Lasciate che i privati vengano a me

Alessio Mazzucco

Pochi argomenti sono trattati più superficialmente, semplicemente, ideologicamente del rapporto tra settore pubblico e privato. La prima spiegazione che viene è l’assoluta inettitudine della nostra classe dirigente e intellettuale a dirimerne dettagli e sottigliezze, piccolezze e distinguo che diano vita a una consapevolezza non solo maggiore in senso lato, ma migliore di qualità. Forse è semplice volontà lasciare tutto annebbiato, oscuro, silente, così che, quando arriva il tempo delle nomine, delle elezioni e dei favori, si ha sempre spazio di manovra tra clientelismi, poltroncine, meri posti di lavoro e serbatoi di voti. 

Dunque, dipaniamo la nebbia e facciamo chiarezza. Lasciate che vi esponga qualche piccolo esempio goloso, cose così, trovate a caso o ben presenti nel dibattito attuale. E un esempio trionfa su tutti: la querelle su Galleria Vittorio, celeberrimo palazzo ai piedi del Duomo e sede di boutique moda/lusso, Ricordi e Feltrinelli. Bene, che è accaduto? È tutto spiegato qui: LINK. Ma vi faccio un breve riassunto. Come racconta ItaliaOggi, 

la fondazione Altagamma, che raggruppa i big della moda, del design e dell’enogastronomia, nel 2012, con la presidenza di Santo Versace, aveva prospettato al sindaco Giuliano Pisapia, un affare con cui rimettere in sesto le casse comunali. Si trattava di conferire la proprietà della Galleria in un fondo, mantenendone il 51% in mani municipali, ma dando la gestione degli immobili alle griffe, che ne avrebbero fatto un enorme vetrina superlusso. Il municipio ci avrebbe guadagnato 400 milioni, vendendo cioè il 49%, e il restauro completo di tutto il grandissimo edificio che, com’è noto, connette Piazza Duomo alla Piazza dello stesso Comune, su cui si affaccia la Scala. Pisapia aveva promesso di verificare ma la proposta non è approdata a niente, e neppure il rilancio, nell’ottobre scorso, di Andrea Illy, succeduto a Versace alla guida della fondazione, sembra aver sortito alcun effetto.

Ma che accade? Daniela Benelli, assessore (o assessora a dirla come la Boldrini) meneghino al Demanio dice (trionfalmente) no alle griffe e al lusso. “Troppo rappresentati in Galleria” ci fa sapere; del resto, nel quadrilatero Manzoni-Corso Venezia-Via della Spiga-Montenapoleone le griffe hanno abbastanza spazio. “Si accontentino!”. Già, perché che porti ricchezza, lavoro, turismo e tutto il circolo virtuoso che gira intorno a un polo d’attrazione come un palazzo INTERAMENTE RISTRUTTURATO e dedicato al lusso a noi non importa. Anzi, lo schifiamo anche un po’. Perché la vendoliana Bonelli è una donna di classe e cultura, e vedere le griffe Prada o Armani in Galleria un po’ le dà fastidio.

Credo che l’assessore(a) Bonelli concentri in sé l’intero discorso. Dagli al privato, malato perverso di profitto e guadagno, via dal tempio i mercanti!, da oggi solo boutique insignificanti, affitti bassi e commerci che non danneggino l’umore del popolo. 

Parliamo d’altro. Ferrovie dello Stato. Yummm. Dunque, Trenitalia è posseduto da Ferrovie dello Stato, la holding che detiene Grandi Stazioni e la rete ferroviaria italiana. Ferrovie dello Stato è posseduto al 100% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Ferrovie dello Stato possiede quindi la rete e i treni che viaggiano su quella rete; quel che si dice un monopolio. “Possiamo considerarlo monopolio naturale!” mi dirà qualcuno citando a caso parole che indicano la presenza di una risorsa tale da non permettere alcuna competizione tra privati (esempio: la Pubblica Sicurezza). E qui viene fuori tutta l’italianità nel suo clientelismo più becero e sfacciato.

Nelle recenti interviste di Michele Elia, nuovo Amministratore Delegato di FS, il buon timoniere della grande holding pubblica ci fa sapere che “separare reti e ferrovie dello stato è fuori discussione” anche privatizzando FS. Mi spiego: in questi giorni è tornato di moda il refrain della privatizzazione di una quota di FS per far cassa e pagare le varie spese correnti che lo Stato si sta accollando (sussidi, incentivi, cassa integrazione in deroga, esodati e via dicendo). Ma privatizzare non significa liberalizzare il mercato, ma di un monopolio esistente mantenere un monopolio con diversi proprietari. Avete capito la furbata? Io privatizzo, ma mantengo la rete ferroviaria nella proprietà: sedendomi in CdA con il 50% rimanente delle mie quote, sarò comunque monopolista insieme al salotto buono che mi sono creato. E i privati? S’attacchino. La concorrenza? Uno schifo. Perché ultimamente si parla tanto di NTV, preso tra debiti e perdite e braccato in ogni modo da una FS allergica al mercato; ma molti dimenticano Arenaways, una società di trasporto ferroviario a capitale privato, durata un anno solamente (2010 – 2011) perché sfidare il Moloch pubblico è grave danno e grande peccato.

Questi sono solo esempi di come la nostra magnifica classe dirigente, per auto-alimentarsi elettoralmente, sfrutta monopoli di ogni genere per tenere strette le maglie del potere italiano, allergica com’è a una concorrenza che spazzerebbe brutture e storture, inefficienza e clientelismo. Il dibattito tra pubblico e privato è inutile, e non perché sia inutile di per sé, ma perché inutile gettarlo nei meandri del manicheismo pubblico-difensore dei diritti e privato-becero animale da legge della giungla. Ci sono bisogni, e i bisogni vanno soddisfatti nel miglior modo e con la maggiore efficienza. E laddove alcuni bisogni non sono contemplati, né profittevoli abbastanza per attrarre l’investimento privato (esempio classico: un collegamento ferroviario per cittadine piccole e periferiche) che lo Stato intervenga con soldi suoi, ma che sia solo in quel caso e non onnicomprensivo.  

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