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No taxation without representation

Alessio Mazzucco

Pagare le tasse è bello: il fu compianto Tommaso Padoa Schioppa aveva ragione. Pagare le tasse significa appartenere a una comunità, sacrificare una parte delle proprie ricchezze per gli altri, certo che nei giorni di difficoltà altri pagheranno e sosterranno la baracca. Le tasse sono un po’ la versione allargata delle casse di mutuo soccorso, le raccolte nate a fine ottocento in piena Seconda Rivoluzione Industriale per sostenere le famiglie di operai morti, malati o licenziati (da qui la nascita dei sindacati, i partiti socialisti e così via). Le tasse sono belle. Ma possono essere ingiuste.

No taxation without representation (o come direbbe Rutelli: no tassescion witaut rapresentescion) è un motto assai nobile, impoverito e deturpato dall’estrema destra americana dei Tea Party. Nato, in effetti, in occasione del Tea Party di Boston (poco prima dello scoppio della Rivoluzione Americana), un assalto di colonialisti alle navi mercantili in partenza per la madre patria inglese che rovesciò in mare il preziosissimo carico: tè, per l’appunto. Il Tea Party segnalò una svolta nelle proteste delle tredici colonie americane: non si sarebbero più pagate le tasse alla Corona finché anche ai colonialisti fosse data la possibilità di rappresentarsi presso il parlamento inglese per decidere di quante tasse dovessero farsi carico le colonie. Tasse. Sempre tasse.

L’origine del Parlamento inglese è molto simile. La borghesia mercantile inglese odiava due cose: il Papa e le guerre del Re. Le pulsioni anti-sovrano non erano una novità nella gaia Inghilterra, tanto che non solo si elevò a rango di eroe popolare un brigante che derubava gli sceriffi di Nottingham delle gabelle dirette al Principe Giovanni, ma proprio in Inghilterra nacque il primo Parlamento in Europa dedicato alla discussione di ogni nuova imposta decisa dal Re per finanziare le proprie pulsioni belliche. E se un Re si faceva saltare in testa il grillo d’imporre nuove tasse senza consultare il parlamento, o di scavalcare direttamente le prerogative dei deputati, la soluzione era semplice e a portata di mano: via la testa al Re. E così via con la Rivoluzione, Cromwell, la guerra civile e gli Orange. Un’altra storia. 

Come pensate sia nata l’Assemblea degli Stati in Francia? Il primo stato (i nobili), il secondo (il clero) e il terzo (la borghesia) si riunivano per discutere delle imposte del Re. Che poi gravassero sempre sulla borghesia, che clero e nobili votassero sempre compatti (il voto era per stato, non per teste), eccetera eccetera, be, come sapete portò a una serie di eventi di cui elenchiamo solo: Bastiglia, Costituzione, Repubblica, Robespierre, Terrore, Napoleone, Restaurazione. Tasse, signori, tasse.

Ci sono due cose che, personalmente, odio: la prima, lo spreco; la seconda, l’imposizione fiscale senza rappresentanza legittima. Parliamo dello spreco. Se siamo, com’è vero, uno dei Paesi europei a maggiore pressione fiscale (tasse dirette+indirette), ma tra quelli con gli indici maggiori di disuguaglianza dei redditi e povertà e con gli indici più bassi di attrattività degli investimenti, numero laureati, turismo (in confronto a Francia e Spagna – gli unici due paesi che possono competere con noi), un problema c’è. Che poi si siano susseguiti governi incapaci, inutili o troppo brevi nel corso della nostra storia repubblicana, nessun dubbio. Il problema persiste.

Definito un problema esistente, passiamo ai sintomi. Burocrazia insostenibile, moltiplicazione delle poltrone e dei burocrati, imposizione fiscale pesante e iniqua, infrastrutture inefficienti, giustizia lenta e inefficiente e via dicendo tante belle cose di cui parliamo da vent’anni senza mai cambiare. Un primo punto potrebbe essere: forse spendiamo male i nostri soldi? Banale, vero. Ma dato che i “nostri soldi” sono proprio quelle gabelle che ogni anno paghiamo tra lacrime, rabbia e lamentele, forse spendere meno e spendere meglio potrebbe essere una soluzione possibile. Populismo di destra? Populismo liberista? Forse. Personalmente, quando vedo un problema davanti, non persisto sulla strada seguita fino a quel momento, ma cerco altre soluzioni.

Argomentazioni contro “una minore spesa”.

1. Lo Stato è l’unico ente con visione d’insieme diretta alla società che possa investire tenendo conto non soltanto di esigenze di economicità ed efficienza, ma di esigenze sociali, ed è l’unico ente che può raccogliere un ammontare di danaro tale da dedicarsi alla realizzazione di una grande opera (sia essa la TAV, un sistema ferroviario efficiente, un aeroporto, la cablazione completa del Paese con cavi a fibre ottiche). Vero. Infatti sono un sostenitore dell’investimento pubblico, a tre condizioni: la prima, che sia diretto verso qualcosa di specifico e non casuale (vedi pioggia di danari su tante piccole opere rimaste incompiute); la seconda, che a decidere gli investimenti sia una classe dirigente di cui mi fidi (e magari che io abbia avuto la possibilità di votare – sto parlando del Parlamento, grillini ignoranti, il Governo non si vota in una Repubblica Parlamentare!); terzo, che mi si dica il tempo di realizzazione, l’ammontare di risorse coinvolte, il risultato finale senza fronzoli e sparate.

2. Dire che tanti bisogni privati concorrenti portino a un equilibrio economico superiore (e positivo per la società) è un po’ come affermare che la Terra sia al centro dell’Universo, che l’uomo non discenda dalle scimmie e che Berlusconi sia innocente e perseguitato: è un’ipotesi, una semplice ipotesi. Non è possibile provarla (salta il cosiddetto “esame”) e di conseguenza non è possibile falsificarla. Conseguenza ultima: non mi fido. Dire, quindi, che mettendo in concorrenza A, B e C, la somma delle ricchezze prodotte da A+B+C sia sicuramente uguale (se non superiore) a quella prodotta da un unico ente con visione d’insieme definito D è indimostrabile. Ma perché io affidi all’ente D il compito di trovare un equilibrio economico definitivo, si devono realizzare le ipotesi di cui al punto 1.

3. Meno tasse non aumentano necessariamente i consumi. Britannicamente parlando, It depends. Chi ha studiato economia conosce il termine “propensione marginale al consumo”. Chi non ha studiato economia lo impara in un nano-secondo: la PMC è la percentuale di consumo su ogni euro in più ricevuto nelle proprie tasche. Matematicamente parlando, la PMC ha derivata prima positiva e derivata seconda negativa, ovvero la propensione diminuisce all’aumentare del reddito. In soldoni: guadagnare mille euro al mese a Milano significa consumare più o meno il 100% del proprio reddito; guadagnarne 10,000 potrebbe farmene consumare il 30% e il resto finire in risparmio/investimenti. Dunque mi spiego: tagliare le tasse di 100 alla popolazione non significa tradurre in +100 i consumi privati, ma probabilmente meno a seconda della propria PMC; in breve, un euro in tasca a un individuo non è detto che generi un euro di consumi, un euro in tasca allo Stato genera sicuramente un euro di spesa pubblica. E se sono i consumi/spesa pubblica a rilanciare l’economia, uno potrebbe dire: quindi meglio che ce l’abbia lo Stato per evitare tesaurizzazione (non spesa) di quell’euro! Anche qui, It depends: primo, vorrei essere il più libero possibile nel decidere come spendere la ricchezza prodotta (e quindi il reddito accumulato), senza delegare le scelte di spesa a un gruppo di persone (note come “classe dirigente politica”); secondo, la spesa statale, se ben diretta, genera moltiplicatore (un euro investito genera tot euro di ricchezza di ritorno), quindi investire in ricerca, istruzione, università, infrastrutture, internet eccetera è certamente ben diretto, ma spendere in tanti rivoli d’investimenti, investimentucci, non porta da nessuna parte. Questo è spreco. 

Riassumo. Qual è il giusto livello di tasse da pagare? Se trovassi la soluzione qui, così, un sabato mattina senza alcuna pretesa, mi darebbero un nobel immediatamente. Non ho risposta, ovviamente, ma ho tante domande. La prima, non è un dogma tenere la pressione fiscale alta se sei di sinistra (che poi, oggigiorno, la categoria sinistra cosa indica? Lo vedremo nei prossimi post…), quindi, come abbassare le tasse e ridistribuire meglio le ricchezze? Secondo, è giusto che la nostra imposizione fiscale venga votata da un Parlamento di deputati e senatori che noi non abbiamo scelto? Su questo punto, rimando al mio post precedente (l’auto-citazione è l’anticamera della follia): Legittimati? 

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Favole e numeri: la faccia triste dell’Amerika

Ninotchka

cervello pigro

La Storia è raccontata, più o meno, in questi termini:

la Repubblica Italiana ha accumulato, a causa di una politica clientelare, spendacciona, irresponsabile, incompetente –  implicito omaggio all’idea che vede il settore pubblico fare il ricchione con il culo degli altri, spendendo soldi non suoi – un ingente debito pubblico che si aggira intorno al 130% della ricchezza prodotta. Poiché ogni debito deve essere pagato (nell’attesa che il Padre Nostro rimetta a noi i nostri debiti) è indispensabile che vi sia anzitutto un ricambio del management che ha guidato il paese e che chi subentra si ponga come priorità la riduzione di questo fardello intergenerazionale chiamato debito pubblico, così come agirebbe ogni buon padre di famiglia. Il saggio babbo raccomanderebbe che l’operazione fosse svolta tagliando le spese (gli sprechi anzitutto, che diamine!) per poi ridurre la pressione fiscale, così alta e distorsiva da soffocare il potenziale imprenditore che volesse investire in Italia, rilanciandone la stagnante economia.

Premettendo che è lungi da me volere scrivere un’apologia della classe politica italiana, le cui nuove leve, sia detto di passata, mi sembrano peggiori delle precedenti, mi dedico alla discussione del tema economico, in linea con l’idea che politica ed economia non sono separabili in una società capitalistica, più di quanto lo siano religione e società in una paese islamico.

Questo intervento, in linea con la moda del momento, si divide in tre parti. Di seguito, la prima.

Il furto intergenerazionale

…”Alla fine venne squartato, – racconta la “Gazzetta di Amsterdam”. – Quest’ultima operazione fu molto lunga, perché i cavalli di cui ci si serviva non erano abituati a tirare; di modo che al posto di quattro, bisognò metterne sei; e ciò non bastando ancora, si fu obbligati, per smembrare le cosce del disgraziato a tagliargli i nervi e a troncargli le giunture con la scure …” (M. Foucault, “Sorvegliare e Punire” (1975))

Questo ed altro ancora meriterebbero coloro che impediscono ai  figli di vivere una vita dedita alla ricerca della felicità!… viene da pensare leggendo con quale enfasi si accusa il debito pubblico di essere un peso che graverà sulle generazioni future. Confesso che  la definizione di furto intergenerazionale esercita su di me un fascino ben più che discreto: è la ruberia per eccellenza! E’ meglio dell’evasione fiscale, che vede le parti in causa far ricadere su terzi il loro sporco imbroglio! E’ quasi più efficace della Chiesa, che vende un prodotto che si paga ora, ma la cui qualità si può testare solo dopo morti … nessun rimborso, tutti soddisfatti, ad oggi.

E’ infatti opinione diffusa nell’ humus culturale del new consensus che il debito pubblico sia, già in linea di principio, un furberia che sposta i costi attuali alle generazioni future. Comincio con il notare che se così fosse, allora anche un debito pubblico minuscolo rappresenterebbe un furto ai danni dei nostri figli; un furto irrisorio, ça va sans dire, ma sempre tale, e dunque una proposizione come quella enunciata dal super giovane della finanza Davide Serra  (“Il debito pubblico è stata una rapina interenerazionale. Stanno facendo pagare ai figli e nipoti i loro errori. Nessun padre di famiglia farebbe lo stesso”La Repubblica, 27.10.2013) implicherebbe che l’unico debito buono… è il debito morto: sennò chi li sente i pargoli che ancora devono nascere? Bastardi, farete la fine di Damiens!

In secondo luogo, anche non considerando un paese capace di gestire la propria politica monetaria in modo autonomo, non un particolare da nulla, si noti, l’affermazione del furto del futuro si basa sull’equivoco che il debito pubblico sia una somma da ripagare, prima o poi, e che dunque ogni tentativo di non ridurlo rappresenti un aumento del suo costo, legato sia agli interessi passivi e al crowding out del settore privato, spiazzato e sconcertato dall’onnipresente Leviatano, sia all’inevitabile aumento futuro delle tasse. In realtà, il debito pubblico – come noi lo conosciamo – nasce con la memorabile alleanza fra Stato e borghesia nell’Inghilterra della fine del XVII secolo ed è, per definizione, irredimibile. Esso non è strutturalmente pensato per essere ripagato, ma per essere sostenuto. Si parla di sostenibilità del debito pubblico, infatti. E questo punto è stato ribadito anche da personalità ecclesiastiche di indubbia fede, come Alan Greenspan, governatore della Fed dal 1987 al 2006, che alla fine del secondo mandato di Clinton si è visto costretto a negare la riduzione del dedito pubblico con gli avanzi di bilancio, perché in mancanza di titoli di Stato la Banca Centrale non avrebbe una base su cui emettere liquidità.  (A. Greenspan, “The Age of Turbolence” (2007)).

Il debito, anche quello pubblico, è dunque  necessario al capitalismo, con buona pace dei molti che si esprimono nei termini della – facilmente comprensibile – dicotomia Stato-mercato.

Dunque, il criterio dirimente la questione va cercato negli interessi sui titoli pubblici e, cosa più importante, si sposta dal piano teorico a quello ben più fangoso della pratica. Affinché si possa sostenere la tesi del furto intergenerazionale, bisogna dimostrare (e l’onere della prova spetta agli apologeti di questa idea) che il costo del mantenimento del debito (il quale, non si scordi, rappresenta un reddito positivo per coloro che vi investono, i.e. i privati, cioè il buon padre di famiglia) è superiore agli effetti positivi che la spesa pubblica determina: ospedali, istruzione, infrastrutture, assistenza sociale, difesa, Clemente Mastella. Effetti assai difficilmente quantificabili, non essendo esprimibili in termini monetari i benefici derivanti dalla sicurezza di avere garantiti certi diritti, e sempre ammesso che si voglia ridurre tale questione ad un’analisi costi-benefici.

Insomma, l’idea per cui il debito pubblico sia un furto, oltre che ad essere violenta perché  di un classismo celato da oneste e altruistiche attitudini, è, ironicamente, una critica alle modalità costitutive del capitalismo, alla provvidenziale (perché della Provvidenza divina si trattava, secondo Smith) mano invisibile del mercato, e se un debito pubblico pari a zero rappresenta l’unica modalità che permette di non rubare il futuro, espressione manifestamente assurda poiché presuppone il furto di qualcosa di indisponibile, il modello di Davide Serra  deve essere questo …

Inutile constatare che oggigiorno, le idee, frequentano troppa gente.

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Non con i nostri soldi, non ci provate neanche

Elia Francesco Nigris

Spendere anche un solo centesimo di soldi pubblici per Alitalia sarebbe un’azione criminale e vergognosa e sarebbe la prova definitiva che bisogna procedere alla privatizzazione di Ferrovie dello Stato, Eni, Finmeccanica e tutte quelle altre società a partecipazione pubblica prima che sia troppo tardi, siano svuotate interamente del loro valore e siano sempre i cittadini a dover pagare errori politici e di gestione.

75 milioni di euro, se davvero Poste Italiane li ha a disposizione, dovrebbero essere spesi per migliorare un servizio penoso, altro che comprarsi pezzi di una società quasi fallita, che senza un piano di rilancio aziendale e capitali privati non ha nessun futuro: quei 75 milioni sarebbero come buttati nello scarico del cesso, scusate il francesismo.

Doveroso è anche ricordare come siamo arrivati a questa situazione: la colpa è di una classe politica che dalla prima repubblica a Silvio Berlusconi ha usato la spesa pubblica (direttamente o indirettamente) come strumento per vincere le elezioni, portando alla situazione di finanza pubblica che tutti conosciamo e decapitando la possibilità per società come Alitalia e Telecom, per fare degli esempi recenti, di creare valore per tutti i loro stakeholder e quindi anche per il paese.

Ora basta. Questo pasticcio, in cui siamo finiti per colpa di Silvio Berlusconi, e per colpa del nazionalismo, di cui avevo già parlato qui, non può essere pagato dagli stessi cittadini italiani che hanno visto l’IVA aumentare di un altro punto percentuale solo qualche settimana fa e dagli stessi cittadini che già subiscono una pressione fiscale scandinava, per servizi da terzo mondo.

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La politica è rimasta a guardare

Alessio Mazzucco

Come titolano i giornali di oggi, è in arrivo una botta da 24 miliardi di euro. Oggi era il giorno della rivelazione, e stamattina blog e giornali fanno sfilare sotto i nostri occhi le cifre e i dettagli della manovra d’emergenza che dovrebbe salvare l’Italia e l’Europa dalla catastrofe.

Il mondo politico, per ora, resta a guardare. Consapevoli del proprio fallimento, di vent’anni di riforme mancate e del baratro lungo il quale ci hanno condotti in tempo di crisi, i partiti aspettano, lasciano che sia il tecnico ad andare avanti, magari buttano lì sul piatto qualche slogan giusto per dire “siamo ancora qui, siamo vivi!”. Patetici. Vi consiglio di fare un giro sui siti dei partiti principali. Da Sel al Pdl, tutti in fila, a trattenere il fiato aspettando che passi la mareggiata. Già, perché dopo questa manovra chi raccoglierà i pezzi in cui si è disgregata la società per proporre un nuovo programma di riforme politiche? Chi andrà dai contribuenti su cui ricadrà ancora il prelievo a domandare ancora il voto? Le perplessità spuntano ovunque, da Alesina e Giavazzi che commentano con un secco “Caro presidente no, così non va” sul Corriere a Vittorio Feltri e Linkiesta.it che sottolineano come la manovra ricada su chi le tasse le ha sempre pagate. E se ne potrebbero citare altri. Come dargli torto?

Ma del resto, come criticare Monti? Abbiamo perso talmente tanto e per troppo tempo l’idea di cosa stesse accadendo all’Italia inseguendo barzellette e figuracce, che forse non ci rendiamo davvero conto della situazione in cui siamo. Da qualche parte i soldi devono saltar fuori per fronteggiare un debito mostruoso. I partiti lo sanno e per questo tacciono: sanno che qualcuno doveva sacrificarsi per rimettere in sesto la situazione, sanno che c’è poco da fare al livello critico in cui eravamo giunti. Le proposte quindi languono, e con loro lo spirito d’iniziativa di una casta disorientata dalla fine dell’avventura del Berlusconismo, incapace ancora di rimettersi in marcia verso nuovi orizzonti.

E la società che dice? Trattiene il fiato o forse è semplicemente disorientata? Il sistema-mondo cambia, l’Europa perde pezzi e credibilità, indignati scendono in piazza in tutti i paesi occidentali e occidentalizzati domandando perché siamo noi a dover pagare gli errori e le miopie di altri. Bloccati dall’inutile dibattito sul tecnico sì/tecnico no ci siamo persi le violenze della polizia americana, la cacciata del movimento Occupy dalle principali città statunitensi, le manifestazioni anti-Monti e anti-banche che uniscono le frange estremista della sinistra extra-parlamentare e della destra Ezra-Poundiana (Napoli, 28 novembre).

La politica dovrebbe farsi portatore di interesse, lettrice delle dinamiche sociali ed economiche che investono il Paese, dovrebbe proporre il futuro e la direzione in cui volgere il cambiamento. Al momento, è proprio la politica la grande assente dalla scena.

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Evasione, che disgrazia!

Alessio Mazzucco

Ho apprezzato molto l’articolo di Francesco. Partendo dal presupposto che l’evasione fiscale DEVE essere abbattuta, non so quanto sia praticamente possibile. Fate una piccola ricerca su internet, così, per avere qualche dato alla mano. Vi aggiungo di seguito questo link che ho trovato estremamente interessante.

Al 2011 abbiamo un totale di 180,3 miliardi di euro sottratti allo Stato (cento-ottanta miliardi!!!). Di questi mi soffermerei su: piccole imprese e lavoratori autonomi (per avere un’idea, quelli a cui non chiediamo lo scontrino per incuria, pigrizia, fretta, poca voglia o, più banalmente, per uno sconto) con 8,2 miliardi di euro; economia criminale per il controllo del territorio, 78,2 miliardi; economia sommersa, 34,3 miliardi. Mancano le società di capitale e le Big Company, con quasi 50 miliardi di euro evasi in totale, ma al momento le lascerei fuori. Scarterei dall’analisi anche l’economia criminale; è un problema davvero troppo complesso per affrontarlo qui. Cosa rimane? Piccole imprese e sommerso, per un totale di 42,5 miliardi.

42,5 miliardi. Lacrime e sangue per recuperarne una ventina in finanziaria e con le due sole voci riportate sopra superiamo il doppio. Chi è puro di cuore, chi è senza peccato, scagli la prima pietra. In effetti chi di noi non ha mai (come diceva Francesco, MAI, ma proprio M-A-I) lasciato perdere lo scontrino al bar, al mercato o in qualsiasi altro negozietto in cui siamo passati di fretta? Secca però, perché con 8,2 miliardi avremmo risolto i problemi dell’università (si protestava per un taglio lineare di 1,5 miliardi l’anno), magari rimesso in sesto qualche scuola in giro per l’Italia e cose del genere. L’economia sommersa ci darebbe 34,3 miliardi all’anno. Una bella cifra. E’ anche vero che un affitto in nero è più comodo se uno si sposta frequentemente o non ha abbastanza soldi per metterlo in regola o che un lavoretto part-time potrebbe risolvere molti problemi senza lambiccarsi troppo tra fisco e burocrazia. Diciamolo, se da un lato l’evasione ci scorre nelle nostre vene italiche (vai a dire ad uno svedese o a un tedesco di non pagare le tasse), dall’altro siamo immersi in un tessuto sociale ed economico che, ahimè, lascia fin troppe scuse e scappatoie per fregare il fisco una, due, dieci volte dicendo “tanto lo fan tutti”.

E mentre la pressione fiscale del paese supera quota 45% dei nostri redditi, pochi si soffermano a chiedersi su chi pesa l’intero onere della macchina statale. Abbiamo, sulla carta, un welfare da paese scandinavo e in pratica un colabrodo mal rattoppato che ogni anno chi non può evadere si ritrova a sostenere (penso ai dipendenti pubblici, lavoratori dipendenti in regola, pensionati). Le strade sono due: o rivediamo il sistema welfare, o il sistema fiscale. Delle due l’una, aut aut, nessuna terza via.

Il centrodestra berlusconiano aveva bocciato l’idea del governo Prodi di obbligare a pagamenti rintracciabili somme oltre i 100 euro. Mani nelle tasche degli italiani, Grande Fratello, soviet, ecc… la retorica era sempre la stessa; con una legge del genere, però, avremmo cominciato a raccattare un po’ d’evasione dai lavoratori autonomi (liberi professionisti ad esempio). Qualcuno un giorno ha proposto un sistema “all’americana”: si può dedurre quel che si consuma; in breve, da ogni scontrino si può dedurre una percentuale dal proprio imponibile, diminuendo la pressione dell’IVA sui consumatori e incentivando la richiesta di scontrini e fatture. La proposta si è volatilizzata. Qualcun altro proponeva un sistema alla francese di coefficienti familiari (ogni membro della famiglia ha un coefficiente con cui viene diviso l’imponibile, segue applicazione dell’aliquota e rimoltiplicazione per il coefficiente familiare) che avrebbe portato una diminuzione della pressione per famiglie allargate. Mai più visto né sentito. E queste sono solo alcune proposte vaganti saltate fuori negli ultimi anni. Allego un altro articolo di seguito, da lavoce.info. La speranza è che il governo Monti si lanci immediatamente sul tema dell’evasione prima che il Paese sia costretto a rinunciare a quanto di socialmente utile lo Stato produce (istruzione pubblica, sanità, …).

Concludendo, non credo si possa mai far leva sull’etica personale degli individui e dire, come fece giustamente a suo tempo Padoa Schioppa, che le tasse sono belle da pagare. L’unico strumento al di fuori degli incentivi, delle regole e della struttura del prelievo fiscale, è cercare di far comprendere a chiunque non chiede scontrino e fattura che nel momento stesso in cui paga la prestazione, sta pagando le tasse per le scuole, per le strade, per gli ospedali anche per il ricevente. Forse, con questa idea ben piantata nella testa, qualcuno comincerà a chiedere più spesso lo scontrino.

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L’evasione più pericolosa

Francesco Saverio Salonia

In quest’ultima settimana il caso ha voluto che mi trovassi immischiato in diverse discussioni circa il problema dell’evasione fiscale in Italia. Discorsi accalorati, come solo quelli tra persone genuinamente preoccupate dal fenomeno sanno essere.Nei dibattiti tra amici sull’evasione fiscale due sono a mio avviso gli aspetti salienti, uno di merito ed uno di metodo o di approccio, se volete.Solitamente, si concorda sempre su come evadere le tasse sia sbagliato. Sul fatto che nel nostro paese si vivrebbe assai meglio se tutti ottemperassero con diligenza ai propri obblighi in tema di fiscalità. Questa è la parte del dialogo concernente il merito.Di seguito arriva il punto di frattura, in cui le vedute spesso iniziano a divergere. Ossia quando ci confessiamo quali siano secondo noi le ragioni che spingono gli individui ad evadere, chi sia “l’evasore rappresentativo”, l’evasore mediano, iconico, quali siano i rimedi che sarebbe opportuno porre in atto, sia al livello politico, che al livello personale o della società civile, per arginare il fenomeno con efficacia. Questa è la parte del dialogo concernete il metodo.Una in particolare è la posizione che con più frequenza mi è capitato di riscontrare e per la quale non nascondo la mia antipatia E’ quella di chi osserva o più propriamente crede di osservare il problema dall’alto, dal di fuori, dall’interno di una camera di integrità a tenuta stagna. Quelli che non hanno mai evaso un centesimo. Quelli che non hanno mai abitato un appartamento senza contratto. Quelli che nel contratto di locazione, non hanno mai gonfiato la parte relativa alle “spese”. Quelli che alla domanda “fattura o sconto” hanno sempre risposto “fattura”. Quelli che non hanno mai girato con i mezzi pubblici senza il biglietto. Quelli che non si sono mai dimenticati di chiedere lo scontrino. Non la maggior parte delle volte, ma proprio Mai. Ma neanche alle bancarelle? Neanche un pacchetto di fazzoletti o un ombrello da un ambulante? Un caffè di sfuggita al mattino? Una birra smaliziata alla sera? O che so, una lezione di ripetizioni di latino e greco? No. M-A-I.

 Ovvio che da una posizione di tale candore non possa che discendere anche un certo senso di superiorità e conseguentemente un approccio di tipo paternalistico. Esistono individui con una forte cultura della legalità ed altri, tanti, che questa cultura non ce l’hanno ed il problema risiede principalmente in questo gap da colmare. Come farlo? Prendendo esempio da noi, naturalmente. Io ti pago gli ospedali, mando tuo figlio alla scuola pubblica, quindi fammi il favore di metterti in regola con le tasse e di farmi questo scontrino e alla svelta, tu, sporco evasore. Altrimenti? Altrimenti chiamo la Guardia di Finanza. E poi vado a dormire, io si, in pace con me stesso.

La dipingo grottescamente, anche troppo, ma quella che ho appena descritto è una posizione estremamente diffusa e sotto ogni aspetto legittima, a mio avviso odiosa e con ogni probabilità inefficace.Lunedì  ho avuto la fortuna di assistere ad una conferenza dal titolo:”Criminalità, Economia e Legalità: il Nord e il Sud”. Una delle battute che ho trovato più significative l’ha pronunciata il Professor Donato Masciandaro, ricordandoci che le attività economiche raramente sono bianche o nere, che esiste l’economia criminale, quella illegale, quella irregolare… Ci ricordava che esiste una moltitudine polimorfa di aree grigie e che difficilmente qualcuno di noi si può tirare completamente fuori da ognuna di esse, a cominciare dal suo vivere quotidiano. “Quanti di voi camminano con la bicicletta sul marciapiede? Comprano merce contraffatta? Posteggiano in doppia fila?”, ci chiedeva.

 Se si vuole combattere un fenomeno negativo, bisogna comprenderlo. Per comprenderlo, bisogna studiarlo. Ed il primo oggetto di studio dobbiamo essere noi stessi. Perché non si potrà mai ricercare una soluzione ad un problema se neanche si prende in considerazione l’eventualità che noi stessi potremmo esserne parte attiva e scatenante.La difficoltà nell’ammettere di essere proni ad una condotta che quando ravvisata in altri ci frustra, ci indigna e ci disgusta è oggettiva. Tuttavia sono fermamente convinto che porsi come custodi dalla legalità, adoperando un tono indignato nel fare la paternale all’evasore, non costituisca una strada proficua se si vuole operare una mediazione culturale, per quanto lenta, che contribuisca a colmare quel famoso gap. Credo invece che il problema dell’evasione, grande, media, piccola e minuscola vada in primo luogo confessato non come un male di una fazione ben definita di malvagi che delinquono e vanno mondati, bensì come una sorta di alcolismo, dal quale si comincia ad uscire solo una volta che si ammette di esserne affetti.

 Chi evade per nessun altra ragione se non per avidità, non costituisce un problema insormontabile, perché può essere identificato, denunciato e se trovato colpevole punito. Con chi evade perché lo stato è predatore e le aliquote sono troppo alte, si può discutere, gli si possono offrire gli incentivi economici che cerca, ricercando un giusto compromesso. Chi evade piccole somme di giorno in giorno, per pigrizia, per incuria, per inedia, può lavorare sul suo modo di fare e smettere.Ma l’evasione di chi è testardamente convinto di non essersi mai sporcato le mani, nemmeno in una occasione, che lo giura e spergiura, quella, non si può davvero combattere e la natura del danno che arreca è ben diversa da quella economica.

 Mi aspetto, dopo questa provocazione, i dovuti distinguo e le dovute aspre critiche, ben vengano.

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Fini, Berlusconi e una nuova (?) destra

Alessio Mazzucco

Ieri il Presidente Berlusconi ha nuovamente parlato del tanto atteso taglio delle tasse. Una promessa, uno slogan, un obiettivo primario per la maggior parte degli elettori del PDL, eppure ancora aria. La prima promessa dell’anno risaliva a gennaio (il 19 gennaio lavoce.info pubblicava un articolo che criticava l’idea della doppia aliquota IRPEF presentata al CdM), ieri la seconda; e non contiamo le grida populistiche a proposito della sinistra che mette la mano nelle tasche degli italiani, eccetera.. Parole già sentite, frasi ricorrenti.

Ho parlato del taglio delle tasse perchè è uno dei primi passi di una vera rivoluzione liberale e liberista in uno Stato, nel nostro in particolare. Si può dire, è il primo obiettivo che questa destra si è dato, eppure è un obiettivo che vacilla. Nel PDL le voci di dissenso già s’erano levate all’idea dell’abbassamento delle aliquote: il ministro Tremonti, molto vicino alla Lega, aveva parlato di carneficina sociale in caso di taglio delle imposte; i nostri conti, infatti, non ci permettono grandi manovre. La domanda che mi pongo non è relativa alle tasse: questa destra è coesa, è omogenea nelle sue proposte?

Il Presidente Fini si è ribellato, il vice-capogruppo del PDL alla Camera si è dimesso (l’on. Bocchino), la battaglia giornalistica tra Il Giornale, Libero e Il secolo d’Italia è iniziata. Sentori dell’imminente caduta del Governo? Non credo. Chi di voi ha visto la disputa Berlusconi-Fini durante il convegno nazionale del partito? Il Presidente della Camera che si alza, indica con sprezzo il Presidente del Consiglio accusandolo di volerlo mettere da parte per poi poterlo cacciare è un’immagine che colpisce. Immigrazione, scuole e federalismo fiscale: tre dei tanti argomenti di disputa. Da una parte la Lega, Tremonti e Berlusconi (obbligato dai numeri senza i quali potrebbe dimenticarsi le sue belle leggine di giuridiche passioni), dall’altra una piccola corrente che rincorre l’idea di una nuova destra.

L’idea è: esiste ancora destra e sinistra, si può parlare ancora in questi termini? Sì, ne sono un convinto sostenitore. Non credo alla retorica del destra e sinistra non esistono più, la politica non esiste più e via dicendo. Destra e sinistra esistono perchè derivano da un’idea completamente differente su cos’è la società e come una società dovrebbe strutturarsi per garantire a tutti la propria libertà. C’è chi indica con libertà la possibilità di vivere in una comunità che gli offre opportunità e lo sorregge in caso di cedimento, dall’altra libertà come poter agire per l’espressione di se stessi senza vincoli e senza impedimenti generati da altri individui o entità . Forse è una definizione molto semplicistica, ma è un buon punto di partenza per discuterne.

Fini parla di nuova destra; spero riesca nel suo intento. E scrivo questo non tanto perchè stravedo per le politiche liberiste, né per un certo modo di vedere la società e la comunità Paese, quanto perché ho una certezza: la formazione di una nuova destra porterebbe alla creazione di una vera sinistra e, come ultima conseguenza, il ritorno (o l’arrivo) ad una politica degna del suo nome.

Il Presidente della Camera ha investito sul futuro, non su questi ultimi tre anni di Governo. Chi lo sa? Forse è il primo segno di cedimento d’un berlusconismo tanto, troppo, radicato nella nostra società e l’inizio del cambiamento che da anni si attende. Solo speranze: il tempo ci dirà.

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