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Anatomia di una rapina

Gianmario Pisanu

Odio parlare in maniera autoreferenziale, ma, dalla banale esperienza di cui a breve vi dirò, cercherò di cavarne qualche spunto; magari sbagliando, come lo sventurato tacchino induttivista di Russell. I fatti, dunque.

“A carico di ignoti. In data 08/03/2015, alle ore 00:30, passeggiavo in Via X angolo Z, quand’ecco due non identificati sopravvenire…coltelli alla gola…passante si apprestava a chiamare il 112…i summenzionati scappano…il suddetto imperterrito li insegue…spray al peperoncino…pugno… i malviventi disperdono le tracce…polizia…ambulanza…Letto, confermato e sottoscritto”

Non c’è molto altro da aggiungere all’ampolloso verbale della questura (da recitare possibilmente con marcata cadenza meridionale), se non qualche nota a margine: spunti esistenziali e, per non scadere nel ridicolo, riflessioni a sfondo politico.

Nota 1: Sull’aderenza dei fatti alla Realtà

Leggendo il verbale, ho come l’impressione di assistere a un altro film. Non che lo zelante servitore dello stato abbia inventato di sana pianta, anzi. Perlomeno, non alla maniera dei pubblicisti di un oscuro sito web che, virgolettando, mi attribuiscono il malizioso dettaglio sulla nazionalità straniera dei malviventi (Nota 1b: Timeo giornalisti et dona ferentes). No, il problema è un altro. Tutto sembra così sequenziale, letto dal di fuori: un’aggressione, la consegna degli effetti personali, minacce, insulti, quindi un moto d’orgoglio donchisciottesco e via con l’ambulanza, i pianti, il coraggio che si squaglia come neve al sole. Niente di tutto ciò. Non sono coraggioso, non sono nemmeno scemo: semplicemente, gli eventi mi hanno trasportato. La prima reazione è forse quella più vera: coltello alla gola, consegno ossequioso tutto ciò che ho, frugandomi tra i capelli per vedere se dimentico qualcosa. Ma ecco che, dal momento in cui i due fuggono, parte una sarabanda di flash dal sapore felliniano: niente di logico, o meglio niente di concreto, a parte l’indifferenza dei passanti all’ingresso della metro. Li scuso, loro agivano razionalmente, io viaggiavo su un piano diverso: l’adrenalina fa di questi effetti. Strano cervello, il nostro. Non s’accorge dei pugni, tutto preso com’è dal pericolo, ma accusa spesso dolori inesistenti.

Sembra la solita ode alle paniche virtù dell’idealismo individualista, stile “Attimo fuggente”. E’ invece un monito contro la (falsa) oggettività dei fatti che, come Nietzsche notava, “mancano”, e una conferma della loro parziale incomunicabilità, che anche adesso sento riverberarsi da queste righe.

Nota 2: Sulle Invasioni Barbariche, e di come il Buon Senso salverà (?) il mondo

Ho sempre detestato i buonisti stile “sinistra al caviale”, ma sono pur sempre europeo, e un europeo di quelli che leggono, il cui punto di vista non sarà mai quello di un repubblicano del Missouri né quello dell’agricoltore francese sussidiato e lepenista.

Il mio pantheon include tra gli altri anche Dostoevskij, ex galeotto graziato in punto di morte che misurava la civiltà di un Paese dallo stato delle sue prigioni; Hugo e la sua Préface de Cromwell, dove si proponeva d’”illuminare” i delinquenti con buone letture; Voltaire, Beccaria e il pensiero dei lumi in generale. Sono affezionato all’Europa, al suo welfare state, al suo senso estetico. Lo so, ci sono mille europe, ma percepisco, miraggio o meno, un minimo comun denominatore.

Perché queste premesse? Lo ammetto: tutta la mia ammirazione per le carceri svedesi, massima espressione di quest’idea di Civiltà europea, con le loro sale fitness e i corsi di musica per accompagnare il detenuto nel percorso riabilitativo, ha vacillato di fronte a quel “T’ammazzo” pronunciato da un tamarro dei sobborghi milanesi.

Mi chiedo, come l’Adriano della Yourcenar sul finire della vita, se la Civiltà, da noi intesa come portato di un percorso verso la pace e la tolleranza, non contenga in sé i germi della propria crisi. Crolla l’assistenzialismo europeo sotto il peso dei debiti pubblici (la nuova triade impossibile 7-25-50%: popolazione mondiale – PIL prodotto – welfare), si scioglie l’assai kitsch girotondo UE anni ‘90, viene a galla la contraddizione del nostro irenismo antiamericano sotto lo scudo americano (che non c’è più), l’accoglienza è spesso confusa con la Soumission, per dirla con Houellebecq. Di fronte a questo cupio dissolvi i “barbari” confondono la ragione con la forza e sogghignano delle nostre disgrazie, come quegli astemi noiosi che amano puntigliare sul vizio dell’alcool al funerale dell’amico viveur. Sottinteso: ve la siete goduta la Dolce Vita, dal Martini alla sanità pubblica inclusa, e tutte quelle fumisterie su democrazia e balle varie: ora pagate. I tedeschi la chiamano Schadenfreude, letteralmente “goduria per le disgrazie altrui”, e forse, al momento, sono gli unici nella vecchia e opulenta Europa a esserne risparmiati, non solo per ragioni meramente economiche.

Ma fino a che punto reagire senza abiurare le nostre radici, la nostra narrazione? Tante cose si potrebbero dire, ma stiamo alla mia rapina, vero pretesto di quest’articolo e buon compendio di tutto quanto è stato fin cui detto.

Nel paese degli evasori, della Trattativa, delle Agende Rosse e via dicendo, la Microcriminalità è stata a lungo vista come un finto problema, o peggio: come uno slogan di destra. Dimenticando, come ammoniva Chesterton, che la Chiesa regge da duemila anni proprio perché portatrice delle pulsioni più umane. Ciò significa forse che dovremmo tornare all’Inquisizione o castrare gli stalker come capretti da latte? No, ma nemmeno accettare un sistema in balia di astrazioni che, proprio in quanto tali, sono inumane. E’ un elogio del Buon Senso, virtù declamata dal Codice Civile, e pazienza se, gettata così su due righe, qualcuno la potrà scambiare per una lode piccolo borghese di sapore sordiniano. Interpretatela bene, in fin dei conti è solo questione di buon senso…

Post-Scriptum: Nuove dal Commissariato. Progetti per l’invasione della Polonia

Mercoledì 11/03/2015, h 21:30: Il trova Iphone manda un segnale di vita (insperato): mi trovo a Cernusco sul Naviglio, in Via X all’indirizzo Z. Sorrido ma non troppo, conosco i miei polli. Mi sveglio, chiamo il Commissariato, capisco in un baleno che il povero melafonino è ormai in un altro mondo, forse peggiore: “Mmh, trovato? Ah sì…E’ che devo accompagnare mia figlia dal dentista…Uff, vabbè passi…”

E fu cosi che GMP, come Woody Allen sulle note di Wagner, sentì l’irrefrenabile impulso di invadere la Polonia, da convinto europeista che era

 

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Per conoscere la civiltà del tuo paese devi visitare le sue carceri

Francesco Saverio Salonia

Sul territorio Italiano esistono 225 istituti detentivi, il 34% dei quali risale a prima del 1889.Le carceri Italiane ad oggi hanno una capienza regolamentare di 45.647 detenuti. In situazioni di estrema necessità questa capienza può essere portata, con tutti gli accorgimenti del caso, fino ad un limite massimo di 63.623 posti.Stanotte dormiranno in carcere sul territorio Italiano circa 68.000 detenuti, il 50% in più rispetto alla capienza regolamentare.Tuttavia questa non è una situazione di disagio temporanea verificatasi nell’arco degli ultimi mesi, né si prevede che venga a cessare in un orizzonte di tempo prossimo alla data odierna.A partire dal 1993 il numero dei carcerati ha sfondato la soglia dei 50.000, per non ridiscendere più sotto a tale livello, escludendo una breve parentesi di cui avremo modo di trattare.Si tratta dunque di una situazione cronica di sovraffollamento, alla quale per 20 anni non è stata prestata attenzione, all’indirizzo della quale per 20 anni non sono stati avanzati provvedimenti risolutivi.

Sul totale della popolazione carceraria, il 41,9% dei detenuti non ha una sentenza definitiva a carico. Il 21% è addirittura in attesa della sentenza di primo grado. Questo significa che più di 27.000 persone sono detenute in carcere senza che sia ancora stata accertata la loro definitiva colpevolezza.In Germania, Francia e Inghilterra i non condannati sono rispettivamente il 17%, il 25% e il 18% del totale dei detenuti.Questo raffronto non può che denotare un abuso sconsiderato delle misure di carcerazione preventiva da parte della nostra magistratura, tanto più scellerata ad agire in questa maniera visto e considerato l’attuale stato di sovraffollamento degli istituti.In Europa gli unici paesi che utilizzano la custodia cautelare con più disinvoltura dell’Italia sono la Turchia, l’Olanda, Malta, il Liechtenstein ed il Principato di Monaco.

In Italia solo il 20,9% dei detenuti ha un lavoro. In Germania la totalità dei detenuti lavora.Di quel 20,9%, la stragrande maggioranza lavora alle dipendenze dell’amministrazione carceraria, questo significa che una volta scontata la pena, perderanno il lavoro e verranno reinseriti nella società da disoccupati oltre che da pregiudicati.Una volta usciti dal carcere, il 68% degli ex-detenuti ricommettono un reato e vi ritornano.Forse sono incorreggibili o forse il quadro descritto fino ad ora è un terreno del tutto inadatto sul quale svolgere quel processo di rieducazione sancito nella Costituzione.

 Sul totale dei detenuti, il 36% è straniero, le donne sono il 4,3 % . I tossicodipendenti ammontano al 26,8%, mentre i malati di mente sono all’incirca il 20%. Circa 14.500 dei detenuti stranieri provengono da Marocco, Romania, Tunisia e Albania. La maggior parte dei carcerati, indipendentemente dalla propria nazionalità ha tra i 25 e i 40 anni, poco meno del 95% di loro ha un titolo di studio pari alla licenza media o inferiore.

 In carcere, dal 1998 ad oggi, sono morte ogni anno in media circa 150 persone, almeno 50 delle quali si sono suicidate. Il 30% dei suicidi avviene durante la prima settimana di detenzione, il 25% avviene una settimana prima della scarcerazione. Se un detenuto decide a pochi giorni dalla libertà di togliersi la vita, questo costituisce un fallimento non solo per il sistema penitenziario di un paese, ma per la società civile tutta.

 Poche settimane fa, il Partito Radicale ha avanzato un provvedimento, che avrebbe previsto uno spazio dedicato all’informazione circa le condizioni delle carceri Italiane, sulle reti preposte a svolgere il servizio pubblico. Il “no” a questa proposta è arrivato deciso da parte di ogni formazione politica ed è stato taciuto dagli organi di informazione di maggiore portata. Per il Carcere, come per la Mafia, lo strumento più potente in mano ai cittadini per rendere la situazione migliore è l’informazione. Ricerchiamola e riproduciamola.

*Tutti i dati forniti in questo articolo sono stati reperiti dal DAP (Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria)

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