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Il tramonto dell’Europa?

Alessio Mazzucco

Nel film “L’attimo fuggente”, il compianto Robin Williams, ovvero Professor Keating, seguendo il copione dell’analisi letteraria tradizionale, disegna davanti a una classe di alunni ammutoliti due assi cartesiani da cui è possibile stabilire la grandezza di una poesia: da una parte la perfezione (asse x), dall’altra l’importanza (asse y); secondo la famigerata analisi cartesiana, l’area della poesia rappresenta la sua grandezza, facilmente paragonabile a un’altra poesia. Il Professor Keating ordina ai suoi studenti di stracciare quelle pagine del libro. Giustamente.

Ma presa la politica, l’arte del possibile, la non-scienza sociale, siamo in grado di misurare la grandezza di un paese attraverso un’analisi cartesiana? Faciliterebbe molto il compito del politico. Immaginiamo dunque di prendere un asse x che rappresenti la prosperità economica e l’asse y l’importanza geopolitica: l’area che andiamo a disegnare è una buona rappresentazione della grandezza e l’importanza di un paese?

L’Europa è affetta da molti problemi, molto diversi fra loro. Uno di questi è il considerarla piena di problemi. Non è facile inseguire un sogno se il sogno fa acqua da tutte le parti: così è un progetto, un amore o il connubio di 28 stati profondamente diversi di cui 19 hanno una moneta unica, una sola politica monetaria e 19 politiche fiscali diverse. Un rompicapo affascinante. Se a questo aggiungiamo una crisi economica che non ha precedenti negli ultimi ottant’anni e una crisi sociale e culturale (per lo meno in Italia) dovuto a un inarrestabile analfabetismo di ritorno, il rompicapo diventa un nodo gordiano. Per definizione, irrisolvibile. E no: in Europa un Alessandro Magno ancora non si vede.

Mettiamo da parte polemiche e le politiche, le idee e le critiche e focalizziamo l’attenzione su due aspetti: l’asse x e l’asse y. Economia e geopolitica vanno a braccetto: nessun impero della storia può reggere le maree della mutevolezza umana se non sostenuto da una solida struttura economica. Così è stato l’Impero Romano, Bizantino, Mongolo, Cinese, gli Imperi del Novecento e l’Impero Americano, ora florido dopo otto lunghi anni di crisi, ma fortemente ridimensionato (o auto-ridimensionato) nel suo peso geopolitico.

Schermata 2015-01-25 alle 19.05.48L’Europa, la nostra cara, bella Europa, è a un passo dalla fine della sua non breve storia. Prendiamo una mappa e osserviamone i confini: a Est una catena di stati e staterelli ex-sovietici formano un cuscinetto politico tra la Russia e l’Europa Occidentale; seguendo questo ipotetico confine incontriamo la punta settentrionale della Norvegia, la Finlandia, le Repubbliche Baltiche e poi giù giù fino all’Ucraina, lacerata dal conflitto di cui sappiamo poco, pensiamo meno e difficilmente risolveremo a breve. L’Ucraina è il primo fronte caldo tra Europa e “resto del mondo”, in questo caso la Russia. Scendiamo ancora: la Turchia. Dopo anni di sforzi per essere accettata quale “Paese europeo”, la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, il “Sultano” come qualche romantico appassionato di Storia lo ha già definito, ha rivolto lo sguardo altrove e si è accorta (sorpresa!) che chi fa da sé fa per 28 (nel caso europeo), potendosi muovere liberamente tra equilibrismi e delicati giochi di strategia politica tra Siria, ISIS, curdi e l’inferno mediorientale. Superiamo per un momento il Medio-Oriente, Israele, Egitto e approdiamo in Libia. L’oramai ex-stato travolto da una tragica guerra civile ha creato un buco nero di dimensioni solamente minori rispetto a quello siriano: meno interessante (apparentemente) e più locale, la Libia è il terzo conflitto (dopo Ucraina e Siria) a mostrare la debolezza, l’apatia e la divisione geopolitica europea. Mancanza di unità? Macché: qui c’è una mancanza di strategia. Se la Francia (complice gli USA) ha aiutato a destabilizzare la regione abbandonandola al suo destino e lasciando la diplomazia italiana sul campo a ricucire il disastro, il resto d’Europa ancora non si sa che pensi, né come intenda muoversi. L’attenzione è rivolta all’Ucraina e alla Siria, il confine meridionale è lasciato agli italiani. Muoviamoci ancora lungo la mappa, seguiamo le dune sabbiose del Sahara e approdiamo nel Mali, dove la Francia hollandiana ha dispiegato le sue truppe: ecco il quarto fronte, l’Africa Sub-Sahariana. Quattro fronti e una sola Mogherini: lo scenario non ispira fiducia. L’Europa ha una diplomazia unitaria rappresentata dalla Miss Pesc fortemente voluta dal Governo Renzi e avversata dai paesi est-europei, ma non ha un esercito comune, ha 28 diplomazie concorrenti e 28 strategie diverse, 28 Governi e 28 interessi divergenti (o, nella peggiore delle ipotesi, contrastanti). In questo scenario da brivido, l’Europa è inesorabilmente attratta dal buco nero siriano, un’anomalia gravitazionale tanto forte da trascinare con sé chiunque la sfiori.

Cosa pensa l’Europa di se stessa? Inesorabilmente vittima del complesso del fratello minore rispetto agli Stati Uniti, riuscirà a tracciare una strategia comune e rispondere alla grande domanda di questi tragici giorni: qual è il suo posto in un mondo in cambiamento? I comunicati stampa non ci salveranno, le discussioni sulla flessibilità dello 0 virgola qualcosa rispetto ai parametri europei neanche. Una ripresa economica? Forse. Unità politica? Magari. C’è chi pensa che solo un ritorno agli stati nazionali possa risollevare le sorti dei popoli europei. Io considero gli stati nazionali l’origine del problema: l’unico stato “nazionale” che riconosco è l’Europa, un continente federale, diviso in macro-regioni autonome, un Parlamento riconosciuto a Bruxelles e un Governo eletto dai cittadini d’Europa, un solo esercito e una sola diplomazia, una sola politica fiscale e una sola moneta. Ci salverà la creazione di un mercato competitivo e l’integrazione delle reti energetiche e di trasporto, ci salverà l’apertura commerciale e l’investimento nel capitale umano europeo (che significa sì erasmus e grandi feste, ma anche un sistema universitario interconnesso, ricerca, sviluppo di modelli accademici e scolastici vincenti).

Post Scriptum: gli exit poll greci danno Syriza in testa tra il 35% e il 39%, una vittoria netta ma non schiacciante, e richiederà (probabilmente) un’alleanza con un partito minore (che non sarà certo il PKK comunista che già ha definito le proposte di Alexis Tsipras troppo borghesi). Sono curioso per diversi motivi, primo fra tutti vedere che farà Tsipras una volta conquistato il potere in Grecia. Si accoderà a Renzi per chiedere più flessibilità puntando su profonde riforme strutturali interne? Dirà no al pagamento del debito? Uscirà dall’euro? Quello che per ora non chiamerei ancora fronte interno sta prendendo lentamente forma: Tsipras in Grecia, Podemos in Spagna, l’euroscetticismo montante in UK (a breve le elezioni). La prima mossa è stata di Mario Draghi con il Quantitative Easing (22 gennaio), la prossima sarà dei greci.

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