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Vogliamo finalmente dire che Tsipras è un danno per la Grecia?

Alessio Mazzucco

Schermata 2015-03-21 alle 16.25.40Prendo atto che Alexis Tsipras ha accentrato su di sé il dibattito europeo ed è un bene: finalmente si parla di Europa e rapporti tra stati. È un abile comunicatore, un po’ meno abile politico e uno statista decisamente scadente. Ma ci sono piaciute le folkloristiche rievocazioni della Resistenza (O bella ciao!) in una rinnovata lotta all’egemonia teutonica sul continente. Che poi la narrazione tsipriana ripresenti la Germania come il nemico da sconfiggere, o lo sconfitto a cui chiedere le riparazioni di guerra, poco importa: l’unico messaggio che deve passare è nascondere ai greci l’amara verità, che il mondo è cambiato ed economie non abbastanza strutturate non possono permettersi di competere.

È colpa dell’euro. Ah sì, la nuova narrativa anti-europea si sviluppa in chiave monetaria. Nel tifo politico offuscato d’ignoranza, il poco spazio rimasto alle parole si esprime nella dicotomia anti- o pro-, nei confronti della moneta o di qualunque altra materia degna d’interesse (Russia e Ucraina, Usa e TTIP, Euro ed Europa, Renzi e Governo e via dicendo). Abbandonando quindi i lidi sicuri del muro-contro-muro e delle etichettature, dedichiamoci per un momento a un ragionamento puramente logico. L’Euro senza Europa è stato un errore fondamentale. Colpa dei burocrati? Sì, e del rifiuto dei popoli e dei Governi di abbandonare le proprie prerogative e la propria sovranità statale (e.g. 2005, referendum francese). Da quando la società umana esiste, ogni moneta ha avuto bisogno di uno stato (inteso in senso di imperio) che ne garantisse forma, valore e proporzioni. La divisione tra politica fiscale (lo Stato propriamente detto) e la politica monetaria deriva dalla creazione della prima banca centrale (Inghilterra, fine ‘500), ma la sostanza non è cambiata: una moneta per 19 politiche fiscali diverse genera distorsioni. Le distorsioni generano afflussi e deflussi di ricchezze molto forti (Atene si ricorda molto bene gli afflussi dopo l’entrata nell’euro, anche se tende a dimenticarli per opportunità politica), e gli afflussi e deflussi dipendono dalla struttura economica di un Paese. In parole povere: un Paese che crea o produce qualcosa di cui altri avranno necessità e bisogno attira ricchezze, così come un Paese che genera servizi ad alto valore aggiunto si farà pagare il detto valore aggiunto tramite afflusso di ricchezze. Al contrario, un Paese che non produce e non attira ricchezze non sarà mai ricco e sarà condannato al declino. È sempre amaro il calice della verità, ma questa è la vita.

La Grecia ha letteralmente fatto carte false per entrare nella moneta unica, eppure sembra che nel torto siano gli investitori per aver creduto e investito nel Paese generando un afflusso che ora (magia!) sta defluendo altrove. Per l’Italia il caso è simile (o, per lo meno, potrebbe diventare un brutto ricordo del passato se il Governo riuscisse a incassare qualche altra riforma strutturale): un Paese non attrattivo è un paese dal quale le ricchezze defluiscono, siano esse capitale umano (emigrazione), capitale fisico (delocalizzazione) o capitale immateriale (investimenti). Qualcuno potrà dirmi: ehi! Ma il problema che denuncia Tsipras è l’accanimento dei creditori per la restituzione dei debiti contratti, trasformati da debito privato a debito pubblico! Ovvero: la speculazione di altri viene ripagata ora dal popolo. Vero e falso. Se il debito pubblico è contratto per salvare un sistema bancario sull’orlo del fallimento è un preciso indirizzo di policy: salviamo le banche perché sono il centro pulsante dell’attività economica del Paese, essendo esse stesse il centro del sistema creditizio. Se il sistema bancario fallisce, non falliscono solo i cattivissimi banchieri, ma spariscono i conti correnti, gli investimenti e la possibilità di rifinanziarsi sul mercato creditizio interno. Uno scenario da incubo, ma tant’è. Un’altra osservazione potrebbe essere: il debito pubblico è sempre ripagabile, anzi il debito pubblico potrebbe essere ripagato direttamente dalla BCE con creazione di danaro sonante. Che è esattamente quanto accadeva in Italia prima del “divorzio” tra Banca d’Italia e Tesoro: i debiti contratti dallo Stato venivano riacquistati dalla Banca Centrale. Un sistema semplice di spendi quanto vuoi, tanto ci sono io. Il sistema della separazione tra Tesoro e Banca Centrale ha un duplice effetto: evita la spesa pubblica indiscriminata (e conseguente distorsione di un sano funzionamento del mercato) e misura la reale percezione di un Paese agli occhi degli investitori. Una terza e ultima osservazione potrebbe essere: il debito pubblico serve a ripagare il welfare, quindi è buono e giusto di per sé. Per un europeo il welfare è base fondante della società contemporanea, quindi sì: il welfare è buono e giusto di per sé. Ma se ci fermassimo a pensare un momento, ci accorgeremmo che il welfare non può essere un banchetto all included perché il conto, prima o poi, arriva sempre. E come i grandi debitori insegnano, è meglio essere morti il giorno in cui i creditori bussano alla tua porta ed aver abbandonato le umane cure e i debiti a qualcun altro. La domanda è sempre la stessa: che fare?

La politica è narrazione e le parole sono importanti, direbbe Moretti. Tsipras e Varoufakis hanno una loro narrazione, così come Renzi ha la sua, Hollande la sua e via dicendo. La narrazione non è solo un insieme di parole, ma un racconto trasmesso ai cittadini attraverso i media: cambiare narrazione in corsa, non essere coerenti, non ripetere il proprio mantra e i messaggi politici su cui si è costruita la propria carriera genera disaffezione dell’elettorato, abbandono, difficoltà nel processo di policy making (dialogo tra potere legislativo ed esecutivo), così come incomprensioni diplomatiche. Prendiamo il dialogo greco-tedesco e ribaltiamo la vicenda: il Primo Ministro di un Paese da 80 milioni di persone (la Germania in questo caso) si vede arrivare il nuovo capo del Governo del Paese europeo con la struttura economica più debole del continente che dice: “Cancelleremo i nostri debiti” e poi “Restituiteci i danni di guerra” (che considero una richiesta non solo ridicola, ma offensiva) e poi “Chiederemo aiuti a Russia e Cina”. Okay, immaginiamo questo Primo Ministro: deve rispondere a 80 milioni di persone, ha i suoi problemi interni, i suoi dibattiti da sostenere, le richieste, i suoi questuanti e gli scioperi da gestire; come potrà, mi chiedo, accontentare immediatamente il collega greco e allo stesso tempo restare garante del governo e della pace sociale interna? È naturale che il rapporto diplomatico venga meno: se non si mettono carte sul tavolo non si può giocare. E Tsipras non sta giocando ma cercando di ribaltare il tavolo. Il messaggio tsipriano è totalizzante: la Grecia non ce la fa? Non ce la farà neanche l’Europa! L’Europa non salva la Grecia? L’Europa è il male e va abolita! Sono solo ipotesi, ma la domanda rimane: qual è la strategia di Tsipras? Generare tensione interna tra i maggiori Paesi (Francia, Germania e Italia) per cambiare indiriSchermata 2015-03-21 alle 16.27.40zzo di policy? Renzi gli ha concesso una pacca sulle spalle e una cravatta à la mode, ma poco altro. Hollande? Il buon François si giocherà davvero la riacquistata (e comunque fragile) credibilità politica per aiutare un Primo Ministro che non intende sottostare a nessun accordo sottoscritto? Sono un democratico e sostengo che ogni popolo ha diritto a scegliersi il suo destino, ma proprio perché sono un democratico ritengo che il compromesso e il dialogo possano aver luogo solo laddove si offre qualcosa sul tavolo, che siano concessioni, ricchezze, risorse, patti o promesse. Venir meno a un patto non apre le porte a un accordo successivo, così come la narrazione aggressiva non genera condiscendenza, né fa cedere un altro Paese. Apriamo gli occhi: Tsipras non è la soluzione, checché ne dicano i salotti della gauche europea, ma è un problema molto grave per la Grecia e una narrazione dannosa per l’intera Europa.

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Il tramonto dell’Europa?

Alessio Mazzucco

Nel film “L’attimo fuggente”, il compianto Robin Williams, ovvero Professor Keating, seguendo il copione dell’analisi letteraria tradizionale, disegna davanti a una classe di alunni ammutoliti due assi cartesiani da cui è possibile stabilire la grandezza di una poesia: da una parte la perfezione (asse x), dall’altra l’importanza (asse y); secondo la famigerata analisi cartesiana, l’area della poesia rappresenta la sua grandezza, facilmente paragonabile a un’altra poesia. Il Professor Keating ordina ai suoi studenti di stracciare quelle pagine del libro. Giustamente.

Ma presa la politica, l’arte del possibile, la non-scienza sociale, siamo in grado di misurare la grandezza di un paese attraverso un’analisi cartesiana? Faciliterebbe molto il compito del politico. Immaginiamo dunque di prendere un asse x che rappresenti la prosperità economica e l’asse y l’importanza geopolitica: l’area che andiamo a disegnare è una buona rappresentazione della grandezza e l’importanza di un paese?

L’Europa è affetta da molti problemi, molto diversi fra loro. Uno di questi è il considerarla piena di problemi. Non è facile inseguire un sogno se il sogno fa acqua da tutte le parti: così è un progetto, un amore o il connubio di 28 stati profondamente diversi di cui 19 hanno una moneta unica, una sola politica monetaria e 19 politiche fiscali diverse. Un rompicapo affascinante. Se a questo aggiungiamo una crisi economica che non ha precedenti negli ultimi ottant’anni e una crisi sociale e culturale (per lo meno in Italia) dovuto a un inarrestabile analfabetismo di ritorno, il rompicapo diventa un nodo gordiano. Per definizione, irrisolvibile. E no: in Europa un Alessandro Magno ancora non si vede.

Mettiamo da parte polemiche e le politiche, le idee e le critiche e focalizziamo l’attenzione su due aspetti: l’asse x e l’asse y. Economia e geopolitica vanno a braccetto: nessun impero della storia può reggere le maree della mutevolezza umana se non sostenuto da una solida struttura economica. Così è stato l’Impero Romano, Bizantino, Mongolo, Cinese, gli Imperi del Novecento e l’Impero Americano, ora florido dopo otto lunghi anni di crisi, ma fortemente ridimensionato (o auto-ridimensionato) nel suo peso geopolitico.

Schermata 2015-01-25 alle 19.05.48L’Europa, la nostra cara, bella Europa, è a un passo dalla fine della sua non breve storia. Prendiamo una mappa e osserviamone i confini: a Est una catena di stati e staterelli ex-sovietici formano un cuscinetto politico tra la Russia e l’Europa Occidentale; seguendo questo ipotetico confine incontriamo la punta settentrionale della Norvegia, la Finlandia, le Repubbliche Baltiche e poi giù giù fino all’Ucraina, lacerata dal conflitto di cui sappiamo poco, pensiamo meno e difficilmente risolveremo a breve. L’Ucraina è il primo fronte caldo tra Europa e “resto del mondo”, in questo caso la Russia. Scendiamo ancora: la Turchia. Dopo anni di sforzi per essere accettata quale “Paese europeo”, la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, il “Sultano” come qualche romantico appassionato di Storia lo ha già definito, ha rivolto lo sguardo altrove e si è accorta (sorpresa!) che chi fa da sé fa per 28 (nel caso europeo), potendosi muovere liberamente tra equilibrismi e delicati giochi di strategia politica tra Siria, ISIS, curdi e l’inferno mediorientale. Superiamo per un momento il Medio-Oriente, Israele, Egitto e approdiamo in Libia. L’oramai ex-stato travolto da una tragica guerra civile ha creato un buco nero di dimensioni solamente minori rispetto a quello siriano: meno interessante (apparentemente) e più locale, la Libia è il terzo conflitto (dopo Ucraina e Siria) a mostrare la debolezza, l’apatia e la divisione geopolitica europea. Mancanza di unità? Macché: qui c’è una mancanza di strategia. Se la Francia (complice gli USA) ha aiutato a destabilizzare la regione abbandonandola al suo destino e lasciando la diplomazia italiana sul campo a ricucire il disastro, il resto d’Europa ancora non si sa che pensi, né come intenda muoversi. L’attenzione è rivolta all’Ucraina e alla Siria, il confine meridionale è lasciato agli italiani. Muoviamoci ancora lungo la mappa, seguiamo le dune sabbiose del Sahara e approdiamo nel Mali, dove la Francia hollandiana ha dispiegato le sue truppe: ecco il quarto fronte, l’Africa Sub-Sahariana. Quattro fronti e una sola Mogherini: lo scenario non ispira fiducia. L’Europa ha una diplomazia unitaria rappresentata dalla Miss Pesc fortemente voluta dal Governo Renzi e avversata dai paesi est-europei, ma non ha un esercito comune, ha 28 diplomazie concorrenti e 28 strategie diverse, 28 Governi e 28 interessi divergenti (o, nella peggiore delle ipotesi, contrastanti). In questo scenario da brivido, l’Europa è inesorabilmente attratta dal buco nero siriano, un’anomalia gravitazionale tanto forte da trascinare con sé chiunque la sfiori.

Cosa pensa l’Europa di se stessa? Inesorabilmente vittima del complesso del fratello minore rispetto agli Stati Uniti, riuscirà a tracciare una strategia comune e rispondere alla grande domanda di questi tragici giorni: qual è il suo posto in un mondo in cambiamento? I comunicati stampa non ci salveranno, le discussioni sulla flessibilità dello 0 virgola qualcosa rispetto ai parametri europei neanche. Una ripresa economica? Forse. Unità politica? Magari. C’è chi pensa che solo un ritorno agli stati nazionali possa risollevare le sorti dei popoli europei. Io considero gli stati nazionali l’origine del problema: l’unico stato “nazionale” che riconosco è l’Europa, un continente federale, diviso in macro-regioni autonome, un Parlamento riconosciuto a Bruxelles e un Governo eletto dai cittadini d’Europa, un solo esercito e una sola diplomazia, una sola politica fiscale e una sola moneta. Ci salverà la creazione di un mercato competitivo e l’integrazione delle reti energetiche e di trasporto, ci salverà l’apertura commerciale e l’investimento nel capitale umano europeo (che significa sì erasmus e grandi feste, ma anche un sistema universitario interconnesso, ricerca, sviluppo di modelli accademici e scolastici vincenti).

Post Scriptum: gli exit poll greci danno Syriza in testa tra il 35% e il 39%, una vittoria netta ma non schiacciante, e richiederà (probabilmente) un’alleanza con un partito minore (che non sarà certo il PKK comunista che già ha definito le proposte di Alexis Tsipras troppo borghesi). Sono curioso per diversi motivi, primo fra tutti vedere che farà Tsipras una volta conquistato il potere in Grecia. Si accoderà a Renzi per chiedere più flessibilità puntando su profonde riforme strutturali interne? Dirà no al pagamento del debito? Uscirà dall’euro? Quello che per ora non chiamerei ancora fronte interno sta prendendo lentamente forma: Tsipras in Grecia, Podemos in Spagna, l’euroscetticismo montante in UK (a breve le elezioni). La prima mossa è stata di Mario Draghi con il Quantitative Easing (22 gennaio), la prossima sarà dei greci.

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