in Gran Bretagna si contano 300000 processi penali, in Italia 3000000; il problema è che i detenuti nel primo si aggirano intorno ai 100000, del secondo intorno ai 64000. Nel civile il problema è ancora più grave: in Italia ci sono più cause che in Spagna, Francia e Gran Bretagna messi assieme. Quale il motivo? Nei paesi anglosassoni, ad esempio, vi sono sanzioni punitive aggiunte per chi si comporta male durante il processo (allunga i tempi, blocca le procedure, …) che non sono collegate direttamente con il danno di cui si sta dibattendo. In più, all’estero è possibile elevare la pena in caso di appello, cosa in Italia impossibile (la condanna d’appello non può superare quella del primo grado). I risultati? Prendendo la Francia come esempio, il 40% chiede l’appello, in Italia la quasi totalità. In Italia ci sono 100000 ricorsi presso la Corte suprema di Cassazione all’anno, negli Stati Uniti 120 (centoventi!) e in Francia un migliaio; gli avvocati abilitati a difendere in Cassazione in Italia si aggirano intorno ai 44000, in Germania sono 44. Insomma, in Italia conviene impugnare, e non solo per questi motivi: sapevate che negli altri paesi la prescrizione non decorre da quando inizia il processo? L’idea è che non si può essere processati per qualcosa avvenuto troppo tempo prima, ma una volta che inizia il processo le questioni temporali perdono importanza.

Veniamo al nocciolo dell’incontro: il processo breve o, meglio, processo morto come Davigo ha esclamato con foga. E’ necessario riformare, questo è certo, ma non attraverso le ultime proposte. Invece di accorciare d’ufficio i tempi, non si può colpire chi resiste nel civile (diminuendo la possibilità d’impugnazione e appello ad esempio) o depenalizzare reati come la falsificazione dei biglietti ATM che allo Stato costa 3000 euro per le spese per l’avvocato d’ufficio in caso di processo? O magari tagliare il numero d’avvocati, troppi per un paese come il nostro (240000 contro i 40000 in Francia)? Magari evitare il tribunale per questioni di rilevanza minima, affidando queste a pacieri o giudici di pace secondo il principio latino De minimis non curat praetor? E via dicendo, le soluzioni sono assai numerose. Interessi, classe politica debole di fronte alla lobby degli avvocati? Probabile.

Vi sarebbero altri discorsi e questioni da scrivere, ma di seguito vorrei aggiungere solo una breve nota scaturita dalla mia domanda “quanto incidono, o hanno inciso, i messaggi politici degli ultimi anni sul rapporto tra i cittadini e la giustizia?”. Davigo mi ha risposto che il bombardamento mediatico continuo nei confronti delle presunte toghe rosse e giudici di parte non ha colpito la fiducia dei cittadini nella giustizia (circa il 42% dei cittadini ancora nutre fiducia, contro l’8% ai partiti, l’80% al Presidente della Repubblica per fare qualche paragone), ma ha causato una deriva nel rapporto con la giustizia. L’identità politica è divenuta, agli occhi dell’opinione pubblica, importante e influente nelle decisioni finali del giudice e questo, diceva Davigo, può avere conseguenze devastanti: dalla politica si potrebbe passare a distinzioni di religione, etnia per fare un esempio. L’indipendenza dei magistrati, ha aggiunto, è fondamentale e il loro reclutamento di natura neutrale è l’unico modo per garantirla.

Ricordiamoci degli ultimi tempi. Al Senato è passata la legge contro le intercettazioni e il dibattimento è aperto alla Camera (chi volesse informarsi o firmare contro la legge può andare sul sito www.nobavaglio.it), solo pochi mesi fa la Corte Costituzionale dichiarava incostituzionale il Lodo Alfano. Il discorso è sempre uguale: non dimentichiamo né lasciamo correre quanto accade attorno a noi.

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