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Io non sono zemaniano

Gianmario Pisanu

Scrivo questo coccodrillo in onore del Cagliari Calcio con una buona giornata d’anticipo sulla dipartita in serie B. La squadra, di cui il sottoscritto è tifoso (il cognome non lascia scampo), si appresta a un mesto ritorno in cadetteria dopo anni di tranquille salvezze e piccoli, deliziosi orgasmi, linfa vitale di qualsiasi provinciale. Il più bello: Cagliari – Juventus 1-1, il nano protosardo per antonomasia, Zola, svetta di testa (!) e fa secco Buffon. Moggi prostrato in tribuna (confermo, confermo).

Ma bando alla cronaca, dato che, per dirla con Frank Zappa, parlare di calcio è come ballare d’architettura (lui si riferiva alla musica, ma morti i vari Brera, Ameri, Ciotti, le gazzette sportive sono avvincenti quanto il prontuario di un medicinale).

Mi concenterò dunque, galileiano per eccesso, sul come, non sul cosa, ché per quello basta la tivù.

Come è potuto accadere che un pubblico così diffidente e apatico come quello cagliaritano abbia aderito in massa (me incluso) a un progetto tanto scombiccherato? Come è potuto accadere che un Presidente che negli ultimi 10 anni ha mantenuto una squadra in serie A in una terra economicamente depressa quale la Sardegna sia stato accompagnato all’uscio alla stregua di un Ceausescu?

Come si dà che un collezionista di esoneri e retrocessioni, Zdenek Zeman, venga dai più chiamato “Maestro” manco fosse la reincarnazione del Guru Sai Baba?

Al di là delle specificità del caso e delle attenuanti, che pure ci sono (Massimo Cellino, il precedente Presidente, era un tantino spregiudicato e paradossale, non proprio un simpaticone; la squadra è stata proficuamente smantellata e rimpinzata di ceppe dal successore, non c’è che dire), resta la sgradevole sensazione di un’impostura ideologica di fondo ben condensata dal fenomeno Zeman, tale da richiedere una fenomenologia alla maniera di Eco. Con delle differenze di fondo: al posto del Mike nazionale, il Maestro Zeman; invece dell’italietta neoscolarizzata e fiduciosa (quella del Lascia o raddoppia e del frigorifero a rate), l’Italia imbolsita, precaria, esodata, sfiduciata, o meglio i suoi cantori radical chic: insomma, l’Italia migliore.

Zdenek Zeman non è particolarmente vincente: se il curriculum canta chiaro, ci sono all’attivo 11 (undici!) esoneri (Roma due volte, Lazio,             Fenerbahce, Napoli, Salernitana, Avellino, Brescia, Lecce, Stella Rossa, Cagliari) costellati da un’esperienza esaltante (Foggia dei miracoli) e un paio di ottime annate (Lecce 2004/2005, Pescara 2011/2012). L’espressione “perdente di successo” è stata coniata apposta per lui da giornalisti assai compassionevoli.

Il suo gioco, da alcuni considerato spettacolare, ha funzionato effettivamente nelle tre esperienze di successo sopraccitate (Foggia, Lecce 2004/2005, Pescara 2011/2012). Negli altri casi (grosso modo vent’anni di carriera, tra cui esperienze in squadre di blasone come Roma e Lazio) si è rivelato un Circo Barnum dell’arte pedatoria, che stava al calcio come il wrestling alla boxe.

Ciò nonostante, queste piccole chiazze d’unto sullo scintillante palmarés vengono ampiamente compensate dall’inattaccabile integrità e dalle denunce anti-doping, vera coccarda che il boemo tira fuori generalmente dopo qualche risultato tennistico a sfavore.

Venditti gli dedica una canzone, La coscienza di Zeman (sic!), Fazio lo vezzeggia nei suoi salotti tivù, le claques si sperticano: nell’Italia migliore, l’Onestà è Bello, come la Donna, il Merito è Brutto; nell’Italia migliore, il cameratismo insopportabile degli Eletti ha sostituito al concetto di colpa, tipicamente luterano, quello di crimine, così mondano.

Lo speculare di Zeman, in questo pasticciaccio brutto che schiaffa il Cagliari in serie B, è l’ex Presidente Cellino. Impresario del grano, con poca grana tiene il Cagliari in A per quindici anni complessivi (unico neo un intermezzo in serie B all’inizio degli anni 2000): fiore all’occhiello una semifinale di Coppa Uefa (1993). La figura non è però propriamente ammiccante: l’uomo è arrogantello, l’accento fa tanto sardo pellita, una volta si è addirittura candidato alle regionali con Berlusconi (2004). Insomma, un reietto che neanche il Pinguino del Batman di Tim Burton. La disgrazia comincia a materializzarsi quando si mette in testa di smantellare lo stadio Sant’Elia, un obbrobrio pericolante inagibile per tre quarti, e di costruirne sulle ceneri uno nuovo di zecca. Pare abbia “oliato” il sistema, incurante dei vincoli ambientali sul volo degli impagabili fenicotteri rosa dello stagno di Molentargius. Beninteso, non di tangenti si parlò: pressioni indebite, toni da trivio zelantemente riportati dai giornali e… si, be’, insomma, non si fa. Risultato: tre mesi di gogna in gattabuia, lo Stadio Sant’Elia tuttora veicolo in mondovisione di un’immagine della Sardegna da repubblica delle banane e i fenicotteri rosa liberi di scagazzare impunemente sui prati di Is Arenas, per la gioia dell’Italia migliore.

Il resto è storia recente. Il nuovo presidente, il milanese Tommaso Giulini, vende i pezzi migliori, faticosamente rastrellati da Cellino, e incassa; dà in pasto ai tifosi il Maestro, nuova versione del panem et circenses; retrocede, ma con grande dignità e plauso dei media.

Fanculo all’Italia migliore, rivoglio il Cagliari (e l’Italia) in serie A.

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Serbia che non impari mai

Filip Stefanović

Ieri sera tornavo da Londra, e al controllo passaporti ho provato un leggero senso di vergogna nel porgere il mio passaporto serbo: non è proprio la settimana migliore, pensavo.

Di quello che è successo allo stadio Ferraris di Genova, durante la partita Italia-Serbia per la qualificazione agli Europei del 2012 ne sono piene in questi giorni le prime pagine di tutti i giornali, ed il caso sportivo è subito sfociato in caso politico e diplomatico. Non starò quindi a ripetere la vicenda, né discutere sulle colpe (se della polizia serba che non ha avvertito per tempo i colleghi italiani, o questi ultimi per non aver approntato misure di controllo adeguate all’ingresso): di ultrà ce ne sono in tutta Europa, e basta rivedere la cronaca degli ultimi anni per comprendere come siano un problema serio ed impegnativo anche per l’Italia. Nel caso dei hooligans serbi, però, la vicenda assume contorni ben più drammatici e rivelatori. Vediamo perché.

Belgrado è balzata agli onori della cronaca ben due volte, a distanza di pochi giorni. La prima, domenica scorsa, quando per le strade deserte della capitale, sotto la scorta di 5000 gendarmi in assetto antisommossa, è sfilato il primo gay pride della storia serba. Un primo tentativo, tenutosi nel 2001, è annegato nel sangue, un secondo, l’anno scorso, è stato sospeso giusto un paio di giorni prima per motivi di sicurezza. Ho già parlato di questo ed altro in un articolo dell’ottobre 2009, oggi paurosamente attuale. Domenica, nonostante la massiccia presenza delle forze dell’ordine, masse arrabbiate di hooligans, nazionalisti e ultraconservatori hanno attaccato frontalmente il corteo, cercando di sfondare i cordoni della polizia con l’aiuto di sassi, bottiglie, molotov… La conta finale è stata di 157 feriti e 131 arresti.

Perché tutta questa violenza?

Movimenti di estrema destra, o omofobi, sono presenti ovunque. La Serbia, però, pare essere più  violentemente soggetta a queste tendenze. Qui, tifoserie ultrà calcistiche, simpatizzanti di estrema destra, nazionalisti, ortodossi bigotti si uniscono e spesso confondono sotto l’unica bandiera dell’amore per la Serbia – chiaramente la loro Serbia.

Il problema di questo paese parte da lontano, dall’inizio degli anni ’90 e dalla dissoluzione della Jugoslavia. La Serbia di oggi ha alle spalle una pesantissima eredità di dieci anni di guerre concatenate, iperinflazione galoppante, embarghi, stagnazione economica, politiche antidemocratiche, corruzione, criminalità organizzata, diaspora giovanile ed intelettuale. Quanto basta per riempire interi libri di storia, il tutto condensato in un solo decennio: chi ha vissuto l’era di Milošević sulla propria pelle ne è uscito stanco, deluso, immiserito e oramai completamente scollegato dal mondo occidentale.

La rivoluzione del 5 ottobre 2000 (di nuovo, fare riferimento all’articola sopracitato), sembrava aver posto definitivamente fino a tutto questo, oggi si parla apertamente di un eccesso di ottimismo: la grande, grandissima sfida che aspettava la nuova classe dirigente era quella di riportare un paese con un ritardo accumulato di dieci anni rispetto al mondo sui binari del progresso politico, economico e civile. Affare complesso. E, soprattutto, processo che non può avviarsi da solo, ma necessita della guida drastica, spesso coraggiosa, di una classe politica capace. L’unico uomo in grado di traghettare la Serbia in Europa, il premier Zoran Djindjić, è stato assassinato nel 2003 – proprio a causa delle sue qualità, eccessive per molti centri di potere. Da allora la Serbia si è fermata, come una barca su uno specchio d’olio, cullata impercettibilmente nel mezzo del nulla, con un orizzonte lontano ed uguale da qualunque parte si volti. I politici, colpevolmente insignificanti, che occupano la scena, dal presidente Boris Tadić al Primo ministro Ivica Dačić, sembrano unicamente interessati a mantenere lo status quo, sfoggiando sorrisi proeuropei agli occhi dell’UE, rimanendo ferocemente (e ormai anacronisticamente) convinti della serbità del Kosovo agli occhi dei connazionali, usando e venendo usati dalla Chiesa ortodossa serba per accrescere il proprio consenso. Una chiesa a tratti medievale, interessata a mantenere un controllo politico decisivo sulla vita della Serbia, colpevole nella migliore delle ipotesi di silenzio, se non documentato coinvolgimento, nei crimini di guerra compiuti da parte serba in Bosnia negli anni ’90. Decisa a lottare l’omosessualità – figlia del demonio – con ogni mezzo, lecito e no.

È in un tale contesto che sono nati e cresciuti quei giovani che abbiamo visto l’altra sera a Genova. Ragazzi che a cinque, dieci, quindici anni vivevano in un paese in guerra, in contesti urbani di forte degrado, depressione e violenza, o sotto le bombe Nato del 1999. Generazioni che hanno perso i migliori anni della propria vita per colpa di una classe politica criminale, e che dopo il 2000 sarebbero dovute essere seguite molto più da vicino, di fronte alle quali si sarebbero dovuti ammettere chiaramente, in maniera chiara e decisa gli errori e le colpe del passato, la strada da intraprendere, il decisivo vantaggio che solo l’Unione Europea può garantire per la futura felicità della Serbia. Non fosse altro per rispetto nei loro confronti, e quanto hanno vissuto come vittime senza colpa. Tutto questo non è avvenuto, i giovani (così come i meno giovani) sono stati lasciati a sé stessi, a rimpiangere “eroici” criminali di guerra come Mladić e Karadžić, incitare all’odio verso tutti, albanesi, bosniaci, americani e sognare un glorioso passato in realtà mai esistito. Tutto questo crea una situazione potenzialmente esplosiva, l’uscita non pare vedersi, come nemmeno le possibili conseguenze nel medio periodo. Conseguenze che, nei Balcani, raramente hanno evitato contorni altamente tragici.

In definitiva, è inutile che il presidente Tadić porga scuse ufficiali per il comportamento degli ultrà a Genova: la colpa è unicamente sua e del suo governo. Di chi ha cresciuto figli degeneri fingendo poi stupore se in casa altrui si comportano nell’unica maniera che conoscono: da barbari. Prima i diritti umani ed una società civile, e solo allora il calcio. La strada inversa, abbiamo visto, non funziona.

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