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Sbagliate, mancate, peccate, ma siate giusti

Alessio Mazzucco

Il crollo dei tesseramenti PD è uno degli argomenti meno interessanti del nostro mediocre dibattito politico. Ma è necessario. O, almeno, è necessario se diretto al vero nocciolo della questione: la democrazia ai tempi del cambiamento. Perché di questo si tratta: il PD resta l’ultimo partito esistente nel Paese (disgraziato quel Paese che ha bisogno di partiti) e il crollo dei tesseramenti mostra non tanto il disamoramento o la critica al Governo, quando l’unica vera verità, da poco entrata nell’opinione pubblica. I partiti possono essere inutili. E dannosi. E troppo spesso squallide fogne dove le cariatidi della mediocrità formano le loro cisti, i propri posticini al sole, le poltroncine e i poteri piccoli, o deboli in questi tempi di poteri forti.

La nostra agile e moderna Costituzione fonda la democrazia italiana sui partiti. Era il 1948. Siamo nel 2014. Cos’è successo? Alla metà del secondo decennio del XXI secolo qualche domanda non solo è d’obbligo, ma utile. Cos’è la democrazia? Come funziona una democrazia? E vi sembreranno domanda campate per aria, stupide, inutili, un onanismo intellettuale fine a se stesso (piacevole e solitario in quanto tale), ma sono fondamentali.

Vi racconto un aneddoto. ieri sera ero in compagnia di un gruppo di russi, e da un breve confronto politico la domanda è venuta d’obbligo: cos’è, per voi europei, la democrazia? È libertà, ho risposto (maledette frasi fatte), ma non libertà fine a se stessa, di parola (ultimamente di sproloquio), di pensiero e stampa, non solo, ma libertà di portare avanti un’idea politica se le necessità sentite non trovano risposta e supporto nel sistema politico. Questa è la libertà democratica: la possibilità, data a tutti, di partecipare al dibattito se non ci si sente rappresentati, e lottare per la propria idea per cambiare o influenzare il sistema. La libertà democratica è libertà di lobby, d’influenza e pressione. È libertà d’associazione e costituzione di gruppi d’interesse senza essere messi a tacere o, peggio, essere assorbiti da un gruppo d’interesse (o partito) maggiore: la democrazia può essere calpestata tanto da tiranni quanto da rappresentanti eletti se non si nutre a sufficienza nelle coscienze dei cittadini.

Non dimentichiamoci quanto siamo fortunati, non dimentichiamolo mai. Ma nel non dimenticare, non lasciamoci intrappolare dall’idea che vecchio è bello, stabile è sicuro, la storia è maestra. Non è così. Il crollo dei tesseramenti ha lanciato il messaggio inequivocabile: non vi vogliamo. O meglio: non vi vogliamo così. E questo messaggio, a quanto pare difficile da elaborare e assorbire, è passato inosservato quando il 25% dei voti è andato a quella specie di inutile circo del Movimento 5 Stelle, ma non passerà inosservato ora che colpirà il vero cuore dei partiti: il portafogli, il serbatoio inalterabile di voti e giovani e vecchi attivisti da sfruttare per mantenere poltrone e poteri, onori e privilegi. 

Un giorno, forse, ci sveglieremo in un sistema democratico in cui la falsità ipocrita del semicerchio post-Rivoluzione francese sparirà, liberandoci del manicheismo stantio della contrapposizione destra-sinistra (Civati docet), e magari le camere saranno sostituite da parlamenti circolari in cui prenderanno posizione deputati eletti nei territori senza necessariamente essere partecipi di un movimento/partito che superi una soglia percentuale arbitraria. Un giorno, forse, ci sveglieremo che alleanza, intese e collaborazioni varieranno a seconda dei temi, e la contrapposizione non sarà a priori tra A e -A (dove A è diverso o contrario a -A), ma tra cosa pensano B, C e D sulla proposta di A.

Senza partiti non ci sarà cultura politica! sento già gridare i sacerdoti del Novecento. L’idea che il partito, così come la figura dell’intellettuale, abbia in mano la torcia con cui illuminare le coscienze dei popoli è finita, e sarà solo la spontaneità dei movimenti e dell’associazionismo sociale a creare cultura politica, rappresentanza e idee. Chi vuole unirsi a partito o associazione faccia pure, ma non obblighi il prossimo a pensarla così. Non obbligateci a pensare che dopo i partiti ci sia il nulla, perché dopo i partiti ci sarà sempre la democrazia, solo diversa, cambiata, mutata. Più difficile, certo, più instabile, forse, ma chi ha paura del cambiamento e del nuovo non parli in mio nome, né si sforzi di rappresentarmi: nel nuovo mondo sarà l’audacia e la fantasia e la creatività a creare un nuovo tipo di democrazia, senza che il platonismo dei partiti si sforzi di bloccare le trasformazioni sociali inseguendo l’idea che solo un’aristocrazia illuminata possa condurre i cittadini verso il sol dell’avvenire. Lasciateci fare, lasciateci provare, lasciateci sbagliare (“Sbagliate, mancate, peccate, ma siate giusti” scriveva Hugo). Non venite a chiederci un voto o una tessera quando ne avete bisogno per dimenticarci poi nel buio della non-rappresentatività quando giocate a fare la politica. Non abbiamo bisogno di partiti, abbiamo bisogno di lobby che discutano e supportino i nostri bisogni. Non abbiamo bisogno d’idee calate dall’alto, ma di uomini e donne capaci di sintetizzarne alcune e portarle nelle stanze dei bottoni. 

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Dio è morto, Marx è morto e Renzi sta benone

Gianmario Pisanu

Dal Vangelo secondo Scalfari (Repubblica, 14/09/2014): Renzi è un post-ideologo d’accatto e, al netto della gobba e dei rapporti coi Bontade, è una copia sputata di Andreotti, il cinico per antonomasia (lode a te o Scalfari). Dopo una filippica stile o tempora o mores, l’accusa assume contorni più concreti: Renzi ha epurato gli ex PCI-PDS-DS, lasciando il Partito (che per Gramsci assurgeva a Principe machiavellico) in balia di ex margheritini e squinzie da 4 soldi, tutti con accento fiorentino.

Posto che ciò sia vero, e a giudicare dalla composizione dei gruppi parlamentari ancora non lo è, si ripropone ancora una volta l’eterno rovello che affligge i post-berlingueriani: siamo diversi, uguali, diversi (© Moretti)? Ma soprattutto: l’Ideologia, che ci rende così diversi e così uguali al contempo, è cosa buona e giusta?

Spesso, quando non si trova risposta ai propri dubbi, è la domanda a essere sbagliata. Così, appiattendosi alle solite dicotomie di stampo manicheo (Bene-Male, Bello-Brutto, Buono-Cattivo, Onesto-Berlusconi), la sinistra ricasca nei propri vizietti e si richiude a riccio nella propria verginità, quella sì assai pop (altro che giubbotto stile Fonzie), fatta di cantanti, predicatori che razzolano male, cineasti in cerca di finanziamenti, Papa-Benigni I e via dicendo. Dopo un bagno d’umiltà (non facile per chi, alla soglia dei sessant’anni, si crede ancora meglio gioventù), bisognerebbe chiedersi, piuttosto: l’ideologia ha ancora un senso?

Per quei paradossi della storia tanto cari a Hegel, Karl Marx, padre putativo del Comunismo, considerava l’ideologia un’impostura. Trasponendo le questioni etico-politiche in termini metafisici, cristallizza i rapporti di forza produttivi in seno alla società, giustificandoli ab aeterno. Per converso, la coscienza di classe si sarebbe inevitabilmente sviluppata da presupposti tutt’altro che astratti o imposti dall’alto. Un altro grande “maestro del sospetto”, Derrida (curiosamente, e forse non a caso, anch’esso affine al mondo di sinistra), si divertiva a decostruire “giochi di parole”, apparentemente innocui, per svelarne il potenziale totalitario implicito.

Ora, come non ravvisare un’alea d’ipocrisia nelle strategie di buona parte della classe politica “progressista” degli ultimi vent’anni? Cresciuta e crogiolatisi nel “Mito della Grande Marcia”, non quella epica e tragica del Condottiero Mao, ma la rappresentazione farsesca e kitsch sbertucciata da Kundera, la Sinistra ha trastullato i propri elettori con “narrazioni” di comodo, scambiando per asettiche verità/diritti universali quelli che in realtà erano giochi di Potere. Così, che c’è di “Sinistra” in un sindacato che, giustamente, non essendo un ente caritatevole, difende gli interessi dei propri tesserati (lavoratori pubblici, pensionati), spesso a scapito del giovane disoccupato o della partita IVA? E ancora: quale “Sinistra” dietro la svendita colossale di pezzi del patrimonio pubblico italiano ai “capitani coraggiosi” col pretesto molto kitsch di un enorme girotondo europeo tutti mano nella mano al suono dell’Inno alla Gioia? Potrei proseguire coi vari bassolinismi e vendolismi, sorti come funghi all’indomani della famigerata revisione del Titolo V: clientelismi sfrenati mascherati da New Deal, tra cui l’indimenticabile “Primavera di Napoli” di fine anni ’90 (ah, la stampa italiana).

Ma la fine di quelle che Lyotard chiamava meta-narrazioni (métarecits), sottolineandone il carattere puttanesco e illusorio, ha lasciato un vuoto difficile da accettare. Il post-moderno, che al moderno si oppone in quanto rappresentazione non teleologica della Storia (scompare cioè l’identità Modernità = Progresso, tanto cara alla sinistra per l’appunto “progressista”) è più che mai realtà nel mondo dell’informazione iper-frammentata e schizofrenica: ne è la riprova la diffusione virale  del Movimento 5 Stelle via web, impensabile fino a pochi anni fa.

Sul solco della post-modernità, Renzi posa dunque da Don Chisciotte un po’ folle denudando ciò che le sacre vestali del politically correct custodivano gelosamente. Un gioco di Potere che accetta di definirsi tale e combatte altri giochi di Potere camuffati da ideologia: questa è stata l’essenza della “rottamazione”.

Intendiamoci: l’accettazione di tutto ciò non coincide con l’esaltazione della Post-Ideologia, spesso assurta a vera e propria ideologia e, dunque, anch’essa velo di Maya di interessi inconfessabili tipo confindustriali. Né l’ideologia è sempre stata necessariamente un male: la probità dei vecchi togliattiani tutti d’un pezzo nasceva da un comune sentire, altro che diversità morale antropologica e Berlinguer-ti-voglio-bene.

In questo senso, la preziosa eredità del decostruzionismo ci aiuta a uscire dal cul de sac che la contrapposizione Ideologia-Post Ideologia inevitabilmente ripropone. La Verità sta sempre nel mezzo: non in senso salomonico o benpensante di moderazione (nessuna Nuova DC  o “casinianesimo” vario), bensì di non detto. Quindi: partecipiamo  alla vita politica accettando che le nostre lenti deformanti, pure inevitabili, si  siano un po’ assottigliate, rifuggiamo ogni nostalgia verso le “magnifiche sorti e progressive” e diffidiamo dei venditori di icone. Con buona pace dell’Eugenio nazionale.

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Breve scritto su un Paese che non fa nulla per cambiare e si lamenta se nulla cambia

Alessio Mazzucco

Le citazioni gattopardesche potrebbero sprecarsi con un titolo così. Ma per oggi non disturberò il sonno eterno di Lampedusa, quanto del buon Norberto Bobbio che sulla democrazia e la partecipazione scrisse (non è una citazione letterale): una democrazia non funziona se non c’è educazione democratica e partecipazione. Banale? Forse, almeno per chi di politica un po’ ne mastica.

L’Italia è il paese dei paradossi (non delle crozziane meraviglie) e da buon Paese paradossale si classifica tra i primi in Occidente per partecipazione elettorale (dai gloriosi over 80% agli ancor alti – per la media europea – 65-70%). Ed è un paradosso, perché a fronte di una così sentita partecipazione, il grado di democratizzazione del Paese è tanto basso da mettermi in imbarazzo a parlarne. E non sto parlando della scarsa democratizzazione à la Travaglio, un mix tra Robespierre, giornalista e giudice ad honorem della politica italiana, no: sto parlando di scarsa democratizzazione come scarso interesse, ignoranza vera e propria, un lamentoso susseguirsi di luoghi comuni su quanto la politica sia sporca e inefficiente o di quanto questo o quello sia un corrotto, un infame, un traditore, un paraculo, un figlio di, un conoscente di, sempre la stessa faccia, ecc… Senonché quando la politica chiama, quando il bisogno si fa sentire, quando i cittadini sono chiamati a prendere decisioni, scelte difficili non solo per il proprio futuro, ma per le generazioni a venire, alé, si dà il via al teatrino della partecipazione inconsapevole, o al rifiuto categorico perché tanto si è migliori di chi si va a votare. Patetico.

Ora, fare politica è una passione come tante. L’attivismo politico non è più onorevole, né l’unica via per la strada della politica, ma un’attività associativa come altre. Onore a chi lo pratica, nessun disonore a chi se ne frega. Ma un nervo rimane scoperto: a chi non interessa la politica tout-court, a chi crede d’essere migliore, a chi non s’informa perché tanto sono tutti uguali, a chi giudica ma non vota, a loro dico che senza un seppur minimo sforzo per cambiare le cose, come si può criticare il fatto che nulla cambi in questo nostro splendido e dannato Paese?

Esprimo il concetto come lo scriverebbe Ilvo Diamanti, il politologo del giornale perbenista Repubblica. Gli Italiani partecipano al voto. Ma non partecipano al dialogo. È un problema. Il Paese chiama. Nessuno risponde. Un dramma. Qualcuno dice: Renzi è il nulla che avanza. Allora gli chiedo: tu voti? Alle primarie. Lui risponde: no. Perché parla? Con quale diritto? Diritto di parola? Sacrosanto. Vuoi commentare gli affari PD? Partecipa. Vuoi insultare Renzi? Vai alle primarie. Democrazia. Baby. Ci vivi.

Questo per dire: fare l’attivista è un impegno che richiede passione, ma la sopravvivenza della democrazia non si basa su banchetti, volantini e lunghi ed estenuanti dibattiti sul nulla, quanto sulla partecipazione e il coinvolgimento dei singoli cittadini in quel che direttamente o indirettamente influenza le loro vite.

Breve post-scriptum sul PD. Civati vince il dibattito di ieri senza se e senza ma, Renzi imita se stesso, Cuperlo è fuori dai giochi. Probabilmente voterò Renzi, ma se il sindaco fiorentino dovesse affiancarsi Civati nel futuro governo (spero) del Paese potrei dirmi solamente felice.

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La seconda Repubblica muore in un filmato

Alessio Mazzucco e Nicolò Calabro

Potrebbe essere, ma non è un post su Berlusconi. O meglio, parla di Berlusconi, ma di sfuggita, en passant, sfiorando appena quel filmato triste, ultimo barlume di un anziano politico alla fine della sua carriera. Nella solitudine dell’ex-animale politico, la grinta di un tempo sfumata, le frasi riciclate di un ventennio politico terminato nelle condanne alle cronache degli ultimi mesi, ho visto la Seconda Repubblica gettare il suo ultimo, malinconico, canto del cigno.

E dei giornalisti e degli analisti indaffarati a tentare una spiegazione delle pose, a trovare un significato alle parole e alle frasi usate, degli esperti intenti a criticare gli errori grossolani di comunicazione dell’uomo che fino a sei mesi fa metteva in difficoltà i suoi acerrimi nemici Santoro e Travaglio nella tana del Servizio Pubblico, non è rimasto che il vuoto di una storia ormai conclusa che batte ancora gli ultimi rintocchi prima del tramonto. Ho visto chi ha incatenato alla sua vita il destino del nostro Paese trasformarsi nella caricatura di se stesso, il declino lento e inesorabile di chi tenta fino all’ultimo di salvarsi, privato della dignità nel gridare ancora Forza Italia e di lucidità per un’analisi politica di cui il nostro Paese ha bisogno.

Esperti, politologi, osservatori attenti della nostra classe politica, dove siete? Che dite? Tentate ancora di commentare con serietà dieci minuti di video utili solo a capire per quanto ancora sopravvivrà il Governo, tentate ancora di dare una spiegazione a ciò che non è spiegabile, né traducibile nel normale senso comune della politica.

La Seconda Repubblica muore in un video e muore un sistema incancrenito da vent’anni di dibattiti vuoti e politica inesistente. Muore perché, di fronte alla grandezza dei cambiamenti mondiali, alla globalizzazione galoppante dell’economia e della politica, alla trasformazione inedita del mondo a cui assistiamo impotenti, commentare un anziano signore che spara le sue ultime cartucce occupa gli onori delle cronache. Muore perché di vent’anni di riforme mancate, del declino sociale ed economico, dell’imbarbarimento della cultura, dello stupro del senso civico, non resta che la nave Concordia e qualche grillo per la testa, delle promesse epocali e delle campagne roboanti rimangono scelte politiche sbagliate, un continente a pezzi, un futuro incerto. Muore perché, con la fine politica di un uomo, un’intera classe politica si ritroverà senza nemico giurato, o senza deus ex machina, e le tifoserie smetteranno i loro cori e guarderanno stupefatti lo sfacelo lasciatosi alle spalle, e saranno troppo roche per far sentire, ora che serve, la propria voce.

Chiudiamo il capitolo. È ora di guardare avanti, non voltarsi più indietro, e cambiare per far fronte a quel che ci attende.

 Forse è questo quello che ci spaventa di più…pensateci!

Fare quel piccolo passo per andare avanti e lasciarci indietro, per sempre, quello che abbiamo sempre visto e ri-conosciuto quotidianamente.

Quasi Nessuno di noi riesce a immaginarsi una scena politica senza Berlusconi. Può sembrare banale, detto e ridetto tantissime volte nei talk show televisivi, ma è veramente così. Abbiamo passato 20 anni avendo Lui come punto di riferimento, nel bene e nel male. E la grande sfida che hanno davanti i politici italiani, di entrambi gli schieramenti, è proprio questa: cominciare a ragionare finalmente fuori dagli schemi che hanno caratterizzato questa fase, offire ai cittadini italiani un’idea complessiva di paese alternativa a tutto quello che abbiamo visto fino ad ora. Un ‘idea che non può limitarsi ad essere “Imu si, Imu no”, ma deve abbracciare le grandi questioni del cambiamento epocale che stiamo vivendo.

I politici, certo, hanno questa responsabilità, ma anche tu che leggi queste poche righe sarai partecipe di quello che succederà. La seconda repubblica è morta, tu sei pronto per la Terza?

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Di cosa vorrei discutere

Vorrei discutere di politica, ed ecco qualche spunto. Il post riguarda il PD, non me ne vogliano i suoi oppositori.

Ultimamente non m’interessano molto i dibattiti legati al partito. Arrabattarsi tra chi si definisce vero interprete della sinistra, e chi s’incorona come il nuovo è inutile se non si conosce la meta: la questione è capire su quali nuovi punti cardinale indirizzare un disegno politico. Propongo poche idee sulle quali non sono disposto a negoziare: opportunità, giustizia sociale, partecipazione, merito. Il resto è, come si suol dire, fuffa.

Nuovi punti cardine: che significa? In primis togliersi dalla mente schemi del passato, ridefinire le parole chiave, analizzare onestamente le possibilità offerte dal mondo in trasformazione. Parole da rivedere: libertà, giustizia, globalizzazione, etica, politica (sono solo alcune).

Primo passo: chiedersi a cosa serva la politica. Non disturbiamo i pensatori del passato (si rivoltano già abbastanza nella tomba) e parliamo di noi. Qual è il fine della politica? Condurre i popoli verso la luce: pretenzioso. Elaborare un nuovo modello di società: impossibile. Unirsi per resistere e migliorarsi e difendere quel che di buono c’è nella società: forse sì. Ecco il fine della politica: portare istanze di gruppi sociali organizzati per cambiare o preservare quel di sbagliato/giusto c’è nel sistema. Ad oggi, salvare la società dalla follia economica è un ottimo spunto per definire una concreta azione politica.

Secondo passo: le parole. Giustizia sociale, opportunità, partecipazione, merito sono titoli immensi del nulla cosmico. Dire “Io credo nella giustizia sociale”, “per un’Italia giusta” e via dicendo sono frasi che paragono senza difficoltà a “Oggi c’è bel tempo” o “Non ci sono più le mezze stagioni”: lasciano il tempo che trovano. Si può fare di più, domandarsi cosa significhi giustizia nel nostro mondo, elaborarne una nostra concezione, parlare nuovamente di eguaglianza e dignità degli individui. Ecco da dove ripartire.

Merito: cos’è il merito? Nulla, se non sappiamo definirlo. Togliere i lacciuoli e aiutare chi dimostra particolari attitudini in un campo non è sbagliato, né dev’essere guardato con sospetto come accade non di rado in ambienti “democratici”. E questo per una ragione molto semplice: un bravo professore merita se svolge bene lo scopo della sua professione, ovvero insegnare. per questo merita di più, in senso sociale ed economico. Definire merito è definire lo scopo degli uomini nella società. Questo non toglie che, come diceva Woody Allen, un uomo saggio preferirà sempre la fortuna al talento, perché per quanto il talento aiuti, la fortuna è quella che fa vincere le partite in bilico. Dunque questo il punto: merito non è un valore assoluto di per sé, ma relativo a una situazione, a un particolare percorso, a un sistema. Chi merita va avanti, ed è giusto così, ma mai dimenticare che chi merita non è geneticamente superiore a qualcun altro, ma il risultato di una serie di sfaccettature culturali, economiche e sociali che ne hanno accompagnato il percorso. Aiutare chi merita a emergere, non dimenticare gli altri, né considerarli “immeritevoli”. Semplicemente, sostenerli, magari spingerli a provare in altre direzioni rispetto agli ambiti in cui non hanno “meritato”.

Opportunità: più facile da definirsi. Dare a tutti gli strumenti e lasciarli liberi d’esprimersi. Questo è quanto. Lo Stato in quanto comunità sociale deve farsi carico di spendere soldi ed energie nella creazione delle possibilità, ma lasciare che sia la società stessa a gestirsi nell’utilizzo degli strumenti. Libertà! Una parola a volte misconosciuta dalla sinistra ma carica di una forza prorompente: la libertà è caos, e il caos è creatività e la creatività è bellezza. Nella società di oggi, liquida, dinamica, tecnologica, globalizzata, i confini e i lacci sono inutili e dannosi, gli argini sono ben più efficaci nel difendere la società dalle esondazioni del caos nel quale siamo immersi, e degli argini è giusto occuparsi.

Democrazia. Democrazia significa decidere in comunità il proprio bene, la direzione da intraprendere. Non significa twittare come non ci fosse un domani, né condividere status da analisti politici, ma comprendere che ascoltare e proporre è il modo migliore per creare nuove idee e portarle avanti. Che democrazia abbiamo oggi? Stracciata dall’impunità della finanza, dai grandi capitali, dai rivolgimenti geo-politici che, volenti o nolenti, ci risucchiano nel loro vortice d’interessi e violenza.

Etica: scopo della politica è spingere verso un’idea di società, indipendentemente da quel che diranno di efficienza, utilità, eccetera. Etica significa rielaborare quel che si pensa meglio per noi, noi, non il mondo (è troppo oltre le nostre capacità) ma noi nel senso di cittadini e individui della società. Non voglio certo uno stato etico, ma nemmeno una tecnocrazia economica che dimentica le domande fondamentali per far quadrare conti di modelli che presuppongono un preciso sistema di riferimento. No, non voglio questo: ecco perché discutere di etica non è onanismo spinto, piacevole in quanto tale ma inutile, quanto ragionamento su noi e le nostre azioni nel mondo.

Vorrei discutere di questo. Chi sta più a sinistra o più a destra è una questione miope e stupida, per il fatto molto semplice che destra e sinistra come le conoscevamo non esistono più e non esisteranno, ma muteranno sulla scia della trasformazione mondiale che stiamo vivendo. Liberiamoci dai laccioli del passato, chiediamoci per una volta, una sola, cosa sia meglio per noi invece di “cos’è più di sinistra”.

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Libertà e coscienza

Alessio Mazzucco

A seguito del suicidio assistito di Lucio Magri in una clinica svizzera, ho trovato un articolo interessante di botta e risposta tra Travaglio e Flores d’Arcais su Il Fatto Quotidiano. L’ho postato sulla mia pagina facebook e si è sviluppato un secondo dibattito con un amico. Posto di seguito la mia risposta, sperando che la discussione non si fermi alla mia bacheca! (Naturalmente quello che leggerete di seguito è solo un commento, non un articolo completo, quindi sono solo, a mio avviso, spunti di riflessione)

“Prima di parlarne nelle sedi legislative trovo opportuno parlare in ambito sociale per creare dibattito tra i cittadini. E’ più sano che altro. Per quanto riguarda il tema specifico, non lo considererei semplice. Personalmente, mi sento liberale nel dire che la persona appartiene solo a se stessa, sue sono le scelte e sua la libertà. Di per sé, infatti, non condanno il suicidio. Se uno vuole togliersi la vita è OVVIO che cercherei di dissuaderlo, ma una volta compiuto l’atto non mi permetterei mai di criticarlo per nessuna ragione (nessuna!!!), qualunque essa sia, che ci sia o no. Di per sé, la tematica che Travaglio mette in luce è un’altra. Lui non scrive che il suicidio è sbagliato in quanto tale. Certo, se uno può evitarlo è meglio, ma ognuno è libero di far quel che crede. Il problema è l’intervento dello Stato (nella figura del legislatore) e del medico come terza persona. Il suicidio assistito sarebbe legalizzare il fatto che, su richiesta personale, un uomo tolga la vita ad un altro uomo. Questo mi lascia perplesso. Non mi addentrerei nel giuramento di Ippocrate dei medici (vedi articolo di Travaglio) più che altro perché credo più alla coscienza delle persone e alla loro capacità di giudizio che ad un giuramento pronunciato ad alta voce.

Un’ultima domanda che ci possiamo porre è: legalizzare il suicidio assistito non è una sorta di arresa dello Stato per non essere stato in grado di creare una società nella quale ogni persona possa trovarsi a proprio agio senza essere spinta a togliersi la vita? Potrebbe essere un punto di discussione. A questo punto, forse, si potrebbe legalizzare il veleno utilizzato, così che ognuno possa togliersi la vita fai-da-te, perché no?

Un ultimo pensiero. Il suicidio è una scelta estrema perché mette in gioco tutto l’essere della persona. E’ giusto, quindi, gettar via la propria responsabilità nell’atto per affidarla ad un altro? Se uno vuole tagliarsi le vene ai polsi perché deve chiedere ad un amico di farlo al posto suo?

La libertà è personale e il mio io mi appartiene. Proprio per questo, IO sono responsabile del mio corpo e della mia coscienza. A libertà equivale responsabilità. Non rinuncerei mai alla prima, a costo del peso che comporta la seconda. E questi sono solo pensieri. Ripeto, il tema mi lascia perplesso. E un’ultima cosa: non confondiamo suicidio assistito con eutanasia e testamento biologico. Sono argomenti ben distinti.”

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