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L’assoluzione del post-it

di Elena Scaltriti

Qualche sera fa, durante un’uscita tra amici, si è finiti a parlare dell’incredibile postribolo e del ciarpame senza pudore – ma gira col garzantino del libro “Cuore” nascosto nel doppiopetto? – che ci violentano il cervello ormai da un numero considerevole di anni e di canali televisivi. Non che l’attività in sé possa essere in alcun modo originale o sovversiva, ma mi ha comunque dato da pensare. È saltato fuori, tra le altre cose, che affidare il mondo alle donne sarebbe cosa buona e giusta, “se solo voi tutte la deste via di più (ahahah). Poi ci scrostate dalle poltrone, è ovvio, ma prima dovete fregarci in questo modo”, testuali parole maschili. Ok, vediamo se ho capito bene: noi ci si dà al libertinaggio competitivo, si ottiene la cadrega e poi vi si manda a insegnare libro “Cuore” alla scuola elementare, il tutto mentre reggiamo un bicchiere di brandy con una mano, accarezziamo una volpe argentata con l’altra e parliamo al telefono con Hu Jintao? Per carità, non dico certo di no, però dobbiamo aprire una parentesi di una certa ampiezza e magari anche “opposta alla realtà, lontana dal vero, distorta e all’incontrario del vero” (invito le onorevoli Iva Zanicchi ad abbandonare preventivamente questa turpe pagina).
A parte gli scherzi, io non ci sto capendo più niente: prima mi si dice che, essendo donna e residente per ora in Italia, dovrò sudare come un mulo per ottenere con dignità qualsiasi cosa, e poi mi si fa capire che in fondo è facile, che basta giocar furbo e prendere l’uomo in debolezza, ché la dignità è un po’ come l’opposizione: pare ci sia, ma non si fa vedere spesso. Ah dimenticavo, nelle pause tra le due alternative, mi fanno anche sapere che sarebbe d’uopo m’indignassi tantissimo perché l’immagine della donna ne esce terribilmente svilita e che, già che sono online, conviene che apra repubblica.it e mi indigni tantissimo direttamente lì anche per tutte le altre magagne. Possibilmente sbattendo la mia fotografia sulla homepage con un post-it incollato sulla bocca che reciti “io non ci sto/io dico basta/dimettiti/no legge bavaglio/no legittimo impedimento”, a seconda del piede con cui si sono svegliati i giornalisti.
Per quanto mi possa far piacere aumentare le vendite dei sempiterni post-it, trovo ci sia una certa contraddizione nella logica annunciata e poi seguita da giornali come la Repubblica, che si oppongono dichiaratamente all’uso che l’attuale cas(a)ta regnante, e tutto ciò che ormai ne costituisce prolungamento (giornali, televisione, pubblicità, cinema…), fa della donna. Giornali che incitano alla protesta e a “farsi sentire”. E noi siamo ben felici di infiammarci per il modo in cui il corpo femminile viene preso e sbattuto (verbo infelice?) ovunque, diventiamo paonazzi e solleviamo l’indice inquisitore con veemenza durante i comizi familiari a cena. Ed è giustissimo, ci mancherebbe. Eppure cosa viene concretamente da tutte queste calorie bruciate? Piazziamo un foglietto colorato 8×8 sulla bocca, ci facciamo una foto e la inviamo a un sito internet. Punto. Due clic, tasto destro, tasto sinistro, log out. Senza contare che, se proprio vogliamo fare i pignoli, una protesta contro l’uso sconsiderato dell’immagine femminile magari dovrebbe evitare di proporre l’invio di fotografie da raccogliere in un album in prima pagina (e in primo piano ci sono sempre ragazze bellissime, se ci si fa caso). Questo non soltanto riguardo alla questione delle donne, ma per qualsiasi cancro sociale e civile. Ma che importa: l’indignazione è apparsa chiara e cristallina e si può tirare un sospirone di sollievo.

Ora, non voglio fare quella che è contraria a internet o che ce l’ha su con chi firma le petizioni, l’ho sempre fatto anch’io e mi connetto spessissimo. Sono semplicemente preoccupata quando vedo gente che crede di cambiare il mondo sottoscrivendo una petizione a favore di Saviano e acquistando Internazionale o gente che ti squadra con sospetto se solo osi muovere una critica a “Vieni via con me”. Bastasse quello. È che siamo diventati tutti pesanti, bolsi, pigri. Per carità, non dico di imbracciare le armi, né di sparire into the wild, ma almeno di smetterla di sentirsi intimamente assolti solo perché si conosce la difficile situazione della periferia di Barletta tramite il blog del gruppo antifa locale (non so se la periferia di Barletta abbia dei problemi, però ci stava bene). E lo dico anche a me stessa, quando realizzo di non fare proprio nulla, nihil, vuoto cosmico, a parte arrabbiarmi davanti a uno schermo (tv, computer, poco importa). Dovremmo sentirci tutti immensamente in colpa e ci dovrebbero prudere le mani per la voglia di combinare, che sia anche solo trovarsi ed esprimere idee sul domani, organizzarsi in qualcosa di reale. E invece no, ci sentiamo assolti da un post-it. Penso che a qualcuno di voi siano venute in mente le parole di De André, quando dice che “per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti”. Non si potrebbe dire meglio.

Ricapitolando: c’è chi è coinvolto e non lo sa, c’è chi è coinvolto e lo sa, c’è chi è coinvolto e firma petizioni a raffica, c’è chi è coinvolto e pubblica foto su repubblica.it e poi c’è chi è coinvolto e ne approfitta per farsi un decreto.
Ma questa è un’altra storia.

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Serbia che non impari mai

Filip Stefanović

Ieri sera tornavo da Londra, e al controllo passaporti ho provato un leggero senso di vergogna nel porgere il mio passaporto serbo: non è proprio la settimana migliore, pensavo.

Di quello che è successo allo stadio Ferraris di Genova, durante la partita Italia-Serbia per la qualificazione agli Europei del 2012 ne sono piene in questi giorni le prime pagine di tutti i giornali, ed il caso sportivo è subito sfociato in caso politico e diplomatico. Non starò quindi a ripetere la vicenda, né discutere sulle colpe (se della polizia serba che non ha avvertito per tempo i colleghi italiani, o questi ultimi per non aver approntato misure di controllo adeguate all’ingresso): di ultrà ce ne sono in tutta Europa, e basta rivedere la cronaca degli ultimi anni per comprendere come siano un problema serio ed impegnativo anche per l’Italia. Nel caso dei hooligans serbi, però, la vicenda assume contorni ben più drammatici e rivelatori. Vediamo perché.

Belgrado è balzata agli onori della cronaca ben due volte, a distanza di pochi giorni. La prima, domenica scorsa, quando per le strade deserte della capitale, sotto la scorta di 5000 gendarmi in assetto antisommossa, è sfilato il primo gay pride della storia serba. Un primo tentativo, tenutosi nel 2001, è annegato nel sangue, un secondo, l’anno scorso, è stato sospeso giusto un paio di giorni prima per motivi di sicurezza. Ho già parlato di questo ed altro in un articolo dell’ottobre 2009, oggi paurosamente attuale. Domenica, nonostante la massiccia presenza delle forze dell’ordine, masse arrabbiate di hooligans, nazionalisti e ultraconservatori hanno attaccato frontalmente il corteo, cercando di sfondare i cordoni della polizia con l’aiuto di sassi, bottiglie, molotov… La conta finale è stata di 157 feriti e 131 arresti.

Perché tutta questa violenza?

Movimenti di estrema destra, o omofobi, sono presenti ovunque. La Serbia, però, pare essere più  violentemente soggetta a queste tendenze. Qui, tifoserie ultrà calcistiche, simpatizzanti di estrema destra, nazionalisti, ortodossi bigotti si uniscono e spesso confondono sotto l’unica bandiera dell’amore per la Serbia – chiaramente la loro Serbia.

Il problema di questo paese parte da lontano, dall’inizio degli anni ’90 e dalla dissoluzione della Jugoslavia. La Serbia di oggi ha alle spalle una pesantissima eredità di dieci anni di guerre concatenate, iperinflazione galoppante, embarghi, stagnazione economica, politiche antidemocratiche, corruzione, criminalità organizzata, diaspora giovanile ed intelettuale. Quanto basta per riempire interi libri di storia, il tutto condensato in un solo decennio: chi ha vissuto l’era di Milošević sulla propria pelle ne è uscito stanco, deluso, immiserito e oramai completamente scollegato dal mondo occidentale.

La rivoluzione del 5 ottobre 2000 (di nuovo, fare riferimento all’articola sopracitato), sembrava aver posto definitivamente fino a tutto questo, oggi si parla apertamente di un eccesso di ottimismo: la grande, grandissima sfida che aspettava la nuova classe dirigente era quella di riportare un paese con un ritardo accumulato di dieci anni rispetto al mondo sui binari del progresso politico, economico e civile. Affare complesso. E, soprattutto, processo che non può avviarsi da solo, ma necessita della guida drastica, spesso coraggiosa, di una classe politica capace. L’unico uomo in grado di traghettare la Serbia in Europa, il premier Zoran Djindjić, è stato assassinato nel 2003 – proprio a causa delle sue qualità, eccessive per molti centri di potere. Da allora la Serbia si è fermata, come una barca su uno specchio d’olio, cullata impercettibilmente nel mezzo del nulla, con un orizzonte lontano ed uguale da qualunque parte si volti. I politici, colpevolmente insignificanti, che occupano la scena, dal presidente Boris Tadić al Primo ministro Ivica Dačić, sembrano unicamente interessati a mantenere lo status quo, sfoggiando sorrisi proeuropei agli occhi dell’UE, rimanendo ferocemente (e ormai anacronisticamente) convinti della serbità del Kosovo agli occhi dei connazionali, usando e venendo usati dalla Chiesa ortodossa serba per accrescere il proprio consenso. Una chiesa a tratti medievale, interessata a mantenere un controllo politico decisivo sulla vita della Serbia, colpevole nella migliore delle ipotesi di silenzio, se non documentato coinvolgimento, nei crimini di guerra compiuti da parte serba in Bosnia negli anni ’90. Decisa a lottare l’omosessualità – figlia del demonio – con ogni mezzo, lecito e no.

È in un tale contesto che sono nati e cresciuti quei giovani che abbiamo visto l’altra sera a Genova. Ragazzi che a cinque, dieci, quindici anni vivevano in un paese in guerra, in contesti urbani di forte degrado, depressione e violenza, o sotto le bombe Nato del 1999. Generazioni che hanno perso i migliori anni della propria vita per colpa di una classe politica criminale, e che dopo il 2000 sarebbero dovute essere seguite molto più da vicino, di fronte alle quali si sarebbero dovuti ammettere chiaramente, in maniera chiara e decisa gli errori e le colpe del passato, la strada da intraprendere, il decisivo vantaggio che solo l’Unione Europea può garantire per la futura felicità della Serbia. Non fosse altro per rispetto nei loro confronti, e quanto hanno vissuto come vittime senza colpa. Tutto questo non è avvenuto, i giovani (così come i meno giovani) sono stati lasciati a sé stessi, a rimpiangere “eroici” criminali di guerra come Mladić e Karadžić, incitare all’odio verso tutti, albanesi, bosniaci, americani e sognare un glorioso passato in realtà mai esistito. Tutto questo crea una situazione potenzialmente esplosiva, l’uscita non pare vedersi, come nemmeno le possibili conseguenze nel medio periodo. Conseguenze che, nei Balcani, raramente hanno evitato contorni altamente tragici.

In definitiva, è inutile che il presidente Tadić porga scuse ufficiali per il comportamento degli ultrà a Genova: la colpa è unicamente sua e del suo governo. Di chi ha cresciuto figli degeneri fingendo poi stupore se in casa altrui si comportano nell’unica maniera che conoscono: da barbari. Prima i diritti umani ed una società civile, e solo allora il calcio. La strada inversa, abbiamo visto, non funziona.

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A.A.A. Razzisti cercansi

Filip Stefanović

Vivo in Italia da ormai diciassette anni, eppure in tutto questo tempo non sono ancora riuscito ad imbattermi in un razzista. La cosa mi è balzata all’occhio proprio ieri sera, guardando Annozero (sì, perché sono uno pieno di odio e livore, io, oltre che extracomunitario). Tra le varie testimonianze e collegamenti, c’era Ruotolo in diretta dalla mensa scolastica di Adro, quella balzata all’onore (o forse meglio disonore) della cronaca per aver lasciato a casa quaranta bambini morosi, e dopo che il loro debito era stato appianato da un imprenditore locale, le madri degli altri bambini si sono coalizzate nuovamente per impedirlo: <<Ciascuno paghi i propri debiti, se no gli extracomunitari faranno sempre i furbetti. Che messaggio passiamo ai nostri figli?>>. Pietà l’è morta, mi viene da dire, a meno che non ci si trovi come Eluana Englaro, lì il nostro spirito cristiano si prodiga per nutrire un corpo in coma irreversibile, meno per quattro bambini marocchini vivi e vegeti. Tornando in tema, durante la diretta il sindaco di Adro, leghista of course, sottolinea più e più volte, come del resto alcune delle madri bresciane, che Adro non è un paese razzista, e non si fa razzismo. Ora, non mi è ben chiaro se i leghisti non ammettano di essere razzisti perché è un epiteto ancora un poco “out”, o se ci credano davvero. Sarebbe pertanto interessante chiedere loro una definizione di razzismo. Razzisti erano solo i tedeschi? Tolta la camera a gas, il resto è tolleranza? Sarebbe però troppo comodo sputare unicamente sulla Lega Nord, che del populismo ha fatto un mestiere: ad essere razzisti sono gli italiani. Tutti. Mi dispiace se a qualcuno verrà da storcere il naso, o rimarrà incredulo, o mi taccerà di qualunquismo. Con quel tutti non sottintendo sessanta milioni di individui, e sono certo che a tantissime persone nulla importa, soprattutto all’aumentare del grado d’istruzione (ma anche questa è una correlazione di cui comincio a dubitare). Con quel tutti voglio indicare tutti gli strati sociali, tutte le parti politiche, tutte le regioni d’Italia. È un razzismo blando e diffuso, così inconscio che gli italiani non se ne accorgono nemmeno. Io ci convivo da sempre, per questo so di non parlare a sproposito.

È il razzismo del “tu”, che ogni volta che mi rivolgo a uno sportello pubblico (soprattutto se uno sportello immigrazione della polizia), letto il mio nome straniero smettono di darmi del lei. <<Come ti chiami?>>, <<Cosa fai?>>, <<Dove vivi?>>. È lo stupore che leggo nei vostri occhi quando dico non essere italiano, nonostante il mio accento lombardo. È il commento che più spesso ricevo, a caldo, in queste situazioni: <<Ma sei come noi!>>. Quasi come un’amichevole pacca sulla spalla, un innalzamento di grado nella scala sociale e di dignità umana. “Ehi, salta su, ti accettiamo!”. Sono come voi? Certo che sono come voi, lo so. Cosa dovrei fare per esternare la mia serbitudine? Girare con un kalashnikov, rubarvi in casa, bestemmiare con accento slavo? È l’uso ossessivo e indiscrimanato del termine extracomunitario, mai straniero, che per quanto si voglia far passare per neutrale, ossia semplicemente chi arriva da paesi extraeuropei comunitari, indica tutt’altro. Extracomunitario assume precisi connotati qualitativi: la scarsezza di mezzi, di cultura, di modi, di integrazione, la miseria tout court della persona extracomunitaria. L’extracomunitario è uno di cui diffidare, perché diverso, subdolo e dai fini poco chiari. Servono argomentazioni? Facile: per caso, nel quotidiano, i romeni (spesso di etnia zingara) hanno smesso di essere considerati extracomunitari da quando il loro paese è nell’UE? O ancora, avete mai sentito di un cittadino americano o svizzero venire apostrofato come extracomunitario? Eppure lo è. Ma lo stesso discorso vale per il termine slavo, usato indiscriminatamente per chiunque provenga da est, addirittura per etnie come romena e albanese che slave non sono. Slavo dice tutto e niente, perché le differenze tra i vari popoli sono enormi, e per quanto etnicamente russi, polacchi, serbi o ucraini possano essere tutti slavi, di certo non si riconoscerebbero in un termine talmente vago. Arrivano gli slavi, suona quasi come un’orda barbarica che allagherà le nostre terre mettendole a ferro e fuoco e sommergerà la cultura latina. Lo stesso vale per i marocchini, tutto e niente. Anzi, in questo caso peggio ancora, perché con una nazionalità specifica si intendono tutte le genti dell’Africa settentrionale, financo a volte le popolazioni arabe mediorientali.

È la difficoltà di trovare un lavoro migliore semplicemente per via del nome esotico. La certezza che nonostante l’integrazione, tanto sbandierata dalle forze di destra, l’apprendimento della lingua, l’accettazione della cultura, l’inserimento nel posto di lavoro, si può star certi, in questo paese, che anche dopo venti, trenta, quarant’anni, si resterà sempre ciò che si era all’inizio: slavi, marocchini, romeni, arabi, cinesi. Se Obama fosse nato in Italia, non sarebbe mai diventato Obama. Non avrebbe nemmeno potuto aspirarci. Le seconde generazioni sono generazioni fantasma, di cui non interessa a nessuno. Sono ospiti in casa propria. Io non ho ancora la cittadinanza italiana, ed è certo che nella migliore delle ipotesi non la potrò ottenere prima dei prossimi cinque anni. Dopo vent’anni sono ancora costretto a rinnovare permessi di soggiorno, e poiché la cittadinanza stampata sulla mia carta d’identità italiana non è quella giusta, sono tenuto a portare perennemente con me il mio permesso di soggiorno, perché altrimenti, in caso di controllo, non potrebbero verificare la mia regolarità. Nel caso ne fossi sprovvisto, l’avessi lasciato a casa, sarei passabile d’arresto. Vi ricordate Schindler’s List, quando Itzhak Stern, il contabile ebreo di Schindler, dimentica la carta di lavoro a casa e, fermato da un soldato tedesco, finisce su un treno merci diretto verso qualche campo di sterminio? Cito così, a caso. Questa è integrazione? Io la mia integrazione l’ho elaborata da un pezzo, tutto ciò che ancora le manca è compito dello stato. Questo è razzismo istituzionalizzato, niente di meno e niente di più.

Poi mi viene detto che arriviamo a rubare (lavoro, se va bene), a imbastardire il vostro sangue, a vivere di parassitismo. Che abbiamo il coraggio di pretendere qualcosa, quando gli italiani stanno peggio. Che siamo favoriti in tutto, nelle graduatorie per le case popolari, nei sussidi, negli ammortizzatori sociali. Quando sento un italiano parlare di immigrazione, ve lo giuro, per un momento, per un attimo divento razzista nei vostri confronti. Ecco, alla fine uno tra noi è saltato fuori: il sottoscritto. Sporco extracomunitario.

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