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Sfogo: un breve (s)punto della situazione

Alessio Mazzucco

A volte penso a un giornalista inglese fresco di nomina che viene inviato nella nostra bella penisola come osservatore della politica italiana. E rido. Rido perché pensare a un professionista dall’accento british calarsi nelle oscure cloache della politica italiana con le sue brutture, contraddizioni e assurdità ha il sapore della commedia.

A noi piace. A noi piacciono gli intrecci, i vizi, i colpi di mano e le coltellate alle spalle: è la politica, e l’abbiamo inventata noi. Ci sguazziamo. Ci innamoriamo perdutamente dei complessi barocchismi del parlamentarismo nostrano, siamo drogati dell’intreccio indissolubile. Poi, dopo l’ubriacatura, dopo essersi ingozzati, come ingordi, alla tavola della politica, ci guardiamo attorno e ci lamentiamo, perché nulla va come dovrebbe andare.

Dunque il punto. Letta dichiara che, a forza di privatizzazioni, tagli e austerity Grillo raggiungerà il 51%. Grillo, dal canto suo, forte della mediocrità sua e dei suoi seguaci, si fa capopopolo in una Genova in rivolta, ritrovandosi scornato dal fuoco di paglia, spentosi dopo cinque giorni di minacce rivoluzionarie reiterate. Berlusconi basta: ha rotto i coglioni. Però però però: con la sua agile manovra scissionista, voilà, ecco il centro-destra aggiudicarsi il primo posto nei sondaggi.

E il PD? Dorme. Sarà un revival prodiano a firma Civati che tutto addormenta e culla nella retorica ulivista d’annata, o sarà semplicemente che un partito mai nato deve giocarsela tra le pulsioni demo-americane, demo-socialiste, liberal-socialiste, post-socialiste, post-comuniste senza il coraggio di buttare il cuore oltre l’ostacolo e unirsi sulla scia dei grandi partiti socialisti e laburisti europei o scindersi definitivamente (che non è neanche una brutta soluzione). Non so. Sta di fatto che il campione da campagna elettorale rimane Crozza, spin-doctor di Bersani in tempi elettorali e battitore libero sui candidati delle primarie, mentre la partita si gioca tutta tra lo scalpitante Renzi e l’emblematico, calmo, serafico Letta, incarnazione del nuovo centro e proiezione governativa del Presidente Napolitano.

Tutto il resto resta avvolto dal mistero. A Milano, i grandi nomi del salotto buono, i legami della finanza meneghina che hanno condotto la partita finanziaria italiana negli ultimi decenni, si stanno separando, un divorzio silenzioso che avrà ripercussioni enormi sull’economia del Paese. A Torino, la Fiat è l’unica impresa automobilistica europea che non riesce a ripartire. La Sardegna è in ginocchio. Sulcis, Ilva, Finmeccanica dei grandi punti interrogativi. Alitalia non ne parliamo: rigettata da arabi, russi e cinesi, resta solo una patata bollente in mano ai Capitani Coraggiosi e pochi altri nomi importanti (Intesa Sanpaolo, Poste Italiane – in forse).

Il mondo continua a cambiare. La Merkel criticata dall’Economist, il Financial Times, Obama, la Commissione Europea, i no-euro di Bagnai, il barista sotto casa, i grillini in parlamento, il PD anche se non si capisce bene, il PdL, i liberali, i conservatori, i liberisti e i socialisti: insomma, tutti. Ma invece di dar forza e vigore ai socialisti di mezz’Europa, le sinistre crollano nei sondaggi e negli apprezzamenti, Hollande al 15% è solo un esempio, mentre le forze populiste, euro-scettiche, a tratti xenofobe vincono a tavolino per mancanza di avversari.

E noi? Noi che parliamo, scriviamo, discutiamo, ancora ci crediamo, noi, che facciamo? Parliamo di nulla, o di tutto senza saper nulla, ci esprimiamo, opiniamo, insomma, seguiamo la grande tradizione della sinistra da Moretti in avanti. E invece di proporre, che so?, la creazione di veri sindacati per i giovani precari, facilitazioni per aprire nuove imprese, borse di studio, investimenti in restauri di monumenti e periferie abbandonate a se stesse, ci facciamo candidamente sfuggire i fondi messi a disposizione dall’Europa. Tempi stretti? Burocrazia lenta? No: incapacità. 

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Vadecum per una destra moderna

Gianmario Pisanu

Di fronte allo spettacolo ornitologico offertoci da falchi, colombe e pappagalli, verrebbe voglia di alzare le mani e arrendersi, per dirla alla Grillo. Chi, come me, auspica l’avvento di una destra moderna e liberale, guarda a questo scempio in preda a spasimi da nausea. Questa è, sartrianamente parlando, sdegno e spleen, ribellione ai salauds in malafede e disincanto verso qualsiasi rivolgimento, che in Italia assume spesso il ghigno beffardo del Gattopardo. Moderna e liberale. Concetti vaghi, lo riconosco. Quante volte, nelle tribune televisive, colombe alla Lupi hanno sbrodolato queste parole dall’alto dei loro trespoli? Eppure, se raffrontate al péronismo spaghetti/mandolino cui ci hanno abituati Berlusconi & Co. , la rotta da seguire appare chiara per contrasto. Ossia: inversione a U, a tutta birra contromano.

Detronizzato l’Egoarca, ecco alcune considerazioni, a metà tra un accorato j’accuse e un manifesto programmatico.

  1. Moderati in Rivoluzione. Giusto per evitare fraintendimenti: basta con la parola “moderati”, ve ne prego. Sa tanto di untuosa democristianeria, quella alla De Mita-Forlani, per intenderci. La moderazione, se sinonimo di assennatezza, è un valore  che non può essere mutuato in manifesto politico. Lo stesso dicasi per qualsiasi altro ideale astratto, quale ad esempio l’onestà: i partiti che si richiamano unicamente alle virtù teologali sono i peggiori, proprio perché inconsistenti e vagamente totalitari. Dal Ministero dell’ Amore di Orwell all’Onorevole Razzi (fu Italia dei Valori, qed) il passo non è poi così lungo.
  2. SubCultura. Finiamola col facile vittimismo: gli studenti somarelli, come spesso s’è detto, non hanno alcun diritto di lagnarsi sui presunti “furti di Futuro”.  Ergo, chi aborre qualche buona lettura e si pasce della propria verginità, tutto preso in Governi del Fare, eviti di citare Gramsci a sproposito (aprire “casematte del potere”su Google). E dire che qualche discreta pensata l’hanno avuta pure a destra. Qualche esempio? I Pensatori Liberali (vedi punto 10).E, in chiave anti-progressista e conservatrice: Ezra Pound ( “L’ABC dell’Economia”), Céline,  Heidegger,  Carl Schmitt, Ernst Jünger, Leo Strauss,  per citarne alcuni. Questi ultimi,  commestibili solo per chi accoglie il paradosso cercando di cavarne qualche verità. Perché anche lo snobismo benpensante è una forma di subcultura.
  3. Duce, pagami la luce I sovietici lo chiamavano Grande Babbo, i nordcoreani Caro Leader, i nazisti Führer. E i Berluscones? Intonano all’unisono “Meno male che Silvio c’è”, gioiosi e scodinzolanti. La nostalgica cultura (? Vedi punto 2) post missina si fonde mirabilmente con l’ideale del Partito Azienda. Risultato? Il Partito Illiberale per antonomasia.
  4. Manette Il terrore del Terrore dantoniano è un collante formidabile per un partito che, in questi anni, ha condotto in parlamento la créme della feccia, stando ai casellari giudiziari. Il Garantismo, ruffianamente confuso con l’Impunità, ha modificato geneticamente i connotati della Destra italiana. Non molti anni fa, i missini scagliavano monetine all’indirizzo di Bettino Craxi, fuori dall’hotel Raphael. Giunti al potere, non hanno fatto prigionieri: si sono umilmente chinati a raccoglierle.
  5. Rivoluzione sessuale Chi è liberale nell’animo, in fondo è anche un potenziale libertino. Inutile girarci intorno: le convenzioni sessuali, i tabù, il machismo dantan è roba da età vittoriana. A destra la lezione l’hanno compresa bene. Solo che, per esercitare il proprio Credo, i plenipotenziari conservatori serrano le persiane e avvolgono le tende. Una volta riabbottonata la patta, organizzano un bel Family Day. Se cuccati in flagrante, riabbassano la cerniera e  si smutandano al Dal Verme, tronfi della loro incoerenza conclamata. Dualità dell’essere umano, una teoria junghiana (cit. Full Metal Jacket) .
  6. Divieti civili L’impostazione illiberale, in questo campo, ha un sicuro referente culturale : ideologia neocon, destra made in Usa. Ma, mentre nel paese dei quaccheri le fiaccolate contro l’eutanasia poggiano su un solido retroterra culturale e riflettono ansie e timori di una fetta della popolazione, qui in Italia, Patria di Arlecchino e Totò, tutto assume contorni grotteschi. Si inaspriscono le pene per gli spinelli, si alleviano quelle sul falso in bilancio (2002, vedi punto 8). Ci si duole dell’arbitrio che papà Englaro si è arrogato, perché la sacralità della vita vegetale va difesa da un agorà pubblica, meglio se in studio dalla D’Urso, ma si depreca con veemenza l’intrusione dei giudici nella sfera privata degli affetti. Puritanesimo ad personam.
  7. Selezione naturale Diciamola tutta: con l’introduzione del famigerato Porcellum (2005), la scrematura della futura classe dirigente di centrodestra s’è fatta spietata. Metro alla mano, 90-60-90 corrisponde all’identikit ideale di una capolista. Per i maschietti, solo tanta gavetta: la colazione va servita ogni giorno puntuale e il giardino di Arcore potato una volta a settimana. Della vecchia guardia, la Forza Italia dei “prof” che anelava a un riconoscimento culturale (Saverio Vertone, Lucio Colletti, Antonio Martino, Marcello Pera, Giuliano Urbani) nulla è rimasto: anche Pol Pot aveva in gran dispetto chi portava gli occhiali.
  8. No taxation without depenalization Può piacere o meno, ma agli occhi di un liberista “una nazione che si tassa nella speranza di diventare prosperosa è come un uomo in piedi in un secchio che cerca di sollevarsi tirando il manico”(Winston Churchill). Non elencherò qui le politiche economiche dei vari Governi Berlusconi, in totale antitesi ai dogmi liberisti (spesa pubblica in crescita, imposte a gogò, esaltazione del rentier): carta canta. Mi limiterò a segnalare l’anomalia di un liberista-dirigista- ex socialista: quello che Croce avrebbe bollato come “ircocervo”. Tra i provvedimenti: revisione del reato di falso in bilancio (pene sensibilmente più leggere) ma  istituzione di Equitalia (cui ora si vogliono “spuntare gli artigli”). Appunto, Ircocervo.
  9. Baffone Denunciare i maneggi delle Coop rosse, è un conto. Stigmatizzare il Sistema Sesto,  pure. Mostrare orrore per i Sindacati, idem. Ma i comunisti, quelli veri, avrebbero internato Vendola e compagno in un gulag, deriso il VeltroniCare, sostituito i giubbotti in pelle di Renzi con eskimi  rattoppati. Quelli più vecchio stampo, i togliattiani, avrebbero plaudito all’amicizia con Putin e all’eccidio di Grozny. Folklore. 
  10. Liberalismo, questo sconosciuto L’élitario Partito Liberale, polverizzato dall’avvento dei Partiti di Massa, è oggi ridotto a un cumulo di sigle che tanto ricordano un celebre réfrain di Rino Gaetano (ascoltare “Nuntereggaepiù”,subito). Prima il fascismo,  quale reazione al biennio rosso, quindi Mamma DC (consociativista e concordataria), infine Berlusconi e lo sdoganamento postmissino  hanno modellato l’immaginario conservatore intorno a un corporativismo di stampo vetero-fascista. Dopo tutte queste considerazioni, la domanda sorge spontanea: ma allora, perché prendersi cura di un cadavere? Perché il profilo dell’elettore mediano di centro-destra è meno ideologico di quel che si pensi, con tutti i pro e i contra che ciò comporta. Cominciando dagli ultimi, l’assenza di un substrato culturale cui appigliarsi, specie nei periodi di crisi, può condurre facilmente a derive plebiscitarie. La storia del Novecento, sostiene il prof. Lunghini, insegna che dalle crisi economiche  si  esce a destra: il che è grosso modo vero proprio per questo motivo. Ma siamo sicuri, nei triboli attuali, che le ingombranti sovrastrutture di una grossa fetta dell’elettorato rosso consentano ai rappresentanti di sinistra di segnare una rotta, quale che essa sia? Derubricare la coazione  a  ripetere delle scissioni in seno alla Sinistra a singole baruffe significa ignorare la natura del problema, prettamente culturale. In Italia non c’è mai stata una Bad Godesberg che amalgamasse le varie entità della Sinistra in una visione socialdemocratica unitaria: troppo forte il peso della “Storia Antiquaria”, che non guarda al futuro e appiattisce acriticamente sul Passato (Nietzsche, Seconda Considerazione Inattuale).

Oggi però la Crisi, come indica la radice greca del termine, impone un cambiamento. L’avvento di un partito di massa autenticamente liberale, schierato alla destra dell’Emiciclo per le ragioni sopra esposte, potrebbe   smuovere le coscienze di quei giovani  postideologici, frustrati, scoraggiati, nauseati,  in altre parole “moderati”(vedi punto 1).  Consci che, come diceva Keynes, “il potere degli interessi costituiti si esagera di molto, in confronto con l’affermazione progressiva delle idee […]. Presto o tardi sono le idee, non gli interessi costituiti, che sono pericolose sia in bene che in male”.

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Fini, Berlusconi e una nuova (?) destra

Alessio Mazzucco

Ieri il Presidente Berlusconi ha nuovamente parlato del tanto atteso taglio delle tasse. Una promessa, uno slogan, un obiettivo primario per la maggior parte degli elettori del PDL, eppure ancora aria. La prima promessa dell’anno risaliva a gennaio (il 19 gennaio lavoce.info pubblicava un articolo che criticava l’idea della doppia aliquota IRPEF presentata al CdM), ieri la seconda; e non contiamo le grida populistiche a proposito della sinistra che mette la mano nelle tasche degli italiani, eccetera.. Parole già sentite, frasi ricorrenti.

Ho parlato del taglio delle tasse perchè è uno dei primi passi di una vera rivoluzione liberale e liberista in uno Stato, nel nostro in particolare. Si può dire, è il primo obiettivo che questa destra si è dato, eppure è un obiettivo che vacilla. Nel PDL le voci di dissenso già s’erano levate all’idea dell’abbassamento delle aliquote: il ministro Tremonti, molto vicino alla Lega, aveva parlato di carneficina sociale in caso di taglio delle imposte; i nostri conti, infatti, non ci permettono grandi manovre. La domanda che mi pongo non è relativa alle tasse: questa destra è coesa, è omogenea nelle sue proposte?

Il Presidente Fini si è ribellato, il vice-capogruppo del PDL alla Camera si è dimesso (l’on. Bocchino), la battaglia giornalistica tra Il Giornale, Libero e Il secolo d’Italia è iniziata. Sentori dell’imminente caduta del Governo? Non credo. Chi di voi ha visto la disputa Berlusconi-Fini durante il convegno nazionale del partito? Il Presidente della Camera che si alza, indica con sprezzo il Presidente del Consiglio accusandolo di volerlo mettere da parte per poi poterlo cacciare è un’immagine che colpisce. Immigrazione, scuole e federalismo fiscale: tre dei tanti argomenti di disputa. Da una parte la Lega, Tremonti e Berlusconi (obbligato dai numeri senza i quali potrebbe dimenticarsi le sue belle leggine di giuridiche passioni), dall’altra una piccola corrente che rincorre l’idea di una nuova destra.

L’idea è: esiste ancora destra e sinistra, si può parlare ancora in questi termini? Sì, ne sono un convinto sostenitore. Non credo alla retorica del destra e sinistra non esistono più, la politica non esiste più e via dicendo. Destra e sinistra esistono perchè derivano da un’idea completamente differente su cos’è la società e come una società dovrebbe strutturarsi per garantire a tutti la propria libertà. C’è chi indica con libertà la possibilità di vivere in una comunità che gli offre opportunità e lo sorregge in caso di cedimento, dall’altra libertà come poter agire per l’espressione di se stessi senza vincoli e senza impedimenti generati da altri individui o entità . Forse è una definizione molto semplicistica, ma è un buon punto di partenza per discuterne.

Fini parla di nuova destra; spero riesca nel suo intento. E scrivo questo non tanto perchè stravedo per le politiche liberiste, né per un certo modo di vedere la società e la comunità Paese, quanto perché ho una certezza: la formazione di una nuova destra porterebbe alla creazione di una vera sinistra e, come ultima conseguenza, il ritorno (o l’arrivo) ad una politica degna del suo nome.

Il Presidente della Camera ha investito sul futuro, non su questi ultimi tre anni di Governo. Chi lo sa? Forse è il primo segno di cedimento d’un berlusconismo tanto, troppo, radicato nella nostra società e l’inizio del cambiamento che da anni si attende. Solo speranze: il tempo ci dirà.

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