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Le invasioni barbariche [Canada, 2003]

Alessio Mazzucco

Devo ringraziare Filip per avermi moralmente obbligato a vedere questo film. Canadese, vincitore di Cannes per la sceneggiatura e un’interpretazione femminile, vincitore di numerosi altri premi (Oscar Miglior Film Straniero), senza contare tutte le nomination. Un film intelligente, a mio parere commovente, colto, di quella cultura estremamente apprezzabile e godibile, un film che fa riflettere.

In breve la storia. Un professore universitario dedito al vino, le lettere, le donne e la cultura, ha una malattia terminale. L’ex-moglie chiama il figlio, uomo d’affari di Londra (uno che non ha mai letto un libro per lasciarsi trascinare dai videogiochi, come lo descrive sprezzamente il professore), che, una volta arrivato a Montreal, si dedica interamente a far vivere felicemente gli ultimi giorni del padre. Chiamerà gli amici, pagherà per avere una stanza personale nell’ospedale pubblico, lo porterà in una casa in riva al lago dove, alla fine, lo saluteranno tutti un’ultima volta.

Il tema centrale è l’eutanasia. Se è possibile e come fare per alleviare il dolore d’un paziente, se e come decidere di morire di scelta propria. Ma anche l’amore, il matrimonio, la famiglia, l’amicizia, la droga e la vita. Domande, riflessioni, risposte e dialoghi commoventi alla ricerca d’un tempo oramai perduto e d’avventure e desideri celati sotto il peso degli anni. Dov’è la cultura oggi, esiste ancora la cultura? I barbari attaccano l’impero occidentale, o i barbari sono gli occidentali stessi? Domande senza presunzione di risposta. Un film per riflettere, al di là del bigottismo e dell’ipocrisia nostrana su temi di fondamentale importanza.

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Il tempo che ci rimane [Cannes, 2010]

Alessio Mazzucco

Nazaret, luglio 1948. Tra ulivi, declivi ombrosi e bianche case si muovono i soldati dell’esercito israeliano. La città palistinese, invasa, cerca inutilmente di resistere, i guerriglieri sono prigionieri, caduti o latitanti. L’esercito israeliano prende il controllo e, promettendo libertà e diritti ai conquistati, impone la legge militare (controlli, coprifuoco, …). Inizia così la storia nel suo lento dipanarsi tra tre generazioni di una famiglia palestinese, silenziosa spettatrice del cambiamento che scuote la cittadina.

Un po’ commedia, un po’ dramma esistenziale, il film è un’analisi acuta, intelligente, a tratti ironica se non grottesca, dell’occupazione israeliana della Galilea. Una popolazione sfibrata, avvilita, stanca vede trasformarsi abitudini e modi: se la resistenza attiva dei giovani diviene passiva, inframmezzata dai lanci di pietre di qualche gruppetto solitario, se le nuove generazioni smarriscono lentamente ogni volontà, l’intera cittadina di Nazaret pare svilirsi perdendo la sua stessa linfa vitale.

Il regista, sceneggiatore, attore principale è Elia Suleiman, palestinese di ritorno dagli States, silenzioso osservatore della realtà. Passando dal ricordo commovente delle avventure dei genitori, costretti poi in una quotidianità soffocante, ad una partecipazione in prima persona nella pellicola, Elia Suleiman ci racconta cosa significa perdere la terra e l’identità, la forza e il vigore di un popolo sottomesso. Questa sorta di testimonianza abbraccia ogni aspetto della vita e della società: dall’individualismo dei nuovi giovani occidentalizzati, alle feste interrotte dai coprifuoco, ai carriarmati sempre presenti, un peso opprimente nella realtà quotidiana, ai più attempati (dalla madre vedova agli amici di Suleiman rimasti a Nazaret) che, senza più parole sulle labbra, passano le giornate a guardare passivi una città che intorno a loro cresce e si trasforma, perdendo inesorabilmente l’aspetto e l’essenza di un tempo. Le promesse di uguaglianza e diritti si trasformano nel rappresentante del governo israeliano presso la scuola araba, sorridente portatore di tolleranza, pronto a rimproverare un Suleiman ancora bambino con le parole “Chi ti ha detto che gli Stati Uniti sono un paese colonialista? Chi ti ha detto che gli Stati Uniti sono un paese imperialista? Queste cose non si dicono! Hai capito? Non si dicono!”, o nel muro che separa i Palestinesi dagli Israeliani (scena emblematica nell’ultima parte del film).

Un film da vedere? Sì, senza dubbio. Un film che fa riflettere su scene a tratti lente a tratti ripetitive, a volte fisse su un volto o un’espressione o su piccole scintille d’antico furore; praticamente priva di sceneggiatura, la pellicola si presenta come silente (e modesto) testimone del cambiamento. Ottimo film con i tempi che corrono.

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