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Saviano, ma che mi combini? La mafia al Nord NON esiste!

Alessio Mazzucco

Sei fissato con Saviano! mi direte. E avrete ragione. Un giovane, trentunenne quest’anno, scrive un libro, argomento mafia. E’ un successo, un best-seller, uno dei libri che più hanno suscitato scalpore in Italia e nel mondo. Ma a noi un po’ dà fastidio. Eddai, diciamocelo, tra noi, su questo blog, zitti zitti: ci irrita un poco che un libro abbia reso uno ricco (forse) e famoso. Se aggiungiamo la scorta pagata dai contribuenti il fastidio sale alle stelle, non è vero? E poi mente, o mi sbaglio?

Niente sorrisetti maliziosi, sono serissimo. Sono serio e sapete perché? Un giovane giornalista mi viene a dire che la mafia esiste anche al Nord, che si è sviluppata in quel della Lombardia, che lentamente si allarga nelle maglie economico-politiche della società. Io non ci credo, non ci posso credere. Com’è possibile? Qui nessuno mi chiede il pizzo, né minaccia giudici, procuratori o politici. Qui la mafia non esiste. E vorrei ringraziare Umberto Bossi, vicepresidente del Consiglio, che ha ribattuto con un bel “fanculo” a quel birichino di Fini, reo d’aver insinuato che Saviano possa avere ragione.

Saviano, l’hai combinata grossa. Finché ci parlavi di Falcone e Borsellino (argomento facile, ammettilo, scontato, inflazionato oserei dire) andava tutto bene. Adesso, però, riporti notizie e indagini sul tentativo della mafia di legarsi alla politica settentrionale attraverso le figure secondarie di qualche (uno) consigliere provinciale leghista? E no, Saviano, così non va bene. Stufi. Irriti. Ti dirò di più: mi hai deluso. In questo Paese va tutto bene, Saviano, soprattutto qui al Nord, tra monti e nebbioni. Mi hai capito? Qui va tutto bene.

Ordunque, riprendiamo gli ultimi eventi. Fan ridere messi di fila, dico davvero! Saviano riporta, come suo solito, delle indagini. Parla della Lega, non l’accusa (nota bene), ma spiega che la camorra puntava ad avere appoggi politici. Maroni insorge, Il Giornale titola: “Firma contro Saviano che dà del mafioso al Nord”, “E Saviano accusa la Lega: è complice della mafia”, “Il sogno di Saviano: leghisti assassini”. Ciliegina sulla torta: “Iniziativa. Una firma contro Saviano, aderisci”. Insomma, o qualcuno non ha capito che si è detto a Vieni via con me, o io non ho afferrato i tra le righe del discorso di Saviano (possibilissimo) oppure c’è un problema.

Scelgo la prima e la terza. Le accendo. Qualcuno non ha capito (o non vuole capire) e c’è un problema. Non ho dubbi. Ma si può sapere cosa disturba tanto di Saviano? Ma invece di scrivere il sogno di Saviano, il teorema di Saviano, Saviano accusa et similia, non è proprio possibile smentire con i fatti, riportare le indagini, smontarne (se davvero c’è qualcosa da smontare) il discorso? Meglio: ma se Saviano accusasse anche direttamente la Lega (cosa, ripeto, che non ha fatto), dei bravi giornalisti non dovrebbero rivolgersi agli esponenti leghisti di spicco e chiedere delucidazioni su quanto detto? No? Devono accusare l’accusatore ed ergersi ad avvocati d’ufficio dei politici? Bravi, avete la mia stima.

Credo si possa riconoscere un Paese alla frutta non dagli scandali, la disoccupazione, il conflitto d’interessi, la mafia, le balle, l’università a rotoli, la ricerca devastata, l’economia immobile, l’ambiente soffocato dal cemento, le infrastrutture ferme, l’ignoranza dilagante, la volgarità senza precedenti, ecc… ma dalle piccole cose. L’attacco a Saviano è una di queste.

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Il Giornale, Repubblica, Masi e il giornalismo italiano: everything gonna be alright (?)

Alessio Mazzucco

L’articolo di Alberto mi ha dato lo spunto per una riflessione. Cos’è un dossier, cos’è fare giornalismo, cos’è l’inchiesta? Tento una mia idea. Si può parlare di dossier quando documenti, accuse e inchieste vengono falsificate (caso Boffo), tenute da parte con minacce di pubblicazione se non si rientra nei ranghi (ricordo un Feltri e dei dossier a luci rosse su Fini) o usate per ricatti sottili o grossolani (vedremo come finirà il caso Marcegaglia).

Ho citato Il Giornale perché da mesi oramai si trova al centro delle polemiche di una parte del mondo giornalistico. La ragione c’è: pubblicare articoli e inchieste ad hoc quando il soggetto disturba il politico di riferimento non è certo esempio di buon giornalismo. La Repubblica getta fango? Qualcuno potrebbe dirlo quando pubblica gli incontri con le escort, i festini o le case possedute su lidi offshore. Però c’è un problema estremamente rilevante: come faccio io, cittadino, a venirne a conoscenza se tutti tacciono?

Io, personalmente, non ho nulla in contrario a vedere politici sbattuti in prima pagina se inchieste condotte con serietà mostrano gravi fatti che li coinvolgono. Non ho nulla in contrario che la vita privata dei politici venga seguita e controllata nella coerenza tra comportamento e dichiarazioni. Un esempio? Chi è contro la legalizzazione delle droghe leggere non può fumarsi neanche uno spinello, chi dichiara guerra al fenomeno della prostituzione contro la sua legalizzazione non può andare con le escort e così via.. Poi, per me chiunque è libero di far ciò che vuole. Non m’importa nulla che Bertolaso riceva certe prestazioni da donne affascinanti a pagamento; se a fornirgliele erano gli imprenditori con cui concludeva gli affari della Pubblica Amministrazione la questione cambia.

Ora, l’articolo in questione di Repubblica sulla questione Antigua-Berlusconi ha firma Giuseppe D’Avanzo che altro non fa se non riportare l’inchiesta di Report integrandone la parte riguardante la banca svizzera, Arner. Scrivere e riportare notizie non è dossierare né gettar fango, sempre che le si riportino nel momento in cui se ne entra in possesso. Questo è fare giornalismo. Giustamente, la Gabanelli, prima di cominciare la trasmissione, ha affermato la necessità di trasparenza da parte del Presidente della Camera sulla questione Montecarlo & cognato; d’altra parte, il Presidente del Consiglio non è certo immune a tale richiesta di chiarezza sui propri comportamenti e possedimenti.

Ieri, Curzio Maltese scriveva (sempre su Repubblica): “Dopo mesi e mesi a discutere di pettegolezzi mai provati sulla casetta di 55 metri quadri a Montecarlo venduta (forse) sottocosto da Fini al cognato (sempre forse), ecco un bel villone da almeno venti milioni comprato sicuramente dal Presidente del Consiglio, sicuramente attraverso società offshore, in un paradiso fiscale e con i fondi depositati in una banca svizzera indagata per riciclaggio”. Questo non è fango, ma inchiesta. Che poi Maltese dia più importanza ad uno o all’altro probabilmente deriva da una sua più o meno alta considerazione/simpatia dei soggetti, e questo può scivolare nell’essere troppo parziali. Report e Repubblica han fatto bene a riportare l’inchiesta, così come Il Giornale non sbaglia a chiedere chiarezza e trasparenza a Fini: l’unica differenza è colpire con un timer a orologeria nel momento in cui il generale in seconda si ribella al capo. Ecco perché si parla di fango e dossier.

Mi sto dilungando, perdonatemi. Il 24 settembre, Marco Lillo pubblicava sul Fatto un’intervista con il ministro della giustizia di Santa Lucia in cui si affermava l’autenticità della lettera che inchiodava Tulliani nella vicenda Fini. Il giorno dopo, Padellaro, direttore della testata, rispondeva allo stupore di chi faceva notare che la notizia avrebbe sfavorito Fini vs Berlusconi spiegando che un giornalista pubblica le notizie di rilevante importanza man mano che ne entra in possesso, non quando può essere più comodo al proprio politico/soggetto di riferimento. Questo è giornalismo.

Giornalismo in televisione: due parole su Masi. Il direttorissimo RAI ha dichiarato da Vespa che non si è mai visto un conduttore mandare a vaffanbicchiere (Santoro dixit) il proprio direttore. Non si è neanche mai visto un direttore che le tenta tutte per bloccare i programmi di approfondimento politico. L’ultimo obiettivo è Fazio (noto rivoluzionario e sovversivo della televisione pubblica italiana) e Saviano (chi era costui?), intenzionati a parlar di mafia, politica e, ahimè lui c’è sempre, Berlusconi. Anche quello è giornalismo. Vero che inchieste, accuse e notizie non fan bene all’aria politica italiana, ma, perdonate la domanda, quale sarebbe l’alternativa? Fregarsene? Lasciar correre? Magari far programmi che mi assicurino che in Italia va tutto per il meglio, che cullino la mia inquietudine, che mi spieghino che la mafia non esiste, che non ci sono legami oscuri tra politica ed economia? Direi alternativa evitabile.

Fango e dossier. Certo, esistono. Preferisco un po’ di fango, però, al silenzio. La giustizia deve fare il suo corso, ma io ho diritto di sapere chi deciderà il futuro e le regole della società in cui vivo. E, tra parentesi, inchieste o no, a ieri il 46% degli italiani non sapeva nulla della questione Berlusconi-ville in lidi offshore & Co. Siamo sicuri di non sprecare troppo fiato inutilmente?

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