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Legittimati?

Alessio Mazzucco

Parto dalla considerazione che The Wolf of Wall Street è un film eccezionale. Eccessi, zero moralismi, nessun lieto fine, tanto divertimento. Denuncia della finanza? Maddai! Denuncia della perdita di morale? Ma neanche per idea. Semplicemente, un bel film. E pure divertente, pensate un po’.

rs_560x415-131224133803-1024_FotorCi ho ragionato sopra un pochetto e mi sono accorto che in Italia un film del genere non poteva non piacere: figli come siamo di un paese perbenista ammorbato dalla secolare doppia moralità ecclesiastica, un film così è il calcio ai moralismi di cui avevamo bisogno. E non c’è Virzì che tenga (“Avete scommesso sulla rovina di questo Paese e avete vinto”) con quel sostrato culturale della finanza-ricca cattiva, ragazzo povero disperato e mazziato, o un editoriale di Repubblica (“Ti spiego io come funziona, tu povero cittadino ignorantello”) davanti a una nuova realtà: esiste ancora un’autorità morale che possa ingabbiare gli animal spirits (a dirla con Keynes)?

La morale. Da quando la Rivoluzione Francese ha spazzato via l’ordinamento feudale, la nuova laicità ha abbattuto una colonna portante del pensiero europeo: la legittimità di un’autorità morale non deriva più da dio (essenza esterna all’uomo), ma dall’uomo socialmente legittimato ad agire. E da dove deriva la legittimità? Dal patto sociale sottoscritto tra le parti (le istituzioni) e il conferimento del monopolio della forza a un soggetto definito e delimitato. Benvenuto nella democrazia liberale, Buddy. E non solo il monopolio della forza è trasferito in capo a un soggetto, ma l’autorità morale (laicamente definita da libere elezioni e un parlamento legittimato) è incarnata dai rappresentanti dei cittadini.

Dilemma: i nostri rappresentanti sono legittimati? E se anche lo fossero formalmente (libere elezioni con scelta dei candidati – italica utopia), potrebbero dirsi tali davanti ai cittadini?

Prendete uno come Fausto Raciti. Deputato, quasi trent’anni, segretario nazionale dei Giovani Democratici, terribilmente angosciato dal non essersi mai laureato (sul suo sito scrive di non soffrire alcuna forma d’inferiorità – se Freud leggesse quelle parole penserebbe a un amore non corrisposto con una ricercatrice universitaria tanto grondano senso d’inferiorità), a sedici anni già funzionario di partito, inserito da Pierluigi Bersani in lista bloccata nel 2013, assolutamente incapace di ragionamenti complessi che non siano arzigogoli politichesi insignificanti. Perché parlo di lui? Perché ieri, mentre ancora ero in ufficio dopo una decina di ore di lavoro, il suo faccino perbene è comparso su SkyTg24 per la denuncia al Grillo, probabile reo d’istigazione alla rivolta attraverso una lettera aperta alle forze dell’ordine. Simpatica iniziativa, peccato non sia sua. Già, perché quell’idea era partita da tre avvocati con qualche mese d’anticipo e lui, semplicemente, si è preso comodamente il merito: un po’ di pubblicità sul megafono del PD La Repubblica, qualche ripresa su blog e siti e via su Sky come eroe delle democrazie liberali. Che schifo.

Bene, uno come lui è legittimato ad agire per mio conto, votare norme che indirizzeranno su me-cittadino il monopolio della forza dello Stato, usare i soldi che pago con le tasse e parlare a nome mio nel mondo? La domanda è interessante per due motivi: il primo, non essendo stato votato non è di per sé costituzionalmente legittimato (e vabbè, andiamo oltre); il secondo, come può il disprezzo che nutro nei suoi confronti legittimarlo ai miei occhi? E qui viene il punto. Vedete, io sono iscritto al PD, quindi dovrei dire che il signor Raciti è mio compagno (brrrrr, che parola orrenda) di partito (sento puzza di stantio), e quindi dovrebbe in qualche modo rappresentarmi (mi sento svilito). Il suo voto vale 1/945 di parlamento; ogni norma che influenzerà la mia vita (tasse, investimenti, disciplina del lavoro) sarà deciso, sulla carta, per 1/945 dal signor Raciti. E prendo lui come esempio, ma se cominciassimo ad applicare questa lente su ogni deputato, dai grillini (i liceali del parlamento) ai forzisti (oddio) ai leghisti (ahahah) fino agli stessi deputati del PD (mi viene da piangere), come potrei giustificare l’uso della forza pubblica – lo Stato – su di me? In breve: perché dovrei pagare le tasse se non mi fido minimamente di una porzione tutt’altro che infima della classe dirigente pubblica del paese? E ancora: perché dovrei rispettare le leggi se non considero l’autorità morale (la classe dirigente eletta per l’appunto) non soltanto illegittima, ma assolutamente imbarazzante?

Fedor Dostoevskij, tra le tante, si è posto due domande (per renderla davvero semplice). La prima, se la morale venisse da me medesimo, cosa m’impedirebbe di ammazzare una squallida usuraia per il bene della comunità? La seconda, come controllare gli spiriti ribollenti di una società se non attraverso un’autorità morale superiore al mero uso della forza e dei tribunali? In parte, la sua risposta è il dio cristiano, sia come emanatore delle leggi etiche (che sono sopra di noi, non dentro), sia come autorità morale capace di portare pace nella società. In una società laica, come comportarsi? Immanuel Kant, e l’Illuminismo a seguire, individua nella ragione pura l’unica fonte morale: la legge morale si trova in se stessi; bel dilemma, soprattutto in una società martoriata e imbruttita da una crisi settennale, sociale e culturale ancor prima che economica.

Abbandoniamo la morale per un momento e affrontiamo il tema economico. Io, come alcuni eretici tra i miei ex-colleghi universitari, sostengo la necessità di un piano d’investimenti pubblici per trascinarci fuori dal pantano della crisi. Sul punto si aprono un’infinità di questioni: prima fra tutte, come si può sostenere che il pubblico possa fare più e meglio del mercato privato lasciato libero di agire? Datemi ragione sul punto (su cui ho un’infinità di dilemmi anch’io), ne discuterò in un altro post, e seguite il ragionamento. Stabilita la necessità di un piano d’investimenti pubblici, trovate le risorse (sforare il 3% di deficit/PIL, separazione contabile tra spese correnti e spese in conto capitale,…), si può considerare questa classe dirigente legittimata a prelevare soldi da ognuno di noi e reinvestirli in un piano deciso da loro? Qui la legittimazione non è più morale, ma meritoria: possiamo considerare i nostri rappresentanti in grado di ottimizzare le risorse a disposizione e ottenere un buon risultato (non necessariamente il migliore)? Ma se consideriamo i nostri politici incapaci di utilizzare le risorse, si può considerare “migliore” un passaggio a una tecnocrazia, dove i politici sono selezionati puramente per competenze acquisite e non per legittimità elettorale? Migliore forse, democratico no. Poniamo anche che i partiti svolgano il loro compito di filtro dei migliori per rappresentare bisogni e interessi dei cittadini (ipotesi molto forte): cosa legittima un partito a stabilire chi siano i migliori e chi no? Chi può essere considerato la scelta migliore (che non implica un essere migliore in assoluto)? Il più colto? Il miglior oratore? Il più inserito nei salotti? Il più ricco? Chi ha un titolo di studio più alto? Chi ha dato più volantini? Chi ha ricevuto più voti?

Chi ha ricevuto più voti, senza dubbio. E non tanto perché “i cittadini decidono, democrazia diretta, SVEGLIAAAA!!1!1!!”, quanto perché sono legittimati da un numero maggiore di persone a prendere decisioni per conto della comunità. Sembra banale, ma se pensate che sono nove anni che conviviamo con le liste bloccate, be, tanto banale non mi sembra. E non ci sono parlamentarie che tengano, like su facebook o pirlate varie: la legittimità deriva da una legittimazione istituzionale ad agire, che sia formale e regolamentata da un’assemblea di parti politiche e sociali (in breve una costituente).

E non parlo di costituente a caso. Un amico mi ha piazzato in testa l’idea di una nuova Costituente. E l’idea gira, gira e rigira (manco fossi in un film di Christopher Nolan) e più gira più mi convinco che abbia ragione: questa classe dirigente non è semplicemente legittimata ad agire, e non perché sono zombi, morti, corrotti, collusi o cosa ne so, ma perché non esistono regole istituzionali rigide che possano legittimarli davanti ai cittadini (1) e renderli capaci effettivamente di dare una direzione di marcia al Paese (2). Sì, Raciti, anche tu saresti legittimato se fossi votato dai cittadini. Ahimè.

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Dubbi semplici d’un semplice elettore

Alessio Mazzucco

Poco più di un mese fa ho scritto “Elezioni? No grazie”. Me ne pento. Se l’unico modo di sbloccare qualcosa in quel pantano è richiamare gli elettori alle urne, che urne siano. Io non sono un sociologo. Immagino, però, questo elettorato avanzare verso i seggi: stanco, stufo, deluso, arrabbiato forse, sicuramente né euforico né entusiasta, non certo inebriato dagli aromi da campagna elettorale.

Ieri Ballarò ha monopolizzato il discorso sulla questione della neo-maggiorenne escort per più d’un’ora e mezza. Lupi, attaccato agli specchi con unghie oramai consumate, si è risvegliato all’assist della Presidentessa Confartigianato e ha sparato a zero sul fatto che “qui non si parla dei problemi reali del Paese”. Problemi reali, una parola magica. La usano sempre quando le domande sono inopportune, da una parte e dall’altra: sono meravigliosi. A parte che i problemi reali hanno lasciato le agende del Paese da qualche tempo, ma un Presidente del Consiglio che chiama una questura per liberare una ragazza fermata per furto è più che un problema reale: è un problema istituzionale. Non è moralismo, no di certo. Ci son cose legali e illegali (e qui Berlusconi non è incappato), altre cose lecite o illecite, formalmente legali, ma inopportune per il ruolo ricoperto. Questo è un problema realissimo: in una democrazia, tarlata proprio nel cuore dei rapporti tra le istituzioni, come si può pensare di prendere scelte e indicare un futuro a milioni di persone?

Restando col dubbio irrisolto, passerei alle elezioni. Secondo gli ultimi sondaggi PdL e Lega sforerebbero da soli il 40%, e non si conta l’enigma del nuovo movimento del Sud, Forza del Sud (Luca Ricolfi, su La Stampa, 1/11, lo additava come la carta vincente del Cavaliere). Un possibile centro (Udc, Fli, Mpa, Api) non arriverebbe neanche al 20%, mentre la sinistra (pensiamo a Pd, Idv, Sel) non toccherebbe il 40%. Si rimescolino pure le carte, si proponga un centro più Pd, mescoliamo ancora, centrifughiamo, misceliamo, mischiamo, che ne verrà fuori? Un programma? Ho qualche dubbio.

Non so bene se e cosa voterò, se sulla scheda metterò una croce o una pernacchia; rimanendo indeciso, chiederei (in modo fittizio ovviamente) a quella nebulosa oscura ed enigmatica che è la sinistra (parte ideale a cui mi sento culturalmente affine, non certo per appartenenza partitica): “Vi prego, cambiate i dirigenti. Andate via, via tutti, avete perso, avete fallito il vostro progetto. E’ tempo di novità”. Alzo le mani in segno di resa e vi dico che è vero, verissimo, sono solo un semplice cittadino poco informato dei fatti. Ma la mia richiesta è legittima: dopo aver passato l’infanzia, l’adolescenza e i primi anni della giovinezza a guardare le stesse facce e ascoltare i medesimi discorsi di sempre, ho diritto a respirare un po’ d’aria nuova. Richiesta impossibile? In questo Paese ormai ci siamo fatti il callo.

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