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Oggi si fa la storia, noi facciamo pena

Alessio Mazzucco

Siamo dei cazzari. Non c’è verso, sarà il sangue, il popolo, la cultura, ma ci fosse un appuntamento elettorale uno affrontato con serietà ed entusiasmo, sarei un poco più felice. Oggi si fa la storia, ma restiamo saldamente e orgogliosamente fuori dalla storia. Oggi si sceglie quale Europa si vuole, chi dovrà rappresentarci a Bruxelles, cosa siamo noi nel mondo e nel tempo, ma tutto questo non pare sfiorare neanche l’anticamera della razionalità del popolo.

Del resto di che lamentarsi? Per avere democrazia c’è bisogno di consapevolezza, ragionamento, informazione. Quel che abbiamo è caciara, divertente, caotica, folkloristica caciara. Pochi giorni fa è stato siglato uno dei patti commerciali più importanti del secolo (tra Russia e Cina per chi si fosse perso un pezzo), il mondo cambia vorticosamente, ma noi no, noi in Europa ci arrabattiamo per evitare un clamoroso exploit degli anti-europeisti. Anti-europeisti? Contro l’Europa? Ma che significa? Significa forse tornare a tante piccole nazioni litigiose, rinunciare a uno spazio di libera circolazione per le persone e per il commercio, rinunciare a una rappresentatività forte nel mondo? Per cosa poi? Per tornare a lamentarsi quando l’Europa non ci sarà più?

L’appuntamento che doveva essere il più importante degli ultimi vent’anni si è trasformato improvvisamente in un referendum governativo, un “noi o loro”, “onesti e disonesti”, uno scontro tra parolai e parole private di significato, una vicendevole accusa, di cosa poi non si è capito, odio, rabbia e speranze represse gettate nel calderone di un’elezione che doveva essere affrontata con estrema serietà e delicatezza.

L’Europa non è un continente facile. 27 paesi, troppe lingue e culture diverse, ma il sogno comune di proseguire la storia insieme. Retorica? Ingenuità? No, una semplice speranza. Perché in un mondo di giganti, in mutamento e trasformazione, lasciare emergere un rancore sordo e ignorante può essere uno sfogo liberatorio, senza dubbio, ma anche la reazione più stupida ai problemi reali che il Continente attraversa. Del resto, è questo che cerchiamo noi italiani: incapaci di assumerci obblighi e responsabilità verso il prossimo, quando le cose van male, ecco che si cerca il capro espiatorio, il colpevole, lo stronzo che ha causato tutto questo. Perché noi no, noi siamo troppo buoni, puri, bravi e intelligenti per aver fatto dell’Italia un paese-mostro, bloccato da laccetti e lacciuoli. Noi no. Loro sì. Ecco cos’è la protesta, ecco cosa pensano le piazze: un grande esorcismo comune delle proprie responsabilità, una liberazione di gruppo, un’espiazione di massa, un dire “loro, non noi”, “lui non io” e via dicendo, come all’asilo, quando la maestra rimbrottava e il bambino indicava il suo compagno di giochi come unico colpevole punibile.

Nella Grande Caciara, per farsi sentire bisogna urlare di più, senza la certezza di essere ascoltati. Così i tre grandi partiti hanno preso la scena (poi abbandonata dal terzo per palese auto-distruzione) lasciando da parte il grande discorso europeo per gettarsi nella più nauseante campagna elettorale di sempre. Li abbiamo lasciati fare. E se l’Europa dovesse cedere sotto il peso di paesi che NON sono in grado di fare il grande salto di qualità, quell’Europa sognata e agognata da gente ben più matura della cittadinanza complessiva, la colpa sarà soltanto nostra. E io non voglio sentire lamentele.

Io voterò ALDE. Voglio un’Europa federale, forte, unita, con mercati integrati e coordinati, aperta al commercio, dagli Stati Uniti, alla Russia al Medio Oriente, pronta e compatta ad affrontare le sfide diplomatiche che Putin ci ha lanciato, pronta a parlare nel Mediterraneo e ripiantare le basi per un grande mercato meridionale. E in fondo sì, lo desidero tantissimo: l’abbattimento delle capitali nazionali e il trasferimento del potere politico a Bruxelles, con tante regioni a governarsi e la capitale belga come unica capitale europea. Saremo in grado? Dopo questa campagna elettorale ne sono certo: la risposta è no.

Ammiro e rispetto le scelte di ogni elettore. Tutte. Tranne le scelte dettate dalla rabbia, la follia collettiva, il magico incantesimo dell’uomo solo al comando che ci libera dai nostri mali, amen. Al voto, chiediamoci tutti “Dove mi vedo da qui a vent’anni?”. È un buon esercizio elettorale, così come psicologico. Al colloquio di lavoro, il selezionatore chiederà sempre: “Dove ti vedi tra due/tre/cinque/dieci anni?” perché il suo compito non è capire se sarai sposato, all’estero o con figli a carico, ma se di qui a cinque, dieci anni l’azienda potrà investire su di te per i prossimi anni. È utile. Mette davanti alle scelte della propria vita, aumenta la profondità con cui guardiamo al nostro futuro, si prende consapevolezza del tempo e degli anni e delle virtuose (o meno) conseguenze della nostra scelta. E allora: dove ci vediamo da qui a vent’anni? A inseguire venditori di fumo, sogni e slogan mentre la Cina ci schiaccerà con i suoi prodotti, la Russia abbandonerà definitivamente le coste europee (e sarà uno dei danni più devastanti che subiremo) e gli Stati Uniti lentamente si richiuderanno in se stessi lasciando il ruolo di polizia globale a qualcun altro? Vogliamo diventare davvero un museo a cielo aperto, il Vecchio Mondo incartapecorito, povero e invisibile sulla scena mondiale perché, ehi!, io quel giorno dovevo votare un anti-europeista perché la gggente aveva fame?

Amici europeisti, di qualunque provenienza siete, di qualunque appartenenza politica, ricordatevi questo giorno come la svolta storica del nostro mondo. Niente più scuse, niente più rimandi, niente più tempo. Il voto è oggi. Non domani, non tra un anno, non tra dieci. Oggi. Consapevolezza, è tutto ciò che chiedo.

Viva l’Europa.

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Una tragedia a 5 stelle

Alessio Mazzucco 

Quando una categoria e’ associata a un nome, tutte le caratteristiche della categoria si trasferiscono sul nome dandone qualita’, peso, forma, sostanza, …. La categoria permette il giudizio, ovvero l’opinione positiva, negativa o neutra сhe il nostro background, cultura o percezione ci indica come tale. Categorizzare un oggetto puo’ essere un modo comodo per indicare le cose. O screditarne altre.

Esempio: associare grillismo, M5S e fascismo. E’ un modo come un altro per categorizzare/screditare. E a chi dice сhe associare grillismo e fascismo sia anacronistico, sbagliato, se non un’azione in malafede, io dico: hai ragione. La categoria fascismo ha fatto il suo tempo: usata per screditare giornalisti, politici, e, ça va sans dire, forze dell’ordine, è giunto il momento di riporre la parola fascista nei libri di storia per lasciarsi andare, librarsi, verso nuovi lidi linguistici. Basta dare del fascista a chi non e’ d’accordo o chi usa metodi “poco ortodossi”. Basta dare del fascismo al M5S o del fascista a Grillo. Chiamiamo le cose con il loro vero nome: il M5S è una tragedia politica.

Ne hanno parlato in molti, forse in troppi, dall’ottimo Ricolfi al definitivo Quit (insignito della medaglia al valore sul campo dopo la gogna del giornalista del giorno), ma repetita iuvant, e vent’anni di berlusconismo dovrebbero insegnare che ad abbassare la guardia ci perdono solo i cittadini.

Io trovo emblematica la rubrica “il giornalista del giorno”. Abbiamo alzato tanto la stanghetta della tollerabilità che una pagina internet dove i giornalisti considerati “nemici del popolo pentastellato” vengono dati in pasto agli utenti anonimi del web non imbarazza più, né crea disagio. Solo un po’ forse. A tratti. Un disagio quatto quatto. Per pura analisi politica prenderei la rubrica dedicata a Santoro, condannato all’etichetta non per aver parlato male di Grillo e accoliti, ma per aver trasmesso le dichiarazioni di un operaio di Piombino che criticava il guru capellone per non capire semplicemente un cazzo di economia, rapporti di lavoro e democrazia. Di seguito l’articolo:

“Vorrei una semplice risposta dall’operaio della Lucchini (candidato pd in Toscana???). Perché tutto quell’accanimento contro Grillo? Perché non ha evidenziato che la sua situazione è il fallimento della classe politica? Perché tacciare Grillo di essere lì per fare campagna elettorale?Beppe è sempre stato presente nelle situazioni critiche per sottolineare la presenza di un Movimento fatto di cittadini e dalla parte dei cittadini.Beppe non si può paragonare a uno che si mette a mangiar la banana con il sorrisino da ebete. Perché questa gente si ostina a star dalla parte della stessa gente che li ha portati a questa situazione? Perchè si tengono in palmo di mano quei sindacati che invece che fare gli interessi dei lavoratori si son sempre piegati al volere del potere? Triste,molto triste assistere a trasmissioni faziose come quella di ieri sera ed ancora più triste che i cittadini che insieme potrebbero cambiare il Paese, non si sveglino ev puntino il dito sull’unica forza politica che colpe non ne ha.” Paola L., Verona

A parte il dubbio gusto di non firmarsi per intero, ma tale Paola L. di Verona (Paola, ma chi sei? Che fai? Con che titolo parli?) come argomenta? Dunque, uno che critica Beppe (Beppe?) è reo di non capire di essere dalla parte del torto perché “Beppe non si può paragonare a uno che si mette a mangiar la banana con il sorrisino da ebete. Perché questa gente si ostina dalla parte della stessa gente [ripetizioni -> usare Sinonimi&Contrari] che li ha portati a questa situazione?”. Io già me la immagino questa Paola L. (sempre che esista): in lacrime, a piangere la sorte del caro leader che non è riuscito ad aprire una breccia nei cuori degli operai di Piombino, a quanto pare – e vado a tentoni nelle mie deduzioni – instupiditi dalla propaganda di un tale uomo-scimmia col sorriso ebete. Cara Paola L., mi fai paura. Discorsi del genere si fanno al Ministero dell’Amore firmato Orwell, non su cittadini liberi di esprimersi – almeno fino a prova contraria.

In questo si consuma la tragedia politica. Non in Andrea Scanzi o in Alessandro Dibba Dibattista che deduce dai gesti di Genny a’ Carogna il fallimento di un Governo in piedi da un paio di mesi; questa è solita prassi. È sulle piccole cose, sui commenti senza capo né coda, nella violenza verbale e in quello zoccolo duro d’ignoranza e cretinaggine che si sta sviluppando su qualunque argomento su cui mette mano (o occhio) la massa grillina.

Il M5S è pericoloso, e non per quello che ha fatto o che potrebbe forse un giorno fare, ma per quel che fa. I movimenti sociali e politici non sono fulmini a ciel sereno, non lo era il fascismo, il nazismo e il comunismo, ma non lo erano neanche il cristianesimo, l’islam o l’ebraismo, non lo sono le sette né le rivolte. Ogni dinamica ha le sue radici, un lento impastarsi e crearsi, formarsi e costruirsi, e tanto più un movimento affonda nella società e sedimenta, tanto più durerà l’onda lunga delle sue azioni e delle parole, dei modi e delle idee. Il M5S è giovane, ma la società italiana ha perso gran parte della linfa culturale che la sosteneva, e i rami secchi prendono fuoco facilmente quando il vento soffia impetuoso.

I movimenti politici possono essere maree che salgono lente o fiumi che straripano travolgendo case e campi per ritirarsi, lasciando il terreno zuppo e debole, pronto a cedere alle ondate successive. E via via che l’acqua scava, porzioni sempre più grandi di terreno si staccano perdendosi fra i flutti, facendo emergere i vari Pelù, Taverna e via dicendo. Non scomparirà velocemente dalla società. Lascerà indietro macerie, ferite e cicatrici che i cittadini esorcizzeranno ancora per anni: aggressività, faciloneria, populismo. E, ahimé, inni: segui il LINK per il video.

Tra neanche un mese si votano le Europee. Svegliamoci, ma per davvero. Questa è l’ultima occasione per fare dell’Europa una casa e non un Moloch burocratico, una patria e non un semplice rifugio a cui chiedere l’elemosina (o protestare) quando le cose van male e voltare lo sguardo in anni di vacche grasse. L’Europa s’ha da rifare, come l’Italia, ma rifare non significa distruggere, ma costruire, e di tutto abbiamo bisogno tranne che di un Grillo nella testa e un’eminenza grigia di nome Casaleggio.

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L’immoralità della purezza

In politica, la purezza è immorale. E mi sembra di ripetere luoghi comuni macinati dal machiavellismo quando scrivo queste parole. Dal ’94 in poi ogni partito politico si è presentato alle elezioni definendosi “nuovo”, “diverso”, “estraneo” a tutto quel che Tangentopoli aveva rappresentato per la I Repubblica. Così è stato per Berlusconi, così è stato per la sinistra emersa dai cocci fumanti della tradizione comunista, ancora legata a vecchi schemi anche se nominalmente cambiata, così è stato per la Lega e ora è con Grillo.

Grillo ha insegnato molto a questa classe politica. Ha mostrato il malcontento popolare che serpeggiava tra gli elettori, ha portato a galla istanze di rinnovamento della politica, ha dimostrato la novità di internet, strumento che i dirigenti italiani non conoscono né si sforzano ad usare come nuovo media di comunicazione. Detto questo, ha insegnato anche che la purezza è immorale, seppure inconsapevolmente.

Qualche giorno fa, i parlamentari M5S saliti sul tetto del Parlamento per protestare contro la modifica dell’art. 138 della Costituzione sono stati sospesi dai lavori per cinque giorni. Apriti cielo! La società intellettuale satellite del movimento ha gridato il suo scontento indicando come immorale la sospensione di un gruppo di deputati per qualcosa di sostanzialmente “innocuo” mentre ancora si discute se far decadere un senatore condannato in via definitiva per evasione fiscale. Parrebbe un ottimo argomento. Peccato che occupare un tetto da parte di deputati che si autoproclamano “puri”, “estranei agli inciuci” e “difensori della Costituzione” sia gravissimo, su un piano diverso dalla condanna, ovvio, ma grave in quanto deputati eletti per far valere le proprie ragioni in Parlamento ne occupano il tetto per dimostrare la propria diversità. La purezza è colonna portante del M5S, eppure guardateli: una protesta a dir poco liceale ha fatto perdere loro un’occasione tra le tante per mettersi in gioco e discutere e negoziare i termini del loro voto favorevole o contrario alla riforma. È il gioco della democrazia, tutto qui.

Mi ha stupito notare la sollevazione intellettuale, non tanto dalle pagine del Fatto, portavoce e altoparlante delle istanze grilline, quanto d’intellettuali dell’orbita di riviste come Micromegain primis il suo redattore principale, Flores D’Arcais. Forse nessuno di loro conosce più le minime regole delle decisioni democratiche? Forse, ma non sono gli unici. Nella purezza incontriamo anche Erri De Luca, sostenitore del sabotaggio laddove la politica non riesce a ottenere per intero le istanze di un gruppo. La meraviglia di notare tanto appoggio alla frase di De Luca non deriva tanto dalla mia opinione più o meno favorevole alla Tav, quanto un ragionamento tanto lontano dalla democrazia quanto infantile: «Non ottengo quel che voglio? E allora spacco tutto».

Purezza significa non scendere a compromessi con ciò che sporca le mani. Metterle nel fango e rimestare a lungo per ottenere un minimo delle proprie istanze non piace a molti, ma la politica è questo. Senza scomodare Rino Formica e la sua lapidaria definizione “sangue e merda”, basta dire che la purezza, in politica, è immorale perché non solo non ottiene neanche le briciole di quanto considerato, ma altera il funzionamento democratico nel momento in cui una forza si pone su un piedistallo rispetto ad un’altra, concetto totalmente opposto all’uguaglianza democratica di cui, a volte erroneamente, ci si sente sostenitori.

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