Dio è morto, Marx è morto e Renzi sta benone

Gianmario Pisanu

Dal Vangelo secondo Scalfari (Repubblica, 14/09/2014): Renzi è un post-ideologo d’accatto e, al netto della gobba e dei rapporti coi Bontade, è una copia sputata di Andreotti, il cinico per antonomasia (lode a te o Scalfari). Dopo una filippica stile o tempora o mores, l’accusa assume contorni più concreti: Renzi ha epurato gli ex PCI-PDS-DS, lasciando il Partito (che per Gramsci assurgeva a Principe machiavellico) in balia di ex margheritini e squinzie da 4 soldi, tutti con accento fiorentino.

Posto che ciò sia vero, e a giudicare dalla composizione dei gruppi parlamentari ancora non lo è, si ripropone ancora una volta l’eterno rovello che affligge i post-berlingueriani: siamo diversi, uguali, diversi (© Moretti)? Ma soprattutto: l’Ideologia, che ci rende così diversi e così uguali al contempo, è cosa buona e giusta?

Spesso, quando non si trova risposta ai propri dubbi, è la domanda a essere sbagliata. Così, appiattendosi alle solite dicotomie di stampo manicheo (Bene-Male, Bello-Brutto, Buono-Cattivo, Onesto-Berlusconi), la sinistra ricasca nei propri vizietti e si richiude a riccio nella propria verginità, quella sì assai pop (altro che giubbotto stile Fonzie), fatta di cantanti, predicatori che razzolano male, cineasti in cerca di finanziamenti, Papa-Benigni I e via dicendo. Dopo un bagno d’umiltà (non facile per chi, alla soglia dei sessant’anni, si crede ancora meglio gioventù), bisognerebbe chiedersi, piuttosto: l’ideologia ha ancora un senso?

Per quei paradossi della storia tanto cari a Hegel, Karl Marx, padre putativo del Comunismo, considerava l’ideologia un’impostura. Trasponendo le questioni etico-politiche in termini metafisici, cristallizza i rapporti di forza produttivi in seno alla società, giustificandoli ab aeterno. Per converso, la coscienza di classe si sarebbe inevitabilmente sviluppata da presupposti tutt’altro che astratti o imposti dall’alto. Un altro grande “maestro del sospetto”, Derrida (curiosamente, e forse non a caso, anch’esso affine al mondo di sinistra), si divertiva a decostruire “giochi di parole”, apparentemente innocui, per svelarne il potenziale totalitario implicito.

Ora, come non ravvisare un’alea d’ipocrisia nelle strategie di buona parte della classe politica “progressista” degli ultimi vent’anni? Cresciuta e crogiolatisi nel “Mito della Grande Marcia”, non quella epica e tragica del Condottiero Mao, ma la rappresentazione farsesca e kitsch sbertucciata da Kundera, la Sinistra ha trastullato i propri elettori con “narrazioni” di comodo, scambiando per asettiche verità/diritti universali quelli che in realtà erano giochi di Potere. Così, che c’è di “Sinistra” in un sindacato che, giustamente, non essendo un ente caritatevole, difende gli interessi dei propri tesserati (lavoratori pubblici, pensionati), spesso a scapito del giovane disoccupato o della partita IVA? E ancora: quale “Sinistra” dietro la svendita colossale di pezzi del patrimonio pubblico italiano ai “capitani coraggiosi” col pretesto molto kitsch di un enorme girotondo europeo tutti mano nella mano al suono dell’Inno alla Gioia? Potrei proseguire coi vari bassolinismi e vendolismi, sorti come funghi all’indomani della famigerata revisione del Titolo V: clientelismi sfrenati mascherati da New Deal, tra cui l’indimenticabile “Primavera di Napoli” di fine anni ’90 (ah, la stampa italiana).

Ma la fine di quelle che Lyotard chiamava meta-narrazioni (métarecits), sottolineandone il carattere puttanesco e illusorio, ha lasciato un vuoto difficile da accettare. Il post-moderno, che al moderno si oppone in quanto rappresentazione non teleologica della Storia (scompare cioè l’identità Modernità = Progresso, tanto cara alla sinistra per l’appunto “progressista”) è più che mai realtà nel mondo dell’informazione iper-frammentata e schizofrenica: ne è la riprova la diffusione virale  del Movimento 5 Stelle via web, impensabile fino a pochi anni fa.

Sul solco della post-modernità, Renzi posa dunque da Don Chisciotte un po’ folle denudando ciò che le sacre vestali del politically correct custodivano gelosamente. Un gioco di Potere che accetta di definirsi tale e combatte altri giochi di Potere camuffati da ideologia: questa è stata l’essenza della “rottamazione”.

Intendiamoci: l’accettazione di tutto ciò non coincide con l’esaltazione della Post-Ideologia, spesso assurta a vera e propria ideologia e, dunque, anch’essa velo di Maya di interessi inconfessabili tipo confindustriali. Né l’ideologia è sempre stata necessariamente un male: la probità dei vecchi togliattiani tutti d’un pezzo nasceva da un comune sentire, altro che diversità morale antropologica e Berlinguer-ti-voglio-bene.

In questo senso, la preziosa eredità del decostruzionismo ci aiuta a uscire dal cul de sac che la contrapposizione Ideologia-Post Ideologia inevitabilmente ripropone. La Verità sta sempre nel mezzo: non in senso salomonico o benpensante di moderazione (nessuna Nuova DC  o “casinianesimo” vario), bensì di non detto. Quindi: partecipiamo  alla vita politica accettando che le nostre lenti deformanti, pure inevitabili, si  siano un po’ assottigliate, rifuggiamo ogni nostalgia verso le “magnifiche sorti e progressive” e diffidiamo dei venditori di icone. Con buona pace dell’Eugenio nazionale.

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