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Per conoscere la civiltà del tuo paese devi visitare le sue carceri

Francesco Saverio Salonia

Sul territorio Italiano esistono 225 istituti detentivi, il 34% dei quali risale a prima del 1889.Le carceri Italiane ad oggi hanno una capienza regolamentare di 45.647 detenuti. In situazioni di estrema necessità questa capienza può essere portata, con tutti gli accorgimenti del caso, fino ad un limite massimo di 63.623 posti.Stanotte dormiranno in carcere sul territorio Italiano circa 68.000 detenuti, il 50% in più rispetto alla capienza regolamentare.Tuttavia questa non è una situazione di disagio temporanea verificatasi nell’arco degli ultimi mesi, né si prevede che venga a cessare in un orizzonte di tempo prossimo alla data odierna.A partire dal 1993 il numero dei carcerati ha sfondato la soglia dei 50.000, per non ridiscendere più sotto a tale livello, escludendo una breve parentesi di cui avremo modo di trattare.Si tratta dunque di una situazione cronica di sovraffollamento, alla quale per 20 anni non è stata prestata attenzione, all’indirizzo della quale per 20 anni non sono stati avanzati provvedimenti risolutivi.

Sul totale della popolazione carceraria, il 41,9% dei detenuti non ha una sentenza definitiva a carico. Il 21% è addirittura in attesa della sentenza di primo grado. Questo significa che più di 27.000 persone sono detenute in carcere senza che sia ancora stata accertata la loro definitiva colpevolezza.In Germania, Francia e Inghilterra i non condannati sono rispettivamente il 17%, il 25% e il 18% del totale dei detenuti.Questo raffronto non può che denotare un abuso sconsiderato delle misure di carcerazione preventiva da parte della nostra magistratura, tanto più scellerata ad agire in questa maniera visto e considerato l’attuale stato di sovraffollamento degli istituti.In Europa gli unici paesi che utilizzano la custodia cautelare con più disinvoltura dell’Italia sono la Turchia, l’Olanda, Malta, il Liechtenstein ed il Principato di Monaco.

In Italia solo il 20,9% dei detenuti ha un lavoro. In Germania la totalità dei detenuti lavora.Di quel 20,9%, la stragrande maggioranza lavora alle dipendenze dell’amministrazione carceraria, questo significa che una volta scontata la pena, perderanno il lavoro e verranno reinseriti nella società da disoccupati oltre che da pregiudicati.Una volta usciti dal carcere, il 68% degli ex-detenuti ricommettono un reato e vi ritornano.Forse sono incorreggibili o forse il quadro descritto fino ad ora è un terreno del tutto inadatto sul quale svolgere quel processo di rieducazione sancito nella Costituzione.

 Sul totale dei detenuti, il 36% è straniero, le donne sono il 4,3 % . I tossicodipendenti ammontano al 26,8%, mentre i malati di mente sono all’incirca il 20%. Circa 14.500 dei detenuti stranieri provengono da Marocco, Romania, Tunisia e Albania. La maggior parte dei carcerati, indipendentemente dalla propria nazionalità ha tra i 25 e i 40 anni, poco meno del 95% di loro ha un titolo di studio pari alla licenza media o inferiore.

 In carcere, dal 1998 ad oggi, sono morte ogni anno in media circa 150 persone, almeno 50 delle quali si sono suicidate. Il 30% dei suicidi avviene durante la prima settimana di detenzione, il 25% avviene una settimana prima della scarcerazione. Se un detenuto decide a pochi giorni dalla libertà di togliersi la vita, questo costituisce un fallimento non solo per il sistema penitenziario di un paese, ma per la società civile tutta.

 Poche settimane fa, il Partito Radicale ha avanzato un provvedimento, che avrebbe previsto uno spazio dedicato all’informazione circa le condizioni delle carceri Italiane, sulle reti preposte a svolgere il servizio pubblico. Il “no” a questa proposta è arrivato deciso da parte di ogni formazione politica ed è stato taciuto dagli organi di informazione di maggiore portata. Per il Carcere, come per la Mafia, lo strumento più potente in mano ai cittadini per rendere la situazione migliore è l’informazione. Ricerchiamola e riproduciamola.

*Tutti i dati forniti in questo articolo sono stati reperiti dal DAP (Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria)

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A.A.A. Razzisti cercansi

Filip Stefanović

Vivo in Italia da ormai diciassette anni, eppure in tutto questo tempo non sono ancora riuscito ad imbattermi in un razzista. La cosa mi è balzata all’occhio proprio ieri sera, guardando Annozero (sì, perché sono uno pieno di odio e livore, io, oltre che extracomunitario). Tra le varie testimonianze e collegamenti, c’era Ruotolo in diretta dalla mensa scolastica di Adro, quella balzata all’onore (o forse meglio disonore) della cronaca per aver lasciato a casa quaranta bambini morosi, e dopo che il loro debito era stato appianato da un imprenditore locale, le madri degli altri bambini si sono coalizzate nuovamente per impedirlo: <<Ciascuno paghi i propri debiti, se no gli extracomunitari faranno sempre i furbetti. Che messaggio passiamo ai nostri figli?>>. Pietà l’è morta, mi viene da dire, a meno che non ci si trovi come Eluana Englaro, lì il nostro spirito cristiano si prodiga per nutrire un corpo in coma irreversibile, meno per quattro bambini marocchini vivi e vegeti. Tornando in tema, durante la diretta il sindaco di Adro, leghista of course, sottolinea più e più volte, come del resto alcune delle madri bresciane, che Adro non è un paese razzista, e non si fa razzismo. Ora, non mi è ben chiaro se i leghisti non ammettano di essere razzisti perché è un epiteto ancora un poco “out”, o se ci credano davvero. Sarebbe pertanto interessante chiedere loro una definizione di razzismo. Razzisti erano solo i tedeschi? Tolta la camera a gas, il resto è tolleranza? Sarebbe però troppo comodo sputare unicamente sulla Lega Nord, che del populismo ha fatto un mestiere: ad essere razzisti sono gli italiani. Tutti. Mi dispiace se a qualcuno verrà da storcere il naso, o rimarrà incredulo, o mi taccerà di qualunquismo. Con quel tutti non sottintendo sessanta milioni di individui, e sono certo che a tantissime persone nulla importa, soprattutto all’aumentare del grado d’istruzione (ma anche questa è una correlazione di cui comincio a dubitare). Con quel tutti voglio indicare tutti gli strati sociali, tutte le parti politiche, tutte le regioni d’Italia. È un razzismo blando e diffuso, così inconscio che gli italiani non se ne accorgono nemmeno. Io ci convivo da sempre, per questo so di non parlare a sproposito.

È il razzismo del “tu”, che ogni volta che mi rivolgo a uno sportello pubblico (soprattutto se uno sportello immigrazione della polizia), letto il mio nome straniero smettono di darmi del lei. <<Come ti chiami?>>, <<Cosa fai?>>, <<Dove vivi?>>. È lo stupore che leggo nei vostri occhi quando dico non essere italiano, nonostante il mio accento lombardo. È il commento che più spesso ricevo, a caldo, in queste situazioni: <<Ma sei come noi!>>. Quasi come un’amichevole pacca sulla spalla, un innalzamento di grado nella scala sociale e di dignità umana. “Ehi, salta su, ti accettiamo!”. Sono come voi? Certo che sono come voi, lo so. Cosa dovrei fare per esternare la mia serbitudine? Girare con un kalashnikov, rubarvi in casa, bestemmiare con accento slavo? È l’uso ossessivo e indiscrimanato del termine extracomunitario, mai straniero, che per quanto si voglia far passare per neutrale, ossia semplicemente chi arriva da paesi extraeuropei comunitari, indica tutt’altro. Extracomunitario assume precisi connotati qualitativi: la scarsezza di mezzi, di cultura, di modi, di integrazione, la miseria tout court della persona extracomunitaria. L’extracomunitario è uno di cui diffidare, perché diverso, subdolo e dai fini poco chiari. Servono argomentazioni? Facile: per caso, nel quotidiano, i romeni (spesso di etnia zingara) hanno smesso di essere considerati extracomunitari da quando il loro paese è nell’UE? O ancora, avete mai sentito di un cittadino americano o svizzero venire apostrofato come extracomunitario? Eppure lo è. Ma lo stesso discorso vale per il termine slavo, usato indiscriminatamente per chiunque provenga da est, addirittura per etnie come romena e albanese che slave non sono. Slavo dice tutto e niente, perché le differenze tra i vari popoli sono enormi, e per quanto etnicamente russi, polacchi, serbi o ucraini possano essere tutti slavi, di certo non si riconoscerebbero in un termine talmente vago. Arrivano gli slavi, suona quasi come un’orda barbarica che allagherà le nostre terre mettendole a ferro e fuoco e sommergerà la cultura latina. Lo stesso vale per i marocchini, tutto e niente. Anzi, in questo caso peggio ancora, perché con una nazionalità specifica si intendono tutte le genti dell’Africa settentrionale, financo a volte le popolazioni arabe mediorientali.

È la difficoltà di trovare un lavoro migliore semplicemente per via del nome esotico. La certezza che nonostante l’integrazione, tanto sbandierata dalle forze di destra, l’apprendimento della lingua, l’accettazione della cultura, l’inserimento nel posto di lavoro, si può star certi, in questo paese, che anche dopo venti, trenta, quarant’anni, si resterà sempre ciò che si era all’inizio: slavi, marocchini, romeni, arabi, cinesi. Se Obama fosse nato in Italia, non sarebbe mai diventato Obama. Non avrebbe nemmeno potuto aspirarci. Le seconde generazioni sono generazioni fantasma, di cui non interessa a nessuno. Sono ospiti in casa propria. Io non ho ancora la cittadinanza italiana, ed è certo che nella migliore delle ipotesi non la potrò ottenere prima dei prossimi cinque anni. Dopo vent’anni sono ancora costretto a rinnovare permessi di soggiorno, e poiché la cittadinanza stampata sulla mia carta d’identità italiana non è quella giusta, sono tenuto a portare perennemente con me il mio permesso di soggiorno, perché altrimenti, in caso di controllo, non potrebbero verificare la mia regolarità. Nel caso ne fossi sprovvisto, l’avessi lasciato a casa, sarei passabile d’arresto. Vi ricordate Schindler’s List, quando Itzhak Stern, il contabile ebreo di Schindler, dimentica la carta di lavoro a casa e, fermato da un soldato tedesco, finisce su un treno merci diretto verso qualche campo di sterminio? Cito così, a caso. Questa è integrazione? Io la mia integrazione l’ho elaborata da un pezzo, tutto ciò che ancora le manca è compito dello stato. Questo è razzismo istituzionalizzato, niente di meno e niente di più.

Poi mi viene detto che arriviamo a rubare (lavoro, se va bene), a imbastardire il vostro sangue, a vivere di parassitismo. Che abbiamo il coraggio di pretendere qualcosa, quando gli italiani stanno peggio. Che siamo favoriti in tutto, nelle graduatorie per le case popolari, nei sussidi, negli ammortizzatori sociali. Quando sento un italiano parlare di immigrazione, ve lo giuro, per un momento, per un attimo divento razzista nei vostri confronti. Ecco, alla fine uno tra noi è saltato fuori: il sottoscritto. Sporco extracomunitario.

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