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Anatomia di una rapina

Gianmario Pisanu

Odio parlare in maniera autoreferenziale, ma, dalla banale esperienza di cui a breve vi dirò, cercherò di cavarne qualche spunto; magari sbagliando, come lo sventurato tacchino induttivista di Russell. I fatti, dunque.

“A carico di ignoti. In data 08/03/2015, alle ore 00:30, passeggiavo in Via X angolo Z, quand’ecco due non identificati sopravvenire…coltelli alla gola…passante si apprestava a chiamare il 112…i summenzionati scappano…il suddetto imperterrito li insegue…spray al peperoncino…pugno… i malviventi disperdono le tracce…polizia…ambulanza…Letto, confermato e sottoscritto”

Non c’è molto altro da aggiungere all’ampolloso verbale della questura (da recitare possibilmente con marcata cadenza meridionale), se non qualche nota a margine: spunti esistenziali e, per non scadere nel ridicolo, riflessioni a sfondo politico.

Nota 1: Sull’aderenza dei fatti alla Realtà

Leggendo il verbale, ho come l’impressione di assistere a un altro film. Non che lo zelante servitore dello stato abbia inventato di sana pianta, anzi. Perlomeno, non alla maniera dei pubblicisti di un oscuro sito web che, virgolettando, mi attribuiscono il malizioso dettaglio sulla nazionalità straniera dei malviventi (Nota 1b: Timeo giornalisti et dona ferentes). No, il problema è un altro. Tutto sembra così sequenziale, letto dal di fuori: un’aggressione, la consegna degli effetti personali, minacce, insulti, quindi un moto d’orgoglio donchisciottesco e via con l’ambulanza, i pianti, il coraggio che si squaglia come neve al sole. Niente di tutto ciò. Non sono coraggioso, non sono nemmeno scemo: semplicemente, gli eventi mi hanno trasportato. La prima reazione è forse quella più vera: coltello alla gola, consegno ossequioso tutto ciò che ho, frugandomi tra i capelli per vedere se dimentico qualcosa. Ma ecco che, dal momento in cui i due fuggono, parte una sarabanda di flash dal sapore felliniano: niente di logico, o meglio niente di concreto, a parte l’indifferenza dei passanti all’ingresso della metro. Li scuso, loro agivano razionalmente, io viaggiavo su un piano diverso: l’adrenalina fa di questi effetti. Strano cervello, il nostro. Non s’accorge dei pugni, tutto preso com’è dal pericolo, ma accusa spesso dolori inesistenti.

Sembra la solita ode alle paniche virtù dell’idealismo individualista, stile “Attimo fuggente”. E’ invece un monito contro la (falsa) oggettività dei fatti che, come Nietzsche notava, “mancano”, e una conferma della loro parziale incomunicabilità, che anche adesso sento riverberarsi da queste righe.

Nota 2: Sulle Invasioni Barbariche, e di come il Buon Senso salverà (?) il mondo

Ho sempre detestato i buonisti stile “sinistra al caviale”, ma sono pur sempre europeo, e un europeo di quelli che leggono, il cui punto di vista non sarà mai quello di un repubblicano del Missouri né quello dell’agricoltore francese sussidiato e lepenista.

Il mio pantheon include tra gli altri anche Dostoevskij, ex galeotto graziato in punto di morte che misurava la civiltà di un Paese dallo stato delle sue prigioni; Hugo e la sua Préface de Cromwell, dove si proponeva d’”illuminare” i delinquenti con buone letture; Voltaire, Beccaria e il pensiero dei lumi in generale. Sono affezionato all’Europa, al suo welfare state, al suo senso estetico. Lo so, ci sono mille europe, ma percepisco, miraggio o meno, un minimo comun denominatore.

Perché queste premesse? Lo ammetto: tutta la mia ammirazione per le carceri svedesi, massima espressione di quest’idea di Civiltà europea, con le loro sale fitness e i corsi di musica per accompagnare il detenuto nel percorso riabilitativo, ha vacillato di fronte a quel “T’ammazzo” pronunciato da un tamarro dei sobborghi milanesi.

Mi chiedo, come l’Adriano della Yourcenar sul finire della vita, se la Civiltà, da noi intesa come portato di un percorso verso la pace e la tolleranza, non contenga in sé i germi della propria crisi. Crolla l’assistenzialismo europeo sotto il peso dei debiti pubblici (la nuova triade impossibile 7-25-50%: popolazione mondiale – PIL prodotto – welfare), si scioglie l’assai kitsch girotondo UE anni ‘90, viene a galla la contraddizione del nostro irenismo antiamericano sotto lo scudo americano (che non c’è più), l’accoglienza è spesso confusa con la Soumission, per dirla con Houellebecq. Di fronte a questo cupio dissolvi i “barbari” confondono la ragione con la forza e sogghignano delle nostre disgrazie, come quegli astemi noiosi che amano puntigliare sul vizio dell’alcool al funerale dell’amico viveur. Sottinteso: ve la siete goduta la Dolce Vita, dal Martini alla sanità pubblica inclusa, e tutte quelle fumisterie su democrazia e balle varie: ora pagate. I tedeschi la chiamano Schadenfreude, letteralmente “goduria per le disgrazie altrui”, e forse, al momento, sono gli unici nella vecchia e opulenta Europa a esserne risparmiati, non solo per ragioni meramente economiche.

Ma fino a che punto reagire senza abiurare le nostre radici, la nostra narrazione? Tante cose si potrebbero dire, ma stiamo alla mia rapina, vero pretesto di quest’articolo e buon compendio di tutto quanto è stato fin cui detto.

Nel paese degli evasori, della Trattativa, delle Agende Rosse e via dicendo, la Microcriminalità è stata a lungo vista come un finto problema, o peggio: come uno slogan di destra. Dimenticando, come ammoniva Chesterton, che la Chiesa regge da duemila anni proprio perché portatrice delle pulsioni più umane. Ciò significa forse che dovremmo tornare all’Inquisizione o castrare gli stalker come capretti da latte? No, ma nemmeno accettare un sistema in balia di astrazioni che, proprio in quanto tali, sono inumane. E’ un elogio del Buon Senso, virtù declamata dal Codice Civile, e pazienza se, gettata così su due righe, qualcuno la potrà scambiare per una lode piccolo borghese di sapore sordiniano. Interpretatela bene, in fin dei conti è solo questione di buon senso…

Post-Scriptum: Nuove dal Commissariato. Progetti per l’invasione della Polonia

Mercoledì 11/03/2015, h 21:30: Il trova Iphone manda un segnale di vita (insperato): mi trovo a Cernusco sul Naviglio, in Via X all’indirizzo Z. Sorrido ma non troppo, conosco i miei polli. Mi sveglio, chiamo il Commissariato, capisco in un baleno che il povero melafonino è ormai in un altro mondo, forse peggiore: “Mmh, trovato? Ah sì…E’ che devo accompagnare mia figlia dal dentista…Uff, vabbè passi…”

E fu cosi che GMP, come Woody Allen sulle note di Wagner, sentì l’irrefrenabile impulso di invadere la Polonia, da convinto europeista che era

 

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Sbatti il mostro in prima pagina

Alessio Mazzucco

Spezzerò una lancia a favore del marito della Mussolini, Mauro Floriani. Già solo ricordando che è solo indagato e non condannato né tantomeno processato è un buon inizio. Ma voglio fare di più.

Dunque, chi è Mauro Floriani? Per quanto mi riguarda un signor nessuno. Certo, il marito di Alessandra Mussolini. Certo, sarà  conosciuto nei palazzi romani e nelle élite politiche. Certo, non è il primo che capita. Ma io non lo conoscevo; e non sapendo chi fosse, ho fatto la sua conoscenza attraverso lo sputtanamento giornalistico. Be, che dire, un ottimo biglietto da visita. “Piacere, Alessio, sono stagista” “Ah, piacere, io Mauro, pago minorenni in cambio di sesso”. Gelo.

Non è un bel biglietto da visita per uno sconosciuto, figuriamoci per amici, conoscenti e familiari. La Mussolini l’ha sbattuto fuori di casa: un nucleo familiare si è sciolto, così, en passant. Direte: se lo merita. Forse, ma per non essere ipocriti fino in fondo, pronunciando quelle terribili parole (“se lo merita”) dovreste trascinarlo in piazza e lanciargli addosso uova marce e pomodori. Io sono bianco e nero: o tutto o niente. O si dà la possibilità al popolo di condannarlo (sputtanamento pubblico) o si dà il potere alla magistratura d’indagarlo ed eventualmente condannarlo o assolverlo. Principi base della democrazia e dello stato di diritto. Perché se così non fosse, dovremmo andare in giro e trascinare in strada tutti coloro che consideriamo “tenere comportamenti inadeguati/criminali”. Perché di crimine si tratta, non lo nego, ma per essere definito crimine dev’esserci una sentenza, e la sentenza è l’unica che deve parlare, non i giornali. Tantomeno con un personaggio non pubblico, non politico (e quindi estraneo alle decisioni per la comunità). E se la semplice logica liberale-garantista non convince, pensate in modo utilitaristico: può capitare a chiunque di voi. Quindi apriamo gli occhi: c’è qualcosa che puzza in questo paese, e puzza di purismo e giustizialismo.

Io adoravo Travaglio. Poi sono cresciuto. E ho letto questo: “Per cui la nostra Beatrice viene subissata di insulti, insinuazioni, offese gratuite e ributtanti sul piano professionale e anche personale: chi se n’è reso responsabile ne risponderà in Tribunale non solo a lei, ma anche al Fatto, e spero che alla fine la merda che ha sparso in questi giorni gli verrà ricacciata in gola”. Articolo completo: segui LINK. Ora, a me non piace insultare. Ma addirittura ricacciare la merda in gola a chi l’ha sparsa? WOW. Parole forti. Immagini terribili, soprattutto ora che sto cucinando. Ma Travaglio è così: solo lui può insultare. Sì, perché il nostro Travaglio, oltre a difendere un post di dubbio valore giornalistico con cui si presentava una volgarità gretta che non-ho-ben-capito-dove la Borromeo l’abbia pescata, si è messo a contestare la sentenza Scajola (assoluzione). E io non sono un fan di Scajola. Ma se la sentenza dice assoluzione, si può contestare? Sì, se sei Travaglio, ovvero giornalista, inquisitore capo, investigatore, procuratore e giudice. Uno e quintuplo (si dirà così?). 

La sinistra si risveglierà nella migliore tradizione garantista dopo la sbandata di questi ultimi vent’anni? Speriamo. Dalle pagine di Micromega Flores D’Arcais lanciò l’anatema contro Renzi: non si può essere di sinistra senza giustizialismo ed eguaglianza. Bene la seconda, ma la prima? Per fortuna il baldo forcaiolo D’Arcais si è dedicato alla lista fallimentare Tspiras (e si è pure tolto qualche giorno fa), quindi non creerà altri danni nella tanto martoriata (e martoriante per la pazienza nostrana) sinistra italiana.

Ah sì, ultima domanda. Nessuno di noi insulta la Borromeo. Abbiamo delle domande: come è stata selezionata come giovane punta di Annozero? E come giornalista e opinionista/sessuologa del Fatto (Sfatto, Falso) Quotidiano? Non è sessismo, eh, attenzione! Semplice curiosità giornalistica: come selezionate i gggiovani? 

Buona serata a tutti, è venerdì sera quindi non resterò un secondo di più sulla tastiera del computer.

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Perdere la propria libertà? Basta un nulla.

Alessio Mazzucco

Si prenda insieme una crisi settennale, un comico populista e una piazza virtuale di anonimi mediocri che sfogano la propria frustrazione sul web: si avrà un cocktail esplosivo. Sì, perché nella democrazia 2.0 i puristi non si muovono più con torce e forconi a cercar streghe, pagani, eretici, o politicamente diversi, ma sputtanano semplicemente il malcapitato sul web senza concedere diritto di replica. Pensate a un giornalista, uno qualsiasi, magari con famiglia, figli, e, all’improvviso, per aver criticato un movimento politico, che in quanto movimento politico non solo è criticabile ma dev’essere criticato, lo si immagini gettato in pasto al web con la stella dell’infamia virtualmente cucita sulla camicia. 

La crisi ci ha profondamente cambiati. Come ogni cambiamento lento e graduale è stato impercettibile, non un terremoto devastante, ma un lento decadere inesorabile, impossibile da percepire se non guardandosi attentamente attorno, se non cercano per davvero di percepire la frustrazione, la rabbia, e soprattutto la paura che ammorba ogni paese d’Europa. Le destre xenofobe e populiste avanzano? Non è colpa del loro populismo, ma delle forze democratiche che si sono lentamente ritirate dalla società, che han lasciato fare, che non hanno risposto con voce forte e nervi saldi alle provocazioni: hanno inseguito, come le prede seguono l’esca, e alla fine, esangui, saranno sconfitte dalla marea montante della rabbia.

Grillo ha schedato il secondo giornalista. E sembra cosa poco grave: del resto chi non ha insultato, attaccato, pugnalato alle spalle in questa Italia di pezze e pezzenti? Ma per la prima volta un giornalista viene schedato, pubblicato sul web così come si può trascinare un uomo in catene sulla piazza, e la frustrazione popolare ha potuto gettargli addosso gli ortaggi e le pietre per la sua unica colpa: criticare. Del resto il giornalista a volte può essere pure antipatico, egocentrico, pieno di sé: certamente un privilegiato nei grandi quotidiani italiani. Ed ecco che la pietra può essere scagliata e il dito puntato contro i pennivendoli, i frustrati della stampa, i male-informati o giornalisti in malafede.

Ah, i puristi! Temo loro più di chiunque altro. I puristi del costume, della religione, della politica. In nome della purezza della razza o delle idee, abbiamo avuto manganelli, dittature, gulag e roghi. E ad ogni termine di un ciclo di prosperità, ogni civiltà ritorna alla crisi, alla perdita del senso civico, all’abbandono degli ideali di democrazia e libertà per cedere al primo Grillo che passa il potere con la promessa di una vita migliore, o almeno di una vendetta su chi si ritiene indegno di avere ciò che ha.

Oggi le primarie PD daranno il nuovo segretario. Chiunque sia, dimostriamo che la democrazia è questo e non i tribunali del popolo, né un blog ritenuto libro sacro. 

 

Giornalisti schedati:

Maria Novella Oppa

Francesco Merlo

 

 

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Cultura, culturame, politica

Alessio Mazzucco

Rendiamoci conto che il Paese uscirà devastato da questa crisi. Uscirà devastato il sistema produttivo, il tessuto industriale, il rapporto tra cittadini e istituzioni, la società nel suo significato più ampio. Uscirà devastata una politica incapace di risposte, chiusa nei suoi palazzi, lontana e irriformabile, e dietro il ventennio perso di questa nostra Italia non resteranno che macerie fumanti, una lunga scia annerita di cadaveri, e noi li nomineremo uno a uno e li chiameremo per nome: cultura, solidarietà sociale, bellezza, speranza, opportunità.

Una nuova cultura permea la società: il pressapochismo, il semplicismo, figli bastardi della demagogia spiccia, dell’erosione delle basi intellettuali, e l’ideologia povera della mancanza d’ideologie contro il pensiero dominante di un bipolarismo svuotato di significato. Cosa ci è rimasto? La confusione dei concetti, la perdita di significato delle parole, l’incoscienza e la povertà dei pensieri. Davanti a un Grillo che evoca la morte della destra e della sinistra si contrappone un concetto di “destra” e “sinistra” privo di significato, perso nella ridefinizione di se stesso lontano dal cambiamento che ha investito il mondo e la nostra epoca.

Possiamo puntare il dito contro qualcuno, e non solamente contro la classe dirigente politica degli ultimi vent’anni: la loro realtà è tanto imbarazzante da far sorgere sentimenti di pietà, non tanto d’odio, nei confronti di tutti quei politicanti, politichetti, intellettualini spicci che hanno retto le sorti del nostro Paese. Ovviamente molti sono esclusi, non si può far di tutta l’erba un fascio, né puntare il dito contro una categoria senza i dovuti distinguo, ma contro una categoria in quanto gruppo che nel suo insieme ha trascinato l’Italia nel pantano culturale in cui ci troviamo. Perché guardate, la crisi economica ha investito tutti i Paesi Occidentali, e se noi non ne usciamo non va cercata la colpa solo fuori di noi – nella Germania merkeliana, nella Bce teutonizzata o nella finanza sclerotica – ma in noi elettori, cittadini, noi che abbiamo taciuto di fronte allo scempio che questa politica ha fatto della nostra vita, nella cultura devastata che permea la nostra società e i nostri pensieri.

Puntiamo il dito anche contro i giornali e i giornalisti, senza mai generalizzare, ovvio, salvando e applaudendo sempre molti singoli professionisti, ma criticando e giudicando lo spaventoso inciucio che ha unito i watch-dog del potere e i potenti, i giornalisti passati alla politica, e viceversa, in un tran-tran continuo, avanti e indietro, nella rete paludosa che avvolge e tiene insieme ogni cosa, le editorie, le penne e i partiti.

Puntiamo il dito contro quegli intellettuali incapaci di ridare linfa vitale a una cultura impoverita e mediatizzata, aridi tra gli aridi, silenti di fronte alle sfide mondiali, al cambiamento, alla grande trasformazione dei nostri tempi. Puntiamo il dito contro un Paese che non lascia parlare chi avrebbe qualcosa da dire, che lo zittisce con le urla, o nel silenzio, o nell’isolamento, o che non sostiene il proprio tessuto culturale.

Girate per le strade, parlate con le persone: credete davvero che a loro interessino le strutture del partito, o le idee, sempre le solite, sempre uguali, mai rinnovate, che circolano di bocca in bocca, di blog in blog, senza un’elaborazione nuova, una capacità reale di comunicare intenti o vere speranze? Non è populismo spiccio. Dico solamente: guardiamoci. Guardiamoci bene e chiediamoci, una volta soltanto, solo una, quali siano le necessità di chi ci vive attorno, quali siano i bisogni inespressi, da dove venga la rabbia repressa, la frustrazione che tutto imbruttisce e rende cupo.

Destra, sinistra, politica, partiti, primarie,….: parole fondamentali. Fondamentali. Ma inutili se il primo passo della ricerca è domandarsi cosa significhino senza chiedersi che mondo si vuole un domani, di qui a vent’anni. Perché guardate: questo è il primo passo. Far politica nel senso nobile del termine è plasmare la realtà inseguendo idee, ma se le idee mancano quel che ci ritroviamo restano e resteranno sempre parole vuote, e le idee saranno vecchie e stanche e il culturame di questi vent’anni avrà vinto appiattendoci tutti quanti a una scura e densa melassa di mediocrità.

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Saviano, ma che mi combini? La mafia al Nord NON esiste!

Alessio Mazzucco

Sei fissato con Saviano! mi direte. E avrete ragione. Un giovane, trentunenne quest’anno, scrive un libro, argomento mafia. E’ un successo, un best-seller, uno dei libri che più hanno suscitato scalpore in Italia e nel mondo. Ma a noi un po’ dà fastidio. Eddai, diciamocelo, tra noi, su questo blog, zitti zitti: ci irrita un poco che un libro abbia reso uno ricco (forse) e famoso. Se aggiungiamo la scorta pagata dai contribuenti il fastidio sale alle stelle, non è vero? E poi mente, o mi sbaglio?

Niente sorrisetti maliziosi, sono serissimo. Sono serio e sapete perché? Un giovane giornalista mi viene a dire che la mafia esiste anche al Nord, che si è sviluppata in quel della Lombardia, che lentamente si allarga nelle maglie economico-politiche della società. Io non ci credo, non ci posso credere. Com’è possibile? Qui nessuno mi chiede il pizzo, né minaccia giudici, procuratori o politici. Qui la mafia non esiste. E vorrei ringraziare Umberto Bossi, vicepresidente del Consiglio, che ha ribattuto con un bel “fanculo” a quel birichino di Fini, reo d’aver insinuato che Saviano possa avere ragione.

Saviano, l’hai combinata grossa. Finché ci parlavi di Falcone e Borsellino (argomento facile, ammettilo, scontato, inflazionato oserei dire) andava tutto bene. Adesso, però, riporti notizie e indagini sul tentativo della mafia di legarsi alla politica settentrionale attraverso le figure secondarie di qualche (uno) consigliere provinciale leghista? E no, Saviano, così non va bene. Stufi. Irriti. Ti dirò di più: mi hai deluso. In questo Paese va tutto bene, Saviano, soprattutto qui al Nord, tra monti e nebbioni. Mi hai capito? Qui va tutto bene.

Ordunque, riprendiamo gli ultimi eventi. Fan ridere messi di fila, dico davvero! Saviano riporta, come suo solito, delle indagini. Parla della Lega, non l’accusa (nota bene), ma spiega che la camorra puntava ad avere appoggi politici. Maroni insorge, Il Giornale titola: “Firma contro Saviano che dà del mafioso al Nord”, “E Saviano accusa la Lega: è complice della mafia”, “Il sogno di Saviano: leghisti assassini”. Ciliegina sulla torta: “Iniziativa. Una firma contro Saviano, aderisci”. Insomma, o qualcuno non ha capito che si è detto a Vieni via con me, o io non ho afferrato i tra le righe del discorso di Saviano (possibilissimo) oppure c’è un problema.

Scelgo la prima e la terza. Le accendo. Qualcuno non ha capito (o non vuole capire) e c’è un problema. Non ho dubbi. Ma si può sapere cosa disturba tanto di Saviano? Ma invece di scrivere il sogno di Saviano, il teorema di Saviano, Saviano accusa et similia, non è proprio possibile smentire con i fatti, riportare le indagini, smontarne (se davvero c’è qualcosa da smontare) il discorso? Meglio: ma se Saviano accusasse anche direttamente la Lega (cosa, ripeto, che non ha fatto), dei bravi giornalisti non dovrebbero rivolgersi agli esponenti leghisti di spicco e chiedere delucidazioni su quanto detto? No? Devono accusare l’accusatore ed ergersi ad avvocati d’ufficio dei politici? Bravi, avete la mia stima.

Credo si possa riconoscere un Paese alla frutta non dagli scandali, la disoccupazione, il conflitto d’interessi, la mafia, le balle, l’università a rotoli, la ricerca devastata, l’economia immobile, l’ambiente soffocato dal cemento, le infrastrutture ferme, l’ignoranza dilagante, la volgarità senza precedenti, ecc… ma dalle piccole cose. L’attacco a Saviano è una di queste.

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Annotazioni sulla follia dilagante

Alessio Mazzucco

Altro che invidia e odio a rovinare il Paese! Stiamo impazzendo tutti quanti: questo è il problema.

Giornalisti schierati, assalitori inesistenti, violenti che picchiano, gettano fumogeni, insultano, primi ministri palesemente egocentrici, egoisti ed egolatri, oppositori che si sono persi nel baluginare dei magnifici anni Sessanta, giudici accusati d’essere d’una o dell’altra fazione a seconda di come gira il vento, gossip, dossier, inchieste “scomode” tacciate quasi fossero le invenzioni di qualche losco personaggio di rossa provenienza. Ma dico: che Paese è?

All’Italia non servono leggi elettorali nuove, governi tecnici o grandi cambiamenti (oddio, servirebbero, ma che speranza c’è?): basterebbe un po’ meno d’ipocrisia e il gioco s’aggiusterebbe da sé. Giovedì scorso, ad Annozero, il giornalista di Report (quei ferventi rivoluzionari), conduttore dell’inchiesta su Antigua, ha semplicemente affermato che un primo ministro a domanda risponde, soprattutto trattandosi di questioni legate a conti correnti a dir poco oscuri. Non è un assalto al potere: è una domanda. Una richiesta, un’interrogazione, un quesito, un semplice dubbio posto attraverso un canale pubblico ad un personaggio pubblico. Nulla di strano. Ma in Italia è il peggior atto sovversivo degli ultimi vent’anni (in realtà è al secondo posto dietro la richiesta di presentarsi in tribunale).

Ieri Capezzone ha ricevuto un pugno. Qualcuno di voi legge Ilgiornale.it? Non tanto per gli articoli, degni come ogni scritto d’essere letti, commentati, apprezzati o criticati, ma per i commenti. Provate, prima o dopo i pasti non importa, ma provate, per la semplice curiosità intellettuale di vedere che persone girano e commentano nel web (attenzione: sono elettori, cittadini e quelle sono opinioni condivise, non appunti d’un qualche signor nessuno). Si parla di sinistri, comunisti sovversivi del voto popolare, giornalisti e partiti fomentatori d’odio, eccetera. Già sentite? Vero; ricordo un Cicchitto datato 2009, una pessima annata. Preoccupa che si continui a pensarla in questi termini, non poco. In primis, come si può parlare e ragionare con chi è imbevuto di frasi fatte? E poi, in un Paese fratturato, alla deriva, incapace a disincantarsi dalle magie del populismo, che speranza di recupero c’è se si continua a pensarla con queste categorie mentali?

Sveglia, bellezza! L’attività legislativa è ferma. Giudici, PM, giustizia: un nodo da sciogliere, vero, ma non l’unico. Se la società marcisce è colpa d’una classe dirigente ferma e incapace nel suo complesso, non in qualche sua parte deviata, d’una classe dirigente immobile, allergica ad un cambiamento che non arriva, impantanata nella palude di questa nostra Italia.

Meno ipocrisia, per favore, meno lagne. Se qualcuno picchia Capezzone non è perché Di Pietro attacca il Presidente del Consiglio alla Camera (tra le altre cose, è liberissimo di farlo), ma perché la macchina si è inceppata. Quale macchina? La democrazia.

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Il Giornale, Repubblica, Masi e il giornalismo italiano: everything gonna be alright (?)

Alessio Mazzucco

L’articolo di Alberto mi ha dato lo spunto per una riflessione. Cos’è un dossier, cos’è fare giornalismo, cos’è l’inchiesta? Tento una mia idea. Si può parlare di dossier quando documenti, accuse e inchieste vengono falsificate (caso Boffo), tenute da parte con minacce di pubblicazione se non si rientra nei ranghi (ricordo un Feltri e dei dossier a luci rosse su Fini) o usate per ricatti sottili o grossolani (vedremo come finirà il caso Marcegaglia).

Ho citato Il Giornale perché da mesi oramai si trova al centro delle polemiche di una parte del mondo giornalistico. La ragione c’è: pubblicare articoli e inchieste ad hoc quando il soggetto disturba il politico di riferimento non è certo esempio di buon giornalismo. La Repubblica getta fango? Qualcuno potrebbe dirlo quando pubblica gli incontri con le escort, i festini o le case possedute su lidi offshore. Però c’è un problema estremamente rilevante: come faccio io, cittadino, a venirne a conoscenza se tutti tacciono?

Io, personalmente, non ho nulla in contrario a vedere politici sbattuti in prima pagina se inchieste condotte con serietà mostrano gravi fatti che li coinvolgono. Non ho nulla in contrario che la vita privata dei politici venga seguita e controllata nella coerenza tra comportamento e dichiarazioni. Un esempio? Chi è contro la legalizzazione delle droghe leggere non può fumarsi neanche uno spinello, chi dichiara guerra al fenomeno della prostituzione contro la sua legalizzazione non può andare con le escort e così via.. Poi, per me chiunque è libero di far ciò che vuole. Non m’importa nulla che Bertolaso riceva certe prestazioni da donne affascinanti a pagamento; se a fornirgliele erano gli imprenditori con cui concludeva gli affari della Pubblica Amministrazione la questione cambia.

Ora, l’articolo in questione di Repubblica sulla questione Antigua-Berlusconi ha firma Giuseppe D’Avanzo che altro non fa se non riportare l’inchiesta di Report integrandone la parte riguardante la banca svizzera, Arner. Scrivere e riportare notizie non è dossierare né gettar fango, sempre che le si riportino nel momento in cui se ne entra in possesso. Questo è fare giornalismo. Giustamente, la Gabanelli, prima di cominciare la trasmissione, ha affermato la necessità di trasparenza da parte del Presidente della Camera sulla questione Montecarlo & cognato; d’altra parte, il Presidente del Consiglio non è certo immune a tale richiesta di chiarezza sui propri comportamenti e possedimenti.

Ieri, Curzio Maltese scriveva (sempre su Repubblica): “Dopo mesi e mesi a discutere di pettegolezzi mai provati sulla casetta di 55 metri quadri a Montecarlo venduta (forse) sottocosto da Fini al cognato (sempre forse), ecco un bel villone da almeno venti milioni comprato sicuramente dal Presidente del Consiglio, sicuramente attraverso società offshore, in un paradiso fiscale e con i fondi depositati in una banca svizzera indagata per riciclaggio”. Questo non è fango, ma inchiesta. Che poi Maltese dia più importanza ad uno o all’altro probabilmente deriva da una sua più o meno alta considerazione/simpatia dei soggetti, e questo può scivolare nell’essere troppo parziali. Report e Repubblica han fatto bene a riportare l’inchiesta, così come Il Giornale non sbaglia a chiedere chiarezza e trasparenza a Fini: l’unica differenza è colpire con un timer a orologeria nel momento in cui il generale in seconda si ribella al capo. Ecco perché si parla di fango e dossier.

Mi sto dilungando, perdonatemi. Il 24 settembre, Marco Lillo pubblicava sul Fatto un’intervista con il ministro della giustizia di Santa Lucia in cui si affermava l’autenticità della lettera che inchiodava Tulliani nella vicenda Fini. Il giorno dopo, Padellaro, direttore della testata, rispondeva allo stupore di chi faceva notare che la notizia avrebbe sfavorito Fini vs Berlusconi spiegando che un giornalista pubblica le notizie di rilevante importanza man mano che ne entra in possesso, non quando può essere più comodo al proprio politico/soggetto di riferimento. Questo è giornalismo.

Giornalismo in televisione: due parole su Masi. Il direttorissimo RAI ha dichiarato da Vespa che non si è mai visto un conduttore mandare a vaffanbicchiere (Santoro dixit) il proprio direttore. Non si è neanche mai visto un direttore che le tenta tutte per bloccare i programmi di approfondimento politico. L’ultimo obiettivo è Fazio (noto rivoluzionario e sovversivo della televisione pubblica italiana) e Saviano (chi era costui?), intenzionati a parlar di mafia, politica e, ahimè lui c’è sempre, Berlusconi. Anche quello è giornalismo. Vero che inchieste, accuse e notizie non fan bene all’aria politica italiana, ma, perdonate la domanda, quale sarebbe l’alternativa? Fregarsene? Lasciar correre? Magari far programmi che mi assicurino che in Italia va tutto per il meglio, che cullino la mia inquietudine, che mi spieghino che la mafia non esiste, che non ci sono legami oscuri tra politica ed economia? Direi alternativa evitabile.

Fango e dossier. Certo, esistono. Preferisco un po’ di fango, però, al silenzio. La giustizia deve fare il suo corso, ma io ho diritto di sapere chi deciderà il futuro e le regole della società in cui vivo. E, tra parentesi, inchieste o no, a ieri il 46% degli italiani non sapeva nulla della questione Berlusconi-ville in lidi offshore & Co. Siamo sicuri di non sprecare troppo fiato inutilmente?

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