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Il tramonto dell’Europa?

Alessio Mazzucco

Nel film “L’attimo fuggente”, il compianto Robin Williams, ovvero Professor Keating, seguendo il copione dell’analisi letteraria tradizionale, disegna davanti a una classe di alunni ammutoliti due assi cartesiani da cui è possibile stabilire la grandezza di una poesia: da una parte la perfezione (asse x), dall’altra l’importanza (asse y); secondo la famigerata analisi cartesiana, l’area della poesia rappresenta la sua grandezza, facilmente paragonabile a un’altra poesia. Il Professor Keating ordina ai suoi studenti di stracciare quelle pagine del libro. Giustamente.

Ma presa la politica, l’arte del possibile, la non-scienza sociale, siamo in grado di misurare la grandezza di un paese attraverso un’analisi cartesiana? Faciliterebbe molto il compito del politico. Immaginiamo dunque di prendere un asse x che rappresenti la prosperità economica e l’asse y l’importanza geopolitica: l’area che andiamo a disegnare è una buona rappresentazione della grandezza e l’importanza di un paese?

L’Europa è affetta da molti problemi, molto diversi fra loro. Uno di questi è il considerarla piena di problemi. Non è facile inseguire un sogno se il sogno fa acqua da tutte le parti: così è un progetto, un amore o il connubio di 28 stati profondamente diversi di cui 19 hanno una moneta unica, una sola politica monetaria e 19 politiche fiscali diverse. Un rompicapo affascinante. Se a questo aggiungiamo una crisi economica che non ha precedenti negli ultimi ottant’anni e una crisi sociale e culturale (per lo meno in Italia) dovuto a un inarrestabile analfabetismo di ritorno, il rompicapo diventa un nodo gordiano. Per definizione, irrisolvibile. E no: in Europa un Alessandro Magno ancora non si vede.

Mettiamo da parte polemiche e le politiche, le idee e le critiche e focalizziamo l’attenzione su due aspetti: l’asse x e l’asse y. Economia e geopolitica vanno a braccetto: nessun impero della storia può reggere le maree della mutevolezza umana se non sostenuto da una solida struttura economica. Così è stato l’Impero Romano, Bizantino, Mongolo, Cinese, gli Imperi del Novecento e l’Impero Americano, ora florido dopo otto lunghi anni di crisi, ma fortemente ridimensionato (o auto-ridimensionato) nel suo peso geopolitico.

Schermata 2015-01-25 alle 19.05.48L’Europa, la nostra cara, bella Europa, è a un passo dalla fine della sua non breve storia. Prendiamo una mappa e osserviamone i confini: a Est una catena di stati e staterelli ex-sovietici formano un cuscinetto politico tra la Russia e l’Europa Occidentale; seguendo questo ipotetico confine incontriamo la punta settentrionale della Norvegia, la Finlandia, le Repubbliche Baltiche e poi giù giù fino all’Ucraina, lacerata dal conflitto di cui sappiamo poco, pensiamo meno e difficilmente risolveremo a breve. L’Ucraina è il primo fronte caldo tra Europa e “resto del mondo”, in questo caso la Russia. Scendiamo ancora: la Turchia. Dopo anni di sforzi per essere accettata quale “Paese europeo”, la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, il “Sultano” come qualche romantico appassionato di Storia lo ha già definito, ha rivolto lo sguardo altrove e si è accorta (sorpresa!) che chi fa da sé fa per 28 (nel caso europeo), potendosi muovere liberamente tra equilibrismi e delicati giochi di strategia politica tra Siria, ISIS, curdi e l’inferno mediorientale. Superiamo per un momento il Medio-Oriente, Israele, Egitto e approdiamo in Libia. L’oramai ex-stato travolto da una tragica guerra civile ha creato un buco nero di dimensioni solamente minori rispetto a quello siriano: meno interessante (apparentemente) e più locale, la Libia è il terzo conflitto (dopo Ucraina e Siria) a mostrare la debolezza, l’apatia e la divisione geopolitica europea. Mancanza di unità? Macché: qui c’è una mancanza di strategia. Se la Francia (complice gli USA) ha aiutato a destabilizzare la regione abbandonandola al suo destino e lasciando la diplomazia italiana sul campo a ricucire il disastro, il resto d’Europa ancora non si sa che pensi, né come intenda muoversi. L’attenzione è rivolta all’Ucraina e alla Siria, il confine meridionale è lasciato agli italiani. Muoviamoci ancora lungo la mappa, seguiamo le dune sabbiose del Sahara e approdiamo nel Mali, dove la Francia hollandiana ha dispiegato le sue truppe: ecco il quarto fronte, l’Africa Sub-Sahariana. Quattro fronti e una sola Mogherini: lo scenario non ispira fiducia. L’Europa ha una diplomazia unitaria rappresentata dalla Miss Pesc fortemente voluta dal Governo Renzi e avversata dai paesi est-europei, ma non ha un esercito comune, ha 28 diplomazie concorrenti e 28 strategie diverse, 28 Governi e 28 interessi divergenti (o, nella peggiore delle ipotesi, contrastanti). In questo scenario da brivido, l’Europa è inesorabilmente attratta dal buco nero siriano, un’anomalia gravitazionale tanto forte da trascinare con sé chiunque la sfiori.

Cosa pensa l’Europa di se stessa? Inesorabilmente vittima del complesso del fratello minore rispetto agli Stati Uniti, riuscirà a tracciare una strategia comune e rispondere alla grande domanda di questi tragici giorni: qual è il suo posto in un mondo in cambiamento? I comunicati stampa non ci salveranno, le discussioni sulla flessibilità dello 0 virgola qualcosa rispetto ai parametri europei neanche. Una ripresa economica? Forse. Unità politica? Magari. C’è chi pensa che solo un ritorno agli stati nazionali possa risollevare le sorti dei popoli europei. Io considero gli stati nazionali l’origine del problema: l’unico stato “nazionale” che riconosco è l’Europa, un continente federale, diviso in macro-regioni autonome, un Parlamento riconosciuto a Bruxelles e un Governo eletto dai cittadini d’Europa, un solo esercito e una sola diplomazia, una sola politica fiscale e una sola moneta. Ci salverà la creazione di un mercato competitivo e l’integrazione delle reti energetiche e di trasporto, ci salverà l’apertura commerciale e l’investimento nel capitale umano europeo (che significa sì erasmus e grandi feste, ma anche un sistema universitario interconnesso, ricerca, sviluppo di modelli accademici e scolastici vincenti).

Post Scriptum: gli exit poll greci danno Syriza in testa tra il 35% e il 39%, una vittoria netta ma non schiacciante, e richiederà (probabilmente) un’alleanza con un partito minore (che non sarà certo il PKK comunista che già ha definito le proposte di Alexis Tsipras troppo borghesi). Sono curioso per diversi motivi, primo fra tutti vedere che farà Tsipras una volta conquistato il potere in Grecia. Si accoderà a Renzi per chiedere più flessibilità puntando su profonde riforme strutturali interne? Dirà no al pagamento del debito? Uscirà dall’euro? Quello che per ora non chiamerei ancora fronte interno sta prendendo lentamente forma: Tsipras in Grecia, Podemos in Spagna, l’euroscetticismo montante in UK (a breve le elezioni). La prima mossa è stata di Mario Draghi con il Quantitative Easing (22 gennaio), la prossima sarà dei greci.

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Dio è morto, Marx è morto e Renzi sta benone

Gianmario Pisanu

Dal Vangelo secondo Scalfari (Repubblica, 14/09/2014): Renzi è un post-ideologo d’accatto e, al netto della gobba e dei rapporti coi Bontade, è una copia sputata di Andreotti, il cinico per antonomasia (lode a te o Scalfari). Dopo una filippica stile o tempora o mores, l’accusa assume contorni più concreti: Renzi ha epurato gli ex PCI-PDS-DS, lasciando il Partito (che per Gramsci assurgeva a Principe machiavellico) in balia di ex margheritini e squinzie da 4 soldi, tutti con accento fiorentino.

Posto che ciò sia vero, e a giudicare dalla composizione dei gruppi parlamentari ancora non lo è, si ripropone ancora una volta l’eterno rovello che affligge i post-berlingueriani: siamo diversi, uguali, diversi (© Moretti)? Ma soprattutto: l’Ideologia, che ci rende così diversi e così uguali al contempo, è cosa buona e giusta?

Spesso, quando non si trova risposta ai propri dubbi, è la domanda a essere sbagliata. Così, appiattendosi alle solite dicotomie di stampo manicheo (Bene-Male, Bello-Brutto, Buono-Cattivo, Onesto-Berlusconi), la sinistra ricasca nei propri vizietti e si richiude a riccio nella propria verginità, quella sì assai pop (altro che giubbotto stile Fonzie), fatta di cantanti, predicatori che razzolano male, cineasti in cerca di finanziamenti, Papa-Benigni I e via dicendo. Dopo un bagno d’umiltà (non facile per chi, alla soglia dei sessant’anni, si crede ancora meglio gioventù), bisognerebbe chiedersi, piuttosto: l’ideologia ha ancora un senso?

Per quei paradossi della storia tanto cari a Hegel, Karl Marx, padre putativo del Comunismo, considerava l’ideologia un’impostura. Trasponendo le questioni etico-politiche in termini metafisici, cristallizza i rapporti di forza produttivi in seno alla società, giustificandoli ab aeterno. Per converso, la coscienza di classe si sarebbe inevitabilmente sviluppata da presupposti tutt’altro che astratti o imposti dall’alto. Un altro grande “maestro del sospetto”, Derrida (curiosamente, e forse non a caso, anch’esso affine al mondo di sinistra), si divertiva a decostruire “giochi di parole”, apparentemente innocui, per svelarne il potenziale totalitario implicito.

Ora, come non ravvisare un’alea d’ipocrisia nelle strategie di buona parte della classe politica “progressista” degli ultimi vent’anni? Cresciuta e crogiolatisi nel “Mito della Grande Marcia”, non quella epica e tragica del Condottiero Mao, ma la rappresentazione farsesca e kitsch sbertucciata da Kundera, la Sinistra ha trastullato i propri elettori con “narrazioni” di comodo, scambiando per asettiche verità/diritti universali quelli che in realtà erano giochi di Potere. Così, che c’è di “Sinistra” in un sindacato che, giustamente, non essendo un ente caritatevole, difende gli interessi dei propri tesserati (lavoratori pubblici, pensionati), spesso a scapito del giovane disoccupato o della partita IVA? E ancora: quale “Sinistra” dietro la svendita colossale di pezzi del patrimonio pubblico italiano ai “capitani coraggiosi” col pretesto molto kitsch di un enorme girotondo europeo tutti mano nella mano al suono dell’Inno alla Gioia? Potrei proseguire coi vari bassolinismi e vendolismi, sorti come funghi all’indomani della famigerata revisione del Titolo V: clientelismi sfrenati mascherati da New Deal, tra cui l’indimenticabile “Primavera di Napoli” di fine anni ’90 (ah, la stampa italiana).

Ma la fine di quelle che Lyotard chiamava meta-narrazioni (métarecits), sottolineandone il carattere puttanesco e illusorio, ha lasciato un vuoto difficile da accettare. Il post-moderno, che al moderno si oppone in quanto rappresentazione non teleologica della Storia (scompare cioè l’identità Modernità = Progresso, tanto cara alla sinistra per l’appunto “progressista”) è più che mai realtà nel mondo dell’informazione iper-frammentata e schizofrenica: ne è la riprova la diffusione virale  del Movimento 5 Stelle via web, impensabile fino a pochi anni fa.

Sul solco della post-modernità, Renzi posa dunque da Don Chisciotte un po’ folle denudando ciò che le sacre vestali del politically correct custodivano gelosamente. Un gioco di Potere che accetta di definirsi tale e combatte altri giochi di Potere camuffati da ideologia: questa è stata l’essenza della “rottamazione”.

Intendiamoci: l’accettazione di tutto ciò non coincide con l’esaltazione della Post-Ideologia, spesso assurta a vera e propria ideologia e, dunque, anch’essa velo di Maya di interessi inconfessabili tipo confindustriali. Né l’ideologia è sempre stata necessariamente un male: la probità dei vecchi togliattiani tutti d’un pezzo nasceva da un comune sentire, altro che diversità morale antropologica e Berlinguer-ti-voglio-bene.

In questo senso, la preziosa eredità del decostruzionismo ci aiuta a uscire dal cul de sac che la contrapposizione Ideologia-Post Ideologia inevitabilmente ripropone. La Verità sta sempre nel mezzo: non in senso salomonico o benpensante di moderazione (nessuna Nuova DC  o “casinianesimo” vario), bensì di non detto. Quindi: partecipiamo  alla vita politica accettando che le nostre lenti deformanti, pure inevitabili, si  siano un po’ assottigliate, rifuggiamo ogni nostalgia verso le “magnifiche sorti e progressive” e diffidiamo dei venditori di icone. Con buona pace dell’Eugenio nazionale.

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Adelante Renzi, senza troppo juicio

Gianmario Pisanu

Nel Parlamento – mai così screditato – di falchi, colombe, giaguari da smacchiare, canguri killer e via dicendo, la bestia che si staglia regina è l’italianissimo gattopardo. Il quale, da buon furfante qual è, sa alla bisogna mutare strategia e adattarsi a camaleonte, se le ripetute batoste elettorali gli hanno azzoppato gli artigli e affievolito il ruggito in miagolio.

Non più, dunque, le arringhe a furor di popolo al grido di “Vincere!”(Grillo, non Mussolini, ndr), bensì la finta ricerca di compromessi ruffiani con Di Maio e Vito Crimi nei panni di Moro e Berlinguer, mala tempora currunt. Sul lato destro dell’emiciclo, finiti i bei tempi del celodurismo programmatico al grido di “Roma Ladrona”, la Lega piange per i senatori espressioni delle autonomie regionali (!): senza ministeri a Monza e parlamentino del Nord, non s’ha da fare.

Ci sono poi le opposizioni interne, quelle di piazza e di governo, secondo un’antica tradizione dell’inconcludente sinistra italiana: fedeli al proprio destino, gridano “Al Lupo Al Lupo” da sessant’anni a questa parte, dalla “legge truffa” in poi,anche se ormai nessuno se li fila più. Un punto, tuttavia, accomuna quest’accozzaglia di aventiniani post-litteram: la denuncia di cesarismo, rivolta all’attuale premier. Da trent’anni a questa parte ci sentiamo ripetere che, essendo la nostra la Costituzione più bella del mondo, il delicato equilibrio di pesi e contrappesi su cui si regge non va toccato, come se non fosse in realtà il frutto di condizioni storiche ben precise, di lacrime e sangue, per dirla con Churchill. In particolare, lo stravolgimento del materialismo dialettico e dello storicismo tipici della sinistra hegeliana col concetto tremendamente pop di Bello (“Quando c’era Berlinguer”, © Veltroni, ne è un esempio straordinario, ma aggiungerei: Curzio Maltese, Michele Serra, Roberto Saviano, Maurizio Crozza, Barbara Spinelli: nun ve reggae più!), ha reso il Sacro Testo un moloch inossidabile. Crogiolatasi nelle proprie “narrazioni”, la sinistra ha così sposato acriticamente l’ideologia della concertazione, moderna versione del “Sopire, troncare, troncare, sopire” del Conte Zio manzoniano. Dunque, non si governa se le parti sociali non sono d’accordo, non si governa senza un’ampia convergenza, magari parallela, non si governa senza il consenso di comunità locali e pittoreschi valligiani. In parole povere: vietato governare, pena l’accusa di vetero-fascismo.

Com’era prevedibile, neppure la riforma del Senato è sfuggita alla fatwa delle cosiddette èlites (Galli della Loggia, Corsera 12/08/14). Dal punto di vista tecnico, fior di costituzionalisti e professoroni hanno addotto i più svariati cavilli. Di fronte a tale fuoco di fila, preferisco pertanto soprassedere, limitandomi alle accuse più paradossali, che meglio svelano interessi, ambizioni, ruffianerie, paure e tic mentali delle Alte Sfere.

La principale delle quali è senz’altro la pretesa mancanza di democraticità del processo costituzionale messo in atto. Ora, seguendo lo stesso precetto leibniziano della più bella delle Costituzioni possibili, si potrebbe tranquillamente affermare che ciò che essa contempla, e dunque anche la possibilità di auto-emendarsi, è senz’altro buono e giusto. Ma, andando più addentro, s’intravede il vero vulnus che molti soloni dell’opposizione non possono soffrire: il patto col Caimano, il Pregiudicato, Silvio Berlusconi. Peccato che, stando ai tanto sbandierati principi democratici, un accordo che includa Destra e Sinistra dello schieramento rappresenti il massimo della rappresentatività. Non è stato, in definitiva, commesso lo stesso errore del 2005, quando la riforma del centodestra, passata a colpi di maggioranza, venne spernacchiata dal referendum abrogativo sulla scia della vittoria elettorale dell’Unione di Prodi. Già, perché, in aggiunta al principio rappresentativo, le vestali del politically correct fingono d’ignorare l’arma referendaria, garante della loro amata democrazia à la Rousseau, per così dire. Sanno che ne uscirebbero assai malconci, poiché le consultazioni popolari, checché se ne dica, prescindono dal merito di quesiti astrusi e cavalcano essenzialmente l’onda del momento, che in questo momento dice Renzi. Ma, a quanto pare, rappresentatività e democrazia diretta sarebbero meglio preservate da qualche migliaio di internauti frustrati che, dal pulpito di un blog, candidano Milena Gabanelli alla Presidenza della Repubblica.

“Adelante, Renzi, ma con juicio” dicono invece i più scafati, i benaltristi, quelli che, quando il gioco si fa duro, tirano in ballo mille altre problematiche più impellenti e inneggiano alla Prudenza quale virtù evangelica. Ora, so bene che l’attuale riforma andrà a modificare l’architettura statale (Senato, composizione del Csm, elezione del Presidente della Repubblica, normativa referendaria, revisione del Titolo V) e che, secondo l’adagio di Clemenceau, per ogni problema complicato esiste sempre una soluzione semplice e sbagliata (salvo poi rimanerne egli stesso vittima, se è vero, come Keynes racconta, che alle opposizioni sulle sanzioni tedesche a Versailles rispose con un secco “Les Allemands…Tuer, tuer”!). E’ anche vero, tuttavia, che il processo di riforma costituzionale dura da trent’anni, da Craxi alla bicamerale fino al Veltrusconi, e che solo ora, a quanto pare, lo spirito dei tempi, proprio per stare al passo coi tempi, impone una democrazia rappresentativa improntata all’efficienza. Renzi dunque monetizzi il considerevole successo e, come Machiavelli insegnava, compia le riforme più improbe tutte in una volta, durante la Luna di Miele. Se i ragazzotti sono troppo ignoranti e sbarazzini per l’arduo compito, qualche buona citazione dal Passato li salverà da giudizi parrucconi. Un grande padre costituente, Piero Calamandrei, sosteneva che sono i governi deboli a generare le dittature, non viceversa. Sulla falsariga, parafrasando Goya, si potrebbe dire che il sonno della Politica genera mostri. Alla prova dei fatti, con troppo juicio, Grillo e Casaleggio hanno ottenuto il 25% dei suffragi alle elezioni politiche del 2013.

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Non è vero che i sindacati siano inutili: QUESTI sindacati sono inutili

Alessio Mazzucco

È giunto finalmente il momento di dire che non sono i sindacati in sé a essere inutili, ma questi sindacati che ci ritroviamo.

Guardate questa foto.angeletti_camusso_buonanni-300x199 Sembrano i cavalieri dell’Apocalisse. E se ci aggiungiamo Fassina diventano pure quattro. No, i sindacati non sono inutili come una certa retorica soffia da qualche tempo. L’inutilità deriva dallo scopo che il mezzo si dà, e questo vale per qualunque cosa, i partiti, internet, la politica e i libri di Fabio Volo. Tutto può essere utile o inutile da come viene usato. Cgil, Cisl e Uil, le tre grandi sigle italiane, non sono solo inutili: sono dannosi. Quando immagino uno dei loro segretari dire “Interverremo sul caso XXX [fai che sia Electrolux, Alitalia o Ferrovie dello Stato]” mi prende il panico, come ai vietcong all’arrivo battagliero degli elicotteri sulle note di Wagner. Avete presente? Ecco, quella è la sensazione.

Alitalia è emblematica. Vi prego, seguite tutto il filo della storia della più sgangherata compagnia di bandiera del mondo occidentale. Dunque, salvata già due volte (anni 90 – i capitani coraggiosi – e anno 2009 – un Berlusconi anti-liberista e patriota sui generis) si appresta al suo terzo salvataggio, non pubblico stavolta, questo certo, ma per mano della compagnia araba Etihad. “Gli arabi ci invadono!”. Sì, certo, come no. 

Etihad decide d’intervenire: l’odore di tagli ed esuberi si fa intenso, e i sindacati si precipitano subito al tavolo delle trattative. Ma come? Tagli? Esuberi? Perché? “Perché è in perdita?” verrebbe da dire “Perché senza tagli e razionalizzazione fallirebbe?” verrebbe da pensare, ma non in questo Paese. No, qui si preserva il lavoro urbi et orbi, non si permettono investimenti se non mantenendo lo status-quo assolutamente inalterato. E, si dirà, lo status quo è cosa buona. Anche qui: sì, certo, come no.

La trattativa è passata da 2500 a circa 1900 esuberi (se erro mi corriggerete), di cui un migliaio verranno riassorbiti e ricollocati dal Governo, altri 250 riceveranno contratti di solidarietà e per i restanti si è pensato a quattro anni di ammortizzatori all’80% dello stipendio mensile. Quattro anni. Assaporate per bene questo numero. QUATTRO STRAMALEDETTISSIMI ANNI. Il nostro Ministro del Lavoro Poletti ha dichiarato orgoglioso e compiaciuto: “Abbiamo sbloccato 14 milioni per gli ammortizzatori”. 14? Altri 14 milioni? Sì, forse i 400 milioni del 2009 non erano abbastanza, ma lo capisco, continuate così. 

Ora, giusto per chiarire, ma quei 1000 lavoratori che verranno ricollocati dal Governo che faranno? Dove andranno? Metterete hostess alle Poste e piloti a fungere da capo-treni? Sposterete centinaia di impiegati dal redigere documenti aeroportuali ad approvare emendamenti nei ministeri o elaborare complicate astuzie burocratiche in qualunque istituzione comunale-provinciale-regionale-statale che vi capiti sotto tiro? Ma poi scusate, ma come li formerete al nuovo lavoro? Siete sicuri che dargli un lavoro giusto per mettere una toppa sia la soluzione giusta nel lungo periodo? Bah. Dare liquidazioni e permettere loro di riformarsi e rimettersi in gioco no, vero? Troppi voti persi, giusto?

Ora, lasciando da parte Alitalia, il sindacato è questo qui. Da una parte le compagnie sindacalizzate (pubbliche o no) che comunque vada hanno il diritto e il privilegio acquisito cinquant’anni fa a sedersi sempre e comunque al tavolo dei vari Ministeri, dallo Sviluppo Economico al Lavoro, a volte fino ad arrivare alle lucenti scrivanie di Palazzo Chigi, dall’altra tutto il mondo delle piccole aziende, dei servizi e delle imprese troppo piccole – o troppo moderne – per creare appetiti elettorali ai nostri signori dei sindacati per essere difeso. Ed ecco che le azienducole e i lavoratori e i neo-laureati che entrano nel favoloso mondo dei servizi si dibattono tra un sistema contrattuale duale – determinato vs indeterminato per chiarire – senza ammortizzatori di sorta o protezioni del Ministero. Noi non veniamo “ricollocati” se perdiamo il lavoro. Ed è giusto così. A noi non danno 14 milioni “sbloccati” dal Poletti, e non li chiediamo neanche perché speriamo che un giorno, dopo l’illuminazione sulla strada di Damasco, quei 14 milioni siano spesi per la banda larga del Paese, per il taglio del cuneo fiscale o per la creazione di Tax-Free Zone per le nuove imprese hi-tech. Così, giusto per spararne due nel mucchio.

Ma per questo abbiamo bisogno di un sindacato. Un sindacato-lobby, un sindacato che dopo l’ultima riforma del lavoro si piazzi sotto Palazzo Chigi a dire: “Ehi Renzi, sai che c’è? Ci hai promesso tempo indeterminato per tutti con flessibilità in uscita e tutele crescenti, ma questo mi pare tutto l’opposto”. E giù scioperi. O tavoli. O pressione lobbistica. Perché questo sono i sindacati: lobby. Non idealistici movimenti di protezione, ma lobby dei suoi iscritti, gruppi organizzati di pressione. Ed è tanto opprimente quanto frustrante l’idea che “o noi o nessuno” “Noi soli proteggiamo i lavoratori” “Après moi le deluge” sia l’analisi politica di quei signori che VOLONTARIAMENTE tengono fuori una parte dei lavoratori (guarda caso, i giovani in primis) dall’ottenere “qualche diritto in più” per evitare che qualche vecchio iscritto abbia “qualche diritto in meno”. 

Ho deciso di scrivere una lettera alla signora Camusso.

Cara Camusso. No. Gentile segretario Camusso. Neanche. Susanna! No, troppo aggressivo. Camusso! Sì, può andare. Dunque. Camusso! Cara Camusso! Possiamo darci del tu? Bene. Tu non proteggi tutti i lavoratori. Ed è giusto così: tu proteggi gli iscritti e pensi alla tua rielezione. Ma a noi va bene così. Camusso! Blocca pure tutti i tentativi d’ammodernamento, non pensare al lungo periodo citando a vanvera Keynes che “nel lungo periodo siamo tutti morti” ché noi non lo saremo di certo e cambieremo finalmente il paese. Camusso! Accetta Etihad, accetta i tagli! Non parlare di cose che non ti competono, investimenti o sviluppo del settore aeroportuale, perché non sei preparata. Non dare la colpa solo ai manager della compagnia, perché quando quella stessa compagnia assumeva TROPPE persone per essere efficiente e slacciava i cordoni del borsone pubblico per estendere stipendi e privilegi in ogni suo angolo remoto del suo operare tu hai taciuto, quando la politica ha colmato d’inutili dipendenti Alitalia per avere un ritorno politico-elettorale tu hai voltato lo sguardo dall’altra parte, e non ti sei erta a difesa dell’efficienza della Compagnia gridando “Così salta tutto!”. No, non l’hai fatto.

Susanna, te lo dico da amico, da venticinquenne lavoratore del settore servizi. Non abbiamo bisogno di te e dei tuoi compari di sventura. No. Noi abbiamo bisogno di regole chiare e semplici, di possibilità e flessibilità in entrata quanto in uscita, d’investimenti esteri e prospettive, non di pezze e di toppe che di questo Paese ne abbiamo viste troppe. Susanna, i lavoratori non hanno bisogno di te, non tutti, ma di altro, di altri sindacati, di altre persone. Noi abbiamo bisogno di un altro sindacato, uno vero. 

Cordiali saluti

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Oggi si fa la storia, noi facciamo pena

Alessio Mazzucco

Siamo dei cazzari. Non c’è verso, sarà il sangue, il popolo, la cultura, ma ci fosse un appuntamento elettorale uno affrontato con serietà ed entusiasmo, sarei un poco più felice. Oggi si fa la storia, ma restiamo saldamente e orgogliosamente fuori dalla storia. Oggi si sceglie quale Europa si vuole, chi dovrà rappresentarci a Bruxelles, cosa siamo noi nel mondo e nel tempo, ma tutto questo non pare sfiorare neanche l’anticamera della razionalità del popolo.

Del resto di che lamentarsi? Per avere democrazia c’è bisogno di consapevolezza, ragionamento, informazione. Quel che abbiamo è caciara, divertente, caotica, folkloristica caciara. Pochi giorni fa è stato siglato uno dei patti commerciali più importanti del secolo (tra Russia e Cina per chi si fosse perso un pezzo), il mondo cambia vorticosamente, ma noi no, noi in Europa ci arrabattiamo per evitare un clamoroso exploit degli anti-europeisti. Anti-europeisti? Contro l’Europa? Ma che significa? Significa forse tornare a tante piccole nazioni litigiose, rinunciare a uno spazio di libera circolazione per le persone e per il commercio, rinunciare a una rappresentatività forte nel mondo? Per cosa poi? Per tornare a lamentarsi quando l’Europa non ci sarà più?

L’appuntamento che doveva essere il più importante degli ultimi vent’anni si è trasformato improvvisamente in un referendum governativo, un “noi o loro”, “onesti e disonesti”, uno scontro tra parolai e parole private di significato, una vicendevole accusa, di cosa poi non si è capito, odio, rabbia e speranze represse gettate nel calderone di un’elezione che doveva essere affrontata con estrema serietà e delicatezza.

L’Europa non è un continente facile. 27 paesi, troppe lingue e culture diverse, ma il sogno comune di proseguire la storia insieme. Retorica? Ingenuità? No, una semplice speranza. Perché in un mondo di giganti, in mutamento e trasformazione, lasciare emergere un rancore sordo e ignorante può essere uno sfogo liberatorio, senza dubbio, ma anche la reazione più stupida ai problemi reali che il Continente attraversa. Del resto, è questo che cerchiamo noi italiani: incapaci di assumerci obblighi e responsabilità verso il prossimo, quando le cose van male, ecco che si cerca il capro espiatorio, il colpevole, lo stronzo che ha causato tutto questo. Perché noi no, noi siamo troppo buoni, puri, bravi e intelligenti per aver fatto dell’Italia un paese-mostro, bloccato da laccetti e lacciuoli. Noi no. Loro sì. Ecco cos’è la protesta, ecco cosa pensano le piazze: un grande esorcismo comune delle proprie responsabilità, una liberazione di gruppo, un’espiazione di massa, un dire “loro, non noi”, “lui non io” e via dicendo, come all’asilo, quando la maestra rimbrottava e il bambino indicava il suo compagno di giochi come unico colpevole punibile.

Nella Grande Caciara, per farsi sentire bisogna urlare di più, senza la certezza di essere ascoltati. Così i tre grandi partiti hanno preso la scena (poi abbandonata dal terzo per palese auto-distruzione) lasciando da parte il grande discorso europeo per gettarsi nella più nauseante campagna elettorale di sempre. Li abbiamo lasciati fare. E se l’Europa dovesse cedere sotto il peso di paesi che NON sono in grado di fare il grande salto di qualità, quell’Europa sognata e agognata da gente ben più matura della cittadinanza complessiva, la colpa sarà soltanto nostra. E io non voglio sentire lamentele.

Io voterò ALDE. Voglio un’Europa federale, forte, unita, con mercati integrati e coordinati, aperta al commercio, dagli Stati Uniti, alla Russia al Medio Oriente, pronta e compatta ad affrontare le sfide diplomatiche che Putin ci ha lanciato, pronta a parlare nel Mediterraneo e ripiantare le basi per un grande mercato meridionale. E in fondo sì, lo desidero tantissimo: l’abbattimento delle capitali nazionali e il trasferimento del potere politico a Bruxelles, con tante regioni a governarsi e la capitale belga come unica capitale europea. Saremo in grado? Dopo questa campagna elettorale ne sono certo: la risposta è no.

Ammiro e rispetto le scelte di ogni elettore. Tutte. Tranne le scelte dettate dalla rabbia, la follia collettiva, il magico incantesimo dell’uomo solo al comando che ci libera dai nostri mali, amen. Al voto, chiediamoci tutti “Dove mi vedo da qui a vent’anni?”. È un buon esercizio elettorale, così come psicologico. Al colloquio di lavoro, il selezionatore chiederà sempre: “Dove ti vedi tra due/tre/cinque/dieci anni?” perché il suo compito non è capire se sarai sposato, all’estero o con figli a carico, ma se di qui a cinque, dieci anni l’azienda potrà investire su di te per i prossimi anni. È utile. Mette davanti alle scelte della propria vita, aumenta la profondità con cui guardiamo al nostro futuro, si prende consapevolezza del tempo e degli anni e delle virtuose (o meno) conseguenze della nostra scelta. E allora: dove ci vediamo da qui a vent’anni? A inseguire venditori di fumo, sogni e slogan mentre la Cina ci schiaccerà con i suoi prodotti, la Russia abbandonerà definitivamente le coste europee (e sarà uno dei danni più devastanti che subiremo) e gli Stati Uniti lentamente si richiuderanno in se stessi lasciando il ruolo di polizia globale a qualcun altro? Vogliamo diventare davvero un museo a cielo aperto, il Vecchio Mondo incartapecorito, povero e invisibile sulla scena mondiale perché, ehi!, io quel giorno dovevo votare un anti-europeista perché la gggente aveva fame?

Amici europeisti, di qualunque provenienza siete, di qualunque appartenenza politica, ricordatevi questo giorno come la svolta storica del nostro mondo. Niente più scuse, niente più rimandi, niente più tempo. Il voto è oggi. Non domani, non tra un anno, non tra dieci. Oggi. Consapevolezza, è tutto ciò che chiedo.

Viva l’Europa.

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La sostenibile leggerezza di Renzi

Gianmario Pisanu

Come la celebre scommessa di Pascal, puntare sulla sconfitta del Governo in carica sembra essere una mossa di sicuro guadagno: se Renzi va bene, zitti e alla greppia, se invece fa male, tant pis per tutti e sotto coi “ve l’avevamo detto”. Anzi, a ben vederci non c’è neppure quel tanto di alea, indispensabile affinchè una lotteria possa definirsi tale: l’Italia andrà a ramengo e Renzi sarà logorato dal suo stesso potere, in barba a Talleyrand e ai suoi malefici aforismi. Il perché è presto detto: la comune percezione della riuscita di un progetto politico è inversamente proporzionale alle attese che essa ha ingenerato nell’elettorato. In soldoni: maggiori promesse, maggiori debiti da ripagare. L’attesa del cadavere lungo il fiume è diventata dunque l’attività preferita da una certa porzione di italiani, quella maggiormente protetta dai marosi dell’economia e propensa a considerare gli 80 euro mensili (ma 1000 all’anno non suonava meglio? Suggerire un nuovo addetto stampa dalle parti del loft, ndr) quale variante moderna del panem et circenses.

Beninteso: non mi piacciono le vulgate mediatiche, attualmente appannaggio del premier, secondo cui solo il deus ex machina di Firenze può salvare l’Italia dal suo declino ineluttabile. Sventurato il Paese che ha bisogno di eroi!, diceva Brecht nel suo Vita di Galileo. Da Cola di Rienzo a Renzi (quasi omonimia su cui Heidegger avrebbe ricamato un pamphlet), la storia italiana abbonda di sedicenti Uomini della Provvidenza, chiamati a furor di popolo e precipitati nella polvere appena saliti sul ring. L’enorme malinteso, di fronte a cui il caudillo di turno fa sempre inizialmente buon viso salvo poi pentirsene amaramente, riguarda quella che in termini manageriali si definisce accountability, ovverosia l’effettiva congruenza tra leve di manovra e risultati conseguibili. Perché la meccanica del Potere, checché ne dicano i vari Rizzo, Stella e Travaglio, non si esercita solo nella fantomatica stanza dei bottoni, ma dappertutto, in ogni piccolo ganglo della società: in tal senso, le analisi epistemologiche di Foucault (microfisica sociale) e quelle socio-politiche di Gramsci (le cosiddette “casematte del potere”). E l’Italia, popolo di anarchici moderati insofferenti verso qualsiasi limitazione dei propri privilegi di casta (sia essa piccola o grande, non importa: dall’ultimo dei taxisti al Presidente di Confindustria) è un fulgido esempio di democrazia corporativa. Sull’argomento si è scritto già molto: oggi l’opinione prevalente è contro i cosiddetti corpi intermedi, ma alcuni studiosi (ad esempio, Giuseppe De Rita) mettono in guardia da un’eccessiva smania di semplificazione. Al di là del merito della questione, va evidenziato come, negli ultimi tempi, l’illusione finto-leaderistica paia essersi accentuata. Nell’immaginario popolare, dunque, Letta ha fallito perché ce l’ha moscio, come direbbe un Bossi d’antan, mentre Renzi ha grinta da vendere.

Ma Renzi non è solo marketing. Certo, gigioneggia, da consumato equilibrista qual è, sulla corda dell’opinione pubblica, labile per definizione e pronta a spezzarsi definitivamente da una parte all’altra. In mezzo, tuttavia, ha realizzato un disegno politico degno del Valentino di Machiavelli. Partendo ab ovo, è riuscito a imporsi, da ex dc, in un feudo di solida tradizione rossa. Da Firenze, ha mosso una velleitaria campagna di rottamazione contro i big del partito, e, udite udite, alla lunga li ha sbaragliati, relegando i D’Alema e i Cuperlo a un misero 18%. Quindi, vinta una battaglia politica, ha legittimamente detronizzato il grigio Letta, che qualche mese prima aveva vinto un biglietto della lotteria in direzione Palazzo Chigi. Al momento, giocando le potenze parlamentari tra di loro alla maniera di un vecchio papa rinascimentale, riesce a metterle di fronte al compiuto e a marcare riforme che, piacciano o non piacciano, muovono le acque. So bene che le imboscate sono sempre dietro l’angolo e che perfino il famigerato Contratto con gli Italiani è più credibile del Cronoprogramma renziano. Ma chi, come me, è alieno alla nostalgica sinistra post-berlingueriana, che ancora si crede ”meglio gioventù” e ha come unico obiettivo quello di raddrizzare il “legno storto” di questo popolo di evasori, non può che simpatizzare per la svolta liberal e un po’ naïf del piccolo Napoleone della Leopolda.

Dunque, alla frustrazione molesta del grillino medio contrappongo volentieri la leggerezza delle varie Boschi, se questo è il dazio da pagare alla palude. Conscio che, di fronte a un paese impotente e rassegnato all’eterna nemesi del Gattopardo, “qui l’errore è in ciò che non si è fatto, nella diffidenza che fece esitare” (Ezra Pound, “Cantos”, LXXXI). Una chiosa poetica, per un articolo leggero, a favore di un Governo che sappia diventare pesante.

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Breve scritto su un Paese che non fa nulla per cambiare e si lamenta se nulla cambia

Alessio Mazzucco

Le citazioni gattopardesche potrebbero sprecarsi con un titolo così. Ma per oggi non disturberò il sonno eterno di Lampedusa, quanto del buon Norberto Bobbio che sulla democrazia e la partecipazione scrisse (non è una citazione letterale): una democrazia non funziona se non c’è educazione democratica e partecipazione. Banale? Forse, almeno per chi di politica un po’ ne mastica.

L’Italia è il paese dei paradossi (non delle crozziane meraviglie) e da buon Paese paradossale si classifica tra i primi in Occidente per partecipazione elettorale (dai gloriosi over 80% agli ancor alti – per la media europea – 65-70%). Ed è un paradosso, perché a fronte di una così sentita partecipazione, il grado di democratizzazione del Paese è tanto basso da mettermi in imbarazzo a parlarne. E non sto parlando della scarsa democratizzazione à la Travaglio, un mix tra Robespierre, giornalista e giudice ad honorem della politica italiana, no: sto parlando di scarsa democratizzazione come scarso interesse, ignoranza vera e propria, un lamentoso susseguirsi di luoghi comuni su quanto la politica sia sporca e inefficiente o di quanto questo o quello sia un corrotto, un infame, un traditore, un paraculo, un figlio di, un conoscente di, sempre la stessa faccia, ecc… Senonché quando la politica chiama, quando il bisogno si fa sentire, quando i cittadini sono chiamati a prendere decisioni, scelte difficili non solo per il proprio futuro, ma per le generazioni a venire, alé, si dà il via al teatrino della partecipazione inconsapevole, o al rifiuto categorico perché tanto si è migliori di chi si va a votare. Patetico.

Ora, fare politica è una passione come tante. L’attivismo politico non è più onorevole, né l’unica via per la strada della politica, ma un’attività associativa come altre. Onore a chi lo pratica, nessun disonore a chi se ne frega. Ma un nervo rimane scoperto: a chi non interessa la politica tout-court, a chi crede d’essere migliore, a chi non s’informa perché tanto sono tutti uguali, a chi giudica ma non vota, a loro dico che senza un seppur minimo sforzo per cambiare le cose, come si può criticare il fatto che nulla cambi in questo nostro splendido e dannato Paese?

Esprimo il concetto come lo scriverebbe Ilvo Diamanti, il politologo del giornale perbenista Repubblica. Gli Italiani partecipano al voto. Ma non partecipano al dialogo. È un problema. Il Paese chiama. Nessuno risponde. Un dramma. Qualcuno dice: Renzi è il nulla che avanza. Allora gli chiedo: tu voti? Alle primarie. Lui risponde: no. Perché parla? Con quale diritto? Diritto di parola? Sacrosanto. Vuoi commentare gli affari PD? Partecipa. Vuoi insultare Renzi? Vai alle primarie. Democrazia. Baby. Ci vivi.

Questo per dire: fare l’attivista è un impegno che richiede passione, ma la sopravvivenza della democrazia non si basa su banchetti, volantini e lunghi ed estenuanti dibattiti sul nulla, quanto sulla partecipazione e il coinvolgimento dei singoli cittadini in quel che direttamente o indirettamente influenza le loro vite.

Breve post-scriptum sul PD. Civati vince il dibattito di ieri senza se e senza ma, Renzi imita se stesso, Cuperlo è fuori dai giochi. Probabilmente voterò Renzi, ma se il sindaco fiorentino dovesse affiancarsi Civati nel futuro governo (spero) del Paese potrei dirmi solamente felice.

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