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Il tramonto dell’Europa?

Alessio Mazzucco

Nel film “L’attimo fuggente”, il compianto Robin Williams, ovvero Professor Keating, seguendo il copione dell’analisi letteraria tradizionale, disegna davanti a una classe di alunni ammutoliti due assi cartesiani da cui è possibile stabilire la grandezza di una poesia: da una parte la perfezione (asse x), dall’altra l’importanza (asse y); secondo la famigerata analisi cartesiana, l’area della poesia rappresenta la sua grandezza, facilmente paragonabile a un’altra poesia. Il Professor Keating ordina ai suoi studenti di stracciare quelle pagine del libro. Giustamente.

Ma presa la politica, l’arte del possibile, la non-scienza sociale, siamo in grado di misurare la grandezza di un paese attraverso un’analisi cartesiana? Faciliterebbe molto il compito del politico. Immaginiamo dunque di prendere un asse x che rappresenti la prosperità economica e l’asse y l’importanza geopolitica: l’area che andiamo a disegnare è una buona rappresentazione della grandezza e l’importanza di un paese?

L’Europa è affetta da molti problemi, molto diversi fra loro. Uno di questi è il considerarla piena di problemi. Non è facile inseguire un sogno se il sogno fa acqua da tutte le parti: così è un progetto, un amore o il connubio di 28 stati profondamente diversi di cui 19 hanno una moneta unica, una sola politica monetaria e 19 politiche fiscali diverse. Un rompicapo affascinante. Se a questo aggiungiamo una crisi economica che non ha precedenti negli ultimi ottant’anni e una crisi sociale e culturale (per lo meno in Italia) dovuto a un inarrestabile analfabetismo di ritorno, il rompicapo diventa un nodo gordiano. Per definizione, irrisolvibile. E no: in Europa un Alessandro Magno ancora non si vede.

Mettiamo da parte polemiche e le politiche, le idee e le critiche e focalizziamo l’attenzione su due aspetti: l’asse x e l’asse y. Economia e geopolitica vanno a braccetto: nessun impero della storia può reggere le maree della mutevolezza umana se non sostenuto da una solida struttura economica. Così è stato l’Impero Romano, Bizantino, Mongolo, Cinese, gli Imperi del Novecento e l’Impero Americano, ora florido dopo otto lunghi anni di crisi, ma fortemente ridimensionato (o auto-ridimensionato) nel suo peso geopolitico.

Schermata 2015-01-25 alle 19.05.48L’Europa, la nostra cara, bella Europa, è a un passo dalla fine della sua non breve storia. Prendiamo una mappa e osserviamone i confini: a Est una catena di stati e staterelli ex-sovietici formano un cuscinetto politico tra la Russia e l’Europa Occidentale; seguendo questo ipotetico confine incontriamo la punta settentrionale della Norvegia, la Finlandia, le Repubbliche Baltiche e poi giù giù fino all’Ucraina, lacerata dal conflitto di cui sappiamo poco, pensiamo meno e difficilmente risolveremo a breve. L’Ucraina è il primo fronte caldo tra Europa e “resto del mondo”, in questo caso la Russia. Scendiamo ancora: la Turchia. Dopo anni di sforzi per essere accettata quale “Paese europeo”, la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, il “Sultano” come qualche romantico appassionato di Storia lo ha già definito, ha rivolto lo sguardo altrove e si è accorta (sorpresa!) che chi fa da sé fa per 28 (nel caso europeo), potendosi muovere liberamente tra equilibrismi e delicati giochi di strategia politica tra Siria, ISIS, curdi e l’inferno mediorientale. Superiamo per un momento il Medio-Oriente, Israele, Egitto e approdiamo in Libia. L’oramai ex-stato travolto da una tragica guerra civile ha creato un buco nero di dimensioni solamente minori rispetto a quello siriano: meno interessante (apparentemente) e più locale, la Libia è il terzo conflitto (dopo Ucraina e Siria) a mostrare la debolezza, l’apatia e la divisione geopolitica europea. Mancanza di unità? Macché: qui c’è una mancanza di strategia. Se la Francia (complice gli USA) ha aiutato a destabilizzare la regione abbandonandola al suo destino e lasciando la diplomazia italiana sul campo a ricucire il disastro, il resto d’Europa ancora non si sa che pensi, né come intenda muoversi. L’attenzione è rivolta all’Ucraina e alla Siria, il confine meridionale è lasciato agli italiani. Muoviamoci ancora lungo la mappa, seguiamo le dune sabbiose del Sahara e approdiamo nel Mali, dove la Francia hollandiana ha dispiegato le sue truppe: ecco il quarto fronte, l’Africa Sub-Sahariana. Quattro fronti e una sola Mogherini: lo scenario non ispira fiducia. L’Europa ha una diplomazia unitaria rappresentata dalla Miss Pesc fortemente voluta dal Governo Renzi e avversata dai paesi est-europei, ma non ha un esercito comune, ha 28 diplomazie concorrenti e 28 strategie diverse, 28 Governi e 28 interessi divergenti (o, nella peggiore delle ipotesi, contrastanti). In questo scenario da brivido, l’Europa è inesorabilmente attratta dal buco nero siriano, un’anomalia gravitazionale tanto forte da trascinare con sé chiunque la sfiori.

Cosa pensa l’Europa di se stessa? Inesorabilmente vittima del complesso del fratello minore rispetto agli Stati Uniti, riuscirà a tracciare una strategia comune e rispondere alla grande domanda di questi tragici giorni: qual è il suo posto in un mondo in cambiamento? I comunicati stampa non ci salveranno, le discussioni sulla flessibilità dello 0 virgola qualcosa rispetto ai parametri europei neanche. Una ripresa economica? Forse. Unità politica? Magari. C’è chi pensa che solo un ritorno agli stati nazionali possa risollevare le sorti dei popoli europei. Io considero gli stati nazionali l’origine del problema: l’unico stato “nazionale” che riconosco è l’Europa, un continente federale, diviso in macro-regioni autonome, un Parlamento riconosciuto a Bruxelles e un Governo eletto dai cittadini d’Europa, un solo esercito e una sola diplomazia, una sola politica fiscale e una sola moneta. Ci salverà la creazione di un mercato competitivo e l’integrazione delle reti energetiche e di trasporto, ci salverà l’apertura commerciale e l’investimento nel capitale umano europeo (che significa sì erasmus e grandi feste, ma anche un sistema universitario interconnesso, ricerca, sviluppo di modelli accademici e scolastici vincenti).

Post Scriptum: gli exit poll greci danno Syriza in testa tra il 35% e il 39%, una vittoria netta ma non schiacciante, e richiederà (probabilmente) un’alleanza con un partito minore (che non sarà certo il PKK comunista che già ha definito le proposte di Alexis Tsipras troppo borghesi). Sono curioso per diversi motivi, primo fra tutti vedere che farà Tsipras una volta conquistato il potere in Grecia. Si accoderà a Renzi per chiedere più flessibilità puntando su profonde riforme strutturali interne? Dirà no al pagamento del debito? Uscirà dall’euro? Quello che per ora non chiamerei ancora fronte interno sta prendendo lentamente forma: Tsipras in Grecia, Podemos in Spagna, l’euroscetticismo montante in UK (a breve le elezioni). La prima mossa è stata di Mario Draghi con il Quantitative Easing (22 gennaio), la prossima sarà dei greci.

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No taxation without representation

Alessio Mazzucco

Pagare le tasse è bello: il fu compianto Tommaso Padoa Schioppa aveva ragione. Pagare le tasse significa appartenere a una comunità, sacrificare una parte delle proprie ricchezze per gli altri, certo che nei giorni di difficoltà altri pagheranno e sosterranno la baracca. Le tasse sono un po’ la versione allargata delle casse di mutuo soccorso, le raccolte nate a fine ottocento in piena Seconda Rivoluzione Industriale per sostenere le famiglie di operai morti, malati o licenziati (da qui la nascita dei sindacati, i partiti socialisti e così via). Le tasse sono belle. Ma possono essere ingiuste.

No taxation without representation (o come direbbe Rutelli: no tassescion witaut rapresentescion) è un motto assai nobile, impoverito e deturpato dall’estrema destra americana dei Tea Party. Nato, in effetti, in occasione del Tea Party di Boston (poco prima dello scoppio della Rivoluzione Americana), un assalto di colonialisti alle navi mercantili in partenza per la madre patria inglese che rovesciò in mare il preziosissimo carico: tè, per l’appunto. Il Tea Party segnalò una svolta nelle proteste delle tredici colonie americane: non si sarebbero più pagate le tasse alla Corona finché anche ai colonialisti fosse data la possibilità di rappresentarsi presso il parlamento inglese per decidere di quante tasse dovessero farsi carico le colonie. Tasse. Sempre tasse.

L’origine del Parlamento inglese è molto simile. La borghesia mercantile inglese odiava due cose: il Papa e le guerre del Re. Le pulsioni anti-sovrano non erano una novità nella gaia Inghilterra, tanto che non solo si elevò a rango di eroe popolare un brigante che derubava gli sceriffi di Nottingham delle gabelle dirette al Principe Giovanni, ma proprio in Inghilterra nacque il primo Parlamento in Europa dedicato alla discussione di ogni nuova imposta decisa dal Re per finanziare le proprie pulsioni belliche. E se un Re si faceva saltare in testa il grillo d’imporre nuove tasse senza consultare il parlamento, o di scavalcare direttamente le prerogative dei deputati, la soluzione era semplice e a portata di mano: via la testa al Re. E così via con la Rivoluzione, Cromwell, la guerra civile e gli Orange. Un’altra storia. 

Come pensate sia nata l’Assemblea degli Stati in Francia? Il primo stato (i nobili), il secondo (il clero) e il terzo (la borghesia) si riunivano per discutere delle imposte del Re. Che poi gravassero sempre sulla borghesia, che clero e nobili votassero sempre compatti (il voto era per stato, non per teste), eccetera eccetera, be, come sapete portò a una serie di eventi di cui elenchiamo solo: Bastiglia, Costituzione, Repubblica, Robespierre, Terrore, Napoleone, Restaurazione. Tasse, signori, tasse.

Ci sono due cose che, personalmente, odio: la prima, lo spreco; la seconda, l’imposizione fiscale senza rappresentanza legittima. Parliamo dello spreco. Se siamo, com’è vero, uno dei Paesi europei a maggiore pressione fiscale (tasse dirette+indirette), ma tra quelli con gli indici maggiori di disuguaglianza dei redditi e povertà e con gli indici più bassi di attrattività degli investimenti, numero laureati, turismo (in confronto a Francia e Spagna – gli unici due paesi che possono competere con noi), un problema c’è. Che poi si siano susseguiti governi incapaci, inutili o troppo brevi nel corso della nostra storia repubblicana, nessun dubbio. Il problema persiste.

Definito un problema esistente, passiamo ai sintomi. Burocrazia insostenibile, moltiplicazione delle poltrone e dei burocrati, imposizione fiscale pesante e iniqua, infrastrutture inefficienti, giustizia lenta e inefficiente e via dicendo tante belle cose di cui parliamo da vent’anni senza mai cambiare. Un primo punto potrebbe essere: forse spendiamo male i nostri soldi? Banale, vero. Ma dato che i “nostri soldi” sono proprio quelle gabelle che ogni anno paghiamo tra lacrime, rabbia e lamentele, forse spendere meno e spendere meglio potrebbe essere una soluzione possibile. Populismo di destra? Populismo liberista? Forse. Personalmente, quando vedo un problema davanti, non persisto sulla strada seguita fino a quel momento, ma cerco altre soluzioni.

Argomentazioni contro “una minore spesa”.

1. Lo Stato è l’unico ente con visione d’insieme diretta alla società che possa investire tenendo conto non soltanto di esigenze di economicità ed efficienza, ma di esigenze sociali, ed è l’unico ente che può raccogliere un ammontare di danaro tale da dedicarsi alla realizzazione di una grande opera (sia essa la TAV, un sistema ferroviario efficiente, un aeroporto, la cablazione completa del Paese con cavi a fibre ottiche). Vero. Infatti sono un sostenitore dell’investimento pubblico, a tre condizioni: la prima, che sia diretto verso qualcosa di specifico e non casuale (vedi pioggia di danari su tante piccole opere rimaste incompiute); la seconda, che a decidere gli investimenti sia una classe dirigente di cui mi fidi (e magari che io abbia avuto la possibilità di votare – sto parlando del Parlamento, grillini ignoranti, il Governo non si vota in una Repubblica Parlamentare!); terzo, che mi si dica il tempo di realizzazione, l’ammontare di risorse coinvolte, il risultato finale senza fronzoli e sparate.

2. Dire che tanti bisogni privati concorrenti portino a un equilibrio economico superiore (e positivo per la società) è un po’ come affermare che la Terra sia al centro dell’Universo, che l’uomo non discenda dalle scimmie e che Berlusconi sia innocente e perseguitato: è un’ipotesi, una semplice ipotesi. Non è possibile provarla (salta il cosiddetto “esame”) e di conseguenza non è possibile falsificarla. Conseguenza ultima: non mi fido. Dire, quindi, che mettendo in concorrenza A, B e C, la somma delle ricchezze prodotte da A+B+C sia sicuramente uguale (se non superiore) a quella prodotta da un unico ente con visione d’insieme definito D è indimostrabile. Ma perché io affidi all’ente D il compito di trovare un equilibrio economico definitivo, si devono realizzare le ipotesi di cui al punto 1.

3. Meno tasse non aumentano necessariamente i consumi. Britannicamente parlando, It depends. Chi ha studiato economia conosce il termine “propensione marginale al consumo”. Chi non ha studiato economia lo impara in un nano-secondo: la PMC è la percentuale di consumo su ogni euro in più ricevuto nelle proprie tasche. Matematicamente parlando, la PMC ha derivata prima positiva e derivata seconda negativa, ovvero la propensione diminuisce all’aumentare del reddito. In soldoni: guadagnare mille euro al mese a Milano significa consumare più o meno il 100% del proprio reddito; guadagnarne 10,000 potrebbe farmene consumare il 30% e il resto finire in risparmio/investimenti. Dunque mi spiego: tagliare le tasse di 100 alla popolazione non significa tradurre in +100 i consumi privati, ma probabilmente meno a seconda della propria PMC; in breve, un euro in tasca a un individuo non è detto che generi un euro di consumi, un euro in tasca allo Stato genera sicuramente un euro di spesa pubblica. E se sono i consumi/spesa pubblica a rilanciare l’economia, uno potrebbe dire: quindi meglio che ce l’abbia lo Stato per evitare tesaurizzazione (non spesa) di quell’euro! Anche qui, It depends: primo, vorrei essere il più libero possibile nel decidere come spendere la ricchezza prodotta (e quindi il reddito accumulato), senza delegare le scelte di spesa a un gruppo di persone (note come “classe dirigente politica”); secondo, la spesa statale, se ben diretta, genera moltiplicatore (un euro investito genera tot euro di ricchezza di ritorno), quindi investire in ricerca, istruzione, università, infrastrutture, internet eccetera è certamente ben diretto, ma spendere in tanti rivoli d’investimenti, investimentucci, non porta da nessuna parte. Questo è spreco. 

Riassumo. Qual è il giusto livello di tasse da pagare? Se trovassi la soluzione qui, così, un sabato mattina senza alcuna pretesa, mi darebbero un nobel immediatamente. Non ho risposta, ovviamente, ma ho tante domande. La prima, non è un dogma tenere la pressione fiscale alta se sei di sinistra (che poi, oggigiorno, la categoria sinistra cosa indica? Lo vedremo nei prossimi post…), quindi, come abbassare le tasse e ridistribuire meglio le ricchezze? Secondo, è giusto che la nostra imposizione fiscale venga votata da un Parlamento di deputati e senatori che noi non abbiamo scelto? Su questo punto, rimando al mio post precedente (l’auto-citazione è l’anticamera della follia): Legittimati? 

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È facile chiamarli fascisti, più difficile rispondere alle loro richieste

Alessio Mazzucco

La protesta dei forconi scema ed è già un festeggiare , “erano gruppetti di neo-fascisti”, “populisti”, “ignoranti”, “una protesta violenta” nonostante Letta, incoronatosi padre di una legge di stabilità che non è piaciuta a nessuno (ripeto: a NESSUNO), avverta sommessamente di non abbassare la guardia. Che guastafeste! Potevamo finalmente ricominciare a parlare di NOI e solo di NOI, del partito, delle segreterie, delle coalizioni, della legge elettorale, dei processi, dei grillini, e invece no: il Primo Ministro mormora di non abbassare la guardia.

No, Letta, la guardia non va abbassata. Ma non tanto per le proteste di piazza, cose normali che accadono a un paese in recessione da otto trimestri su cui spira la tiepida brezza di uno zero virgola qualcosa di crescita e la voce tuonante della Merkel che impone di perseguire le politiche degli ultimi anni, ma per quel che è accaduto alla società. Eh sì, perché mentre la recessione mordeva, la società si trasformava, cambiava, mutava il suo aspetto – in bene o in male sarà la storia a giudicare – e ora non si torna più indietro. Quindi poche scuse, niente alibi: forconi o non forconi, fascistelli o anarchici, la protesta c’è stata ed è stato il segnale più pericoloso degli ultimi anni dopo il pistolero solitario che ha colpito due poliziotti all’entrata di Palazzo Chigi. Già, perché chi di voi ricorda l’accaduto forse ha dimenticato le dichiarazioni dell’uomo: “Volevo colpire due o tre politici”. Due o tre, come fosse un tiro al piattello, come fossero bersagli per il tiro con l’arco, e invece erano politici, obiettivi di una rabbia repressa e serpeggiante.

Mi rivolgo alla sinistra da questo blog sconosciuto e dico: non cercate altri alibi. Per anni, decenni, vi siete coccolati gli universitari dei collettivi, i dipendenti pubblici, i pensionati e i lavoratori con contratti blindati, e ora vi stupite se vi sputano in faccia. Ma avete dimenticato tutti gli altri, i piccoli-medi imprenditori, le partite IVA, i non protetti, i precari, quelli che sì, forse non parlano il linguaggio delle vecchie liturgie del partito, forse del segretario del PD un po’ se ne sbattono, non partecipano a congressi e assemblee, ma domandano una politica capace di dare un’impronta e una direzione al paese. Lo fanno male? Non ti piacciono? Li chiami fascistelli? Questo non è un mio problema, né il tuo, oh sinistra: le proteste, per definizione, non sono pacifiche marce a suon di tamburi e bella-ciao, quindi dimenticale perché hai perso l’esclusiva.

I forconi non sono più in piazza. Vero. Eppure la protesta ha rappresentato una cesura: la rabbia resta, e i partecipanti si sono conosciuti proprio quel giorno sulle piazze, e magari si riorganizzeranno, magari no. Il malessere non si cancella con un colpo di spugna, una pacca sulla spalla e un articoletto di Serra o Gramellini che richiama all’ordine, alla pacificazione sociale e al buonismo globale. No, il malessere si cancella con le riforme.

Concludo: questo governo ha campato già abbastanza a lungo da permettere a Grillo di abbaiare più di quel che meriti, ai grillini di farsi profeti della nuova purezza, a Berlusconi di rimettersi in sesto e alla sinistra di riorganizzarsi. Vi prego: legge elettorale, stop al bicameralismo, premio di maggioranza a chi ottiene la percentuale più alta di voti e nuovo governo. Vi sembra poco democratico? Se ci pensate, la democrazia risponde al fine di permettere al popolo di partecipare, e a un paese di perseguire gli obiettivi con cui le parti politiche si cingono i vessilli; questo sistema politico non risponde  a queste esigenze, quindi non la considero più democrazia.

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Sfogo: un breve (s)punto della situazione

Alessio Mazzucco

A volte penso a un giornalista inglese fresco di nomina che viene inviato nella nostra bella penisola come osservatore della politica italiana. E rido. Rido perché pensare a un professionista dall’accento british calarsi nelle oscure cloache della politica italiana con le sue brutture, contraddizioni e assurdità ha il sapore della commedia.

A noi piace. A noi piacciono gli intrecci, i vizi, i colpi di mano e le coltellate alle spalle: è la politica, e l’abbiamo inventata noi. Ci sguazziamo. Ci innamoriamo perdutamente dei complessi barocchismi del parlamentarismo nostrano, siamo drogati dell’intreccio indissolubile. Poi, dopo l’ubriacatura, dopo essersi ingozzati, come ingordi, alla tavola della politica, ci guardiamo attorno e ci lamentiamo, perché nulla va come dovrebbe andare.

Dunque il punto. Letta dichiara che, a forza di privatizzazioni, tagli e austerity Grillo raggiungerà il 51%. Grillo, dal canto suo, forte della mediocrità sua e dei suoi seguaci, si fa capopopolo in una Genova in rivolta, ritrovandosi scornato dal fuoco di paglia, spentosi dopo cinque giorni di minacce rivoluzionarie reiterate. Berlusconi basta: ha rotto i coglioni. Però però però: con la sua agile manovra scissionista, voilà, ecco il centro-destra aggiudicarsi il primo posto nei sondaggi.

E il PD? Dorme. Sarà un revival prodiano a firma Civati che tutto addormenta e culla nella retorica ulivista d’annata, o sarà semplicemente che un partito mai nato deve giocarsela tra le pulsioni demo-americane, demo-socialiste, liberal-socialiste, post-socialiste, post-comuniste senza il coraggio di buttare il cuore oltre l’ostacolo e unirsi sulla scia dei grandi partiti socialisti e laburisti europei o scindersi definitivamente (che non è neanche una brutta soluzione). Non so. Sta di fatto che il campione da campagna elettorale rimane Crozza, spin-doctor di Bersani in tempi elettorali e battitore libero sui candidati delle primarie, mentre la partita si gioca tutta tra lo scalpitante Renzi e l’emblematico, calmo, serafico Letta, incarnazione del nuovo centro e proiezione governativa del Presidente Napolitano.

Tutto il resto resta avvolto dal mistero. A Milano, i grandi nomi del salotto buono, i legami della finanza meneghina che hanno condotto la partita finanziaria italiana negli ultimi decenni, si stanno separando, un divorzio silenzioso che avrà ripercussioni enormi sull’economia del Paese. A Torino, la Fiat è l’unica impresa automobilistica europea che non riesce a ripartire. La Sardegna è in ginocchio. Sulcis, Ilva, Finmeccanica dei grandi punti interrogativi. Alitalia non ne parliamo: rigettata da arabi, russi e cinesi, resta solo una patata bollente in mano ai Capitani Coraggiosi e pochi altri nomi importanti (Intesa Sanpaolo, Poste Italiane – in forse).

Il mondo continua a cambiare. La Merkel criticata dall’Economist, il Financial Times, Obama, la Commissione Europea, i no-euro di Bagnai, il barista sotto casa, i grillini in parlamento, il PD anche se non si capisce bene, il PdL, i liberali, i conservatori, i liberisti e i socialisti: insomma, tutti. Ma invece di dar forza e vigore ai socialisti di mezz’Europa, le sinistre crollano nei sondaggi e negli apprezzamenti, Hollande al 15% è solo un esempio, mentre le forze populiste, euro-scettiche, a tratti xenofobe vincono a tavolino per mancanza di avversari.

E noi? Noi che parliamo, scriviamo, discutiamo, ancora ci crediamo, noi, che facciamo? Parliamo di nulla, o di tutto senza saper nulla, ci esprimiamo, opiniamo, insomma, seguiamo la grande tradizione della sinistra da Moretti in avanti. E invece di proporre, che so?, la creazione di veri sindacati per i giovani precari, facilitazioni per aprire nuove imprese, borse di studio, investimenti in restauri di monumenti e periferie abbandonate a se stesse, ci facciamo candidamente sfuggire i fondi messi a disposizione dall’Europa. Tempi stretti? Burocrazia lenta? No: incapacità. 

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Favole e numeri: la faccia triste dell’Amerika

Ninotchka

cervello pigro

La Storia è raccontata, più o meno, in questi termini:

la Repubblica Italiana ha accumulato, a causa di una politica clientelare, spendacciona, irresponsabile, incompetente –  implicito omaggio all’idea che vede il settore pubblico fare il ricchione con il culo degli altri, spendendo soldi non suoi – un ingente debito pubblico che si aggira intorno al 130% della ricchezza prodotta. Poiché ogni debito deve essere pagato (nell’attesa che il Padre Nostro rimetta a noi i nostri debiti) è indispensabile che vi sia anzitutto un ricambio del management che ha guidato il paese e che chi subentra si ponga come priorità la riduzione di questo fardello intergenerazionale chiamato debito pubblico, così come agirebbe ogni buon padre di famiglia. Il saggio babbo raccomanderebbe che l’operazione fosse svolta tagliando le spese (gli sprechi anzitutto, che diamine!) per poi ridurre la pressione fiscale, così alta e distorsiva da soffocare il potenziale imprenditore che volesse investire in Italia, rilanciandone la stagnante economia.

Premettendo che è lungi da me volere scrivere un’apologia della classe politica italiana, le cui nuove leve, sia detto di passata, mi sembrano peggiori delle precedenti, mi dedico alla discussione del tema economico, in linea con l’idea che politica ed economia non sono separabili in una società capitalistica, più di quanto lo siano religione e società in una paese islamico.

Questo intervento, in linea con la moda del momento, si divide in tre parti. Di seguito, la prima.

Il furto intergenerazionale

…”Alla fine venne squartato, – racconta la “Gazzetta di Amsterdam”. – Quest’ultima operazione fu molto lunga, perché i cavalli di cui ci si serviva non erano abituati a tirare; di modo che al posto di quattro, bisognò metterne sei; e ciò non bastando ancora, si fu obbligati, per smembrare le cosce del disgraziato a tagliargli i nervi e a troncargli le giunture con la scure …” (M. Foucault, “Sorvegliare e Punire” (1975))

Questo ed altro ancora meriterebbero coloro che impediscono ai  figli di vivere una vita dedita alla ricerca della felicità!… viene da pensare leggendo con quale enfasi si accusa il debito pubblico di essere un peso che graverà sulle generazioni future. Confesso che  la definizione di furto intergenerazionale esercita su di me un fascino ben più che discreto: è la ruberia per eccellenza! E’ meglio dell’evasione fiscale, che vede le parti in causa far ricadere su terzi il loro sporco imbroglio! E’ quasi più efficace della Chiesa, che vende un prodotto che si paga ora, ma la cui qualità si può testare solo dopo morti … nessun rimborso, tutti soddisfatti, ad oggi.

E’ infatti opinione diffusa nell’ humus culturale del new consensus che il debito pubblico sia, già in linea di principio, un furberia che sposta i costi attuali alle generazioni future. Comincio con il notare che se così fosse, allora anche un debito pubblico minuscolo rappresenterebbe un furto ai danni dei nostri figli; un furto irrisorio, ça va sans dire, ma sempre tale, e dunque una proposizione come quella enunciata dal super giovane della finanza Davide Serra  (“Il debito pubblico è stata una rapina interenerazionale. Stanno facendo pagare ai figli e nipoti i loro errori. Nessun padre di famiglia farebbe lo stesso”La Repubblica, 27.10.2013) implicherebbe che l’unico debito buono… è il debito morto: sennò chi li sente i pargoli che ancora devono nascere? Bastardi, farete la fine di Damiens!

In secondo luogo, anche non considerando un paese capace di gestire la propria politica monetaria in modo autonomo, non un particolare da nulla, si noti, l’affermazione del furto del futuro si basa sull’equivoco che il debito pubblico sia una somma da ripagare, prima o poi, e che dunque ogni tentativo di non ridurlo rappresenti un aumento del suo costo, legato sia agli interessi passivi e al crowding out del settore privato, spiazzato e sconcertato dall’onnipresente Leviatano, sia all’inevitabile aumento futuro delle tasse. In realtà, il debito pubblico – come noi lo conosciamo – nasce con la memorabile alleanza fra Stato e borghesia nell’Inghilterra della fine del XVII secolo ed è, per definizione, irredimibile. Esso non è strutturalmente pensato per essere ripagato, ma per essere sostenuto. Si parla di sostenibilità del debito pubblico, infatti. E questo punto è stato ribadito anche da personalità ecclesiastiche di indubbia fede, come Alan Greenspan, governatore della Fed dal 1987 al 2006, che alla fine del secondo mandato di Clinton si è visto costretto a negare la riduzione del dedito pubblico con gli avanzi di bilancio, perché in mancanza di titoli di Stato la Banca Centrale non avrebbe una base su cui emettere liquidità.  (A. Greenspan, “The Age of Turbolence” (2007)).

Il debito, anche quello pubblico, è dunque  necessario al capitalismo, con buona pace dei molti che si esprimono nei termini della – facilmente comprensibile – dicotomia Stato-mercato.

Dunque, il criterio dirimente la questione va cercato negli interessi sui titoli pubblici e, cosa più importante, si sposta dal piano teorico a quello ben più fangoso della pratica. Affinché si possa sostenere la tesi del furto intergenerazionale, bisogna dimostrare (e l’onere della prova spetta agli apologeti di questa idea) che il costo del mantenimento del debito (il quale, non si scordi, rappresenta un reddito positivo per coloro che vi investono, i.e. i privati, cioè il buon padre di famiglia) è superiore agli effetti positivi che la spesa pubblica determina: ospedali, istruzione, infrastrutture, assistenza sociale, difesa, Clemente Mastella. Effetti assai difficilmente quantificabili, non essendo esprimibili in termini monetari i benefici derivanti dalla sicurezza di avere garantiti certi diritti, e sempre ammesso che si voglia ridurre tale questione ad un’analisi costi-benefici.

Insomma, l’idea per cui il debito pubblico sia un furto, oltre che ad essere violenta perché  di un classismo celato da oneste e altruistiche attitudini, è, ironicamente, una critica alle modalità costitutive del capitalismo, alla provvidenziale (perché della Provvidenza divina si trattava, secondo Smith) mano invisibile del mercato, e se un debito pubblico pari a zero rappresenta l’unica modalità che permette di non rubare il futuro, espressione manifestamente assurda poiché presuppone il furto di qualcosa di indisponibile, il modello di Davide Serra  deve essere questo …

Inutile constatare che oggigiorno, le idee, frequentano troppa gente.

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Lotta alla povertà: crescita e distribuzione

Kaushik Basu*

WASHINGTON, DC – La World Bank si è posta due obiettivi: mettere fine all’estrema e cronica povertà nel mondo entro il 2030, e promuovere una prosperità condivisa, definita nei termini di progresso del 40% della popolazione più povera in ogni società. Ora che l’Assemblea Generale dei Gruppi di Lavoro sullo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite ha dichiarato il target anti-povertà della World Bank, il dibattito sul come raggiungere il traguardo ha riportato a galla una vecchia questione: i benefici della crescita economica “gocciolano” verso il basso raggiungendo tutti, o è necessario mettere in piedi politiche redistributive?

 Molte persone restano dell’idea che la crescita solamente sia la via, e questo a causa di un errore nel ragionamento deduttivo: diversamente dalle ideologie cristallizzate, questi possono cambiare d’avviso. Questo è il motivo per cui il secondo obiettivo della World Bank del promuovere una prosperità condivisa è importante, non solo di per sé, ma come complemento essenziale della lotta contro la povertà.

Ammettendo che una porzione di povertà “frizionale” continuerà comunque a persistere nei prossimi vent’anni, l’obiettivo formale della World Bank è di ridurre la percentuale di persone che vivono al di sotto della linea di povertà – definita come un consumo pro-capite quotidiano di meno di 1,25$ al giorno (in termini di parità di potere d’acquisto – PPP) – a meno del 3%.

La ricerca della World Bank prevede che se tutti i paesi crescessero allo stesso tasso con cui sono cresciuti negli ultimi 20 anni, senza alcun cambiamento nella distribuzione dei redditi, la povertà mondiale cadrebbe al 7,7% entro il 2030, dal 17,7% del 2010. Se i paesi crescessero più velocemente, ai tassi medi registrati negli anni 2000, il tasso di povertà cadrebbe al 5,5% della popolazione.

*L’articolo è tratto da Project-Syndicate. Per continuare a leggere la versione originale clicca qui.

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Aspettando la grande Politica, potreste fare qualcosa?

Alessio Mazzucco

Dunque il punto e il riassunto delle puntate precedenti. Diciamo che la crisi italiana attuale è degenerata a causa di una crisi di domanda, dovuta a un calo dei consumi, ovvero all’esplosione della disoccupazione. Pacifico. Finché non si recupera domanda non si recupererà occupazione, finché non si recupera occupazione non ci si può dire fuori dalla crisi. Il debito pubblico, le costrizioni europee, sono lacci di soffocamento, la stretta finale al condannato perché esili il suo ultimo respiro.

Parliamo di noi. Di cosa avrebbe bisogno il paese? Di un grande piano d’investimenti mirati a rilanciare l’economia, modernizzare le infrastrutture produttive, recuperare competitività e occupazione e riportare in crescita il Paese. Nel mentre, data l’attuale difficoltà del Governo e del Parlamento a prendere la benché minima decisione, mi permetterei delle modest proposal, così, giusto per far qualcosa che potrebbe servire: rilanciare gli investimenti esteri e semplificare i processi di creazione delle imprese.

Sono d’accordo: con una domanda depressa come quella italiana, le imprese produrrebbero per chi? Senza contare i problemi legati alla stretta del credito e tante amenità che gravano sul nostro sistema produttivo. La questione si fa interessante: semplifichi le procedure di creazione impresa, attiri capitali, e poi? Esporti. Sì, esporti: beni e servizi. Servizi soprattutto. Ci ritroviamo con un capitale umano fortissimo, disperso in qualsiasi paese del mondo tranne che il nostro, una cultura ingegneristica, innovativa e fantasiosa che potrebbe dar tanto, e invece nulla.

Lo so: con l’export non recuperi un paese. Ma almeno si potrebbe recuperarne qualche distretto qua e là, giusto per togliere il tappo alla condizione soffocante in cui il Paese si macera su se stesso. Guardate, ho fatto due conti (fonte: World Bank). Ho preso gli investimenti esteri diretti (in $ correnti) di qualche paese a caso dell’Unione Europea, così per avere un’idea, Cina e Stati Uniti, ho preso i rispettivi Pil e li ho messi a rapporto. Le percentuali sono interessanti.

Senza titolo

Come si vede nel grafico l’Italia è tragicamente ultima. Si potrebbe dire che anche la Germania non ha attratto molti investimenti esteri, ed è vero, ma bisogna dire che la percentuale è sul Pil, il Pil tedesco è molto alto e il Paese non è in de-industrializzazione da più di dieci anni come la nostra misera piccola grande provincia europea.

Il Belgio è eccezionale: vedete la punta nera del grafico? Sono loro. Del resto sono un paese piccolo, a tradizione industriale e mineraria, che si è reinventato come hub (il termine va di moda ultimamente) per lo sbarco di nuove piccole-medie imprese. Senza contare che Bruxelles è la capitale d’Europa, attraente, quindi, di per sé.

Bene, l’Italia è il fanalino di coda. Non vi preoccupate: non è un articolo denigratorio. È un articolo di speranza. Sì, perché di speranza ce ne vuole, e anche qualche idea. Per favore, politici, esperti, portaborse, quando avete un attimo di tempo destreggiandovi tra un vecchietto che ha paura della galera, una decina di burocrati che ragionano giorno e notte (giorno e notte!) su come regolamentare un congressucolo e un gruppo di infervorati liceali che occupano i tetti, potreste proporre qualcosa di semplice, in attesa del grande New Deal all’italiana di cui si parla da anni? Qualcosa semplice, non so, una semplificazione normativa per impiantare nuove imprese in questo Paese, una semplificazione delle procedure fiscali, incentivi per attrarre venture capitalist e altri investitori. Andate su Google, scrivete: “aprire un’azienda in Belgio”, o cliccate semplicemente qui. Fate la stessa cosa per l’Italia, oppure cliccate su questo interessante articolo del Corriere. Notate le differenze.

Qualcos’altro? Sì, una vecchia proposta di Tito Boeri, economista Bocconi vicino al PD: recuperate i Neet (not (engaged) in education, employment and training) attraverso cooperazione tra università e aziende di modo che giovani lavoratori possano ricevere un’educazione senza rinunciare al lavoro, o giovani universitari possano lavorare senza finire nell’ambito dei “fuori corso”. Per la proposta completa, cliccare qui.

Insomma, fate qualcosa. Lo so che parlare di cosa sia la sinistra, della globalizzazione, di quanto sia malfatta l’Europa o di quanto il sistema finanziario sia cattivo è ben più importante, e non sono ironico. La grande Politica, quella con la P maiuscola, quella degli ideali e degli scontri sui massimi sistemi, è fondamentale. Fondamentale. Ora, poniamo anche che ci sia effettivamente questa Politica nei nostri partiti (ipotesi molto forte), nel mentre potreste fare qualcosa? Così, en passant, giusto per il gusto di portare a casa qualche risultato. Guardate, queste non sono le proposte che salveranno il Paese, ma che almeno smuoveranno qualcosa.

@AlessioMazzucco

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