L’immoralità della purezza

In politica, la purezza è immorale. E mi sembra di ripetere luoghi comuni macinati dal machiavellismo quando scrivo queste parole. Dal ’94 in poi ogni partito politico si è presentato alle elezioni definendosi “nuovo”, “diverso”, “estraneo” a tutto quel che Tangentopoli aveva rappresentato per la I Repubblica. Così è stato per Berlusconi, così è stato per la sinistra emersa dai cocci fumanti della tradizione comunista, ancora legata a vecchi schemi anche se nominalmente cambiata, così è stato per la Lega e ora è con Grillo.

Grillo ha insegnato molto a questa classe politica. Ha mostrato il malcontento popolare che serpeggiava tra gli elettori, ha portato a galla istanze di rinnovamento della politica, ha dimostrato la novità di internet, strumento che i dirigenti italiani non conoscono né si sforzano ad usare come nuovo media di comunicazione. Detto questo, ha insegnato anche che la purezza è immorale, seppure inconsapevolmente.

Qualche giorno fa, i parlamentari M5S saliti sul tetto del Parlamento per protestare contro la modifica dell’art. 138 della Costituzione sono stati sospesi dai lavori per cinque giorni. Apriti cielo! La società intellettuale satellite del movimento ha gridato il suo scontento indicando come immorale la sospensione di un gruppo di deputati per qualcosa di sostanzialmente “innocuo” mentre ancora si discute se far decadere un senatore condannato in via definitiva per evasione fiscale. Parrebbe un ottimo argomento. Peccato che occupare un tetto da parte di deputati che si autoproclamano “puri”, “estranei agli inciuci” e “difensori della Costituzione” sia gravissimo, su un piano diverso dalla condanna, ovvio, ma grave in quanto deputati eletti per far valere le proprie ragioni in Parlamento ne occupano il tetto per dimostrare la propria diversità. La purezza è colonna portante del M5S, eppure guardateli: una protesta a dir poco liceale ha fatto perdere loro un’occasione tra le tante per mettersi in gioco e discutere e negoziare i termini del loro voto favorevole o contrario alla riforma. È il gioco della democrazia, tutto qui.

Mi ha stupito notare la sollevazione intellettuale, non tanto dalle pagine del Fatto, portavoce e altoparlante delle istanze grilline, quanto d’intellettuali dell’orbita di riviste come Micromegain primis il suo redattore principale, Flores D’Arcais. Forse nessuno di loro conosce più le minime regole delle decisioni democratiche? Forse, ma non sono gli unici. Nella purezza incontriamo anche Erri De Luca, sostenitore del sabotaggio laddove la politica non riesce a ottenere per intero le istanze di un gruppo. La meraviglia di notare tanto appoggio alla frase di De Luca non deriva tanto dalla mia opinione più o meno favorevole alla Tav, quanto un ragionamento tanto lontano dalla democrazia quanto infantile: «Non ottengo quel che voglio? E allora spacco tutto».

Purezza significa non scendere a compromessi con ciò che sporca le mani. Metterle nel fango e rimestare a lungo per ottenere un minimo delle proprie istanze non piace a molti, ma la politica è questo. Senza scomodare Rino Formica e la sua lapidaria definizione “sangue e merda”, basta dire che la purezza, in politica, è immorale perché non solo non ottiene neanche le briciole di quanto considerato, ma altera il funzionamento democratico nel momento in cui una forza si pone su un piedistallo rispetto ad un’altra, concetto totalmente opposto all’uguaglianza democratica di cui, a volte erroneamente, ci si sente sostenitori.

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