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Breve scritto su un Paese che non fa nulla per cambiare e si lamenta se nulla cambia

Alessio Mazzucco

Le citazioni gattopardesche potrebbero sprecarsi con un titolo così. Ma per oggi non disturberò il sonno eterno di Lampedusa, quanto del buon Norberto Bobbio che sulla democrazia e la partecipazione scrisse (non è una citazione letterale): una democrazia non funziona se non c’è educazione democratica e partecipazione. Banale? Forse, almeno per chi di politica un po’ ne mastica.

L’Italia è il paese dei paradossi (non delle crozziane meraviglie) e da buon Paese paradossale si classifica tra i primi in Occidente per partecipazione elettorale (dai gloriosi over 80% agli ancor alti – per la media europea – 65-70%). Ed è un paradosso, perché a fronte di una così sentita partecipazione, il grado di democratizzazione del Paese è tanto basso da mettermi in imbarazzo a parlarne. E non sto parlando della scarsa democratizzazione à la Travaglio, un mix tra Robespierre, giornalista e giudice ad honorem della politica italiana, no: sto parlando di scarsa democratizzazione come scarso interesse, ignoranza vera e propria, un lamentoso susseguirsi di luoghi comuni su quanto la politica sia sporca e inefficiente o di quanto questo o quello sia un corrotto, un infame, un traditore, un paraculo, un figlio di, un conoscente di, sempre la stessa faccia, ecc… Senonché quando la politica chiama, quando il bisogno si fa sentire, quando i cittadini sono chiamati a prendere decisioni, scelte difficili non solo per il proprio futuro, ma per le generazioni a venire, alé, si dà il via al teatrino della partecipazione inconsapevole, o al rifiuto categorico perché tanto si è migliori di chi si va a votare. Patetico.

Ora, fare politica è una passione come tante. L’attivismo politico non è più onorevole, né l’unica via per la strada della politica, ma un’attività associativa come altre. Onore a chi lo pratica, nessun disonore a chi se ne frega. Ma un nervo rimane scoperto: a chi non interessa la politica tout-court, a chi crede d’essere migliore, a chi non s’informa perché tanto sono tutti uguali, a chi giudica ma non vota, a loro dico che senza un seppur minimo sforzo per cambiare le cose, come si può criticare il fatto che nulla cambi in questo nostro splendido e dannato Paese?

Esprimo il concetto come lo scriverebbe Ilvo Diamanti, il politologo del giornale perbenista Repubblica. Gli Italiani partecipano al voto. Ma non partecipano al dialogo. È un problema. Il Paese chiama. Nessuno risponde. Un dramma. Qualcuno dice: Renzi è il nulla che avanza. Allora gli chiedo: tu voti? Alle primarie. Lui risponde: no. Perché parla? Con quale diritto? Diritto di parola? Sacrosanto. Vuoi commentare gli affari PD? Partecipa. Vuoi insultare Renzi? Vai alle primarie. Democrazia. Baby. Ci vivi.

Questo per dire: fare l’attivista è un impegno che richiede passione, ma la sopravvivenza della democrazia non si basa su banchetti, volantini e lunghi ed estenuanti dibattiti sul nulla, quanto sulla partecipazione e il coinvolgimento dei singoli cittadini in quel che direttamente o indirettamente influenza le loro vite.

Breve post-scriptum sul PD. Civati vince il dibattito di ieri senza se e senza ma, Renzi imita se stesso, Cuperlo è fuori dai giochi. Probabilmente voterò Renzi, ma se il sindaco fiorentino dovesse affiancarsi Civati nel futuro governo (spero) del Paese potrei dirmi solamente felice.

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L’assoluzione del post-it

di Elena Scaltriti

Qualche sera fa, durante un’uscita tra amici, si è finiti a parlare dell’incredibile postribolo e del ciarpame senza pudore – ma gira col garzantino del libro “Cuore” nascosto nel doppiopetto? – che ci violentano il cervello ormai da un numero considerevole di anni e di canali televisivi. Non che l’attività in sé possa essere in alcun modo originale o sovversiva, ma mi ha comunque dato da pensare. È saltato fuori, tra le altre cose, che affidare il mondo alle donne sarebbe cosa buona e giusta, “se solo voi tutte la deste via di più (ahahah). Poi ci scrostate dalle poltrone, è ovvio, ma prima dovete fregarci in questo modo”, testuali parole maschili. Ok, vediamo se ho capito bene: noi ci si dà al libertinaggio competitivo, si ottiene la cadrega e poi vi si manda a insegnare libro “Cuore” alla scuola elementare, il tutto mentre reggiamo un bicchiere di brandy con una mano, accarezziamo una volpe argentata con l’altra e parliamo al telefono con Hu Jintao? Per carità, non dico certo di no, però dobbiamo aprire una parentesi di una certa ampiezza e magari anche “opposta alla realtà, lontana dal vero, distorta e all’incontrario del vero” (invito le onorevoli Iva Zanicchi ad abbandonare preventivamente questa turpe pagina).
A parte gli scherzi, io non ci sto capendo più niente: prima mi si dice che, essendo donna e residente per ora in Italia, dovrò sudare come un mulo per ottenere con dignità qualsiasi cosa, e poi mi si fa capire che in fondo è facile, che basta giocar furbo e prendere l’uomo in debolezza, ché la dignità è un po’ come l’opposizione: pare ci sia, ma non si fa vedere spesso. Ah dimenticavo, nelle pause tra le due alternative, mi fanno anche sapere che sarebbe d’uopo m’indignassi tantissimo perché l’immagine della donna ne esce terribilmente svilita e che, già che sono online, conviene che apra repubblica.it e mi indigni tantissimo direttamente lì anche per tutte le altre magagne. Possibilmente sbattendo la mia fotografia sulla homepage con un post-it incollato sulla bocca che reciti “io non ci sto/io dico basta/dimettiti/no legge bavaglio/no legittimo impedimento”, a seconda del piede con cui si sono svegliati i giornalisti.
Per quanto mi possa far piacere aumentare le vendite dei sempiterni post-it, trovo ci sia una certa contraddizione nella logica annunciata e poi seguita da giornali come la Repubblica, che si oppongono dichiaratamente all’uso che l’attuale cas(a)ta regnante, e tutto ciò che ormai ne costituisce prolungamento (giornali, televisione, pubblicità, cinema…), fa della donna. Giornali che incitano alla protesta e a “farsi sentire”. E noi siamo ben felici di infiammarci per il modo in cui il corpo femminile viene preso e sbattuto (verbo infelice?) ovunque, diventiamo paonazzi e solleviamo l’indice inquisitore con veemenza durante i comizi familiari a cena. Ed è giustissimo, ci mancherebbe. Eppure cosa viene concretamente da tutte queste calorie bruciate? Piazziamo un foglietto colorato 8×8 sulla bocca, ci facciamo una foto e la inviamo a un sito internet. Punto. Due clic, tasto destro, tasto sinistro, log out. Senza contare che, se proprio vogliamo fare i pignoli, una protesta contro l’uso sconsiderato dell’immagine femminile magari dovrebbe evitare di proporre l’invio di fotografie da raccogliere in un album in prima pagina (e in primo piano ci sono sempre ragazze bellissime, se ci si fa caso). Questo non soltanto riguardo alla questione delle donne, ma per qualsiasi cancro sociale e civile. Ma che importa: l’indignazione è apparsa chiara e cristallina e si può tirare un sospirone di sollievo.

Ora, non voglio fare quella che è contraria a internet o che ce l’ha su con chi firma le petizioni, l’ho sempre fatto anch’io e mi connetto spessissimo. Sono semplicemente preoccupata quando vedo gente che crede di cambiare il mondo sottoscrivendo una petizione a favore di Saviano e acquistando Internazionale o gente che ti squadra con sospetto se solo osi muovere una critica a “Vieni via con me”. Bastasse quello. È che siamo diventati tutti pesanti, bolsi, pigri. Per carità, non dico di imbracciare le armi, né di sparire into the wild, ma almeno di smetterla di sentirsi intimamente assolti solo perché si conosce la difficile situazione della periferia di Barletta tramite il blog del gruppo antifa locale (non so se la periferia di Barletta abbia dei problemi, però ci stava bene). E lo dico anche a me stessa, quando realizzo di non fare proprio nulla, nihil, vuoto cosmico, a parte arrabbiarmi davanti a uno schermo (tv, computer, poco importa). Dovremmo sentirci tutti immensamente in colpa e ci dovrebbero prudere le mani per la voglia di combinare, che sia anche solo trovarsi ed esprimere idee sul domani, organizzarsi in qualcosa di reale. E invece no, ci sentiamo assolti da un post-it. Penso che a qualcuno di voi siano venute in mente le parole di De André, quando dice che “per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti”. Non si potrebbe dire meglio.

Ricapitolando: c’è chi è coinvolto e non lo sa, c’è chi è coinvolto e lo sa, c’è chi è coinvolto e firma petizioni a raffica, c’è chi è coinvolto e pubblica foto su repubblica.it e poi c’è chi è coinvolto e ne approfitta per farsi un decreto.
Ma questa è un’altra storia.

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