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No taxation without representation

Alessio Mazzucco

Pagare le tasse è bello: il fu compianto Tommaso Padoa Schioppa aveva ragione. Pagare le tasse significa appartenere a una comunità, sacrificare una parte delle proprie ricchezze per gli altri, certo che nei giorni di difficoltà altri pagheranno e sosterranno la baracca. Le tasse sono un po’ la versione allargata delle casse di mutuo soccorso, le raccolte nate a fine ottocento in piena Seconda Rivoluzione Industriale per sostenere le famiglie di operai morti, malati o licenziati (da qui la nascita dei sindacati, i partiti socialisti e così via). Le tasse sono belle. Ma possono essere ingiuste.

No taxation without representation (o come direbbe Rutelli: no tassescion witaut rapresentescion) è un motto assai nobile, impoverito e deturpato dall’estrema destra americana dei Tea Party. Nato, in effetti, in occasione del Tea Party di Boston (poco prima dello scoppio della Rivoluzione Americana), un assalto di colonialisti alle navi mercantili in partenza per la madre patria inglese che rovesciò in mare il preziosissimo carico: tè, per l’appunto. Il Tea Party segnalò una svolta nelle proteste delle tredici colonie americane: non si sarebbero più pagate le tasse alla Corona finché anche ai colonialisti fosse data la possibilità di rappresentarsi presso il parlamento inglese per decidere di quante tasse dovessero farsi carico le colonie. Tasse. Sempre tasse.

L’origine del Parlamento inglese è molto simile. La borghesia mercantile inglese odiava due cose: il Papa e le guerre del Re. Le pulsioni anti-sovrano non erano una novità nella gaia Inghilterra, tanto che non solo si elevò a rango di eroe popolare un brigante che derubava gli sceriffi di Nottingham delle gabelle dirette al Principe Giovanni, ma proprio in Inghilterra nacque il primo Parlamento in Europa dedicato alla discussione di ogni nuova imposta decisa dal Re per finanziare le proprie pulsioni belliche. E se un Re si faceva saltare in testa il grillo d’imporre nuove tasse senza consultare il parlamento, o di scavalcare direttamente le prerogative dei deputati, la soluzione era semplice e a portata di mano: via la testa al Re. E così via con la Rivoluzione, Cromwell, la guerra civile e gli Orange. Un’altra storia. 

Come pensate sia nata l’Assemblea degli Stati in Francia? Il primo stato (i nobili), il secondo (il clero) e il terzo (la borghesia) si riunivano per discutere delle imposte del Re. Che poi gravassero sempre sulla borghesia, che clero e nobili votassero sempre compatti (il voto era per stato, non per teste), eccetera eccetera, be, come sapete portò a una serie di eventi di cui elenchiamo solo: Bastiglia, Costituzione, Repubblica, Robespierre, Terrore, Napoleone, Restaurazione. Tasse, signori, tasse.

Ci sono due cose che, personalmente, odio: la prima, lo spreco; la seconda, l’imposizione fiscale senza rappresentanza legittima. Parliamo dello spreco. Se siamo, com’è vero, uno dei Paesi europei a maggiore pressione fiscale (tasse dirette+indirette), ma tra quelli con gli indici maggiori di disuguaglianza dei redditi e povertà e con gli indici più bassi di attrattività degli investimenti, numero laureati, turismo (in confronto a Francia e Spagna – gli unici due paesi che possono competere con noi), un problema c’è. Che poi si siano susseguiti governi incapaci, inutili o troppo brevi nel corso della nostra storia repubblicana, nessun dubbio. Il problema persiste.

Definito un problema esistente, passiamo ai sintomi. Burocrazia insostenibile, moltiplicazione delle poltrone e dei burocrati, imposizione fiscale pesante e iniqua, infrastrutture inefficienti, giustizia lenta e inefficiente e via dicendo tante belle cose di cui parliamo da vent’anni senza mai cambiare. Un primo punto potrebbe essere: forse spendiamo male i nostri soldi? Banale, vero. Ma dato che i “nostri soldi” sono proprio quelle gabelle che ogni anno paghiamo tra lacrime, rabbia e lamentele, forse spendere meno e spendere meglio potrebbe essere una soluzione possibile. Populismo di destra? Populismo liberista? Forse. Personalmente, quando vedo un problema davanti, non persisto sulla strada seguita fino a quel momento, ma cerco altre soluzioni.

Argomentazioni contro “una minore spesa”.

1. Lo Stato è l’unico ente con visione d’insieme diretta alla società che possa investire tenendo conto non soltanto di esigenze di economicità ed efficienza, ma di esigenze sociali, ed è l’unico ente che può raccogliere un ammontare di danaro tale da dedicarsi alla realizzazione di una grande opera (sia essa la TAV, un sistema ferroviario efficiente, un aeroporto, la cablazione completa del Paese con cavi a fibre ottiche). Vero. Infatti sono un sostenitore dell’investimento pubblico, a tre condizioni: la prima, che sia diretto verso qualcosa di specifico e non casuale (vedi pioggia di danari su tante piccole opere rimaste incompiute); la seconda, che a decidere gli investimenti sia una classe dirigente di cui mi fidi (e magari che io abbia avuto la possibilità di votare – sto parlando del Parlamento, grillini ignoranti, il Governo non si vota in una Repubblica Parlamentare!); terzo, che mi si dica il tempo di realizzazione, l’ammontare di risorse coinvolte, il risultato finale senza fronzoli e sparate.

2. Dire che tanti bisogni privati concorrenti portino a un equilibrio economico superiore (e positivo per la società) è un po’ come affermare che la Terra sia al centro dell’Universo, che l’uomo non discenda dalle scimmie e che Berlusconi sia innocente e perseguitato: è un’ipotesi, una semplice ipotesi. Non è possibile provarla (salta il cosiddetto “esame”) e di conseguenza non è possibile falsificarla. Conseguenza ultima: non mi fido. Dire, quindi, che mettendo in concorrenza A, B e C, la somma delle ricchezze prodotte da A+B+C sia sicuramente uguale (se non superiore) a quella prodotta da un unico ente con visione d’insieme definito D è indimostrabile. Ma perché io affidi all’ente D il compito di trovare un equilibrio economico definitivo, si devono realizzare le ipotesi di cui al punto 1.

3. Meno tasse non aumentano necessariamente i consumi. Britannicamente parlando, It depends. Chi ha studiato economia conosce il termine “propensione marginale al consumo”. Chi non ha studiato economia lo impara in un nano-secondo: la PMC è la percentuale di consumo su ogni euro in più ricevuto nelle proprie tasche. Matematicamente parlando, la PMC ha derivata prima positiva e derivata seconda negativa, ovvero la propensione diminuisce all’aumentare del reddito. In soldoni: guadagnare mille euro al mese a Milano significa consumare più o meno il 100% del proprio reddito; guadagnarne 10,000 potrebbe farmene consumare il 30% e il resto finire in risparmio/investimenti. Dunque mi spiego: tagliare le tasse di 100 alla popolazione non significa tradurre in +100 i consumi privati, ma probabilmente meno a seconda della propria PMC; in breve, un euro in tasca a un individuo non è detto che generi un euro di consumi, un euro in tasca allo Stato genera sicuramente un euro di spesa pubblica. E se sono i consumi/spesa pubblica a rilanciare l’economia, uno potrebbe dire: quindi meglio che ce l’abbia lo Stato per evitare tesaurizzazione (non spesa) di quell’euro! Anche qui, It depends: primo, vorrei essere il più libero possibile nel decidere come spendere la ricchezza prodotta (e quindi il reddito accumulato), senza delegare le scelte di spesa a un gruppo di persone (note come “classe dirigente politica”); secondo, la spesa statale, se ben diretta, genera moltiplicatore (un euro investito genera tot euro di ricchezza di ritorno), quindi investire in ricerca, istruzione, università, infrastrutture, internet eccetera è certamente ben diretto, ma spendere in tanti rivoli d’investimenti, investimentucci, non porta da nessuna parte. Questo è spreco. 

Riassumo. Qual è il giusto livello di tasse da pagare? Se trovassi la soluzione qui, così, un sabato mattina senza alcuna pretesa, mi darebbero un nobel immediatamente. Non ho risposta, ovviamente, ma ho tante domande. La prima, non è un dogma tenere la pressione fiscale alta se sei di sinistra (che poi, oggigiorno, la categoria sinistra cosa indica? Lo vedremo nei prossimi post…), quindi, come abbassare le tasse e ridistribuire meglio le ricchezze? Secondo, è giusto che la nostra imposizione fiscale venga votata da un Parlamento di deputati e senatori che noi non abbiamo scelto? Su questo punto, rimando al mio post precedente (l’auto-citazione è l’anticamera della follia): Legittimati? 

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È facile chiamarli fascisti, più difficile rispondere alle loro richieste

Alessio Mazzucco

La protesta dei forconi scema ed è già un festeggiare , “erano gruppetti di neo-fascisti”, “populisti”, “ignoranti”, “una protesta violenta” nonostante Letta, incoronatosi padre di una legge di stabilità che non è piaciuta a nessuno (ripeto: a NESSUNO), avverta sommessamente di non abbassare la guardia. Che guastafeste! Potevamo finalmente ricominciare a parlare di NOI e solo di NOI, del partito, delle segreterie, delle coalizioni, della legge elettorale, dei processi, dei grillini, e invece no: il Primo Ministro mormora di non abbassare la guardia.

No, Letta, la guardia non va abbassata. Ma non tanto per le proteste di piazza, cose normali che accadono a un paese in recessione da otto trimestri su cui spira la tiepida brezza di uno zero virgola qualcosa di crescita e la voce tuonante della Merkel che impone di perseguire le politiche degli ultimi anni, ma per quel che è accaduto alla società. Eh sì, perché mentre la recessione mordeva, la società si trasformava, cambiava, mutava il suo aspetto – in bene o in male sarà la storia a giudicare – e ora non si torna più indietro. Quindi poche scuse, niente alibi: forconi o non forconi, fascistelli o anarchici, la protesta c’è stata ed è stato il segnale più pericoloso degli ultimi anni dopo il pistolero solitario che ha colpito due poliziotti all’entrata di Palazzo Chigi. Già, perché chi di voi ricorda l’accaduto forse ha dimenticato le dichiarazioni dell’uomo: “Volevo colpire due o tre politici”. Due o tre, come fosse un tiro al piattello, come fossero bersagli per il tiro con l’arco, e invece erano politici, obiettivi di una rabbia repressa e serpeggiante.

Mi rivolgo alla sinistra da questo blog sconosciuto e dico: non cercate altri alibi. Per anni, decenni, vi siete coccolati gli universitari dei collettivi, i dipendenti pubblici, i pensionati e i lavoratori con contratti blindati, e ora vi stupite se vi sputano in faccia. Ma avete dimenticato tutti gli altri, i piccoli-medi imprenditori, le partite IVA, i non protetti, i precari, quelli che sì, forse non parlano il linguaggio delle vecchie liturgie del partito, forse del segretario del PD un po’ se ne sbattono, non partecipano a congressi e assemblee, ma domandano una politica capace di dare un’impronta e una direzione al paese. Lo fanno male? Non ti piacciono? Li chiami fascistelli? Questo non è un mio problema, né il tuo, oh sinistra: le proteste, per definizione, non sono pacifiche marce a suon di tamburi e bella-ciao, quindi dimenticale perché hai perso l’esclusiva.

I forconi non sono più in piazza. Vero. Eppure la protesta ha rappresentato una cesura: la rabbia resta, e i partecipanti si sono conosciuti proprio quel giorno sulle piazze, e magari si riorganizzeranno, magari no. Il malessere non si cancella con un colpo di spugna, una pacca sulla spalla e un articoletto di Serra o Gramellini che richiama all’ordine, alla pacificazione sociale e al buonismo globale. No, il malessere si cancella con le riforme.

Concludo: questo governo ha campato già abbastanza a lungo da permettere a Grillo di abbaiare più di quel che meriti, ai grillini di farsi profeti della nuova purezza, a Berlusconi di rimettersi in sesto e alla sinistra di riorganizzarsi. Vi prego: legge elettorale, stop al bicameralismo, premio di maggioranza a chi ottiene la percentuale più alta di voti e nuovo governo. Vi sembra poco democratico? Se ci pensate, la democrazia risponde al fine di permettere al popolo di partecipare, e a un paese di perseguire gli obiettivi con cui le parti politiche si cingono i vessilli; questo sistema politico non risponde  a queste esigenze, quindi non la considero più democrazia.

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Sfogo: un breve (s)punto della situazione

Alessio Mazzucco

A volte penso a un giornalista inglese fresco di nomina che viene inviato nella nostra bella penisola come osservatore della politica italiana. E rido. Rido perché pensare a un professionista dall’accento british calarsi nelle oscure cloache della politica italiana con le sue brutture, contraddizioni e assurdità ha il sapore della commedia.

A noi piace. A noi piacciono gli intrecci, i vizi, i colpi di mano e le coltellate alle spalle: è la politica, e l’abbiamo inventata noi. Ci sguazziamo. Ci innamoriamo perdutamente dei complessi barocchismi del parlamentarismo nostrano, siamo drogati dell’intreccio indissolubile. Poi, dopo l’ubriacatura, dopo essersi ingozzati, come ingordi, alla tavola della politica, ci guardiamo attorno e ci lamentiamo, perché nulla va come dovrebbe andare.

Dunque il punto. Letta dichiara che, a forza di privatizzazioni, tagli e austerity Grillo raggiungerà il 51%. Grillo, dal canto suo, forte della mediocrità sua e dei suoi seguaci, si fa capopopolo in una Genova in rivolta, ritrovandosi scornato dal fuoco di paglia, spentosi dopo cinque giorni di minacce rivoluzionarie reiterate. Berlusconi basta: ha rotto i coglioni. Però però però: con la sua agile manovra scissionista, voilà, ecco il centro-destra aggiudicarsi il primo posto nei sondaggi.

E il PD? Dorme. Sarà un revival prodiano a firma Civati che tutto addormenta e culla nella retorica ulivista d’annata, o sarà semplicemente che un partito mai nato deve giocarsela tra le pulsioni demo-americane, demo-socialiste, liberal-socialiste, post-socialiste, post-comuniste senza il coraggio di buttare il cuore oltre l’ostacolo e unirsi sulla scia dei grandi partiti socialisti e laburisti europei o scindersi definitivamente (che non è neanche una brutta soluzione). Non so. Sta di fatto che il campione da campagna elettorale rimane Crozza, spin-doctor di Bersani in tempi elettorali e battitore libero sui candidati delle primarie, mentre la partita si gioca tutta tra lo scalpitante Renzi e l’emblematico, calmo, serafico Letta, incarnazione del nuovo centro e proiezione governativa del Presidente Napolitano.

Tutto il resto resta avvolto dal mistero. A Milano, i grandi nomi del salotto buono, i legami della finanza meneghina che hanno condotto la partita finanziaria italiana negli ultimi decenni, si stanno separando, un divorzio silenzioso che avrà ripercussioni enormi sull’economia del Paese. A Torino, la Fiat è l’unica impresa automobilistica europea che non riesce a ripartire. La Sardegna è in ginocchio. Sulcis, Ilva, Finmeccanica dei grandi punti interrogativi. Alitalia non ne parliamo: rigettata da arabi, russi e cinesi, resta solo una patata bollente in mano ai Capitani Coraggiosi e pochi altri nomi importanti (Intesa Sanpaolo, Poste Italiane – in forse).

Il mondo continua a cambiare. La Merkel criticata dall’Economist, il Financial Times, Obama, la Commissione Europea, i no-euro di Bagnai, il barista sotto casa, i grillini in parlamento, il PD anche se non si capisce bene, il PdL, i liberali, i conservatori, i liberisti e i socialisti: insomma, tutti. Ma invece di dar forza e vigore ai socialisti di mezz’Europa, le sinistre crollano nei sondaggi e negli apprezzamenti, Hollande al 15% è solo un esempio, mentre le forze populiste, euro-scettiche, a tratti xenofobe vincono a tavolino per mancanza di avversari.

E noi? Noi che parliamo, scriviamo, discutiamo, ancora ci crediamo, noi, che facciamo? Parliamo di nulla, o di tutto senza saper nulla, ci esprimiamo, opiniamo, insomma, seguiamo la grande tradizione della sinistra da Moretti in avanti. E invece di proporre, che so?, la creazione di veri sindacati per i giovani precari, facilitazioni per aprire nuove imprese, borse di studio, investimenti in restauri di monumenti e periferie abbandonate a se stesse, ci facciamo candidamente sfuggire i fondi messi a disposizione dall’Europa. Tempi stretti? Burocrazia lenta? No: incapacità. 

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Voi chiedete sacrifici, noi chiediamo serietà

Alessio Mazzucco

I sintomi di una classe dirigente fallita si possono ritrovare in innumerevoli esempi. Da dove partire? Forse dal governo tecnico Monti 2011 – 2013? Norberto Bobbio metteva in guardia sui governi tecnici: la politica è questione più alta, diceva, è sintesi di pratica e pensiero, è compromesso tra le parti per riformare e spingere il Paese in una direzione piuttosto che un’altra. Ma la politica si era arresa nel 2011 e in troppe altre occasioni.

Andiamo oltre e veniamo alle rese senza condizioni dei nostri giorni.

Mi ripeterò, o ripeterò chi ha scritto prima di me, ma è bene parlarne, scriverne, discuterne e non lasciare che l’oblio copra anche le ultime vergognose prove di una politica che ha fallito.

Amnistia e indulto sono necessari. Non argomenterò perché qualcun altro l’ha già fatto prima e meglio di me: vi rimando al suo link, o aspetto che il buon Nicolò Calabro scriva un’ottima radicalata sull’argomento. No, non sono contro, anzi. Ma invito tutti voi a ragionare. L’ultimo indulto (e non amnistia, eh!) risale al 2007/2008 (Prodi II), e ad ora sono trascorsi cinque anni. Solo cinque anni. Ora, un paese richiamato dalla Corte Europea dei Diritti per imbarazzante (e criminosa) organizzazione del sistema di carceri e giustizia ha poco da spendersi in parole garantiste e discorsi commoventi sulla situazione disperata (sì, disperata) dei detenuti italiani: deve solamente vergognarsi. Per due motivi.

Il primo, l’aver lasciato da parte la questione carceri e giustizia negli ultimi cinque anni, mettendo in un angolo i Radicali (onore al merito) a occuparsi della questione. Certamente: i carcerati contano molto poco dal punto di vista elettorale. Quanti sono? Sessantamila? Più o meno se votassero tutti compatti e in un unico collegio (ora non ci sono neanche più i collegi) potrebbero a malapena eleggere un rappresentante (uno) alla Camera. E allora di cosa stiamo parlando? Di questo: carte da giocare nell’arena elettorale (neanche troppo in quanto amnistia, indulto e carceri pagano ben poco nella conquista dei voti), o pezze da ricucire a un sistema-colabrodo incapace di riformarsi.

Il secondo, l’amnistia e l’indulto rappresentano perfettamente il fallimento della politica italiana. Davanti a un problema reale, presente, assolutamente fuori da qualsiasi idea di un paese che si dica civile, la politica italiana riesce solamente a produrre risultati nella fretta, nella concitazione, a farlo male e in modo disorganizzato. Cinque anni per riformare il sistema carcerario e ci ritroviamo con un indulto e una bella amnistia. Che poi, rendendosi necessari i 2/3 del parlamento per votarla, è inutile cercare di presagire quale sarà il destino (beffardo per il Paese) del Cavaliere. Ma se salvare lui rappresenterebbe salvare dallo sfacelo carcerario innocenti o detenuti privati della dignità, ben venga.

La questione politica delle carceri è un po’ come Alitalia. Mi si perdoni il paragone, ma seguite il ragionamento. Alitalia era entrata nel mirino di Air-France a cavallo tra 2007 e 2008. Il Governo Prodi si era detto favorevole, poi il Governo Berlusconi IV decise di difendere l’italianità della compagnia di bandiera con soldi pubblici e l’affidò a una cordata d’imprenditori. Salvata la compagnia, salvati i lavoratori, ma cinque anni dopo eccoci da capo. E così Poste Italiane, invece che creare canali di credito facilitato, mutui e investimenti con gli utili d’esercizio, entra in un carrozzone la cui salvezza sarà messa a repentaglio ancora una volta tra cinque, sei o, nella peggiore delle ipotesi, due o tre anni. Che senso ha? La politica poteva sì accompagnare Alitalia nel passaggio, imporsi per evitare la svendita, recuperare gli esuberi e reinserirli nel mercato lavoro con formazione e sussidi. No: ha deciso di tenersi tutto, baracconi inclusi.

Dunque la conclusione: la classe dirigente mostra il suo fallimento quando ragiona su politiche “di pezza”, sul mettere un tappo dove l’acqua entra senza neanche tentare (non dico riuscire, ma tentare) di riparare la nave intera. Siamo in odore di congresso nell’area PD e i candidati e attivisti eccitati dalla lotta scrivono e propongono (me compreso): chiedo a tutti i futuri dirigenti, di livello nazionale o locale che sia, di sottoscrivere con firma le proprie promesse d’intenti, di spiegare e sottoscrivere proposte concrete (alcune almeno, non tutte), i tempi e i modi con cui verranno presentate e/o attuate. Vere promesse insomma, che so, qualcosa che suoni tipo  “Mi impegno solennemente di abolire la Fini-Giovanardi per svuotare le carceri da imprigionamenti inutili e dannosi” e giù la firma così che possiamo controllare al termine mandato. Non è una roba grillina, tranquilli, è un impegno solenne con firma che chiedo ai futuri dirigenti del paese. A noi chiedono sacrifici, è giusto che in cambio diano serietà.

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Paraculismo for dummies

Nicolò Calabro

Credo di essere una persona estremamente  tranquilla… non sono mai l’amico del gruppo crea polemiche o fa sparate tanto per farsi notare, anzi tento sempre di conciliare pareri ed opinioni diversi…ma oggi non ce la faccio più a mantenere la calma e ve lo voglio sommessamente gridare: MI SONO ROTTO I COGLIONI.

E perché direte voi? Per cose come queste…

Immagine 1

Repubblica e SEL, due facce diverse della sinistra italiana che oggi più di ieri dimostra come una delle sue caratteristiche distintive sia l’IPOCRISIA.

“Abolire la Bossi-Fini”. Ottima idea. Sono d’accordo pure io, ma aspetta solo un attimo…

Ah si c’era quella inutile raccolta firme sui referendum  proprio per la sua abrogazione. Vendola aveva promesso migliaia di firme…beh i risultati li potete vedere nella foto qua sotto.

Immagine 2

Grazie al non contributo determinante della sinistra italiana (si PD, sto parlando anche e soprattutto con te) i cittadini italiani non potranno esprimersi su temi quali : 8 per mille, divorzio breve, abolizione finanziamento pubblico ai partiti, droghe e guarda caso proprio immigrazione.

Le colpe sono anche vostre. Quindi la prossima volta che state per scrivere un articolo roboante  o un comunicato su come, quando sarete al governo, cambierete le cose, abbiate la decenza di aspettare  un attimo. Quindi guardatevi allo specchio e dite “si, ho la faccia come il culo”.

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Di cosa vorrei discutere

Vorrei discutere di politica, ed ecco qualche spunto. Il post riguarda il PD, non me ne vogliano i suoi oppositori.

Ultimamente non m’interessano molto i dibattiti legati al partito. Arrabattarsi tra chi si definisce vero interprete della sinistra, e chi s’incorona come il nuovo è inutile se non si conosce la meta: la questione è capire su quali nuovi punti cardinale indirizzare un disegno politico. Propongo poche idee sulle quali non sono disposto a negoziare: opportunità, giustizia sociale, partecipazione, merito. Il resto è, come si suol dire, fuffa.

Nuovi punti cardine: che significa? In primis togliersi dalla mente schemi del passato, ridefinire le parole chiave, analizzare onestamente le possibilità offerte dal mondo in trasformazione. Parole da rivedere: libertà, giustizia, globalizzazione, etica, politica (sono solo alcune).

Primo passo: chiedersi a cosa serva la politica. Non disturbiamo i pensatori del passato (si rivoltano già abbastanza nella tomba) e parliamo di noi. Qual è il fine della politica? Condurre i popoli verso la luce: pretenzioso. Elaborare un nuovo modello di società: impossibile. Unirsi per resistere e migliorarsi e difendere quel che di buono c’è nella società: forse sì. Ecco il fine della politica: portare istanze di gruppi sociali organizzati per cambiare o preservare quel di sbagliato/giusto c’è nel sistema. Ad oggi, salvare la società dalla follia economica è un ottimo spunto per definire una concreta azione politica.

Secondo passo: le parole. Giustizia sociale, opportunità, partecipazione, merito sono titoli immensi del nulla cosmico. Dire “Io credo nella giustizia sociale”, “per un’Italia giusta” e via dicendo sono frasi che paragono senza difficoltà a “Oggi c’è bel tempo” o “Non ci sono più le mezze stagioni”: lasciano il tempo che trovano. Si può fare di più, domandarsi cosa significhi giustizia nel nostro mondo, elaborarne una nostra concezione, parlare nuovamente di eguaglianza e dignità degli individui. Ecco da dove ripartire.

Merito: cos’è il merito? Nulla, se non sappiamo definirlo. Togliere i lacciuoli e aiutare chi dimostra particolari attitudini in un campo non è sbagliato, né dev’essere guardato con sospetto come accade non di rado in ambienti “democratici”. E questo per una ragione molto semplice: un bravo professore merita se svolge bene lo scopo della sua professione, ovvero insegnare. per questo merita di più, in senso sociale ed economico. Definire merito è definire lo scopo degli uomini nella società. Questo non toglie che, come diceva Woody Allen, un uomo saggio preferirà sempre la fortuna al talento, perché per quanto il talento aiuti, la fortuna è quella che fa vincere le partite in bilico. Dunque questo il punto: merito non è un valore assoluto di per sé, ma relativo a una situazione, a un particolare percorso, a un sistema. Chi merita va avanti, ed è giusto così, ma mai dimenticare che chi merita non è geneticamente superiore a qualcun altro, ma il risultato di una serie di sfaccettature culturali, economiche e sociali che ne hanno accompagnato il percorso. Aiutare chi merita a emergere, non dimenticare gli altri, né considerarli “immeritevoli”. Semplicemente, sostenerli, magari spingerli a provare in altre direzioni rispetto agli ambiti in cui non hanno “meritato”.

Opportunità: più facile da definirsi. Dare a tutti gli strumenti e lasciarli liberi d’esprimersi. Questo è quanto. Lo Stato in quanto comunità sociale deve farsi carico di spendere soldi ed energie nella creazione delle possibilità, ma lasciare che sia la società stessa a gestirsi nell’utilizzo degli strumenti. Libertà! Una parola a volte misconosciuta dalla sinistra ma carica di una forza prorompente: la libertà è caos, e il caos è creatività e la creatività è bellezza. Nella società di oggi, liquida, dinamica, tecnologica, globalizzata, i confini e i lacci sono inutili e dannosi, gli argini sono ben più efficaci nel difendere la società dalle esondazioni del caos nel quale siamo immersi, e degli argini è giusto occuparsi.

Democrazia. Democrazia significa decidere in comunità il proprio bene, la direzione da intraprendere. Non significa twittare come non ci fosse un domani, né condividere status da analisti politici, ma comprendere che ascoltare e proporre è il modo migliore per creare nuove idee e portarle avanti. Che democrazia abbiamo oggi? Stracciata dall’impunità della finanza, dai grandi capitali, dai rivolgimenti geo-politici che, volenti o nolenti, ci risucchiano nel loro vortice d’interessi e violenza.

Etica: scopo della politica è spingere verso un’idea di società, indipendentemente da quel che diranno di efficienza, utilità, eccetera. Etica significa rielaborare quel che si pensa meglio per noi, noi, non il mondo (è troppo oltre le nostre capacità) ma noi nel senso di cittadini e individui della società. Non voglio certo uno stato etico, ma nemmeno una tecnocrazia economica che dimentica le domande fondamentali per far quadrare conti di modelli che presuppongono un preciso sistema di riferimento. No, non voglio questo: ecco perché discutere di etica non è onanismo spinto, piacevole in quanto tale ma inutile, quanto ragionamento su noi e le nostre azioni nel mondo.

Vorrei discutere di questo. Chi sta più a sinistra o più a destra è una questione miope e stupida, per il fatto molto semplice che destra e sinistra come le conoscevamo non esistono più e non esisteranno, ma muteranno sulla scia della trasformazione mondiale che stiamo vivendo. Liberiamoci dai laccioli del passato, chiediamoci per una volta, una sola, cosa sia meglio per noi invece di “cos’è più di sinistra”.

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Quello che Baricco non dice.

Di Francesco Saverio Salonia

Ho sempre avuto un rapporto controverso con Alessandro Baricco. Lui è Torinese (nel senso che è nato a Torino), io sono Juventino. Lui è uno scrittore italiano e io gli italiani che scrivono li apprezzo raramente. Se glielo chiedi, lui ti dice che è di sinistra, io no.

Mi ha incuriosito con Oceano Mare, disturbato con Seta, orripilato con L’Odissea. Mi ha reso per sempre suo debitore con City, sedotto e poi deluso con Castelli di Rabbia. Quello con le macchine l’ho iniziato e neanche finito. E poi, bhe, c’è sempre 900.

Non credo di aver mai avuto una relazione così contraddittoria con uno scrittore.

Anche ieri la storia è continuata. Quei 7 minuti che ho guardato senza particolari aspettative sono invece un crescendo di soddisfazioni. Si inizia col dato anagrafico. Baricco vent’anni fa ne aveva trenta e nella sua giovinezza ispirata arrabbiata e piena di grandi progetti adesso che di anni ne ha 50, ha riscoperto degli errori fondamentali. L’egalitarismo è un macigno che la sinistra si porta dietro fin da quando è bambina e i suoi più intestarditi baluardi sono stati sempre troppo occupati o non abbastanza in buona fede per rendersi conto o ammettere, che troppa disuguaglianza non si può tollerare, ma senza la giusta dose di disuguaglianza si ristagna nella mediocrità di un immobilismo sociale che da i brividi. Baricco mi da una prima soddisfazione.

Avere il coraggio di pronunciare parole che sono “troppo poco di sinistra” aiuta nel merito. Che a decidere debbano essere coloro che hanno sviluppato le migliori capacità e competenze non ci piove. Ed è proprio in questo concetto semplicissimo che riposa quella sana dose di ineguaglianza, che distingue i più capaci dai meno capaci, rendendo ad ognuno il ruolo ed il riconoscimento che gli spetta. Si chiama meritocrazia. Baricco seguita a meritare la mia attenzione.

Il sistema educativo non dovrebbe appiattire gli studenti in una massa informe ed indistinta in nome di una non meglio specificata equità, bensì spronare ogni individuo secondo il suo talento a fare quanto di meglio nelle proprie facoltà, per diventare una di quelle persone capaci e competenti di cui si parlava poco fa. Si chiama formare la classe dirigente del futuro. Baricco continua a colpire nel segno.

Il conservatorismo camuffato da tutela, il muovere per secondi, la paura di perdere completano l’idillio. Bene, bravo Alessandro.

Però, come mi è successo spesso leggendo i tuoi libri, mi lasci non del tutto appagato, non del tutto soddisfatto. Tocchi tutti i nervi scoperti tranne uno. E non uno qualunque, ma il più importante, il più dolorosamente evidente, quello che pulsa sotto la cute della sinistra italiana con vigore sempre rinnovato.

Chi sta a Sinistra gode di una inveterata superiorità morale. Se stai a Sinistra sei più onesto, più giusto, più probo di tutti quelli che, poveretti, stanno altrove. E non è uno scherzo, un modo di dire o una presa in giro. Si tratta di una presunzione odiosa, che viene ribadita notte e giorno, da anni e anni ed è strettamente legata all’abitudine per cui se qualcuno ha sconfitto la sinistra, allora deve aver barato. La superiorità morale è lì, in moltissimi la sbandierano palesemente, con altri devi discutere un’oretta prima che venga a galla, perché è sopita. Ma la convinzione è là ed è saldissima. Gli italiani vivono di piccola corruttela, di evasione fiscale, di frodi, di intrallazzi, di favoritismi, di spintarelle, di marchette e soprattutto di mafia, pare. Tutto questo è serenamente riconosciuto, ma è sempre inteso come altro da se stessi, come totalmente alieno, come un morbo che affligge persone ontologicamente diverse da me. Perché io sono di Sinistra e certe cose non le faccio.

Fintanto che esisterà una cospicua parte di italiani convinta di tutto ciò, per il solo fatto di collocarsi all’interno di una forza politica di appartenenza, non ci saranno Renzi, Vendola o Bersani che tengano. Se non cambia questo, non cambia nulla.

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