Archivi tag: democrazia

Il tramonto dell’Europa?

Alessio Mazzucco

Nel film “L’attimo fuggente”, il compianto Robin Williams, ovvero Professor Keating, seguendo il copione dell’analisi letteraria tradizionale, disegna davanti a una classe di alunni ammutoliti due assi cartesiani da cui è possibile stabilire la grandezza di una poesia: da una parte la perfezione (asse x), dall’altra l’importanza (asse y); secondo la famigerata analisi cartesiana, l’area della poesia rappresenta la sua grandezza, facilmente paragonabile a un’altra poesia. Il Professor Keating ordina ai suoi studenti di stracciare quelle pagine del libro. Giustamente.

Ma presa la politica, l’arte del possibile, la non-scienza sociale, siamo in grado di misurare la grandezza di un paese attraverso un’analisi cartesiana? Faciliterebbe molto il compito del politico. Immaginiamo dunque di prendere un asse x che rappresenti la prosperità economica e l’asse y l’importanza geopolitica: l’area che andiamo a disegnare è una buona rappresentazione della grandezza e l’importanza di un paese?

L’Europa è affetta da molti problemi, molto diversi fra loro. Uno di questi è il considerarla piena di problemi. Non è facile inseguire un sogno se il sogno fa acqua da tutte le parti: così è un progetto, un amore o il connubio di 28 stati profondamente diversi di cui 19 hanno una moneta unica, una sola politica monetaria e 19 politiche fiscali diverse. Un rompicapo affascinante. Se a questo aggiungiamo una crisi economica che non ha precedenti negli ultimi ottant’anni e una crisi sociale e culturale (per lo meno in Italia) dovuto a un inarrestabile analfabetismo di ritorno, il rompicapo diventa un nodo gordiano. Per definizione, irrisolvibile. E no: in Europa un Alessandro Magno ancora non si vede.

Mettiamo da parte polemiche e le politiche, le idee e le critiche e focalizziamo l’attenzione su due aspetti: l’asse x e l’asse y. Economia e geopolitica vanno a braccetto: nessun impero della storia può reggere le maree della mutevolezza umana se non sostenuto da una solida struttura economica. Così è stato l’Impero Romano, Bizantino, Mongolo, Cinese, gli Imperi del Novecento e l’Impero Americano, ora florido dopo otto lunghi anni di crisi, ma fortemente ridimensionato (o auto-ridimensionato) nel suo peso geopolitico.

Schermata 2015-01-25 alle 19.05.48L’Europa, la nostra cara, bella Europa, è a un passo dalla fine della sua non breve storia. Prendiamo una mappa e osserviamone i confini: a Est una catena di stati e staterelli ex-sovietici formano un cuscinetto politico tra la Russia e l’Europa Occidentale; seguendo questo ipotetico confine incontriamo la punta settentrionale della Norvegia, la Finlandia, le Repubbliche Baltiche e poi giù giù fino all’Ucraina, lacerata dal conflitto di cui sappiamo poco, pensiamo meno e difficilmente risolveremo a breve. L’Ucraina è il primo fronte caldo tra Europa e “resto del mondo”, in questo caso la Russia. Scendiamo ancora: la Turchia. Dopo anni di sforzi per essere accettata quale “Paese europeo”, la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, il “Sultano” come qualche romantico appassionato di Storia lo ha già definito, ha rivolto lo sguardo altrove e si è accorta (sorpresa!) che chi fa da sé fa per 28 (nel caso europeo), potendosi muovere liberamente tra equilibrismi e delicati giochi di strategia politica tra Siria, ISIS, curdi e l’inferno mediorientale. Superiamo per un momento il Medio-Oriente, Israele, Egitto e approdiamo in Libia. L’oramai ex-stato travolto da una tragica guerra civile ha creato un buco nero di dimensioni solamente minori rispetto a quello siriano: meno interessante (apparentemente) e più locale, la Libia è il terzo conflitto (dopo Ucraina e Siria) a mostrare la debolezza, l’apatia e la divisione geopolitica europea. Mancanza di unità? Macché: qui c’è una mancanza di strategia. Se la Francia (complice gli USA) ha aiutato a destabilizzare la regione abbandonandola al suo destino e lasciando la diplomazia italiana sul campo a ricucire il disastro, il resto d’Europa ancora non si sa che pensi, né come intenda muoversi. L’attenzione è rivolta all’Ucraina e alla Siria, il confine meridionale è lasciato agli italiani. Muoviamoci ancora lungo la mappa, seguiamo le dune sabbiose del Sahara e approdiamo nel Mali, dove la Francia hollandiana ha dispiegato le sue truppe: ecco il quarto fronte, l’Africa Sub-Sahariana. Quattro fronti e una sola Mogherini: lo scenario non ispira fiducia. L’Europa ha una diplomazia unitaria rappresentata dalla Miss Pesc fortemente voluta dal Governo Renzi e avversata dai paesi est-europei, ma non ha un esercito comune, ha 28 diplomazie concorrenti e 28 strategie diverse, 28 Governi e 28 interessi divergenti (o, nella peggiore delle ipotesi, contrastanti). In questo scenario da brivido, l’Europa è inesorabilmente attratta dal buco nero siriano, un’anomalia gravitazionale tanto forte da trascinare con sé chiunque la sfiori.

Cosa pensa l’Europa di se stessa? Inesorabilmente vittima del complesso del fratello minore rispetto agli Stati Uniti, riuscirà a tracciare una strategia comune e rispondere alla grande domanda di questi tragici giorni: qual è il suo posto in un mondo in cambiamento? I comunicati stampa non ci salveranno, le discussioni sulla flessibilità dello 0 virgola qualcosa rispetto ai parametri europei neanche. Una ripresa economica? Forse. Unità politica? Magari. C’è chi pensa che solo un ritorno agli stati nazionali possa risollevare le sorti dei popoli europei. Io considero gli stati nazionali l’origine del problema: l’unico stato “nazionale” che riconosco è l’Europa, un continente federale, diviso in macro-regioni autonome, un Parlamento riconosciuto a Bruxelles e un Governo eletto dai cittadini d’Europa, un solo esercito e una sola diplomazia, una sola politica fiscale e una sola moneta. Ci salverà la creazione di un mercato competitivo e l’integrazione delle reti energetiche e di trasporto, ci salverà l’apertura commerciale e l’investimento nel capitale umano europeo (che significa sì erasmus e grandi feste, ma anche un sistema universitario interconnesso, ricerca, sviluppo di modelli accademici e scolastici vincenti).

Post Scriptum: gli exit poll greci danno Syriza in testa tra il 35% e il 39%, una vittoria netta ma non schiacciante, e richiederà (probabilmente) un’alleanza con un partito minore (che non sarà certo il PKK comunista che già ha definito le proposte di Alexis Tsipras troppo borghesi). Sono curioso per diversi motivi, primo fra tutti vedere che farà Tsipras una volta conquistato il potere in Grecia. Si accoderà a Renzi per chiedere più flessibilità puntando su profonde riforme strutturali interne? Dirà no al pagamento del debito? Uscirà dall’euro? Quello che per ora non chiamerei ancora fronte interno sta prendendo lentamente forma: Tsipras in Grecia, Podemos in Spagna, l’euroscetticismo montante in UK (a breve le elezioni). La prima mossa è stata di Mario Draghi con il Quantitative Easing (22 gennaio), la prossima sarà dei greci.

Annunci

1 Commento

Archiviato in Discutendo

Sbagliate, mancate, peccate, ma siate giusti

Alessio Mazzucco

Il crollo dei tesseramenti PD è uno degli argomenti meno interessanti del nostro mediocre dibattito politico. Ma è necessario. O, almeno, è necessario se diretto al vero nocciolo della questione: la democrazia ai tempi del cambiamento. Perché di questo si tratta: il PD resta l’ultimo partito esistente nel Paese (disgraziato quel Paese che ha bisogno di partiti) e il crollo dei tesseramenti mostra non tanto il disamoramento o la critica al Governo, quando l’unica vera verità, da poco entrata nell’opinione pubblica. I partiti possono essere inutili. E dannosi. E troppo spesso squallide fogne dove le cariatidi della mediocrità formano le loro cisti, i propri posticini al sole, le poltroncine e i poteri piccoli, o deboli in questi tempi di poteri forti.

La nostra agile e moderna Costituzione fonda la democrazia italiana sui partiti. Era il 1948. Siamo nel 2014. Cos’è successo? Alla metà del secondo decennio del XXI secolo qualche domanda non solo è d’obbligo, ma utile. Cos’è la democrazia? Come funziona una democrazia? E vi sembreranno domanda campate per aria, stupide, inutili, un onanismo intellettuale fine a se stesso (piacevole e solitario in quanto tale), ma sono fondamentali.

Vi racconto un aneddoto. ieri sera ero in compagnia di un gruppo di russi, e da un breve confronto politico la domanda è venuta d’obbligo: cos’è, per voi europei, la democrazia? È libertà, ho risposto (maledette frasi fatte), ma non libertà fine a se stessa, di parola (ultimamente di sproloquio), di pensiero e stampa, non solo, ma libertà di portare avanti un’idea politica se le necessità sentite non trovano risposta e supporto nel sistema politico. Questa è la libertà democratica: la possibilità, data a tutti, di partecipare al dibattito se non ci si sente rappresentati, e lottare per la propria idea per cambiare o influenzare il sistema. La libertà democratica è libertà di lobby, d’influenza e pressione. È libertà d’associazione e costituzione di gruppi d’interesse senza essere messi a tacere o, peggio, essere assorbiti da un gruppo d’interesse (o partito) maggiore: la democrazia può essere calpestata tanto da tiranni quanto da rappresentanti eletti se non si nutre a sufficienza nelle coscienze dei cittadini.

Non dimentichiamoci quanto siamo fortunati, non dimentichiamolo mai. Ma nel non dimenticare, non lasciamoci intrappolare dall’idea che vecchio è bello, stabile è sicuro, la storia è maestra. Non è così. Il crollo dei tesseramenti ha lanciato il messaggio inequivocabile: non vi vogliamo. O meglio: non vi vogliamo così. E questo messaggio, a quanto pare difficile da elaborare e assorbire, è passato inosservato quando il 25% dei voti è andato a quella specie di inutile circo del Movimento 5 Stelle, ma non passerà inosservato ora che colpirà il vero cuore dei partiti: il portafogli, il serbatoio inalterabile di voti e giovani e vecchi attivisti da sfruttare per mantenere poltrone e poteri, onori e privilegi. 

Un giorno, forse, ci sveglieremo in un sistema democratico in cui la falsità ipocrita del semicerchio post-Rivoluzione francese sparirà, liberandoci del manicheismo stantio della contrapposizione destra-sinistra (Civati docet), e magari le camere saranno sostituite da parlamenti circolari in cui prenderanno posizione deputati eletti nei territori senza necessariamente essere partecipi di un movimento/partito che superi una soglia percentuale arbitraria. Un giorno, forse, ci sveglieremo che alleanza, intese e collaborazioni varieranno a seconda dei temi, e la contrapposizione non sarà a priori tra A e -A (dove A è diverso o contrario a -A), ma tra cosa pensano B, C e D sulla proposta di A.

Senza partiti non ci sarà cultura politica! sento già gridare i sacerdoti del Novecento. L’idea che il partito, così come la figura dell’intellettuale, abbia in mano la torcia con cui illuminare le coscienze dei popoli è finita, e sarà solo la spontaneità dei movimenti e dell’associazionismo sociale a creare cultura politica, rappresentanza e idee. Chi vuole unirsi a partito o associazione faccia pure, ma non obblighi il prossimo a pensarla così. Non obbligateci a pensare che dopo i partiti ci sia il nulla, perché dopo i partiti ci sarà sempre la democrazia, solo diversa, cambiata, mutata. Più difficile, certo, più instabile, forse, ma chi ha paura del cambiamento e del nuovo non parli in mio nome, né si sforzi di rappresentarmi: nel nuovo mondo sarà l’audacia e la fantasia e la creatività a creare un nuovo tipo di democrazia, senza che il platonismo dei partiti si sforzi di bloccare le trasformazioni sociali inseguendo l’idea che solo un’aristocrazia illuminata possa condurre i cittadini verso il sol dell’avvenire. Lasciateci fare, lasciateci provare, lasciateci sbagliare (“Sbagliate, mancate, peccate, ma siate giusti” scriveva Hugo). Non venite a chiederci un voto o una tessera quando ne avete bisogno per dimenticarci poi nel buio della non-rappresentatività quando giocate a fare la politica. Non abbiamo bisogno di partiti, abbiamo bisogno di lobby che discutano e supportino i nostri bisogni. Non abbiamo bisogno d’idee calate dall’alto, ma di uomini e donne capaci di sintetizzarne alcune e portarle nelle stanze dei bottoni. 

1 Commento

Archiviato in Discutendo

Legittimati?

Alessio Mazzucco

Parto dalla considerazione che The Wolf of Wall Street è un film eccezionale. Eccessi, zero moralismi, nessun lieto fine, tanto divertimento. Denuncia della finanza? Maddai! Denuncia della perdita di morale? Ma neanche per idea. Semplicemente, un bel film. E pure divertente, pensate un po’.

rs_560x415-131224133803-1024_FotorCi ho ragionato sopra un pochetto e mi sono accorto che in Italia un film del genere non poteva non piacere: figli come siamo di un paese perbenista ammorbato dalla secolare doppia moralità ecclesiastica, un film così è il calcio ai moralismi di cui avevamo bisogno. E non c’è Virzì che tenga (“Avete scommesso sulla rovina di questo Paese e avete vinto”) con quel sostrato culturale della finanza-ricca cattiva, ragazzo povero disperato e mazziato, o un editoriale di Repubblica (“Ti spiego io come funziona, tu povero cittadino ignorantello”) davanti a una nuova realtà: esiste ancora un’autorità morale che possa ingabbiare gli animal spirits (a dirla con Keynes)?

La morale. Da quando la Rivoluzione Francese ha spazzato via l’ordinamento feudale, la nuova laicità ha abbattuto una colonna portante del pensiero europeo: la legittimità di un’autorità morale non deriva più da dio (essenza esterna all’uomo), ma dall’uomo socialmente legittimato ad agire. E da dove deriva la legittimità? Dal patto sociale sottoscritto tra le parti (le istituzioni) e il conferimento del monopolio della forza a un soggetto definito e delimitato. Benvenuto nella democrazia liberale, Buddy. E non solo il monopolio della forza è trasferito in capo a un soggetto, ma l’autorità morale (laicamente definita da libere elezioni e un parlamento legittimato) è incarnata dai rappresentanti dei cittadini.

Dilemma: i nostri rappresentanti sono legittimati? E se anche lo fossero formalmente (libere elezioni con scelta dei candidati – italica utopia), potrebbero dirsi tali davanti ai cittadini?

Prendete uno come Fausto Raciti. Deputato, quasi trent’anni, segretario nazionale dei Giovani Democratici, terribilmente angosciato dal non essersi mai laureato (sul suo sito scrive di non soffrire alcuna forma d’inferiorità – se Freud leggesse quelle parole penserebbe a un amore non corrisposto con una ricercatrice universitaria tanto grondano senso d’inferiorità), a sedici anni già funzionario di partito, inserito da Pierluigi Bersani in lista bloccata nel 2013, assolutamente incapace di ragionamenti complessi che non siano arzigogoli politichesi insignificanti. Perché parlo di lui? Perché ieri, mentre ancora ero in ufficio dopo una decina di ore di lavoro, il suo faccino perbene è comparso su SkyTg24 per la denuncia al Grillo, probabile reo d’istigazione alla rivolta attraverso una lettera aperta alle forze dell’ordine. Simpatica iniziativa, peccato non sia sua. Già, perché quell’idea era partita da tre avvocati con qualche mese d’anticipo e lui, semplicemente, si è preso comodamente il merito: un po’ di pubblicità sul megafono del PD La Repubblica, qualche ripresa su blog e siti e via su Sky come eroe delle democrazie liberali. Che schifo.

Bene, uno come lui è legittimato ad agire per mio conto, votare norme che indirizzeranno su me-cittadino il monopolio della forza dello Stato, usare i soldi che pago con le tasse e parlare a nome mio nel mondo? La domanda è interessante per due motivi: il primo, non essendo stato votato non è di per sé costituzionalmente legittimato (e vabbè, andiamo oltre); il secondo, come può il disprezzo che nutro nei suoi confronti legittimarlo ai miei occhi? E qui viene il punto. Vedete, io sono iscritto al PD, quindi dovrei dire che il signor Raciti è mio compagno (brrrrr, che parola orrenda) di partito (sento puzza di stantio), e quindi dovrebbe in qualche modo rappresentarmi (mi sento svilito). Il suo voto vale 1/945 di parlamento; ogni norma che influenzerà la mia vita (tasse, investimenti, disciplina del lavoro) sarà deciso, sulla carta, per 1/945 dal signor Raciti. E prendo lui come esempio, ma se cominciassimo ad applicare questa lente su ogni deputato, dai grillini (i liceali del parlamento) ai forzisti (oddio) ai leghisti (ahahah) fino agli stessi deputati del PD (mi viene da piangere), come potrei giustificare l’uso della forza pubblica – lo Stato – su di me? In breve: perché dovrei pagare le tasse se non mi fido minimamente di una porzione tutt’altro che infima della classe dirigente pubblica del paese? E ancora: perché dovrei rispettare le leggi se non considero l’autorità morale (la classe dirigente eletta per l’appunto) non soltanto illegittima, ma assolutamente imbarazzante?

Fedor Dostoevskij, tra le tante, si è posto due domande (per renderla davvero semplice). La prima, se la morale venisse da me medesimo, cosa m’impedirebbe di ammazzare una squallida usuraia per il bene della comunità? La seconda, come controllare gli spiriti ribollenti di una società se non attraverso un’autorità morale superiore al mero uso della forza e dei tribunali? In parte, la sua risposta è il dio cristiano, sia come emanatore delle leggi etiche (che sono sopra di noi, non dentro), sia come autorità morale capace di portare pace nella società. In una società laica, come comportarsi? Immanuel Kant, e l’Illuminismo a seguire, individua nella ragione pura l’unica fonte morale: la legge morale si trova in se stessi; bel dilemma, soprattutto in una società martoriata e imbruttita da una crisi settennale, sociale e culturale ancor prima che economica.

Abbandoniamo la morale per un momento e affrontiamo il tema economico. Io, come alcuni eretici tra i miei ex-colleghi universitari, sostengo la necessità di un piano d’investimenti pubblici per trascinarci fuori dal pantano della crisi. Sul punto si aprono un’infinità di questioni: prima fra tutte, come si può sostenere che il pubblico possa fare più e meglio del mercato privato lasciato libero di agire? Datemi ragione sul punto (su cui ho un’infinità di dilemmi anch’io), ne discuterò in un altro post, e seguite il ragionamento. Stabilita la necessità di un piano d’investimenti pubblici, trovate le risorse (sforare il 3% di deficit/PIL, separazione contabile tra spese correnti e spese in conto capitale,…), si può considerare questa classe dirigente legittimata a prelevare soldi da ognuno di noi e reinvestirli in un piano deciso da loro? Qui la legittimazione non è più morale, ma meritoria: possiamo considerare i nostri rappresentanti in grado di ottimizzare le risorse a disposizione e ottenere un buon risultato (non necessariamente il migliore)? Ma se consideriamo i nostri politici incapaci di utilizzare le risorse, si può considerare “migliore” un passaggio a una tecnocrazia, dove i politici sono selezionati puramente per competenze acquisite e non per legittimità elettorale? Migliore forse, democratico no. Poniamo anche che i partiti svolgano il loro compito di filtro dei migliori per rappresentare bisogni e interessi dei cittadini (ipotesi molto forte): cosa legittima un partito a stabilire chi siano i migliori e chi no? Chi può essere considerato la scelta migliore (che non implica un essere migliore in assoluto)? Il più colto? Il miglior oratore? Il più inserito nei salotti? Il più ricco? Chi ha un titolo di studio più alto? Chi ha dato più volantini? Chi ha ricevuto più voti?

Chi ha ricevuto più voti, senza dubbio. E non tanto perché “i cittadini decidono, democrazia diretta, SVEGLIAAAA!!1!1!!”, quanto perché sono legittimati da un numero maggiore di persone a prendere decisioni per conto della comunità. Sembra banale, ma se pensate che sono nove anni che conviviamo con le liste bloccate, be, tanto banale non mi sembra. E non ci sono parlamentarie che tengano, like su facebook o pirlate varie: la legittimità deriva da una legittimazione istituzionale ad agire, che sia formale e regolamentata da un’assemblea di parti politiche e sociali (in breve una costituente).

E non parlo di costituente a caso. Un amico mi ha piazzato in testa l’idea di una nuova Costituente. E l’idea gira, gira e rigira (manco fossi in un film di Christopher Nolan) e più gira più mi convinco che abbia ragione: questa classe dirigente non è semplicemente legittimata ad agire, e non perché sono zombi, morti, corrotti, collusi o cosa ne so, ma perché non esistono regole istituzionali rigide che possano legittimarli davanti ai cittadini (1) e renderli capaci effettivamente di dare una direzione di marcia al Paese (2). Sì, Raciti, anche tu saresti legittimato se fossi votato dai cittadini. Ahimè.

4 commenti

Archiviato in Discutendo

È facile chiamarli fascisti, più difficile rispondere alle loro richieste

Alessio Mazzucco

La protesta dei forconi scema ed è già un festeggiare , “erano gruppetti di neo-fascisti”, “populisti”, “ignoranti”, “una protesta violenta” nonostante Letta, incoronatosi padre di una legge di stabilità che non è piaciuta a nessuno (ripeto: a NESSUNO), avverta sommessamente di non abbassare la guardia. Che guastafeste! Potevamo finalmente ricominciare a parlare di NOI e solo di NOI, del partito, delle segreterie, delle coalizioni, della legge elettorale, dei processi, dei grillini, e invece no: il Primo Ministro mormora di non abbassare la guardia.

No, Letta, la guardia non va abbassata. Ma non tanto per le proteste di piazza, cose normali che accadono a un paese in recessione da otto trimestri su cui spira la tiepida brezza di uno zero virgola qualcosa di crescita e la voce tuonante della Merkel che impone di perseguire le politiche degli ultimi anni, ma per quel che è accaduto alla società. Eh sì, perché mentre la recessione mordeva, la società si trasformava, cambiava, mutava il suo aspetto – in bene o in male sarà la storia a giudicare – e ora non si torna più indietro. Quindi poche scuse, niente alibi: forconi o non forconi, fascistelli o anarchici, la protesta c’è stata ed è stato il segnale più pericoloso degli ultimi anni dopo il pistolero solitario che ha colpito due poliziotti all’entrata di Palazzo Chigi. Già, perché chi di voi ricorda l’accaduto forse ha dimenticato le dichiarazioni dell’uomo: “Volevo colpire due o tre politici”. Due o tre, come fosse un tiro al piattello, come fossero bersagli per il tiro con l’arco, e invece erano politici, obiettivi di una rabbia repressa e serpeggiante.

Mi rivolgo alla sinistra da questo blog sconosciuto e dico: non cercate altri alibi. Per anni, decenni, vi siete coccolati gli universitari dei collettivi, i dipendenti pubblici, i pensionati e i lavoratori con contratti blindati, e ora vi stupite se vi sputano in faccia. Ma avete dimenticato tutti gli altri, i piccoli-medi imprenditori, le partite IVA, i non protetti, i precari, quelli che sì, forse non parlano il linguaggio delle vecchie liturgie del partito, forse del segretario del PD un po’ se ne sbattono, non partecipano a congressi e assemblee, ma domandano una politica capace di dare un’impronta e una direzione al paese. Lo fanno male? Non ti piacciono? Li chiami fascistelli? Questo non è un mio problema, né il tuo, oh sinistra: le proteste, per definizione, non sono pacifiche marce a suon di tamburi e bella-ciao, quindi dimenticale perché hai perso l’esclusiva.

I forconi non sono più in piazza. Vero. Eppure la protesta ha rappresentato una cesura: la rabbia resta, e i partecipanti si sono conosciuti proprio quel giorno sulle piazze, e magari si riorganizzeranno, magari no. Il malessere non si cancella con un colpo di spugna, una pacca sulla spalla e un articoletto di Serra o Gramellini che richiama all’ordine, alla pacificazione sociale e al buonismo globale. No, il malessere si cancella con le riforme.

Concludo: questo governo ha campato già abbastanza a lungo da permettere a Grillo di abbaiare più di quel che meriti, ai grillini di farsi profeti della nuova purezza, a Berlusconi di rimettersi in sesto e alla sinistra di riorganizzarsi. Vi prego: legge elettorale, stop al bicameralismo, premio di maggioranza a chi ottiene la percentuale più alta di voti e nuovo governo. Vi sembra poco democratico? Se ci pensate, la democrazia risponde al fine di permettere al popolo di partecipare, e a un paese di perseguire gli obiettivi con cui le parti politiche si cingono i vessilli; questo sistema politico non risponde  a queste esigenze, quindi non la considero più democrazia.

Lascia un commento

Archiviato in Discutendo

Perdere la propria libertà? Basta un nulla.

Alessio Mazzucco

Si prenda insieme una crisi settennale, un comico populista e una piazza virtuale di anonimi mediocri che sfogano la propria frustrazione sul web: si avrà un cocktail esplosivo. Sì, perché nella democrazia 2.0 i puristi non si muovono più con torce e forconi a cercar streghe, pagani, eretici, o politicamente diversi, ma sputtanano semplicemente il malcapitato sul web senza concedere diritto di replica. Pensate a un giornalista, uno qualsiasi, magari con famiglia, figli, e, all’improvviso, per aver criticato un movimento politico, che in quanto movimento politico non solo è criticabile ma dev’essere criticato, lo si immagini gettato in pasto al web con la stella dell’infamia virtualmente cucita sulla camicia. 

La crisi ci ha profondamente cambiati. Come ogni cambiamento lento e graduale è stato impercettibile, non un terremoto devastante, ma un lento decadere inesorabile, impossibile da percepire se non guardandosi attentamente attorno, se non cercano per davvero di percepire la frustrazione, la rabbia, e soprattutto la paura che ammorba ogni paese d’Europa. Le destre xenofobe e populiste avanzano? Non è colpa del loro populismo, ma delle forze democratiche che si sono lentamente ritirate dalla società, che han lasciato fare, che non hanno risposto con voce forte e nervi saldi alle provocazioni: hanno inseguito, come le prede seguono l’esca, e alla fine, esangui, saranno sconfitte dalla marea montante della rabbia.

Grillo ha schedato il secondo giornalista. E sembra cosa poco grave: del resto chi non ha insultato, attaccato, pugnalato alle spalle in questa Italia di pezze e pezzenti? Ma per la prima volta un giornalista viene schedato, pubblicato sul web così come si può trascinare un uomo in catene sulla piazza, e la frustrazione popolare ha potuto gettargli addosso gli ortaggi e le pietre per la sua unica colpa: criticare. Del resto il giornalista a volte può essere pure antipatico, egocentrico, pieno di sé: certamente un privilegiato nei grandi quotidiani italiani. Ed ecco che la pietra può essere scagliata e il dito puntato contro i pennivendoli, i frustrati della stampa, i male-informati o giornalisti in malafede.

Ah, i puristi! Temo loro più di chiunque altro. I puristi del costume, della religione, della politica. In nome della purezza della razza o delle idee, abbiamo avuto manganelli, dittature, gulag e roghi. E ad ogni termine di un ciclo di prosperità, ogni civiltà ritorna alla crisi, alla perdita del senso civico, all’abbandono degli ideali di democrazia e libertà per cedere al primo Grillo che passa il potere con la promessa di una vita migliore, o almeno di una vendetta su chi si ritiene indegno di avere ciò che ha.

Oggi le primarie PD daranno il nuovo segretario. Chiunque sia, dimostriamo che la democrazia è questo e non i tribunali del popolo, né un blog ritenuto libro sacro. 

 

Giornalisti schedati:

Maria Novella Oppa

Francesco Merlo

 

 

Lascia un commento

Archiviato in Discutendo

Breve scritto su un Paese che non fa nulla per cambiare e si lamenta se nulla cambia

Alessio Mazzucco

Le citazioni gattopardesche potrebbero sprecarsi con un titolo così. Ma per oggi non disturberò il sonno eterno di Lampedusa, quanto del buon Norberto Bobbio che sulla democrazia e la partecipazione scrisse (non è una citazione letterale): una democrazia non funziona se non c’è educazione democratica e partecipazione. Banale? Forse, almeno per chi di politica un po’ ne mastica.

L’Italia è il paese dei paradossi (non delle crozziane meraviglie) e da buon Paese paradossale si classifica tra i primi in Occidente per partecipazione elettorale (dai gloriosi over 80% agli ancor alti – per la media europea – 65-70%). Ed è un paradosso, perché a fronte di una così sentita partecipazione, il grado di democratizzazione del Paese è tanto basso da mettermi in imbarazzo a parlarne. E non sto parlando della scarsa democratizzazione à la Travaglio, un mix tra Robespierre, giornalista e giudice ad honorem della politica italiana, no: sto parlando di scarsa democratizzazione come scarso interesse, ignoranza vera e propria, un lamentoso susseguirsi di luoghi comuni su quanto la politica sia sporca e inefficiente o di quanto questo o quello sia un corrotto, un infame, un traditore, un paraculo, un figlio di, un conoscente di, sempre la stessa faccia, ecc… Senonché quando la politica chiama, quando il bisogno si fa sentire, quando i cittadini sono chiamati a prendere decisioni, scelte difficili non solo per il proprio futuro, ma per le generazioni a venire, alé, si dà il via al teatrino della partecipazione inconsapevole, o al rifiuto categorico perché tanto si è migliori di chi si va a votare. Patetico.

Ora, fare politica è una passione come tante. L’attivismo politico non è più onorevole, né l’unica via per la strada della politica, ma un’attività associativa come altre. Onore a chi lo pratica, nessun disonore a chi se ne frega. Ma un nervo rimane scoperto: a chi non interessa la politica tout-court, a chi crede d’essere migliore, a chi non s’informa perché tanto sono tutti uguali, a chi giudica ma non vota, a loro dico che senza un seppur minimo sforzo per cambiare le cose, come si può criticare il fatto che nulla cambi in questo nostro splendido e dannato Paese?

Esprimo il concetto come lo scriverebbe Ilvo Diamanti, il politologo del giornale perbenista Repubblica. Gli Italiani partecipano al voto. Ma non partecipano al dialogo. È un problema. Il Paese chiama. Nessuno risponde. Un dramma. Qualcuno dice: Renzi è il nulla che avanza. Allora gli chiedo: tu voti? Alle primarie. Lui risponde: no. Perché parla? Con quale diritto? Diritto di parola? Sacrosanto. Vuoi commentare gli affari PD? Partecipa. Vuoi insultare Renzi? Vai alle primarie. Democrazia. Baby. Ci vivi.

Questo per dire: fare l’attivista è un impegno che richiede passione, ma la sopravvivenza della democrazia non si basa su banchetti, volantini e lunghi ed estenuanti dibattiti sul nulla, quanto sulla partecipazione e il coinvolgimento dei singoli cittadini in quel che direttamente o indirettamente influenza le loro vite.

Breve post-scriptum sul PD. Civati vince il dibattito di ieri senza se e senza ma, Renzi imita se stesso, Cuperlo è fuori dai giochi. Probabilmente voterò Renzi, ma se il sindaco fiorentino dovesse affiancarsi Civati nel futuro governo (spero) del Paese potrei dirmi solamente felice.

5 commenti

Archiviato in Discutendo

L’immoralità della purezza

In politica, la purezza è immorale. E mi sembra di ripetere luoghi comuni macinati dal machiavellismo quando scrivo queste parole. Dal ’94 in poi ogni partito politico si è presentato alle elezioni definendosi “nuovo”, “diverso”, “estraneo” a tutto quel che Tangentopoli aveva rappresentato per la I Repubblica. Così è stato per Berlusconi, così è stato per la sinistra emersa dai cocci fumanti della tradizione comunista, ancora legata a vecchi schemi anche se nominalmente cambiata, così è stato per la Lega e ora è con Grillo.

Grillo ha insegnato molto a questa classe politica. Ha mostrato il malcontento popolare che serpeggiava tra gli elettori, ha portato a galla istanze di rinnovamento della politica, ha dimostrato la novità di internet, strumento che i dirigenti italiani non conoscono né si sforzano ad usare come nuovo media di comunicazione. Detto questo, ha insegnato anche che la purezza è immorale, seppure inconsapevolmente.

Qualche giorno fa, i parlamentari M5S saliti sul tetto del Parlamento per protestare contro la modifica dell’art. 138 della Costituzione sono stati sospesi dai lavori per cinque giorni. Apriti cielo! La società intellettuale satellite del movimento ha gridato il suo scontento indicando come immorale la sospensione di un gruppo di deputati per qualcosa di sostanzialmente “innocuo” mentre ancora si discute se far decadere un senatore condannato in via definitiva per evasione fiscale. Parrebbe un ottimo argomento. Peccato che occupare un tetto da parte di deputati che si autoproclamano “puri”, “estranei agli inciuci” e “difensori della Costituzione” sia gravissimo, su un piano diverso dalla condanna, ovvio, ma grave in quanto deputati eletti per far valere le proprie ragioni in Parlamento ne occupano il tetto per dimostrare la propria diversità. La purezza è colonna portante del M5S, eppure guardateli: una protesta a dir poco liceale ha fatto perdere loro un’occasione tra le tante per mettersi in gioco e discutere e negoziare i termini del loro voto favorevole o contrario alla riforma. È il gioco della democrazia, tutto qui.

Mi ha stupito notare la sollevazione intellettuale, non tanto dalle pagine del Fatto, portavoce e altoparlante delle istanze grilline, quanto d’intellettuali dell’orbita di riviste come Micromegain primis il suo redattore principale, Flores D’Arcais. Forse nessuno di loro conosce più le minime regole delle decisioni democratiche? Forse, ma non sono gli unici. Nella purezza incontriamo anche Erri De Luca, sostenitore del sabotaggio laddove la politica non riesce a ottenere per intero le istanze di un gruppo. La meraviglia di notare tanto appoggio alla frase di De Luca non deriva tanto dalla mia opinione più o meno favorevole alla Tav, quanto un ragionamento tanto lontano dalla democrazia quanto infantile: «Non ottengo quel che voglio? E allora spacco tutto».

Purezza significa non scendere a compromessi con ciò che sporca le mani. Metterle nel fango e rimestare a lungo per ottenere un minimo delle proprie istanze non piace a molti, ma la politica è questo. Senza scomodare Rino Formica e la sua lapidaria definizione “sangue e merda”, basta dire che la purezza, in politica, è immorale perché non solo non ottiene neanche le briciole di quanto considerato, ma altera il funzionamento democratico nel momento in cui una forza si pone su un piedistallo rispetto ad un’altra, concetto totalmente opposto all’uguaglianza democratica di cui, a volte erroneamente, ci si sente sostenitori.

2 commenti

Archiviato in Discutendo