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Oggi si fa la storia, noi facciamo pena

Alessio Mazzucco

Siamo dei cazzari. Non c’è verso, sarà il sangue, il popolo, la cultura, ma ci fosse un appuntamento elettorale uno affrontato con serietà ed entusiasmo, sarei un poco più felice. Oggi si fa la storia, ma restiamo saldamente e orgogliosamente fuori dalla storia. Oggi si sceglie quale Europa si vuole, chi dovrà rappresentarci a Bruxelles, cosa siamo noi nel mondo e nel tempo, ma tutto questo non pare sfiorare neanche l’anticamera della razionalità del popolo.

Del resto di che lamentarsi? Per avere democrazia c’è bisogno di consapevolezza, ragionamento, informazione. Quel che abbiamo è caciara, divertente, caotica, folkloristica caciara. Pochi giorni fa è stato siglato uno dei patti commerciali più importanti del secolo (tra Russia e Cina per chi si fosse perso un pezzo), il mondo cambia vorticosamente, ma noi no, noi in Europa ci arrabattiamo per evitare un clamoroso exploit degli anti-europeisti. Anti-europeisti? Contro l’Europa? Ma che significa? Significa forse tornare a tante piccole nazioni litigiose, rinunciare a uno spazio di libera circolazione per le persone e per il commercio, rinunciare a una rappresentatività forte nel mondo? Per cosa poi? Per tornare a lamentarsi quando l’Europa non ci sarà più?

L’appuntamento che doveva essere il più importante degli ultimi vent’anni si è trasformato improvvisamente in un referendum governativo, un “noi o loro”, “onesti e disonesti”, uno scontro tra parolai e parole private di significato, una vicendevole accusa, di cosa poi non si è capito, odio, rabbia e speranze represse gettate nel calderone di un’elezione che doveva essere affrontata con estrema serietà e delicatezza.

L’Europa non è un continente facile. 27 paesi, troppe lingue e culture diverse, ma il sogno comune di proseguire la storia insieme. Retorica? Ingenuità? No, una semplice speranza. Perché in un mondo di giganti, in mutamento e trasformazione, lasciare emergere un rancore sordo e ignorante può essere uno sfogo liberatorio, senza dubbio, ma anche la reazione più stupida ai problemi reali che il Continente attraversa. Del resto, è questo che cerchiamo noi italiani: incapaci di assumerci obblighi e responsabilità verso il prossimo, quando le cose van male, ecco che si cerca il capro espiatorio, il colpevole, lo stronzo che ha causato tutto questo. Perché noi no, noi siamo troppo buoni, puri, bravi e intelligenti per aver fatto dell’Italia un paese-mostro, bloccato da laccetti e lacciuoli. Noi no. Loro sì. Ecco cos’è la protesta, ecco cosa pensano le piazze: un grande esorcismo comune delle proprie responsabilità, una liberazione di gruppo, un’espiazione di massa, un dire “loro, non noi”, “lui non io” e via dicendo, come all’asilo, quando la maestra rimbrottava e il bambino indicava il suo compagno di giochi come unico colpevole punibile.

Nella Grande Caciara, per farsi sentire bisogna urlare di più, senza la certezza di essere ascoltati. Così i tre grandi partiti hanno preso la scena (poi abbandonata dal terzo per palese auto-distruzione) lasciando da parte il grande discorso europeo per gettarsi nella più nauseante campagna elettorale di sempre. Li abbiamo lasciati fare. E se l’Europa dovesse cedere sotto il peso di paesi che NON sono in grado di fare il grande salto di qualità, quell’Europa sognata e agognata da gente ben più matura della cittadinanza complessiva, la colpa sarà soltanto nostra. E io non voglio sentire lamentele.

Io voterò ALDE. Voglio un’Europa federale, forte, unita, con mercati integrati e coordinati, aperta al commercio, dagli Stati Uniti, alla Russia al Medio Oriente, pronta e compatta ad affrontare le sfide diplomatiche che Putin ci ha lanciato, pronta a parlare nel Mediterraneo e ripiantare le basi per un grande mercato meridionale. E in fondo sì, lo desidero tantissimo: l’abbattimento delle capitali nazionali e il trasferimento del potere politico a Bruxelles, con tante regioni a governarsi e la capitale belga come unica capitale europea. Saremo in grado? Dopo questa campagna elettorale ne sono certo: la risposta è no.

Ammiro e rispetto le scelte di ogni elettore. Tutte. Tranne le scelte dettate dalla rabbia, la follia collettiva, il magico incantesimo dell’uomo solo al comando che ci libera dai nostri mali, amen. Al voto, chiediamoci tutti “Dove mi vedo da qui a vent’anni?”. È un buon esercizio elettorale, così come psicologico. Al colloquio di lavoro, il selezionatore chiederà sempre: “Dove ti vedi tra due/tre/cinque/dieci anni?” perché il suo compito non è capire se sarai sposato, all’estero o con figli a carico, ma se di qui a cinque, dieci anni l’azienda potrà investire su di te per i prossimi anni. È utile. Mette davanti alle scelte della propria vita, aumenta la profondità con cui guardiamo al nostro futuro, si prende consapevolezza del tempo e degli anni e delle virtuose (o meno) conseguenze della nostra scelta. E allora: dove ci vediamo da qui a vent’anni? A inseguire venditori di fumo, sogni e slogan mentre la Cina ci schiaccerà con i suoi prodotti, la Russia abbandonerà definitivamente le coste europee (e sarà uno dei danni più devastanti che subiremo) e gli Stati Uniti lentamente si richiuderanno in se stessi lasciando il ruolo di polizia globale a qualcun altro? Vogliamo diventare davvero un museo a cielo aperto, il Vecchio Mondo incartapecorito, povero e invisibile sulla scena mondiale perché, ehi!, io quel giorno dovevo votare un anti-europeista perché la gggente aveva fame?

Amici europeisti, di qualunque provenienza siete, di qualunque appartenenza politica, ricordatevi questo giorno come la svolta storica del nostro mondo. Niente più scuse, niente più rimandi, niente più tempo. Il voto è oggi. Non domani, non tra un anno, non tra dieci. Oggi. Consapevolezza, è tutto ciò che chiedo.

Viva l’Europa.

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La sostenibile leggerezza di Renzi

Gianmario Pisanu

Come la celebre scommessa di Pascal, puntare sulla sconfitta del Governo in carica sembra essere una mossa di sicuro guadagno: se Renzi va bene, zitti e alla greppia, se invece fa male, tant pis per tutti e sotto coi “ve l’avevamo detto”. Anzi, a ben vederci non c’è neppure quel tanto di alea, indispensabile affinchè una lotteria possa definirsi tale: l’Italia andrà a ramengo e Renzi sarà logorato dal suo stesso potere, in barba a Talleyrand e ai suoi malefici aforismi. Il perché è presto detto: la comune percezione della riuscita di un progetto politico è inversamente proporzionale alle attese che essa ha ingenerato nell’elettorato. In soldoni: maggiori promesse, maggiori debiti da ripagare. L’attesa del cadavere lungo il fiume è diventata dunque l’attività preferita da una certa porzione di italiani, quella maggiormente protetta dai marosi dell’economia e propensa a considerare gli 80 euro mensili (ma 1000 all’anno non suonava meglio? Suggerire un nuovo addetto stampa dalle parti del loft, ndr) quale variante moderna del panem et circenses.

Beninteso: non mi piacciono le vulgate mediatiche, attualmente appannaggio del premier, secondo cui solo il deus ex machina di Firenze può salvare l’Italia dal suo declino ineluttabile. Sventurato il Paese che ha bisogno di eroi!, diceva Brecht nel suo Vita di Galileo. Da Cola di Rienzo a Renzi (quasi omonimia su cui Heidegger avrebbe ricamato un pamphlet), la storia italiana abbonda di sedicenti Uomini della Provvidenza, chiamati a furor di popolo e precipitati nella polvere appena saliti sul ring. L’enorme malinteso, di fronte a cui il caudillo di turno fa sempre inizialmente buon viso salvo poi pentirsene amaramente, riguarda quella che in termini manageriali si definisce accountability, ovverosia l’effettiva congruenza tra leve di manovra e risultati conseguibili. Perché la meccanica del Potere, checché ne dicano i vari Rizzo, Stella e Travaglio, non si esercita solo nella fantomatica stanza dei bottoni, ma dappertutto, in ogni piccolo ganglo della società: in tal senso, le analisi epistemologiche di Foucault (microfisica sociale) e quelle socio-politiche di Gramsci (le cosiddette “casematte del potere”). E l’Italia, popolo di anarchici moderati insofferenti verso qualsiasi limitazione dei propri privilegi di casta (sia essa piccola o grande, non importa: dall’ultimo dei taxisti al Presidente di Confindustria) è un fulgido esempio di democrazia corporativa. Sull’argomento si è scritto già molto: oggi l’opinione prevalente è contro i cosiddetti corpi intermedi, ma alcuni studiosi (ad esempio, Giuseppe De Rita) mettono in guardia da un’eccessiva smania di semplificazione. Al di là del merito della questione, va evidenziato come, negli ultimi tempi, l’illusione finto-leaderistica paia essersi accentuata. Nell’immaginario popolare, dunque, Letta ha fallito perché ce l’ha moscio, come direbbe un Bossi d’antan, mentre Renzi ha grinta da vendere.

Ma Renzi non è solo marketing. Certo, gigioneggia, da consumato equilibrista qual è, sulla corda dell’opinione pubblica, labile per definizione e pronta a spezzarsi definitivamente da una parte all’altra. In mezzo, tuttavia, ha realizzato un disegno politico degno del Valentino di Machiavelli. Partendo ab ovo, è riuscito a imporsi, da ex dc, in un feudo di solida tradizione rossa. Da Firenze, ha mosso una velleitaria campagna di rottamazione contro i big del partito, e, udite udite, alla lunga li ha sbaragliati, relegando i D’Alema e i Cuperlo a un misero 18%. Quindi, vinta una battaglia politica, ha legittimamente detronizzato il grigio Letta, che qualche mese prima aveva vinto un biglietto della lotteria in direzione Palazzo Chigi. Al momento, giocando le potenze parlamentari tra di loro alla maniera di un vecchio papa rinascimentale, riesce a metterle di fronte al compiuto e a marcare riforme che, piacciano o non piacciano, muovono le acque. So bene che le imboscate sono sempre dietro l’angolo e che perfino il famigerato Contratto con gli Italiani è più credibile del Cronoprogramma renziano. Ma chi, come me, è alieno alla nostalgica sinistra post-berlingueriana, che ancora si crede ”meglio gioventù” e ha come unico obiettivo quello di raddrizzare il “legno storto” di questo popolo di evasori, non può che simpatizzare per la svolta liberal e un po’ naïf del piccolo Napoleone della Leopolda.

Dunque, alla frustrazione molesta del grillino medio contrappongo volentieri la leggerezza delle varie Boschi, se questo è il dazio da pagare alla palude. Conscio che, di fronte a un paese impotente e rassegnato all’eterna nemesi del Gattopardo, “qui l’errore è in ciò che non si è fatto, nella diffidenza che fece esitare” (Ezra Pound, “Cantos”, LXXXI). Una chiosa poetica, per un articolo leggero, a favore di un Governo che sappia diventare pesante.

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Spending review: un uomo solo al comando? No, grazie.

Gustavo Piga*

Un uomo solo al comando. Speriamo proprio di no. Carlo Cottarelli, economista esperto e persona dura ma pragmatica, ha accettato una sfida ben più ambiziosa di quella che gli hanno posto sinora i paesi emergenti di cui doveva esaminare i conti pubblici e stabilire se meritavano o meno i finanziamenti del Fondo Monetario Internazionale dove ha lavorato per una vita, con incarichi sempre più importanti: essere il capo della spending review italiana, con il compito di razionalizzare la nostra spesa pubblica senza farci cadere ulteriormente in recessione.

Perché funziona proprio così: se trovi lo spreco e lo abbatti, non causi dolore all’economia ed all’occupazione. Ma se tagli a casaccio, come è stato sinora, allora sì che son guai. Un esempio potrà bastare per comprendere questa semplice logica che spesso sfugge a chi chiede di “tagliare tagliare tagliare”, senza specificare come, la presenza dello Stato nell’economia. Immaginate due amministrazioni, A e B, che spendono in totale 600 euro per comprare 2 ambulanze, identiche, utili ambedue per il Paese. Tuttavia una, (A), l’acquista a 200 euro e l’altra, (B), l’acquista a 400. Essere così bravi da individuare lo spreco insito nei 400 euro e obbligare B a comprare a 200 riduce la spesa di 200 euro senza ridurre l’assistenza sanitaria sul territorio e senza creare più disoccupazione tra i lavoratori che producono ambulanze: sempre due ambulanze si acquistano. Anzi, si avranno a disposizione 200 euro con cui potremo comprare la terza ambulanza, se necessaria, o diminuire le tasse sui cittadini. Insomma, tagliare gli sprechi non è recessivo ma, al contrario, espansivo. Quello che viene a essere tagliato è un mero trasferimento che con lo spreco portava risorse dei contribuenti a imprenditori (e funzionari pubblici?) che si arricchivano indebitamente o più del necessario.

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*Gustavo Piga è economista e professore presso l’Università di Tor Vergata, leader del gruppo Viaggiatori in Movimento

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Parole morte

Alessio Mazzucco

Magistratura, rivoluzione liberale, comunisti, imprenditori, lavoratori, popolo, cittadini, bicamerale, primarie, PdS, PS, PD, RC, CI, FI, PdL, AN, Lega, SC, M5S, UdC, DC, Sel, il nulla che avanza, il nuovo che avanza, Berlusconi, Berlusconi, Berlusconi, alleanza, coalizione, porcellummattarellum, alla tedesca, alla francese, presidenzialismo, parlamentarismo, il vecchio, sinistra, destra, centro, mani nelle tasche degli italiani, radicamento al territorio, sezione, circolo, sezione di nuovo, circolo, delega, delegati, tesserati, congresso, riunione, assemblea, direzione, comitato direttivo, segreteria, mozioni, mozione contro, mozione a favore, voti, 101, Prodi, D’Alema, Veltroni, D’Alema di nuovo, Bersani è un brav’uomo, Renzi è un paraculo, Berlusconi è un ladro, Beppe Grillo, Fini va-perde-se-ne-va, senatur, macro-regione, Cgil, Cisl, Uil, Fiom, Fiat, Marchionne, start-up, New Deal, spread, Monti, re Giorgio, quando-c’era-Pertini, Craxi sì, Craxi no, Di Pietro, tangentopoli, ladri, giustizialisti, manettari, garantisti, convergenze, inciucio, liberismo, liberalismo, socialismo, liberal-socialismo, social-democrazia, province, mafia, mafiopoli, giudici, toghe rosse, Repubblica, Corriere, il Fatto.

Ho un gran mal di testa. Dunque ricapitoliamo: vent’anni di non crescita, mancate riforme, blablabla, otto trimestri di recessione, moneta unica, Draghi sì, Draghi no, e siamo sempre e comunque da capo. Comunque la si giri, qualunque cosa accada, noi siamo sempre lì, e nulla cambia, nulla muta, nulla si trasforma. O meglio, il mondo ci trasforma. E noi, popolo di pezze, a inseguire e rattoppare senza un singulto, senza un sussulto di rabbia o frustrazione o uno scatto d’ira che tenti di plasmare la realtà. Nulla. Solo un declino inesorabile, lento, continuo.

La fine dell’Impero Romano non è stata annunciata dalle trombe dei Cieli, i quattro cavalieri dell’Apocalisse non si sono mostrati con i loro destrieri e le ondate barbariche non hanno lasciato solo morte e distruzione, ma tutto è avvenuto lentamente, un processo che è durato secoli, con le sue riprese e i suoi fallimenti, le sue conquiste e le sue sconfitte. Quindi mettiamoci comodi: tutti noi abbiamo un posto in prima fila per assistere alla nostra definitiva décadence. E badate: questo declino non inizia con la crisi, no no, la crisi è solo la prova del fallimento di un modello, un aggravio di quel che già era avvenuto nel nostro Paese, e nessuna attenuante generica salverà la nostra società dalle lenti spietate della storia.

Mi si può accusare di dire tutto e nulla in questo post. È vero: avevo solo tanta voglia di scrivere. E nonostante le parole che in questi ultimi vent’anni hanno avvelenato, assopito, schiacciato, distrutto, macellato la politica mi diano nausea e quel vago senso d’impotenza che hanno i templi antichi di fronte alla crudeltà del tempo, continuo a fare, dire, scrivere e impegnarmi, non per un chissà quale malcelato orgoglio, ma per una speranza molto concreta che non deriva affatto dalle mie convinzioni etiche: solo così possiamo mettere agli angoli chi ci ha condotto sin qui, allontanare gli auto-proclamatisi pastori di greggi troppo pigre per prendersi i propri spazi, rompere la noia esistenziale del “tanto nulla cambia” e alzare la testa con orgoglio contro quella cultura gattopardesca che tanto grava sul nostro Paese.

@AlessioMazzucco

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Cultura, culturame, politica

Alessio Mazzucco

Rendiamoci conto che il Paese uscirà devastato da questa crisi. Uscirà devastato il sistema produttivo, il tessuto industriale, il rapporto tra cittadini e istituzioni, la società nel suo significato più ampio. Uscirà devastata una politica incapace di risposte, chiusa nei suoi palazzi, lontana e irriformabile, e dietro il ventennio perso di questa nostra Italia non resteranno che macerie fumanti, una lunga scia annerita di cadaveri, e noi li nomineremo uno a uno e li chiameremo per nome: cultura, solidarietà sociale, bellezza, speranza, opportunità.

Una nuova cultura permea la società: il pressapochismo, il semplicismo, figli bastardi della demagogia spiccia, dell’erosione delle basi intellettuali, e l’ideologia povera della mancanza d’ideologie contro il pensiero dominante di un bipolarismo svuotato di significato. Cosa ci è rimasto? La confusione dei concetti, la perdita di significato delle parole, l’incoscienza e la povertà dei pensieri. Davanti a un Grillo che evoca la morte della destra e della sinistra si contrappone un concetto di “destra” e “sinistra” privo di significato, perso nella ridefinizione di se stesso lontano dal cambiamento che ha investito il mondo e la nostra epoca.

Possiamo puntare il dito contro qualcuno, e non solamente contro la classe dirigente politica degli ultimi vent’anni: la loro realtà è tanto imbarazzante da far sorgere sentimenti di pietà, non tanto d’odio, nei confronti di tutti quei politicanti, politichetti, intellettualini spicci che hanno retto le sorti del nostro Paese. Ovviamente molti sono esclusi, non si può far di tutta l’erba un fascio, né puntare il dito contro una categoria senza i dovuti distinguo, ma contro una categoria in quanto gruppo che nel suo insieme ha trascinato l’Italia nel pantano culturale in cui ci troviamo. Perché guardate, la crisi economica ha investito tutti i Paesi Occidentali, e se noi non ne usciamo non va cercata la colpa solo fuori di noi – nella Germania merkeliana, nella Bce teutonizzata o nella finanza sclerotica – ma in noi elettori, cittadini, noi che abbiamo taciuto di fronte allo scempio che questa politica ha fatto della nostra vita, nella cultura devastata che permea la nostra società e i nostri pensieri.

Puntiamo il dito anche contro i giornali e i giornalisti, senza mai generalizzare, ovvio, salvando e applaudendo sempre molti singoli professionisti, ma criticando e giudicando lo spaventoso inciucio che ha unito i watch-dog del potere e i potenti, i giornalisti passati alla politica, e viceversa, in un tran-tran continuo, avanti e indietro, nella rete paludosa che avvolge e tiene insieme ogni cosa, le editorie, le penne e i partiti.

Puntiamo il dito contro quegli intellettuali incapaci di ridare linfa vitale a una cultura impoverita e mediatizzata, aridi tra gli aridi, silenti di fronte alle sfide mondiali, al cambiamento, alla grande trasformazione dei nostri tempi. Puntiamo il dito contro un Paese che non lascia parlare chi avrebbe qualcosa da dire, che lo zittisce con le urla, o nel silenzio, o nell’isolamento, o che non sostiene il proprio tessuto culturale.

Girate per le strade, parlate con le persone: credete davvero che a loro interessino le strutture del partito, o le idee, sempre le solite, sempre uguali, mai rinnovate, che circolano di bocca in bocca, di blog in blog, senza un’elaborazione nuova, una capacità reale di comunicare intenti o vere speranze? Non è populismo spiccio. Dico solamente: guardiamoci. Guardiamoci bene e chiediamoci, una volta soltanto, solo una, quali siano le necessità di chi ci vive attorno, quali siano i bisogni inespressi, da dove venga la rabbia repressa, la frustrazione che tutto imbruttisce e rende cupo.

Destra, sinistra, politica, partiti, primarie,….: parole fondamentali. Fondamentali. Ma inutili se il primo passo della ricerca è domandarsi cosa significhino senza chiedersi che mondo si vuole un domani, di qui a vent’anni. Perché guardate: questo è il primo passo. Far politica nel senso nobile del termine è plasmare la realtà inseguendo idee, ma se le idee mancano quel che ci ritroviamo restano e resteranno sempre parole vuote, e le idee saranno vecchie e stanche e il culturame di questi vent’anni avrà vinto appiattendoci tutti quanti a una scura e densa melassa di mediocrità.

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Vadecum per una destra moderna

Gianmario Pisanu

Di fronte allo spettacolo ornitologico offertoci da falchi, colombe e pappagalli, verrebbe voglia di alzare le mani e arrendersi, per dirla alla Grillo. Chi, come me, auspica l’avvento di una destra moderna e liberale, guarda a questo scempio in preda a spasimi da nausea. Questa è, sartrianamente parlando, sdegno e spleen, ribellione ai salauds in malafede e disincanto verso qualsiasi rivolgimento, che in Italia assume spesso il ghigno beffardo del Gattopardo. Moderna e liberale. Concetti vaghi, lo riconosco. Quante volte, nelle tribune televisive, colombe alla Lupi hanno sbrodolato queste parole dall’alto dei loro trespoli? Eppure, se raffrontate al péronismo spaghetti/mandolino cui ci hanno abituati Berlusconi & Co. , la rotta da seguire appare chiara per contrasto. Ossia: inversione a U, a tutta birra contromano.

Detronizzato l’Egoarca, ecco alcune considerazioni, a metà tra un accorato j’accuse e un manifesto programmatico.

  1. Moderati in Rivoluzione. Giusto per evitare fraintendimenti: basta con la parola “moderati”, ve ne prego. Sa tanto di untuosa democristianeria, quella alla De Mita-Forlani, per intenderci. La moderazione, se sinonimo di assennatezza, è un valore  che non può essere mutuato in manifesto politico. Lo stesso dicasi per qualsiasi altro ideale astratto, quale ad esempio l’onestà: i partiti che si richiamano unicamente alle virtù teologali sono i peggiori, proprio perché inconsistenti e vagamente totalitari. Dal Ministero dell’ Amore di Orwell all’Onorevole Razzi (fu Italia dei Valori, qed) il passo non è poi così lungo.
  2. SubCultura. Finiamola col facile vittimismo: gli studenti somarelli, come spesso s’è detto, non hanno alcun diritto di lagnarsi sui presunti “furti di Futuro”.  Ergo, chi aborre qualche buona lettura e si pasce della propria verginità, tutto preso in Governi del Fare, eviti di citare Gramsci a sproposito (aprire “casematte del potere”su Google). E dire che qualche discreta pensata l’hanno avuta pure a destra. Qualche esempio? I Pensatori Liberali (vedi punto 10).E, in chiave anti-progressista e conservatrice: Ezra Pound ( “L’ABC dell’Economia”), Céline,  Heidegger,  Carl Schmitt, Ernst Jünger, Leo Strauss,  per citarne alcuni. Questi ultimi,  commestibili solo per chi accoglie il paradosso cercando di cavarne qualche verità. Perché anche lo snobismo benpensante è una forma di subcultura.
  3. Duce, pagami la luce I sovietici lo chiamavano Grande Babbo, i nordcoreani Caro Leader, i nazisti Führer. E i Berluscones? Intonano all’unisono “Meno male che Silvio c’è”, gioiosi e scodinzolanti. La nostalgica cultura (? Vedi punto 2) post missina si fonde mirabilmente con l’ideale del Partito Azienda. Risultato? Il Partito Illiberale per antonomasia.
  4. Manette Il terrore del Terrore dantoniano è un collante formidabile per un partito che, in questi anni, ha condotto in parlamento la créme della feccia, stando ai casellari giudiziari. Il Garantismo, ruffianamente confuso con l’Impunità, ha modificato geneticamente i connotati della Destra italiana. Non molti anni fa, i missini scagliavano monetine all’indirizzo di Bettino Craxi, fuori dall’hotel Raphael. Giunti al potere, non hanno fatto prigionieri: si sono umilmente chinati a raccoglierle.
  5. Rivoluzione sessuale Chi è liberale nell’animo, in fondo è anche un potenziale libertino. Inutile girarci intorno: le convenzioni sessuali, i tabù, il machismo dantan è roba da età vittoriana. A destra la lezione l’hanno compresa bene. Solo che, per esercitare il proprio Credo, i plenipotenziari conservatori serrano le persiane e avvolgono le tende. Una volta riabbottonata la patta, organizzano un bel Family Day. Se cuccati in flagrante, riabbassano la cerniera e  si smutandano al Dal Verme, tronfi della loro incoerenza conclamata. Dualità dell’essere umano, una teoria junghiana (cit. Full Metal Jacket) .
  6. Divieti civili L’impostazione illiberale, in questo campo, ha un sicuro referente culturale : ideologia neocon, destra made in Usa. Ma, mentre nel paese dei quaccheri le fiaccolate contro l’eutanasia poggiano su un solido retroterra culturale e riflettono ansie e timori di una fetta della popolazione, qui in Italia, Patria di Arlecchino e Totò, tutto assume contorni grotteschi. Si inaspriscono le pene per gli spinelli, si alleviano quelle sul falso in bilancio (2002, vedi punto 8). Ci si duole dell’arbitrio che papà Englaro si è arrogato, perché la sacralità della vita vegetale va difesa da un agorà pubblica, meglio se in studio dalla D’Urso, ma si depreca con veemenza l’intrusione dei giudici nella sfera privata degli affetti. Puritanesimo ad personam.
  7. Selezione naturale Diciamola tutta: con l’introduzione del famigerato Porcellum (2005), la scrematura della futura classe dirigente di centrodestra s’è fatta spietata. Metro alla mano, 90-60-90 corrisponde all’identikit ideale di una capolista. Per i maschietti, solo tanta gavetta: la colazione va servita ogni giorno puntuale e il giardino di Arcore potato una volta a settimana. Della vecchia guardia, la Forza Italia dei “prof” che anelava a un riconoscimento culturale (Saverio Vertone, Lucio Colletti, Antonio Martino, Marcello Pera, Giuliano Urbani) nulla è rimasto: anche Pol Pot aveva in gran dispetto chi portava gli occhiali.
  8. No taxation without depenalization Può piacere o meno, ma agli occhi di un liberista “una nazione che si tassa nella speranza di diventare prosperosa è come un uomo in piedi in un secchio che cerca di sollevarsi tirando il manico”(Winston Churchill). Non elencherò qui le politiche economiche dei vari Governi Berlusconi, in totale antitesi ai dogmi liberisti (spesa pubblica in crescita, imposte a gogò, esaltazione del rentier): carta canta. Mi limiterò a segnalare l’anomalia di un liberista-dirigista- ex socialista: quello che Croce avrebbe bollato come “ircocervo”. Tra i provvedimenti: revisione del reato di falso in bilancio (pene sensibilmente più leggere) ma  istituzione di Equitalia (cui ora si vogliono “spuntare gli artigli”). Appunto, Ircocervo.
  9. Baffone Denunciare i maneggi delle Coop rosse, è un conto. Stigmatizzare il Sistema Sesto,  pure. Mostrare orrore per i Sindacati, idem. Ma i comunisti, quelli veri, avrebbero internato Vendola e compagno in un gulag, deriso il VeltroniCare, sostituito i giubbotti in pelle di Renzi con eskimi  rattoppati. Quelli più vecchio stampo, i togliattiani, avrebbero plaudito all’amicizia con Putin e all’eccidio di Grozny. Folklore. 
  10. Liberalismo, questo sconosciuto L’élitario Partito Liberale, polverizzato dall’avvento dei Partiti di Massa, è oggi ridotto a un cumulo di sigle che tanto ricordano un celebre réfrain di Rino Gaetano (ascoltare “Nuntereggaepiù”,subito). Prima il fascismo,  quale reazione al biennio rosso, quindi Mamma DC (consociativista e concordataria), infine Berlusconi e lo sdoganamento postmissino  hanno modellato l’immaginario conservatore intorno a un corporativismo di stampo vetero-fascista. Dopo tutte queste considerazioni, la domanda sorge spontanea: ma allora, perché prendersi cura di un cadavere? Perché il profilo dell’elettore mediano di centro-destra è meno ideologico di quel che si pensi, con tutti i pro e i contra che ciò comporta. Cominciando dagli ultimi, l’assenza di un substrato culturale cui appigliarsi, specie nei periodi di crisi, può condurre facilmente a derive plebiscitarie. La storia del Novecento, sostiene il prof. Lunghini, insegna che dalle crisi economiche  si  esce a destra: il che è grosso modo vero proprio per questo motivo. Ma siamo sicuri, nei triboli attuali, che le ingombranti sovrastrutture di una grossa fetta dell’elettorato rosso consentano ai rappresentanti di sinistra di segnare una rotta, quale che essa sia? Derubricare la coazione  a  ripetere delle scissioni in seno alla Sinistra a singole baruffe significa ignorare la natura del problema, prettamente culturale. In Italia non c’è mai stata una Bad Godesberg che amalgamasse le varie entità della Sinistra in una visione socialdemocratica unitaria: troppo forte il peso della “Storia Antiquaria”, che non guarda al futuro e appiattisce acriticamente sul Passato (Nietzsche, Seconda Considerazione Inattuale).

Oggi però la Crisi, come indica la radice greca del termine, impone un cambiamento. L’avvento di un partito di massa autenticamente liberale, schierato alla destra dell’Emiciclo per le ragioni sopra esposte, potrebbe   smuovere le coscienze di quei giovani  postideologici, frustrati, scoraggiati, nauseati,  in altre parole “moderati”(vedi punto 1).  Consci che, come diceva Keynes, “il potere degli interessi costituiti si esagera di molto, in confronto con l’affermazione progressiva delle idee […]. Presto o tardi sono le idee, non gli interessi costituiti, che sono pericolose sia in bene che in male”.

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Italia mia, vientene con me!

Alessio Mazzucco

Chi ricorda la novella La roba di Verga? Breve riassunto: un contadino lavora, guadagna e lentamente acquista tutte le terre del marchese, il suo vecchio padrone. Ma questo contadino, tanto furbo quanto attaccato ai suoi danari, giunta l’ora della morte, scende nel cortile della cascina e comincia a colpire a morte le galline con un bastone. Nel silenzio della notte grida: «Roba mia, vientene con me!».

Berlusconi è lo stesso. Potrebbe essere il personaggio farsesco di una novella. Neanche troppo farsesco: oramai ha assunto i connotati da tragedia. “Italia mia, vientene con me!”. Lui muore politicamente e vuole vedere l’Italia morire con lui. Sembra il protagonista di una tragedia d’amore: un uomo disperato, innamorato, vedendo la sua amata respingerlo, la uccide per averla lui solo e nessun altro.

Basta parlare di Berlusconi, si commenta da solo.

PD, riuscirai a perdere anche stavolta? Ieri, un tweet di Beppe Grillo esclamava: “Bisogna andare al voto per vincere e salvare l’Italia. Napolitano deve rassegnare le dimissioni” (bisogna ammettere che il comico gioca in attacco). Bene, Grillo è sicuro di quel che vuole: votare, vincere, cacciare Napolitano. A parte l’assoluto disprezzo delle istituzioni nel chiedere le dimissioni del Presidente della Repubblica, dimissioni da richiedersi per evidente impeachment dello stesso (che non è certo un comico fuori dal Parlamento a stabilire), Grillo dimostra tutta la sua fanciullezza nel far politica.

PD, vuoi vincere? Gioca in attacco. Basta governi, Grillo non te li farà mai fare, e i senatori del PdL fuoriusciti potrebbero tenerti in scacco per i prossimi mesi: invoca le elezioni, fai le primarie, vinci. Stavolta sul serio. E, bada, niente scherzi: fai le primarie per il candidato o i cittadini non te lo perdonerebbero questa volta, e altro che 23%, ti ritroveresti al 15% in un attimo.

Non c’è più tempo. Tutta l’Italia ha fatto sacrifici negli ultimi tre anni, ora è il momento di cambiare. Ci sono i conti da rispettare, l’economia da rimettere in sesto, 40% di disoccupazione giovanile e il vuoto cosmico nell’elaborazione delle idee. Ieri, quando la notizia delle dimissioni mi è arrivata, non potevo crederci. L’HuffingtonPost titolava: “Berlusconi apre la crisi”. E giù le spiegazioni. Poi sono andato su twitter, e la domanda principale dei fringuelli-commentatori riguardava Grillo: “Che farà?” “Dove andrà?” “Con chi sarà?”. Pendevano letteralmente dalle sue labbra. 

Guardate, forse la storia non sarà inclemente con voi come lo meritereste, ma il Paese potrebbe. L’Italia è stanca, e lo si percepisce nei discorsi per strada, o nelle discussioni tra amici. Lo dico chiaro: primarie, elezioni, vittoria. Ora si può cambiare il Paese per davvero, o tenersi le macerie fumanti.

@AlessioMazzucco

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