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Un Paese di Manager

di Diego Zunino

Mi sta antipatica la pornografia, non quella di tette e culi, o -come suggerisce la porno-vending dell’autolavaggio di Savona- “anche piedi e gambe”, ma quella che ogni giorno ci è somministrata sui giornali cartacei e televisivi: il ragazzo che è mancato, le interviste ai super testimoni, le retrospettive dei fatti di cronaca nera, la tetrapilectomia dello stato politico attuale. Grande sperpero di inchiostro ed energie per saziare un’ingordigia perversa, una morbosità degna del più sordido Pascoli.

Mirafiori
L’immagine simbolo del referendum

Oggi è stata appena eletta la foto simbolo del referendum di Mirafiori, episodio chiave delle relazioni industriali: l’ex operaio che piange assistendo alle liti sulla vittoria del sì o del no. Era bello vedere i fotografi all’opera a guisa di avvoltoi sullo sfondo. Le lacrime, riportate sulle principali testate italiane, sono vere, sono le lacrime di un uomo che assiste all’agonia della classe operaia o forse già al suo funerale.

Il mio pensiero su un’eventuale outsourcing della manifattura nel settore automobilistico va a queste persone -coprotagoniste nel XX secolo della più grande crescita economica mai registrata nella storia- e ora, incancrenite dall’appiattimento sociale, dall’omologazione che pionieristicamente Pasolini intravide decenni or sono, sono costrette a una guerra intestina,  esposte al ludibrio di episodi sì disdicevoli ma forse troppo generalizzanti.

Non entrando nella questione ma limitandomi -superficialmente, da ottimo radical-chic- ad osservare questa bruttura mi domando cosa verrà dopo l’ipotetica deindustrializzazione del nostro Paese. Banalmente penso alla scarseggiante dotazione di capitale umano –quorum ipse, condannato a fare da ciotola a Cinesi e Indiani-, penso alle moltitudini di persone che votando a destra inseguono il sogno facile del capitalismo all’Italiana: soldi altrui per finanziarsi, poca propensione al rischio, alta attitudine alla dirigenza.

Temo l’evoluzione della pittoresca caratteristica del popolo Italiano: da 56 milioni di commissari tecnici a 56 milioni di manager. Certo: house manager, planning manager, control manager, food manager, pizza manager, bar manager, coffee manager, outlet manager, e chi più ne ha più ne metta.

Temo l’ambizione a dirigere il nulla, il rispetto di plastica che una posizione pseudo dirigenziale potrebbe comportare, l’autoreferenzialità che oltrepassa le competenze, la scrivania con un pc da cui connettersi a Facebook e scrivere di fare qualcosa di importante.

Ho il terrore di essere subissato da leasing, carte di credito, avversione al risparmio, feticismo del consumo, ostentazione del nulla.

Ho il terrore dell’individualismo spinto, incauto della solidarietà e del sociale, la cui piramide dei bisogni è rovesciata, interessato solamente nel suscitare ammirazione, invidia, adorazione: un assordante chiacchiericcio che maschera un vuoto pneumatico.

Sarò ipocrita, è vero. Ma io l’operaio vorrei vederlo tornare a sorridere, perché dopotutto, oltre i Rolex, le Audi, le vacanze à la Vanzina, i manager sono così tristi e soli, ma quando piangono loro non hanno i fotografi alle spalle.

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Winter’s Bone di Debra Granik

di Mariella Lazzarin

Ree vive in una zona prevalentemente montuosa del Missouri e, a causa delle malattia non meglio precisata della madre, deve prendersi cura dei due fratelli più piccoli. La vita però si rende ancora più complicata quando la ragazza scopre che il padre, noto produttore e spacciatore di sostanze stupefacenti, esce di galera e garantisce la loro casa come cauzione qualora lui non si fosse presentato all’udienza successiva. La ricerca del padre diventa per la ragazza – che non si arrende – sinonimo di disperazione e violenza subita.

È ormai visibile a tutti una certa tendenza riscontrabile nelle trame dei film vincitori al Sundance Film Festival da due anni a questa parte: vengono predilette le storie aventi come protagoniste donne di carattere forte e tenace, che non sognano un mondo migliore bensì semplicemente una vita normale. Basti pensare a Frozen River di Courtney Hunt (in cui ritorna lo scenario invernale) dove una donna sceglie l’illegalità per garantire una nuova casa prefabbricata ai suoi figli oppure a Precious che racconta di una diciassettenne (la stessa età di Ree) picchiata e stuprata dal padre, che decide di riscattarsi attraverso l’iscrizione a una scuola con un programma “speciale” e, soprattutto, decidendo di tenere il bambino che ha in corpo. Sono storie perlopiù ambientate nell’America profonda, quella xenofoba e guerrafondaia che crede nell’alcool (o nella droga) come soluzione estrema a ogni male, ma che però è muta,non riesce a esprimersi perché non è andata a scuola e preferisce l’uso del fucile alle parole. È
l’America che vota Bush e non Obama perché non vuole la presenza assidua del governo federale all’interno dei suoi confini “auto”- stabiliti, preferendo il darwinismo sociale alla legge.

La regista dipinge la comunità dove vive Ree attraverso reminescenze di genere che richiamano alla memoria in maniera esplicita certe atmosfere western riconducibili a film come The Ox-Bow Incident di William Wellman. Questi nazionalisti fanatici (si noti l’esubero delle bandiere stelle e strisce), che conoscono solo l’arte della guerra e l’arruolamento nell’esercito come unica
possibilità di riscatto finanziario e morale, sono i diretti discendenti dei protagonisti di Wellman. Non bisogna infatti pensare a Winter’s bone come a un semplice trattato sociologico che mostra l’America profonda e i suoi tratti più inspiegabili, perché è nel pastiche tra generi (non solo il western, ma anche il noir, l’horror e il thriller) che la pellicola della Granik trova compimento. La ricerca del padre scomparso – o come dicono gli stessi americani “che ha traslocato in favore delle tenebre” – si affolla di misteri e di domande senza risposta. Ree entra in conflitto con le abitudini tribali di una comunità che vive grazie al narcotraffico e, di casa in casa, di ferita in ferita (prima morale, poi anche fisica), riesce ad andare in profondità arrivando a scoprire “lo scheletro”
del mistero che aleggia sulla scomparsa del padre, giungendo a toccare il cuore barbarico dell’America, così come il film quello archetipico del cinema americano….
Per continuare la lettura dell’articolo: http://ultracorpiamericani.blogspot.com/2010/12/tff-2010-
winters-bone-debra-granik.html


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Primarie Si, Primarie No, Primarie PUM!

di Diego Zunino

Le primarie Milanesi, che sanciscono il competitor principale dell’attuale sindaco Moratti, sono terminate con un giudizio in linea con quanto accade su e giù per il paese: i 70 mila votanti preferiscono al candidato di scuderia Stefano Boeri, il candidato “indipendente” supportato dalla sinistra più o meno radicale Giuliano Pisapia.Il nostro vince per 5 punti percentuali comportando le dimissioni dell’intero gruppo dirigente Democratico.
Allora mi domando: a cosa servono le primarie? Un voto costoso, che mette in campo energie e risorse, che spinge a privilegiare la volenterosa ricerca dei voti alle questioni programmatiche, che divide piuttosto che unire. Perché le dimissioni di una dirigenza dopo la mancata espressione del “proprio” candidato e le dichiarazioni sfavorevoli al candidato vincente di eventuali alleati accodati alla soluzione più comoda equivalgono a una piagnucolante moina: “abbiamo perso, non giochiamo più”.
Se l’elezione primaria deve essere di plastica, per confermare il candidato principale (e.g. Prodi, Veltroni) allora è meglio non farle, sarebbe una tassa ai cittadini imposta da un partito e nulla più. Se l’elezione primaria è stabilita di coalizione ed è una prova di maturità di un’area politica nel voler concedere ai cittadini la facoltà di scegliere chi più li rappresenta (del resto 70 mila Milanesi paganti sono sempre meglio di poche decine di dirigenti stipendiati) allora è bene che la dirigenza di quest’area politica dia prova di questa maturità e resti in sella accettando la sfida consegnatale dagli elettori stessi.
Purtroppo non voterò a Milano, ma da suo abitante vorrei che i pretendenti alla sua amministrazione terminassero al più presto i piagnistei, le remore e i tatticismi affrontando sin da subito il programma perché è questo il vero luogo del confronto democratico, il luogo delle convergenze politiche per un ritorno alla normalità che sempre più persone si aspettano dalla politica, e a onor del vero, non dai politici. L’augurio è quello di trovare per le strade, per le sezioni, per i gazebo non tanto delle facce più o meno note quanto delle idee, dei progetti: una concretezza che purtroppo spesso manca a una classe politica sempre più tendente all’espressione di una professione liberale e meno all’impegno pubblico che un cittadino vorrebbe si realizzasse.

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La gnagna vince sempre sui gay e sui trans

di Diego Zunino

 

Dal tremendo delitto di Avetrana, che ha intasato i palinsesti di speciali e cattivo gusto ad oltranza, alle divertenti facezie del nostro dottor B. , il quale se non ricoprisse un incarico delicato a livello istituzionale e diplomatico, tanto farebbe ridere i grandi e i piccini con le sue simpatiche avventure.

Dallo “zio Orco” al Bunga Bunga, dalla bruttina “cugina misteriosa” alla divertente e sensuale “Ruby Rubacuori”,

anche l’occhio vuole la sua parte e al sempiterno settantatreenne capo del governo si affianca la (non proprio) delicata freschezza della giovane intrattenitrice!

E mentre il mondo grida vergogna non capisce che il premier ci ha salvati dall’ennesima invasione di cronaca nera con questo gossip leggiadro, dove l’ammirazione per la dongiovannesca figura del capo del governo si tinge -ahimé per un solo anno!- di pedofilia!

Da provetto showman oggi ci è pure uscito con la battuta sui gay! Perché il suo partito certo non annovera assolutamente persone attratte da individui dello stesso sesso ma solo grandi amatori, che mutuano la prestanza fisica del “fedele alleato leghista” e lo spirito implacabile del loro leader.

La frase non offende i gay in generale -mi chiedo quale autorevolezza può ormai suscitare questa macchietta italiota senza più freni alle orecchie di chi già non lo sopporta- ma quegli omosessuali del Pdl che -come i calciatori- magari nell’ombra, per evitare l’omofobia di altri amici di partito un po’ troppo destrorsi, cercano di coniugare la propria filosofia politica (che spesso si astiene dal consigliare comportamenti tra le lenzuola) con le loro preferenze.

Alla faccia di Luxuria, di Vendola e di chicchessia! La figa vince sempre sui gay e sui trans! Strillerà qualche militante, accondiscendendo il fatto che il Leader ha solo saputo interpretare ancora una volta al meglio la volontà popolare e che quella sarebbe una frase detta dalla stragrande maggioranza della Gente.

“Non leggete i giornali!”-apostrofa ulteriormente il nostro- e francamente ha ragione, oggi pure i Suoi gli danno contro e, tra una Rubacuori che entra e un Orco che esce tra il solito turbinio di commenti indignati provenienti dalle opposizioni quasi quasi non trova spazio la notizia dell’imminente esecuzione in Iran di Sakineh, donna che fosse stata un po’ più bella e giovane il nostro filantropissimo Presidente avrebbe di certo lo stesso straordinario soccorso inventandola nipote di qualche Capo di Stato…

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