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Una moschea su Ground Zero. E a Milano la Lega si oppone

Alessio Mazzucco

Dall’ultima volta che ho scritto sono passati diversi giorni. L’unica scusante è la noiosa routine politica in cui siamo costretti (e su cui ho poco da dire). Qualche giorno fa, però, mi è passato tra le mani un articolo assai interessante, pubblicato dal The New York Times e tradotto da Repubblica il giorno nove settembre. Lo riassumo in una frase: quest’estate è stata proposta la costruzione di una moschea su Ground Zero (non proprio sopra, ma a due isolati).

L’articolo, firmato da tal Feisal Abdul Rauf, promotore e rappresentante della Cordoba House (un centro di promozione di tolleranza, se mi è consentita questa definizione), spiegava come la moschea di Ground Zero non sarebbe stato un insulto alle vittime dell’11 settembre, quanto la possibilità di avvicinare le due culture dell’Occidente e dell’Islam (rappresentato, in questo caso, dalla sua parte moderata). Una moschea su Ground Zero? mi son detto: un’iniziativa, si può dire, strana, senz’altro particolare e degna di nota.

A qualche migliaio di chilometri di distanza, in una città che con NYC condivide la moda e la Borsa, scoppia la polemica riguardante la costruzione di una moschea sul suolo cittadino. E questa città, come il Paese intero che l’accoglie, è squassata dalle ideologie e si trova in non semplici difficoltà a dare una risposta concreta e sensata a quella che è, in effetti, una proposta concreta e sensata. Pare, così si dice, che il centro-destra si sia scisso al suo interno (chi saranno mai gli oppositori?) e la Giunta non riesca a trovare una soluzione.

Perchè no? mi chiedo. Ogni religione ha diritto ai propri luoghi di culto: è il primo passo verso la tolleranza e l’integrazione. Pensieri banali? Forse. Ma o si parla del problema immigrazione, se ne discute seriamente trovando cause e soluzioni, anticipando conflitti e problemi, o si sbraita e si urla come avviene da qualche anno a questa parte. L’integrazione culturale è un primo passo, l’apertura coraggiosa al diverso (che ha diritto ad esistere) e la sua inclusione in una società, per forza di cose, in via di globalizzazione è un’ottima strada. Certamente, anche la moschea deve seguire delle regole: non riesco a immaginarmi un minareto col suo muezzin accanto alla madunina; ma un luogo di culto e ritrovo di una cultura, di una religione, è lecito ed è, indubbiamente, un diritto sacrosanto averlo.

Un ultimo pensiero va alla proposta di un bel referendum sulla moschea. Eccezionale: questo è l’esempio di una classe politica che non sa dare una visione del futuro alla cittadinanza, una sua idea di società, che non sa prendere decisioni  autonome con coraggio e intelligenza, qualunque esse siano.

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Welcome [Francia, 2009, 110′]

Filip Stefanović

Bilal (Firat Ayverdi) è un diciassettene curdo in fuga dall’Iraq. Nel febbraio 2008, dopo tre mesi di odissea per terra, arriva a Calais, Francia. Meta ultima Londra, dove spera di ritrovare la ragazza, Mina (Derya Ayverdi), trasferitasi lì grazie al padre che vi risiede. L’unica via per raggiungere l’Inghilterra pare essere sul fondo di qualche tir, con un soffocante sacchetto di plastica in testa al confine, quando polizia e doganieri controllano i carichi con sofisticati rilevatori d’anidride carbonica, per rilevare eventuali clandestini sui camion. Bilal, traumatizzato da quando soldati turchi lo trattennero per otto giorni con un sacco in testa, non ce la può fare: l’unica chance che gli rimane è nuotare, per raggiungere quei White Cliffs of Dover che troneggiano dall’altra parte del punto più stretto della Manica, visibili a occhio nudo dalla costa francese, simbolo concreto di un sogno, illusione di una terra migliore, di una vita pacificata.

A questo scopo Bilal prende lezioni di nuoto, entrando nella vita dell’istruttore ed ex nuotatore professionista Simon (Vincent Lindon), in piena crisi da divorzio con Marion (Audrey Dana), insegnante di scuola e attivista umanitaria, che offre pasti caldi agli immigrati la sera. Tra il giovane clandestino e l’adulto francese nascerà un intenso rapporto, a tratti paterno, a tratti d’amicizia, in un complesso e umano accavallarsi di stati d’animo ed emozioni, che vanno dalla diffidenza, al compatimento (nel senso letterale di sentita partecipazione ai sentimenti altrui), alla frustrazione per due amori troncati, uno alla nascita (Bilal e Mina), l’altro nella sua maturità (Simon e Marion), al peso di una clandestinità che non incide solo sui singoli, ma sulla possibilità di genuini rapporti interpersonali (Simon verrà monitorato e denunciato alla polizia per favoreggiamento dell’immigrazione). Non è un caso, infatti, la collocazione temporale della trama: è una aperta denuncia delle allora recenti, severe disposizioni in materia d’immigrazione da parte del governo di Sarkozy, in particolare della normativa che prevede fino a cinque anni di carcere per chi offre aiuto ad un immigrato clandestino, nel grande paese europeo dell’uguagliaglianza, della fratellanza, della libertà.

Welcome è un film lucido, chiaro, dallo scorrimento lineare e dalle inquadrature solide e pulite, che a tratti, nella loro realistica semplicità, ricordano più un documentario di denuncia sociale che un’opera di fantasia. Non si maschera però dietro una pretesa di oggettività: l’intera vicenda è vissuta unicamente attraverso gli occhi di Bilal e di Simon, dalla parte di chi, cittadino francese o meno, viene sopraffatto da un lato dall’universalità di sentimenti quali l’amore e la pietà verso il prossimo, in tutto simile a noi, dall’altro dalle tenaglie delle leggi di stato e delle imposizioni sociali, che nell’inarrestabile tentativo di mantenere la confortante tranquillità dell’ordine costituito finiscono per soffocare e stritolare inesorabilmente i destini dei più deboli. Non c’è spazio quindi, se non attraverso sporadici accenni, alla microcriminalità e all’insicurezza che l’arrivo degli immigrati porta con sé, la diffidenza verso il diverso viene sempre dipinta come ingiusta e preconcetta, figlia di un razzismo latente. Il problema, soprattutto in zone a forte concentrazione di stranieri e clandestini (la francese Calais come le nostre Lampedusa, Rosarno, ecc.), è certo più complesso e sfaccettato. Ripeto però, questa non deve essere vista come una pecca di retorica cinematografica, ma la scelta di rendere un quadro sociale di scottante attualità attraverso un registro soggettivo, quello dei protagonisti appunto, che hanno il grande merito, grazie all’espressività degli attori e alla bravura del regista (Philippe Lioret), di avvicinare emozionalmente lo spettatore, in questo nuovo millennio di incertezze, ai dolori e alle paure degli ultimi del mondo, i profughi, i fuggiaschi, gli emigranti, i figli delle guerre, quando, abituati come siamo a seguire solo attraverso balletti di cifre e annunci di vittoriosi respingimenti (a quale prezzo?), finiamo per dimenticare la loro atroce somiglianza a noi, o la nostra immeritata fortuna di stare dalla parte comoda dello schermo. Consigliato senz’altro, vi farà riflettere.

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A.A.A. Razzisti cercansi

Filip Stefanović

Vivo in Italia da ormai diciassette anni, eppure in tutto questo tempo non sono ancora riuscito ad imbattermi in un razzista. La cosa mi è balzata all’occhio proprio ieri sera, guardando Annozero (sì, perché sono uno pieno di odio e livore, io, oltre che extracomunitario). Tra le varie testimonianze e collegamenti, c’era Ruotolo in diretta dalla mensa scolastica di Adro, quella balzata all’onore (o forse meglio disonore) della cronaca per aver lasciato a casa quaranta bambini morosi, e dopo che il loro debito era stato appianato da un imprenditore locale, le madri degli altri bambini si sono coalizzate nuovamente per impedirlo: <<Ciascuno paghi i propri debiti, se no gli extracomunitari faranno sempre i furbetti. Che messaggio passiamo ai nostri figli?>>. Pietà l’è morta, mi viene da dire, a meno che non ci si trovi come Eluana Englaro, lì il nostro spirito cristiano si prodiga per nutrire un corpo in coma irreversibile, meno per quattro bambini marocchini vivi e vegeti. Tornando in tema, durante la diretta il sindaco di Adro, leghista of course, sottolinea più e più volte, come del resto alcune delle madri bresciane, che Adro non è un paese razzista, e non si fa razzismo. Ora, non mi è ben chiaro se i leghisti non ammettano di essere razzisti perché è un epiteto ancora un poco “out”, o se ci credano davvero. Sarebbe pertanto interessante chiedere loro una definizione di razzismo. Razzisti erano solo i tedeschi? Tolta la camera a gas, il resto è tolleranza? Sarebbe però troppo comodo sputare unicamente sulla Lega Nord, che del populismo ha fatto un mestiere: ad essere razzisti sono gli italiani. Tutti. Mi dispiace se a qualcuno verrà da storcere il naso, o rimarrà incredulo, o mi taccerà di qualunquismo. Con quel tutti non sottintendo sessanta milioni di individui, e sono certo che a tantissime persone nulla importa, soprattutto all’aumentare del grado d’istruzione (ma anche questa è una correlazione di cui comincio a dubitare). Con quel tutti voglio indicare tutti gli strati sociali, tutte le parti politiche, tutte le regioni d’Italia. È un razzismo blando e diffuso, così inconscio che gli italiani non se ne accorgono nemmeno. Io ci convivo da sempre, per questo so di non parlare a sproposito.

È il razzismo del “tu”, che ogni volta che mi rivolgo a uno sportello pubblico (soprattutto se uno sportello immigrazione della polizia), letto il mio nome straniero smettono di darmi del lei. <<Come ti chiami?>>, <<Cosa fai?>>, <<Dove vivi?>>. È lo stupore che leggo nei vostri occhi quando dico non essere italiano, nonostante il mio accento lombardo. È il commento che più spesso ricevo, a caldo, in queste situazioni: <<Ma sei come noi!>>. Quasi come un’amichevole pacca sulla spalla, un innalzamento di grado nella scala sociale e di dignità umana. “Ehi, salta su, ti accettiamo!”. Sono come voi? Certo che sono come voi, lo so. Cosa dovrei fare per esternare la mia serbitudine? Girare con un kalashnikov, rubarvi in casa, bestemmiare con accento slavo? È l’uso ossessivo e indiscrimanato del termine extracomunitario, mai straniero, che per quanto si voglia far passare per neutrale, ossia semplicemente chi arriva da paesi extraeuropei comunitari, indica tutt’altro. Extracomunitario assume precisi connotati qualitativi: la scarsezza di mezzi, di cultura, di modi, di integrazione, la miseria tout court della persona extracomunitaria. L’extracomunitario è uno di cui diffidare, perché diverso, subdolo e dai fini poco chiari. Servono argomentazioni? Facile: per caso, nel quotidiano, i romeni (spesso di etnia zingara) hanno smesso di essere considerati extracomunitari da quando il loro paese è nell’UE? O ancora, avete mai sentito di un cittadino americano o svizzero venire apostrofato come extracomunitario? Eppure lo è. Ma lo stesso discorso vale per il termine slavo, usato indiscriminatamente per chiunque provenga da est, addirittura per etnie come romena e albanese che slave non sono. Slavo dice tutto e niente, perché le differenze tra i vari popoli sono enormi, e per quanto etnicamente russi, polacchi, serbi o ucraini possano essere tutti slavi, di certo non si riconoscerebbero in un termine talmente vago. Arrivano gli slavi, suona quasi come un’orda barbarica che allagherà le nostre terre mettendole a ferro e fuoco e sommergerà la cultura latina. Lo stesso vale per i marocchini, tutto e niente. Anzi, in questo caso peggio ancora, perché con una nazionalità specifica si intendono tutte le genti dell’Africa settentrionale, financo a volte le popolazioni arabe mediorientali.

È la difficoltà di trovare un lavoro migliore semplicemente per via del nome esotico. La certezza che nonostante l’integrazione, tanto sbandierata dalle forze di destra, l’apprendimento della lingua, l’accettazione della cultura, l’inserimento nel posto di lavoro, si può star certi, in questo paese, che anche dopo venti, trenta, quarant’anni, si resterà sempre ciò che si era all’inizio: slavi, marocchini, romeni, arabi, cinesi. Se Obama fosse nato in Italia, non sarebbe mai diventato Obama. Non avrebbe nemmeno potuto aspirarci. Le seconde generazioni sono generazioni fantasma, di cui non interessa a nessuno. Sono ospiti in casa propria. Io non ho ancora la cittadinanza italiana, ed è certo che nella migliore delle ipotesi non la potrò ottenere prima dei prossimi cinque anni. Dopo vent’anni sono ancora costretto a rinnovare permessi di soggiorno, e poiché la cittadinanza stampata sulla mia carta d’identità italiana non è quella giusta, sono tenuto a portare perennemente con me il mio permesso di soggiorno, perché altrimenti, in caso di controllo, non potrebbero verificare la mia regolarità. Nel caso ne fossi sprovvisto, l’avessi lasciato a casa, sarei passabile d’arresto. Vi ricordate Schindler’s List, quando Itzhak Stern, il contabile ebreo di Schindler, dimentica la carta di lavoro a casa e, fermato da un soldato tedesco, finisce su un treno merci diretto verso qualche campo di sterminio? Cito così, a caso. Questa è integrazione? Io la mia integrazione l’ho elaborata da un pezzo, tutto ciò che ancora le manca è compito dello stato. Questo è razzismo istituzionalizzato, niente di meno e niente di più.

Poi mi viene detto che arriviamo a rubare (lavoro, se va bene), a imbastardire il vostro sangue, a vivere di parassitismo. Che abbiamo il coraggio di pretendere qualcosa, quando gli italiani stanno peggio. Che siamo favoriti in tutto, nelle graduatorie per le case popolari, nei sussidi, negli ammortizzatori sociali. Quando sento un italiano parlare di immigrazione, ve lo giuro, per un momento, per un attimo divento razzista nei vostri confronti. Ecco, alla fine uno tra noi è saltato fuori: il sottoscritto. Sporco extracomunitario.

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