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Christopher Nolan come Jules Verne

Alessio Mazzucco

Chi ha visto Interstellar sarà rimasto deluso. Si aspettava di più: probabile. Ha trovato i dialoghi stucchevoli: certamente. 2001: Odissea nello spazio è insuperabile: forse. L’unica paragone che mi è venuto in mente è Jules Verne, quel genio positivista francese che a metà Ottocento ragionava sul come sparare (chi ha letto il libro lo sa: letteralmente sparare) gli uomini nello spazio per raggiungere la luna, quella massa che ha illuminato le notti di poeti e sonnambuli, e a lui perdoniamo tutto: ingenuità, ignoranza, arretratezza scientifica del pensiero. Gli perdoniamo tutto perché ha stimolato pensieri e fantasie, ha spalancato con la lettura l’infinità dello spazio, i confini superabili del mondo, la grandezza del pensiero umano davanti alle sfide.

Questo è Interstellar. Non un trattato scientifico, non un capolavoro, anche un po’ banale nel finale. Ma Interstellar ha rivolto nuovamente lo sguardo all’oltre, alla curiosità umana, all’avventura pionieristica, alla necessità intramontabile dell’uomo di andare oltre. Quei pochi che riescono a uscire dalla caverna dove solo le ombre delle idee si riflettono sulle mura a cui si resta incatenati a vita vedono la luce dell’oltre: e quei pochi tornano per raccontarlo. Perché la bellezza non è nulla se non condivisa, nel viaggio e nella scoperta. E la mente umana può molto più di quello che crede di se stessa.

Guardo le crepe del nostro mondo, le sfaldature sociali e gli smottamenti geopolitici a cui siamo costretti nostro malgrado, e mi domando: davvero siamo così piccoli? Nel nuovo medioevo dove il pensiero scientifico è cacciato dalla politica, dall’economia, dalla vita di tutti i giorni (“I vaccini fanno male!”, “La politica, non i tecnici, deve decidere!”, “La gggente ha fame!”) non c’è forse più posto per il pensiero strutturato, la logica formale, la conoscenza coltivata e curata in ogni suo più piccolo aspetto? Davvero ci arrendiamo così al nulla?

Forse abbiamo bisogno di Christopher Nolan, perché ci dice di guardare all’Oltre con sguardo colmo di curiosità e la mente affamata di cose nuove, e lo fa con un linguaggio che possa raggiungere ogni angolo della società, con un film godibile, un blockbuster commerciale che non rimanga sepolto sotto la polvere smossa del proiettore di un piccolo cinema sconosciuto.  Forse questo è solo un post casuale che segue la visione del film, o forse no.

Riprendiamoci la conoscenza, la tecnica, il rispetto per lo studio e la cultura, la logica e la capacità di espressione. Non arrendiamoci, non bruciamo le nostre biblioteche: il mondo cambia, e io non voglio di certo restare in un angolo a guardarlo cambiare impotente.

E comunque Hans Zimmer resta il migliore. 

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Cultura, culturame, politica

Alessio Mazzucco

Rendiamoci conto che il Paese uscirà devastato da questa crisi. Uscirà devastato il sistema produttivo, il tessuto industriale, il rapporto tra cittadini e istituzioni, la società nel suo significato più ampio. Uscirà devastata una politica incapace di risposte, chiusa nei suoi palazzi, lontana e irriformabile, e dietro il ventennio perso di questa nostra Italia non resteranno che macerie fumanti, una lunga scia annerita di cadaveri, e noi li nomineremo uno a uno e li chiameremo per nome: cultura, solidarietà sociale, bellezza, speranza, opportunità.

Una nuova cultura permea la società: il pressapochismo, il semplicismo, figli bastardi della demagogia spiccia, dell’erosione delle basi intellettuali, e l’ideologia povera della mancanza d’ideologie contro il pensiero dominante di un bipolarismo svuotato di significato. Cosa ci è rimasto? La confusione dei concetti, la perdita di significato delle parole, l’incoscienza e la povertà dei pensieri. Davanti a un Grillo che evoca la morte della destra e della sinistra si contrappone un concetto di “destra” e “sinistra” privo di significato, perso nella ridefinizione di se stesso lontano dal cambiamento che ha investito il mondo e la nostra epoca.

Possiamo puntare il dito contro qualcuno, e non solamente contro la classe dirigente politica degli ultimi vent’anni: la loro realtà è tanto imbarazzante da far sorgere sentimenti di pietà, non tanto d’odio, nei confronti di tutti quei politicanti, politichetti, intellettualini spicci che hanno retto le sorti del nostro Paese. Ovviamente molti sono esclusi, non si può far di tutta l’erba un fascio, né puntare il dito contro una categoria senza i dovuti distinguo, ma contro una categoria in quanto gruppo che nel suo insieme ha trascinato l’Italia nel pantano culturale in cui ci troviamo. Perché guardate, la crisi economica ha investito tutti i Paesi Occidentali, e se noi non ne usciamo non va cercata la colpa solo fuori di noi – nella Germania merkeliana, nella Bce teutonizzata o nella finanza sclerotica – ma in noi elettori, cittadini, noi che abbiamo taciuto di fronte allo scempio che questa politica ha fatto della nostra vita, nella cultura devastata che permea la nostra società e i nostri pensieri.

Puntiamo il dito anche contro i giornali e i giornalisti, senza mai generalizzare, ovvio, salvando e applaudendo sempre molti singoli professionisti, ma criticando e giudicando lo spaventoso inciucio che ha unito i watch-dog del potere e i potenti, i giornalisti passati alla politica, e viceversa, in un tran-tran continuo, avanti e indietro, nella rete paludosa che avvolge e tiene insieme ogni cosa, le editorie, le penne e i partiti.

Puntiamo il dito contro quegli intellettuali incapaci di ridare linfa vitale a una cultura impoverita e mediatizzata, aridi tra gli aridi, silenti di fronte alle sfide mondiali, al cambiamento, alla grande trasformazione dei nostri tempi. Puntiamo il dito contro un Paese che non lascia parlare chi avrebbe qualcosa da dire, che lo zittisce con le urla, o nel silenzio, o nell’isolamento, o che non sostiene il proprio tessuto culturale.

Girate per le strade, parlate con le persone: credete davvero che a loro interessino le strutture del partito, o le idee, sempre le solite, sempre uguali, mai rinnovate, che circolano di bocca in bocca, di blog in blog, senza un’elaborazione nuova, una capacità reale di comunicare intenti o vere speranze? Non è populismo spiccio. Dico solamente: guardiamoci. Guardiamoci bene e chiediamoci, una volta soltanto, solo una, quali siano le necessità di chi ci vive attorno, quali siano i bisogni inespressi, da dove venga la rabbia repressa, la frustrazione che tutto imbruttisce e rende cupo.

Destra, sinistra, politica, partiti, primarie,….: parole fondamentali. Fondamentali. Ma inutili se il primo passo della ricerca è domandarsi cosa significhino senza chiedersi che mondo si vuole un domani, di qui a vent’anni. Perché guardate: questo è il primo passo. Far politica nel senso nobile del termine è plasmare la realtà inseguendo idee, ma se le idee mancano quel che ci ritroviamo restano e resteranno sempre parole vuote, e le idee saranno vecchie e stanche e il culturame di questi vent’anni avrà vinto appiattendoci tutti quanti a una scura e densa melassa di mediocrità.

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La sveglia del primo mattino: finanziamenti pubblici alle scuole private

Alessio Mazzucco

Sono perplesso. E chi non lo è quando scrive su un blog di sabato mattina? In effetti mi sconvolge più quel che ho trovato ieri con un amico su Repubblica.it. Riporto il titolo: “Per le scuole private i soldi si trovano. Stanziamento sale da 150 a 245 milioni di euro”. C’è un problema, senza dubbio.

95 milioni di euro in più forse sono bazzecole rispetto al gettito fiscale annuale dello Stato (se non ricordo male intorno ai 450 miliardi di euro), vero, ma ci ritroviamo un problema duplice. Primo, perché un ente pubblico finanzia un ente privato nonostante lo Stato sia presente nello stesso settore? Mi spiego. Capisco gli aiuti e i finanziamenti a imprese fondamentali, settori di punta o di frontiera (pensiamo alle energie rinnovabili), ma che senso ha in questo caso? Ah, giusto! Si sta demolendo il sistema pubblico per favorire il privato, che sbadato! Rimane sempre l’inspiegabile controsenso del finanziare la concorrenza; ai posteri l’ardua sentenza.

Il secondo punto del problema è il finanziamento stesso, passabile, come detto prima, per inezie, quisquilie, cose da nulla. Mantenendo le cifre come sopra, il finanziamento totale in rapporto al gettito fiscale supera di poco lo 0,05%. Pare nulla. Eppure chissà, forse evitando sprechi, inezie, fondi persi e dispersi in rivoli e rigagnoli, qualcosa tiriamo su per aiutare qualche settore vitale per la crescita, perché no?, sociale e culturale del Paese. Non ragioniamo per piccole cifre; pensiamo piuttosto che tanti piccoli finanziamenti possono fare qualcosa di grosso se sommati.

Un esempio di settore su cui puntare? Magari la ricerca, le energie rinnovabili (sono fissato: continuo a citarle), la cultura. La cultura! Riprendendo i dati declamati a Vieni via con me, qualche domanda viene da porsi. Li riporto perché li ho trovati curiosi. British Council (Gran Bretana): 220 milioni di euro; Goethe Institut (Germania): 218 milioni di euro; Instituto Cervantes (Spagna): 90 milioni di euro; Instituto Camoes (Portogallo): 13 milioni di euro; Alliance Française (Francia): 10,6 milioni di euro; Società Dante Alighieri (Italia): 1,2 milioni euro… che l’anno prossimo diventeranno probabilmente 600 mila euro. Noi abbiamo circa il 50% del patrimonio culturale mondiale.

Ultima nota. Il 7 giugno 2008, a circa un mese dall’insediamento dell’attuale governo, scrive Carlo Tito su Repubblica delle promesse fatte dal governo al Papa per parificare le scuole cattoliche e quelle statali. La domanda è sempre duplice. E’ così che si parla di concorrenza nel mondo del privato? Lo Stato non dovrebbe aiutare solamente scuole di matrice laica (essendo, teoricamente, uno Stato laico) e lasciare, giustamente, che le private (la maggioranza di stampo cattolico) rimangano una libera scelta degli studenti e/o delle famiglie?

 

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Le vite degli altri [Germania, 2006]

Filip Stefanović

Oscar 2007: miglior film straniero
3 European Film Awards 2006: miglior film, miglior attore (Ulrich Mühe), miglior sceneggiatura
BAFTA: miglior film straniero
Independent Spirit Awards 2007: miglior film straniero
David di Donatello 2007: miglior film europeo
British Independent Film Awards 2007: miglior film straniero
Premi César 2008: miglior film straniero
Ioma 2008: migliore sceneggiatura originale


Non molti registi possono vantare tanti e tali riconoscimenti al loro primo lungometraggio, ma questo è il caso di Florian Henckel von Donnersmarck, regista, autore e sceneggiatore de Le vite degli altri.

La trama, ambientata nel 1984 a Berlino Est, vede protagonista una coppia di affermati artisti della DDR, Georg Dreyman (Sebastian Koch) e Christa-Maria Sieland (Martina Gedeck), lui scrittore, lei attrice teatrale. Conducono una vita rara, sono famosi, benestanti, e soprattutto politicamente ineccepibili, in quanto pienamente soddisfatti della propria vita e disinteressati alla politica del proprio paese.

È però l’infatuazione del ministro per la Cultura Bruno Hempf (Thomas Thieme) per la bella Christa-Maria a mettere in pericolo il loro perfetto equilibrio: nella speranza di trovare un motivo per togliere di mezzo Georg Dreyman, la Stasi viene incaricata di mettere sotto stretto controllo la casa dei due artisti. Ad assumersene il compito, Gerd Wiesler (Ulrich Mühe), integerrimo capitano del ministero per la Sicurezza di Stato, idealista e convinto del proprio lavoro.

Il film gioca per la maggior parte sull’invisibile rapporto che si instaura tra Wiesler e la vita dei due artisti, e l’imprevisto effetto che “le vite degli altri” avranno sulla sua, facendo crollare molte delle sue certezze e inducendolo ad agire direttamente, mettere a repentaglio la propria carriera per salvare i due, ignari di tutto.

Ci sarebbe in realtà moltissimo da dire su questa pellicola. Se una trama avvincente (un perfetto orologio svizzero), una complessa e matura (e pertanto convincente) resa dei sentimenti e delle reazioni dei protagonisti, una fotografia perfetta (gli unici colori che dominano l’intera pellicola sono grigi e marroni), una recitazione maestrale (gran parte degli attori sono in realtà volti famosi per il cinema tedesco, spesso attori di teatro), una resa storica memorabile (per più di due ore ci si sente catapultati nella realtà quotidiana della DDR, in un clima asfittico e di sospetto), non bastassero ai più critici per definire questo film un capolavoro, bisognerebbe sottolineare tutti i difficili significati che emergono, e si intrecciano tra realtà quotidiana e immaginazione cinematografica: qual è il ruolo e il reale potere della cultura sull’uomo? Può un libro, una poesia, una sonata toccare le corde più nascoste, cambiare concretamente il nostro modo di pensare, e ancor più di agire? Domanda forse pretenziosa, considerato che viene incanalata proprio attraverso un film, perciò esso stesso un prodotto culturale. Quando il potere non è più delegato, ma è vero monopolio di poche persone, si potrà mai credere davvero nella legalità e nella giustizia? È infine pensabile che il controllo totale, un progetto atto ad ingabbiare non solo i corpi, ma anche le coscienze delle persone, possa avere lunga vita? Oppure l’esito del 1989 era inevitabile, per quanto inaspettato?

Insomma, di carne al fuoco ce n’è tanta, troppa forse per coglierla tutta alla prima visione, ma capace indubbiamente di dare solidità a ogni fotogramma, evitando il minimo istante di noia, e lasciando lo spettatore, attraverso un finale inatteso, con un magone di rimpianto. Caldamente consigliato!

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