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Cosa non mi piace del Fenomeno Saviano

di Francesco Saverio Salonia

Esprimendo le mie opinioni non ho mai avuto la presunzione di rappresentare altro se non la mia posizione. Eppure in questo caso sento la necessità di dover scrivere in nome di tutti coloro che si ritengono e sono ritenuti persone oneste, degne di fiducia, stima e considerazione, in nome tutti di coloro che sognano un mondo migliore, un paese migliore per tutti, libero finalmente dalle Mafie, di tutti coloro ai quali, nonostante ciò, il fenomeno Saviano non piace.

Esistono, esistiamo, siamo del Nord e del Sud, siamo di destra e di sinistra. Non abbiamo nulla a che spartire con i vari Sandokan, con gli attentatori di Falcone e Borsellino, con quelli che spacciano la droga ai minorenni ed estorcono i soldi alle famiglie. Anzi, tutto ciò ci fa schifo.

Non c’è bisogno di essere dei disonesti perché non ci piaccia il fenomeno Saviano, non c’è bisogno di essere degli evasori, dei miopi, dei sudditi, schiavi dei grandi poteri mediatici che in maniera vera o presunta ci ottundono la mente.

Esistiamo, abbiamo le nostre ragioni e le sosteniamo ogniqualvolta siamo chiamati a farlo, nonostante gli sguardi, nella migliore delle ipotesi straniti, nella peggiore carichi di incredulità e disprezzo. Nonostante Saviano non ci piaccia, conserviamo la nostra dignità. Una affermazione del genere dovrebbe essere, naturalmente, superflua, ma spesso così non è. Per questo mi preoccupo e scrivo.

Occorre distinguere l’uomo Saviano, la sua opera, il suo messaggio, dal Fenomeno Saviano. Roberto Saviano è un giovanotto che non conosco, ma mi sembra essere di fondo una persona gradevole, umile e piena di buone intenzioni. E’ cresciuto leggendo

Il Fenomeno Saviano và necessariamente trattato con un approccio olistico, esso non è riconducibile alla semplice giustapposizione delle componenti con le quali è stato costruito. Il Fenomeno Saviano è una miscela di idolatria, iperbolismo, confusione, capriccio, ingenuità. Il Fenomeno Saviano è un marchingegno che sta funzionando molto bene e che ci sta facendo credere cose che non corrispondono alla verità o che ne rispecchiano solamente una piccola, minuscola, parzialissima porzione.

Quando Roberto Saviano parla, in genere, mi trovo d’accordo con lui. La prima cosa che le Mafie temono è che si sappia che loro esistono, che si sappia dove e come agiscano. Che si sappia che sono potenti. Scrivere un libro che tratti di questi argomenti (ne sono stati scritti tantissimi) e avere la fortuna che diventi un Best Seller (mai nessun libro del genere aveva venduto così tanto) ha reso un servigio di notevole valore al nostro paese, nella misura in cui coloro i quali non avevano mai approcciato il problema hanno avuto modo di farlo e coloro i quali lo avevano già presente hanno avuto occasione di approfondirlo. Intervistare Roberto Saviano offre la possibilità che egli testimoni e diffonda in prima persona il messaggio che ha divulgato tramite il suo romanzo. Ideare un programma televisivo con Saviano protagonista, che vanta ascolti molto alti, enfatizza ulteriormente questo contenuto e sporadicamente lo completa. Le Mafie non sono solo una questione del Sud, sono una questione Italiana ed è bene che tutti lo sappiano e se ne rendano conto.

Detto ciò, percepisco sullo sfondo di quanto di buono c’è in questa vicenda un grande inganno, una grande illusione. Per la verità gli inganni e le illusioni mi paiono molteplici. A cominciare dalla convinzione che Saviano sia l’unico (se non addirittura il primo) a parlare di Mafia in Italia. Questo è falso. Di mafia in Italia si è sempre parlato e nella maggior parte dei casi la trattazione è stata portata avanti da interpreti di gran lunga più competenti dello scrittore. Da qui la seconda illusione, che a parlarci di Mafia su rai tre per quattro serate sia stato un grande professionista dell’antimafia. Questo è falso. A parlarci è stato un romanziere molto coraggioso, che ne ha viste e ne sa un po’ più in più di alcuni e infinitamente meno di molti altri. La scorsa settimana una mia collega mi faceva sorridere, nel farmi notare come quanti stessero seguendo il corso extracurricolare di criminalità organizzata alla Bocconi sapessero puntualmente quello di cui avrebbe parlato Saviano in trasmissione, con una settimana d’anticipo. Io a quegli incontri sono andato (con mio rammarico ne ho persi alcuni) e ho avuto l’occasione di sentire le testimonianze di tanti uomini che la lotta alla mafia l’hanno fatta per tutta la vita, ogni giorno, senza sponsor, senza Benigni come spalla a scaldare il pubblico, senza bandiere italiane che dessero un tono tragico al discorso. Da qui la terza illusone. Che lottare contro la mafia significhi sedersi davanti allo schermo per un paio d’ore a sera, quattro giorni all’anno. Che significhi leggersi libri e articoli di condanna per poi potersi definire con vanto persone interessate all’antimafia a cena con gli amici. Questa estate un ragazzo Palermitano con cui ho avuto il piacere di lavorare stava discutendo con me e una studentessa di legge, circa le Mafie ed il modo di contrastarle. Non mi scorderò mai la frase che ci rivolse ad un certo punto: “quando all’inizio mi avete detto che eravate informati sulla mafia perché avevate letto quello o quell’altro libro mi sono detto, eccolì là! Altri due che pensano, ah ma guarda quante belle cose che ci ha raccontato il pentito Buscetta. E poi chiudono il libro e credono di sapere tutto”.

Il livello di approfondimento che la trasmissione di Saviano, come qualunque altra, può darci circa il fenomeno della criminalità organizzata è assolutamente limitato, assolutamente parziale. Si tratta di briciole, scampoli di informazione. E questo noi dobbiamo saperlo, di questo noi dobbiamo esserne consapevoli. Da qui l’ennesimo inganno, nessuno è un eroe, né Saviano, né Fazio, ne tanto meno coloro che si sentono moralmente superiori per il solo fatto di ascoltarli e condividere le loro opinioni. Quello di cui il Fenomeno Saviano non ci informa e non ci informerà mai è che il Fenomeno stesso non solo è parzialmente utile, ma gravemente insufficiente. La sensibilizzazione alle mafie deve essere un fenomeno ruvido e dovrebbe sempre concludersi con un monito: ora ne sai qualcosa di più, ma non abbastanza, mai abbastanza. Spegnerai la televisione o chiuderai il libro e crederai di essere un cittadino, una persona migliore, senza alcun diritto. Mi farebbe piacere se Saviano concludesse le sue interviste, i suoi articoli e le sue trasmissioni dicendo chiaramente che lui in realtà non è nessuno, solo un individuo che il caso ha voluto diventasse il baluardo di una battaglia, che vede in prima fila altri uomini ed altre donne. Contrariamente da quanto ipotizzava Alessio, a nessuno di noi da fastidio se a Saviano, minacciato di morte, viene affidata una scorta pagata col denaro pubblico. Della scorta dispongono in molti, meritevoli o meno. Non ci da nemmeno fastidio, nonostante troviamo ragionevole la riflessione, quanto ha dichiarato il capo della mobile di Napoli Vittorio Pisani, il quale afferma:  ‘’Ho arrestato centinaia di delinquenti. Ho scritto, testimoniato e giro per la città con mia moglie e con i miei figli senza scorta. Non sono mai stato minacciato’’ e ancora:”A noi della Mobile fu data la delega per riscontrare quel che Saviano aveva raccontato a proposito delle minacce ricevute. Dopo gli accertamenti abbiamo dato parere negativo sull’assegnazione della scorta. Resto perplesso quando vedo scortate persone che hanno fatto meno di tantissimi poliziotti, carabinieri, magistrati e giornalisti che combattono la camorra da anni’’.

Però davvero non capiamo come ci si possa permettere di ribadire, velatamente, ma con cadenza abbastanza regolare, quanto la scorta in effetti limiti la nostra libertà di vivere ed agire, quanto ci inibisca nei nostri spostamenti e nelle nostre decisioni. Forse, così come non è stato spiegato bene a noi, non era stato spiegato bene neanche a Saviano, prima di pubblicare Gomorra, cosa realmente significasse portare un fendente alle mafie. Significa votarvi tutta la vita futura, le scelte, i movimenti, le relazioni, persino le eventuali cene con Roberto Benigni.

Le ragioni per cui io rivendico il diritto di poter dire:”a me il Fenomeno Saviano non piace” consistono negli elementi espliciti od impliciti facenti parte del Fenomeno in questione, tramite i quali si cerca di farci cadere nei quattro inganni di cui ho parlato.

A volte temo che si abbia un desiderio talmente intenso che qualcosa di assolutamente nuovo, stravolgente, rivoluzionario arrivi a sconvolgere il nostro paese, che si sia pronti a scambiare ogni minestra riscaldata per quel fatidico evento. Per una persona che vive di idee, il confine tra la sua speranza e la sua ingenuità diventa assai sottile.

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Saviano, ma che mi combini? La mafia al Nord NON esiste!

Alessio Mazzucco

Sei fissato con Saviano! mi direte. E avrete ragione. Un giovane, trentunenne quest’anno, scrive un libro, argomento mafia. E’ un successo, un best-seller, uno dei libri che più hanno suscitato scalpore in Italia e nel mondo. Ma a noi un po’ dà fastidio. Eddai, diciamocelo, tra noi, su questo blog, zitti zitti: ci irrita un poco che un libro abbia reso uno ricco (forse) e famoso. Se aggiungiamo la scorta pagata dai contribuenti il fastidio sale alle stelle, non è vero? E poi mente, o mi sbaglio?

Niente sorrisetti maliziosi, sono serissimo. Sono serio e sapete perché? Un giovane giornalista mi viene a dire che la mafia esiste anche al Nord, che si è sviluppata in quel della Lombardia, che lentamente si allarga nelle maglie economico-politiche della società. Io non ci credo, non ci posso credere. Com’è possibile? Qui nessuno mi chiede il pizzo, né minaccia giudici, procuratori o politici. Qui la mafia non esiste. E vorrei ringraziare Umberto Bossi, vicepresidente del Consiglio, che ha ribattuto con un bel “fanculo” a quel birichino di Fini, reo d’aver insinuato che Saviano possa avere ragione.

Saviano, l’hai combinata grossa. Finché ci parlavi di Falcone e Borsellino (argomento facile, ammettilo, scontato, inflazionato oserei dire) andava tutto bene. Adesso, però, riporti notizie e indagini sul tentativo della mafia di legarsi alla politica settentrionale attraverso le figure secondarie di qualche (uno) consigliere provinciale leghista? E no, Saviano, così non va bene. Stufi. Irriti. Ti dirò di più: mi hai deluso. In questo Paese va tutto bene, Saviano, soprattutto qui al Nord, tra monti e nebbioni. Mi hai capito? Qui va tutto bene.

Ordunque, riprendiamo gli ultimi eventi. Fan ridere messi di fila, dico davvero! Saviano riporta, come suo solito, delle indagini. Parla della Lega, non l’accusa (nota bene), ma spiega che la camorra puntava ad avere appoggi politici. Maroni insorge, Il Giornale titola: “Firma contro Saviano che dà del mafioso al Nord”, “E Saviano accusa la Lega: è complice della mafia”, “Il sogno di Saviano: leghisti assassini”. Ciliegina sulla torta: “Iniziativa. Una firma contro Saviano, aderisci”. Insomma, o qualcuno non ha capito che si è detto a Vieni via con me, o io non ho afferrato i tra le righe del discorso di Saviano (possibilissimo) oppure c’è un problema.

Scelgo la prima e la terza. Le accendo. Qualcuno non ha capito (o non vuole capire) e c’è un problema. Non ho dubbi. Ma si può sapere cosa disturba tanto di Saviano? Ma invece di scrivere il sogno di Saviano, il teorema di Saviano, Saviano accusa et similia, non è proprio possibile smentire con i fatti, riportare le indagini, smontarne (se davvero c’è qualcosa da smontare) il discorso? Meglio: ma se Saviano accusasse anche direttamente la Lega (cosa, ripeto, che non ha fatto), dei bravi giornalisti non dovrebbero rivolgersi agli esponenti leghisti di spicco e chiedere delucidazioni su quanto detto? No? Devono accusare l’accusatore ed ergersi ad avvocati d’ufficio dei politici? Bravi, avete la mia stima.

Credo si possa riconoscere un Paese alla frutta non dagli scandali, la disoccupazione, il conflitto d’interessi, la mafia, le balle, l’università a rotoli, la ricerca devastata, l’economia immobile, l’ambiente soffocato dal cemento, le infrastrutture ferme, l’ignoranza dilagante, la volgarità senza precedenti, ecc… ma dalle piccole cose. L’attacco a Saviano è una di queste.

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Ma il fondo non si tocca mai?

Alessio Mazzucco

Scrivo spesso in questi giorni perché ho appena finito gli esami (sempre che non mi abbiano bocciato nell’ultimo!) e, tra un paragrafo di tesina e l’altro, cerco di buttare qualcosa anche sul blog. Tanto gli argomenti di cui parlare abbondano. Purtroppo.

Già, purtroppo. Alla domanda il fondo non si tocca mai? mi vien da rispondere A questo punto direi no. Dell’Utri è condannato a sette anni per associazione esterna all’apparato mafioso di Cosa Nostra (contatti, relazioni, intermediazioni tra il mondo economico-imprenditoriale e la criminalità organizzata); lo saprete tutti meglio di me. E’ condannato in secondo grado (mentre cadono le accuse per i fatti post 1992 perché non sussistono); manca la Cassazione. Un fatto, però, rimane: mantenendo sempre buona la presunzione d’innocenza cara alla nostra Costituzione e ad una certa idea di civiltà, la condanna è pur sempre una condanna. Non assoluta, certamente, ma usando le parole di Davigo in Bocconi, affidereste mai vostro figlio ad un uomo condannato in primo grado per molestie sessuali su minori? No, ovvio. Credo valga il medesimo ragionamento: affidereste mai le sorti del nostro Paese a un condannato in secondo grado per associazione esterna alla mafia? No, ovvio. Almeno, dovrebbe essere ovvio.

La questione dei politici accusati e condannati in primo o secondo grado non riguarda la diatriba innocente vs colpevole, scatenata tra le forze politiche, giornalistiche e intellettuali dei diversi schieramenti. Non per me almeno. Un politico accusato e condannato non può fare il politico. Punto. Non per altro, ma nel dubbio il politico si deve dimettere, per chiarezza e trasparenza. Se poi fosse innocente, buon per lui. Ma se fosse colpevole? Senza condannare definitivamente prima che la Cassazione abbia preso la sua decisione, almeno mi si dia la gioia di vederlo fuori dal parlamento dove, in teoria (molto in teoria), si scrive il futuro del Paese.

La magistratura è politicizzata? In qualche misura è possibile. Io lo so? Noi lo sappiamo? Non credo. Quelle che paiono le evidenze di un complotto o di una persecuzione non riesco a trovarle così…evidenti. Mi spiego: da quindici anni a questa parte Berlusconi ci martella dichiarando che la magistratura attacca avversari politici in modo mirato, studiato e sistematico. A forza di sentirmelo ripetere da quando ho perso il mio primo dente, sono orgoglioso di non esserne stato convinto. Ma quanto possono durare certezze bombardate ogni giorno, ad ogni singola fascia oraria telegiornalistica? L’attacco mediatico sta producendo i suoi risultati: l’onere della prova non grava su chi accusa la magistratura d’essere politicizzata, ma su chi dichiara il contrario. Ha senso? Poco in realtà. Se un organo di controllo deve spendere energie a dimostrarsi innocente dalle accuse, come può svolgere il suo lavoro?

E noi che si fa? A forza di non toccare mai il fondo, la nostra italianissima società pare essersi assuefatta. Fanno ministro Brancher perché eserciti il legittimo impedimento? Bha.. roba già vista. Colui che ripara ogni falla del Paese con un dito aveva rapporti non professionali con l’imprenditore che vinceva gli appalti? Bha.. ce ne sono tanti come lui. Il Ministro dello Sviluppo Economico si fa pagare la casa da un imprenditore che da lui riceve i suoi appalti? Bha.. alla fine il suo lavoro lo faceva. Il nostro primo ministro ha pagato un avvocato perché corrompesse i giudici? Bha.. è stato assolto (sbagliato: prescritto! – l’avvocato s’intende, NdA). Cose già dette e sentite? Vero, ma credo che l’unico modo di rendersi realmente conto di cosa stia accadendo nel nostro Paese sia ripetere, ripetere e ripetere prima che giunga l’anestesia totale della nostra capacità di stupirsi e irritarsi.

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C’era una volta in Italia: 1992-1993

Alessio Mazzucco

Non ho intenzione di scrivere la storia dei due anni citati nel titolo, non vi preoccupate. Vorrei però focalizzare l’attenzione su di un argomento di portata straordinaria, taciuto per tanti anni, rinvenuto negli ultimi giorni: gli attentati di Milano e Roma del ’93.

Sabato sera guardavo basito Che tempo che fa? dove un serissimo Ezio Mauro spiegava i contenuti dell’inchiesta in corso e degli ultimi interventi di Pietro Grasso, Procuratore Nazionale Antimafia, Veltroni e Ciampi, riportati su Repubblica da Massimo Giannini lo stesso sabato 29 maggio. Un breve riepilogo: durante la commemorazione della strage di Via dei Georgofili a Firenze, il Procuratore Grasso dichiara che <Le stragi mafiose del ’93 erano tese a causare disordine per dare “la possibilità ad una entità esterna di proporsi come soluzione per poter riprendere in pugno l’intera situazione economica, politica, sociale che veniva dalle macerie di Tangentopoli”> (Sandra Amurri, Il fatto quotidiano, giovedì 27 maggio); venerdì Veltroni, durante un’intervista con Repubblica chiede che l’esecutivo convochi una sessione straordinaria riguardante la precedente dichiarazione; sabato Massimo Giannini scrive un articolo in cui spiega, riportando parti di un’intervista a Ciampi, cosa sia accaduto in quei due anni (“Ciampi: la notte del ’93 con la paura del golpe”).

Nella notte tra il 27 e il 28 luglio 1993, l’allora Presidente del Consiglio Ciampi riceve la notizia che a Milano è esplosa un’autobomba causando cinque morti (Via Palestro). Durante la telefonata che segue con Andrea Manzella, suo Segretario Generale, una serie di esplosioni scuotono Roma; Manzella fa appena in tempo a parlare che la linea di palazzo Chigi cade lasciando l’edificio isolato. Si pensa ad un golpe. Dinnanzi a Giannini, Ciampi dice, rievocando quella notte: “Chi armò la mano degli attentatori? Fu solo la mafia, o dietro Cosa Nostra si mossero anche pezzi deviati dell’apparato statale, anzi dell’anti-Stato annidato dentro e contro lo Stato, come dice Veltroni [intervista a Repubblica, N.d.R.]?”. Cosa si intende per anti-Stato?

Un’ipotesi di risposta alla domanda si ritrova nelle dichiarazioni di Spatuzza e Ciancimino su un argomento diverso, ma che negli ultimi giorni viene legato in maniera assai stretta agli attentati del ’93: il 1992. Entrambi, infatti, rievocano un nome legato all’attentato di via D’Amelio e alla morte di Borsellino: Lorenzo Narraci. Narraci, all’epoca, era <funzionario del Sisde e fedelissimo di Bruno Contrada (allora numero tre del servizio civile con delega all’antimafia, poi condannato in Cassazione a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa)> (Marco Travaglio, Il fatto quotidiano, sabato 29 maggio). Inizialmente costui fu indagato con Contrada a Caltanissetta in un’inchiesta sui “mandanti esterni” delle stragi, archiviata nel 2002. Il nome di Narraci ritorna perché fu il primo a ricevere la notizia di un “attentato” in Via D’Amelio grazie a una telefonata da numero fisso, non rintracciabile dai tabulati, prima ancora che la polizia fosse sul posto e azzardasse una qualunque ipotesi. L’anti-Stato è davvero esistito? Esiste tuttora?

Ciò che spaventa, al di là delle inchieste, le indagini e i processi di cui, sinceramente, non sono informato se non attraverso i giornali, è lo spaventoso parallelismo che viene fatto tra la stagione delle stragi del ’69-’74 e del ’92-’93 dal Procuratore Grasso con il nome tristemente conosciuto di “strategia della tensione”. Non sono ingenuo: tutti sanno che il nostro Paese ha avuto sin troppe spinte di carattere interno o esterno al fine di indirizzare le politiche governative e le elezioni in direzioni, come dire?, preferite da un certo establishment. Ho voluto scrivere l’articolo perché era un argomento che non conoscevo (in questi giorni d’inizio periodo esami informarsi diventa arduo) e per riflettere su una domanda che da qualche giorno pulsa nella mia mente: sarà forse Berlusconi solo la punta dell’ice-berg di una serie di contraddizioni della politica italiana al di là della comprensione di qualsiasi cittadino “normale”? Non so che effetto vi faccia, ma che il Procuratore Nazionale Antimafia dichiari che <gli attentati servirono forse a preparare il terreno alla nascita di una nuova “entità politica”, che doveva irrompere sulla scena tra le macerie di Mani Pulite. Un “aggregato imprenditoriale e politico” che doveva conservare la situazione esistente> (Giannini, Repubblica, 29 maggio) e ancora: <“Nel momento in cui quel partito si prepara a nascere, e siamo al ’94, Cosa Nostra interrompe la strategia stragista. E’ uno scenario credibile?”> a me, personalmente, lascia non poco perplesso.

Qual è il proposito dell’articolo? Non accuso direttamente né tra le righe, riporto solo quanto ho letto. Vorrei riflettervi, nient’altro.

Lascio di seguito l’intervista di Fazio a Ezio Mauro, Che tempo che fa? del 29 maggio.

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A volte la memoria scivola via..

Alessio Mazzucco

All’ora di pranzo accendo il telegiornale e mi viene ricordato del ritrovamento del corpo di Aldo Moro in via Caetani, 32 anni fa. Data importante quel 1978, l’inizio della disfatta delle BR e del terrorismo rosso. Eventi tragici. Ma tra questi eventi, uno in particolare è stato taciuto. Quale? La morte di Peppino Impastato. Giornalista, radio trasmettitore, giovane contestatore vicino ai movimenti comunisti di una Sicilia soffocata dalla mafia: “Tra Cinisi e Palermo parlava alla sua radio. Negli occhi si leggeva la voglia di cambiare, la voglia di giustizia che lo portò a lottare” cantavano i Modena City Ramblers in omaggio al film I Cento Passi, tragica distanza che divideva la casa degli Impastato dal boss di Cinisi. Peppino Impastato fu ucciso quella notte, picchiato, legato ad una ferrovia carico di dinamite e fatto saltare in aria; inizialmente gli ufficiali della polizia dissero che era stato lui stesso a volersi far saltare in aria sulla ferrovia. Vorrei riflettere su qualche breve spunto.

Ultimamente il nostro primo ministro ha attaccato Roberto Saviano accusandolo di dare un’immagine negativa del nostro Paese all’estero. Scrivo primo ministro con le lettere minuscole per esprimere il mio giudizio su queste sue parole. Raccontare significa dare un’immagine negativa oramai: pensate all’inchiesta Draquila della Guzzanti (non sono ancora riuscito a vederla) e alla polemica del ministro per i Beni Culturali Bondi che si rifiuterà di presenziare a Cannes per protesta. Incredibile. Come ho detto, raccontare è rovinare l’immagine del Paese all’estero. Secondo loro almeno..

Allego di seguito la scena finale del film I Cento Passi che un amico ha postato su facebook. Lasciare che la memoria scivoli via è uccidere Peppino Impastato ancora una volta.

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