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Sbagliate, mancate, peccate, ma siate giusti

Alessio Mazzucco

Il crollo dei tesseramenti PD è uno degli argomenti meno interessanti del nostro mediocre dibattito politico. Ma è necessario. O, almeno, è necessario se diretto al vero nocciolo della questione: la democrazia ai tempi del cambiamento. Perché di questo si tratta: il PD resta l’ultimo partito esistente nel Paese (disgraziato quel Paese che ha bisogno di partiti) e il crollo dei tesseramenti mostra non tanto il disamoramento o la critica al Governo, quando l’unica vera verità, da poco entrata nell’opinione pubblica. I partiti possono essere inutili. E dannosi. E troppo spesso squallide fogne dove le cariatidi della mediocrità formano le loro cisti, i propri posticini al sole, le poltroncine e i poteri piccoli, o deboli in questi tempi di poteri forti.

La nostra agile e moderna Costituzione fonda la democrazia italiana sui partiti. Era il 1948. Siamo nel 2014. Cos’è successo? Alla metà del secondo decennio del XXI secolo qualche domanda non solo è d’obbligo, ma utile. Cos’è la democrazia? Come funziona una democrazia? E vi sembreranno domanda campate per aria, stupide, inutili, un onanismo intellettuale fine a se stesso (piacevole e solitario in quanto tale), ma sono fondamentali.

Vi racconto un aneddoto. ieri sera ero in compagnia di un gruppo di russi, e da un breve confronto politico la domanda è venuta d’obbligo: cos’è, per voi europei, la democrazia? È libertà, ho risposto (maledette frasi fatte), ma non libertà fine a se stessa, di parola (ultimamente di sproloquio), di pensiero e stampa, non solo, ma libertà di portare avanti un’idea politica se le necessità sentite non trovano risposta e supporto nel sistema politico. Questa è la libertà democratica: la possibilità, data a tutti, di partecipare al dibattito se non ci si sente rappresentati, e lottare per la propria idea per cambiare o influenzare il sistema. La libertà democratica è libertà di lobby, d’influenza e pressione. È libertà d’associazione e costituzione di gruppi d’interesse senza essere messi a tacere o, peggio, essere assorbiti da un gruppo d’interesse (o partito) maggiore: la democrazia può essere calpestata tanto da tiranni quanto da rappresentanti eletti se non si nutre a sufficienza nelle coscienze dei cittadini.

Non dimentichiamoci quanto siamo fortunati, non dimentichiamolo mai. Ma nel non dimenticare, non lasciamoci intrappolare dall’idea che vecchio è bello, stabile è sicuro, la storia è maestra. Non è così. Il crollo dei tesseramenti ha lanciato il messaggio inequivocabile: non vi vogliamo. O meglio: non vi vogliamo così. E questo messaggio, a quanto pare difficile da elaborare e assorbire, è passato inosservato quando il 25% dei voti è andato a quella specie di inutile circo del Movimento 5 Stelle, ma non passerà inosservato ora che colpirà il vero cuore dei partiti: il portafogli, il serbatoio inalterabile di voti e giovani e vecchi attivisti da sfruttare per mantenere poltrone e poteri, onori e privilegi. 

Un giorno, forse, ci sveglieremo in un sistema democratico in cui la falsità ipocrita del semicerchio post-Rivoluzione francese sparirà, liberandoci del manicheismo stantio della contrapposizione destra-sinistra (Civati docet), e magari le camere saranno sostituite da parlamenti circolari in cui prenderanno posizione deputati eletti nei territori senza necessariamente essere partecipi di un movimento/partito che superi una soglia percentuale arbitraria. Un giorno, forse, ci sveglieremo che alleanza, intese e collaborazioni varieranno a seconda dei temi, e la contrapposizione non sarà a priori tra A e -A (dove A è diverso o contrario a -A), ma tra cosa pensano B, C e D sulla proposta di A.

Senza partiti non ci sarà cultura politica! sento già gridare i sacerdoti del Novecento. L’idea che il partito, così come la figura dell’intellettuale, abbia in mano la torcia con cui illuminare le coscienze dei popoli è finita, e sarà solo la spontaneità dei movimenti e dell’associazionismo sociale a creare cultura politica, rappresentanza e idee. Chi vuole unirsi a partito o associazione faccia pure, ma non obblighi il prossimo a pensarla così. Non obbligateci a pensare che dopo i partiti ci sia il nulla, perché dopo i partiti ci sarà sempre la democrazia, solo diversa, cambiata, mutata. Più difficile, certo, più instabile, forse, ma chi ha paura del cambiamento e del nuovo non parli in mio nome, né si sforzi di rappresentarmi: nel nuovo mondo sarà l’audacia e la fantasia e la creatività a creare un nuovo tipo di democrazia, senza che il platonismo dei partiti si sforzi di bloccare le trasformazioni sociali inseguendo l’idea che solo un’aristocrazia illuminata possa condurre i cittadini verso il sol dell’avvenire. Lasciateci fare, lasciateci provare, lasciateci sbagliare (“Sbagliate, mancate, peccate, ma siate giusti” scriveva Hugo). Non venite a chiederci un voto o una tessera quando ne avete bisogno per dimenticarci poi nel buio della non-rappresentatività quando giocate a fare la politica. Non abbiamo bisogno di partiti, abbiamo bisogno di lobby che discutano e supportino i nostri bisogni. Non abbiamo bisogno d’idee calate dall’alto, ma di uomini e donne capaci di sintetizzarne alcune e portarle nelle stanze dei bottoni. 

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Parole morte

Alessio Mazzucco

Magistratura, rivoluzione liberale, comunisti, imprenditori, lavoratori, popolo, cittadini, bicamerale, primarie, PdS, PS, PD, RC, CI, FI, PdL, AN, Lega, SC, M5S, UdC, DC, Sel, il nulla che avanza, il nuovo che avanza, Berlusconi, Berlusconi, Berlusconi, alleanza, coalizione, porcellummattarellum, alla tedesca, alla francese, presidenzialismo, parlamentarismo, il vecchio, sinistra, destra, centro, mani nelle tasche degli italiani, radicamento al territorio, sezione, circolo, sezione di nuovo, circolo, delega, delegati, tesserati, congresso, riunione, assemblea, direzione, comitato direttivo, segreteria, mozioni, mozione contro, mozione a favore, voti, 101, Prodi, D’Alema, Veltroni, D’Alema di nuovo, Bersani è un brav’uomo, Renzi è un paraculo, Berlusconi è un ladro, Beppe Grillo, Fini va-perde-se-ne-va, senatur, macro-regione, Cgil, Cisl, Uil, Fiom, Fiat, Marchionne, start-up, New Deal, spread, Monti, re Giorgio, quando-c’era-Pertini, Craxi sì, Craxi no, Di Pietro, tangentopoli, ladri, giustizialisti, manettari, garantisti, convergenze, inciucio, liberismo, liberalismo, socialismo, liberal-socialismo, social-democrazia, province, mafia, mafiopoli, giudici, toghe rosse, Repubblica, Corriere, il Fatto.

Ho un gran mal di testa. Dunque ricapitoliamo: vent’anni di non crescita, mancate riforme, blablabla, otto trimestri di recessione, moneta unica, Draghi sì, Draghi no, e siamo sempre e comunque da capo. Comunque la si giri, qualunque cosa accada, noi siamo sempre lì, e nulla cambia, nulla muta, nulla si trasforma. O meglio, il mondo ci trasforma. E noi, popolo di pezze, a inseguire e rattoppare senza un singulto, senza un sussulto di rabbia o frustrazione o uno scatto d’ira che tenti di plasmare la realtà. Nulla. Solo un declino inesorabile, lento, continuo.

La fine dell’Impero Romano non è stata annunciata dalle trombe dei Cieli, i quattro cavalieri dell’Apocalisse non si sono mostrati con i loro destrieri e le ondate barbariche non hanno lasciato solo morte e distruzione, ma tutto è avvenuto lentamente, un processo che è durato secoli, con le sue riprese e i suoi fallimenti, le sue conquiste e le sue sconfitte. Quindi mettiamoci comodi: tutti noi abbiamo un posto in prima fila per assistere alla nostra definitiva décadence. E badate: questo declino non inizia con la crisi, no no, la crisi è solo la prova del fallimento di un modello, un aggravio di quel che già era avvenuto nel nostro Paese, e nessuna attenuante generica salverà la nostra società dalle lenti spietate della storia.

Mi si può accusare di dire tutto e nulla in questo post. È vero: avevo solo tanta voglia di scrivere. E nonostante le parole che in questi ultimi vent’anni hanno avvelenato, assopito, schiacciato, distrutto, macellato la politica mi diano nausea e quel vago senso d’impotenza che hanno i templi antichi di fronte alla crudeltà del tempo, continuo a fare, dire, scrivere e impegnarmi, non per un chissà quale malcelato orgoglio, ma per una speranza molto concreta che non deriva affatto dalle mie convinzioni etiche: solo così possiamo mettere agli angoli chi ci ha condotto sin qui, allontanare gli auto-proclamatisi pastori di greggi troppo pigre per prendersi i propri spazi, rompere la noia esistenziale del “tanto nulla cambia” e alzare la testa con orgoglio contro quella cultura gattopardesca che tanto grava sul nostro Paese.

@AlessioMazzucco

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La seconda Repubblica muore in un filmato

Alessio Mazzucco e Nicolò Calabro

Potrebbe essere, ma non è un post su Berlusconi. O meglio, parla di Berlusconi, ma di sfuggita, en passant, sfiorando appena quel filmato triste, ultimo barlume di un anziano politico alla fine della sua carriera. Nella solitudine dell’ex-animale politico, la grinta di un tempo sfumata, le frasi riciclate di un ventennio politico terminato nelle condanne alle cronache degli ultimi mesi, ho visto la Seconda Repubblica gettare il suo ultimo, malinconico, canto del cigno.

E dei giornalisti e degli analisti indaffarati a tentare una spiegazione delle pose, a trovare un significato alle parole e alle frasi usate, degli esperti intenti a criticare gli errori grossolani di comunicazione dell’uomo che fino a sei mesi fa metteva in difficoltà i suoi acerrimi nemici Santoro e Travaglio nella tana del Servizio Pubblico, non è rimasto che il vuoto di una storia ormai conclusa che batte ancora gli ultimi rintocchi prima del tramonto. Ho visto chi ha incatenato alla sua vita il destino del nostro Paese trasformarsi nella caricatura di se stesso, il declino lento e inesorabile di chi tenta fino all’ultimo di salvarsi, privato della dignità nel gridare ancora Forza Italia e di lucidità per un’analisi politica di cui il nostro Paese ha bisogno.

Esperti, politologi, osservatori attenti della nostra classe politica, dove siete? Che dite? Tentate ancora di commentare con serietà dieci minuti di video utili solo a capire per quanto ancora sopravvivrà il Governo, tentate ancora di dare una spiegazione a ciò che non è spiegabile, né traducibile nel normale senso comune della politica.

La Seconda Repubblica muore in un video e muore un sistema incancrenito da vent’anni di dibattiti vuoti e politica inesistente. Muore perché, di fronte alla grandezza dei cambiamenti mondiali, alla globalizzazione galoppante dell’economia e della politica, alla trasformazione inedita del mondo a cui assistiamo impotenti, commentare un anziano signore che spara le sue ultime cartucce occupa gli onori delle cronache. Muore perché di vent’anni di riforme mancate, del declino sociale ed economico, dell’imbarbarimento della cultura, dello stupro del senso civico, non resta che la nave Concordia e qualche grillo per la testa, delle promesse epocali e delle campagne roboanti rimangono scelte politiche sbagliate, un continente a pezzi, un futuro incerto. Muore perché, con la fine politica di un uomo, un’intera classe politica si ritroverà senza nemico giurato, o senza deus ex machina, e le tifoserie smetteranno i loro cori e guarderanno stupefatti lo sfacelo lasciatosi alle spalle, e saranno troppo roche per far sentire, ora che serve, la propria voce.

Chiudiamo il capitolo. È ora di guardare avanti, non voltarsi più indietro, e cambiare per far fronte a quel che ci attende.

 Forse è questo quello che ci spaventa di più…pensateci!

Fare quel piccolo passo per andare avanti e lasciarci indietro, per sempre, quello che abbiamo sempre visto e ri-conosciuto quotidianamente.

Quasi Nessuno di noi riesce a immaginarsi una scena politica senza Berlusconi. Può sembrare banale, detto e ridetto tantissime volte nei talk show televisivi, ma è veramente così. Abbiamo passato 20 anni avendo Lui come punto di riferimento, nel bene e nel male. E la grande sfida che hanno davanti i politici italiani, di entrambi gli schieramenti, è proprio questa: cominciare a ragionare finalmente fuori dagli schemi che hanno caratterizzato questa fase, offire ai cittadini italiani un’idea complessiva di paese alternativa a tutto quello che abbiamo visto fino ad ora. Un ‘idea che non può limitarsi ad essere “Imu si, Imu no”, ma deve abbracciare le grandi questioni del cambiamento epocale che stiamo vivendo.

I politici, certo, hanno questa responsabilità, ma anche tu che leggi queste poche righe sarai partecipe di quello che succederà. La seconda repubblica è morta, tu sei pronto per la Terza?

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La politica è rimasta a guardare

Alessio Mazzucco

Come titolano i giornali di oggi, è in arrivo una botta da 24 miliardi di euro. Oggi era il giorno della rivelazione, e stamattina blog e giornali fanno sfilare sotto i nostri occhi le cifre e i dettagli della manovra d’emergenza che dovrebbe salvare l’Italia e l’Europa dalla catastrofe.

Il mondo politico, per ora, resta a guardare. Consapevoli del proprio fallimento, di vent’anni di riforme mancate e del baratro lungo il quale ci hanno condotti in tempo di crisi, i partiti aspettano, lasciano che sia il tecnico ad andare avanti, magari buttano lì sul piatto qualche slogan giusto per dire “siamo ancora qui, siamo vivi!”. Patetici. Vi consiglio di fare un giro sui siti dei partiti principali. Da Sel al Pdl, tutti in fila, a trattenere il fiato aspettando che passi la mareggiata. Già, perché dopo questa manovra chi raccoglierà i pezzi in cui si è disgregata la società per proporre un nuovo programma di riforme politiche? Chi andrà dai contribuenti su cui ricadrà ancora il prelievo a domandare ancora il voto? Le perplessità spuntano ovunque, da Alesina e Giavazzi che commentano con un secco “Caro presidente no, così non va” sul Corriere a Vittorio Feltri e Linkiesta.it che sottolineano come la manovra ricada su chi le tasse le ha sempre pagate. E se ne potrebbero citare altri. Come dargli torto?

Ma del resto, come criticare Monti? Abbiamo perso talmente tanto e per troppo tempo l’idea di cosa stesse accadendo all’Italia inseguendo barzellette e figuracce, che forse non ci rendiamo davvero conto della situazione in cui siamo. Da qualche parte i soldi devono saltar fuori per fronteggiare un debito mostruoso. I partiti lo sanno e per questo tacciono: sanno che qualcuno doveva sacrificarsi per rimettere in sesto la situazione, sanno che c’è poco da fare al livello critico in cui eravamo giunti. Le proposte quindi languono, e con loro lo spirito d’iniziativa di una casta disorientata dalla fine dell’avventura del Berlusconismo, incapace ancora di rimettersi in marcia verso nuovi orizzonti.

E la società che dice? Trattiene il fiato o forse è semplicemente disorientata? Il sistema-mondo cambia, l’Europa perde pezzi e credibilità, indignati scendono in piazza in tutti i paesi occidentali e occidentalizzati domandando perché siamo noi a dover pagare gli errori e le miopie di altri. Bloccati dall’inutile dibattito sul tecnico sì/tecnico no ci siamo persi le violenze della polizia americana, la cacciata del movimento Occupy dalle principali città statunitensi, le manifestazioni anti-Monti e anti-banche che uniscono le frange estremista della sinistra extra-parlamentare e della destra Ezra-Poundiana (Napoli, 28 novembre).

La politica dovrebbe farsi portatore di interesse, lettrice delle dinamiche sociali ed economiche che investono il Paese, dovrebbe proporre il futuro e la direzione in cui volgere il cambiamento. Al momento, è proprio la politica la grande assente dalla scena.

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La necessità di fare rete

di Alessio Mazzucco

Non è l’ultimo slogan dei blogger, né dei grillini. E’ una necessità sentita. Le contraddizioni e le rigidità nelle quali il sistema Italia è chiuso stridono, i meccanismi cigolano, il terremoto nel domani della crisi si fa vicino e siamo deboli, troppo deboli.

L’Italia è ferma, non servo io per dirlo. E non è questione se sia ferma economicamente o meno (motivo di dibattito quotidiano), che sia socialmente e politicamente immobile: è ferma e basta. Sono fermi i pensieri, le idee, sono ferme le proposte, bloccate le volontà disposte a farle. E’ una condizione esistenziale: i singoli sono fermi, gli individui si cullano nella loro inerzia.

Mi si potrebbe rispondere: no, Alessio, ti sbagli, qualcosa si muove, c’è speranza, c’è un fermento nuovo nella società. Forse sono miope: io non lo vedo. Partiamo con ordine. Si cambi la politica! Parole sacrosante, roboanti forse, ma sacrosante. Ma come si può cambiare una struttura, un sistema, inserendosi all’interno, perseguendone regole e meccanismi, con la speranza di modificarla? Il cambiamento all’interno è molto di moda, ma lo considero nient’altro che un’autoassoluzione all’immobilismo. Pensiamo ad un partito, magari dotato di dialettica interna democratica. Credete forse di poterlo cambiare? Un partito è un partito, con i suoi meccanismi, le sue ideologie, le sue regole. La dialettica interna ad una struttura parte dal sostrato della struttura stessa: come potrebbe portare a qualcosa di alternativo partendo con le stesse premesse? L’individuo ne rimarrebbe, in qualche modo, invischiato. E non si può neanche credere di far saltare tutto per aria dall’interno: un cambiamento violento e istantaneo potrebbe forse portare qualcosa di nuovo, condiviso e apprezzato nella società?

Abbiamo bisogno sì di una trasformazione, nei modi, nei pensieri, nelle parole. Abbiamo bisogno di rivedere i concetti, le etichette, le categorie di partenza. Ripensare i significati che diamo alle nostre idee. Una metamorfosi della politica è necessaria. Ripensare le idee che val la pena difendere, il modo di difenderle, ripensare la società come una comunità, l’individuo come una persona che in sé già ritrova il diritto alla dignità, all’uguaglianza, alla possibilità di esprimersi come meglio crede in mezzo agli altri, in rapporto agli altri.

Il mondo intorno a noi cambia rapidamente, più di quanto stiano cambiando gli strumenti che abbiamo per analizzarlo. Crisi, globalizzazione, spostamenti di grandi masse in tutto il mondo, una cultura globale che lentamente si diffonde: sono forse problemi lasciati in disparte? No, ma la capacità della politica di vederne una soluzione, d’immaginarne uno scenario si affievolisce. E come poterla riprendere in mano se ci si inserisce in strutture nelle quali i pensieri e il loro crearsi sono già sedimentati e strutturati?

Quel che dico non è tornare indietro, distruggere, smantellare, ma andare oltre, superare, capire che c’è un altro, un nuovo non ancora esplorato che ancora sfugge alle nostre capacità. Ecco da dove nasce l’idea di far rete, rete per davvero. Parlare, discutere, ma soprattutto mettersi a confronto, aiutarsi l’un l’altro per capire i propri errori, per uccidere i propri idoli. Nessuno ha la verità in tasca, né la soluzione vincente, ed è un bugiardo se lo dichiara. Ma si può tendere a nuove idee, cercarne una loro declinazione nella società. Guardiamoci attorno, tra amici, vicini, conoscenti, cerchiamo in ognuno di loro un minuscolo pezzo del puzzle che deve essere questa nuova politica e i principi che la devono ispirare. Internet, blog, siti, giornali sono un mezzo, un primo passo. Creiamo una rete che non sia solo virtuale, finta, ma che si appoggi ad essa per divenire sociale, una rete dove chi parla può essere veramente ascoltato e non sentito, può essere compreso, magari anche criticato. Capiamo come muovere i nostri passi.

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Dubbi semplici d’un semplice elettore

Alessio Mazzucco

Poco più di un mese fa ho scritto “Elezioni? No grazie”. Me ne pento. Se l’unico modo di sbloccare qualcosa in quel pantano è richiamare gli elettori alle urne, che urne siano. Io non sono un sociologo. Immagino, però, questo elettorato avanzare verso i seggi: stanco, stufo, deluso, arrabbiato forse, sicuramente né euforico né entusiasta, non certo inebriato dagli aromi da campagna elettorale.

Ieri Ballarò ha monopolizzato il discorso sulla questione della neo-maggiorenne escort per più d’un’ora e mezza. Lupi, attaccato agli specchi con unghie oramai consumate, si è risvegliato all’assist della Presidentessa Confartigianato e ha sparato a zero sul fatto che “qui non si parla dei problemi reali del Paese”. Problemi reali, una parola magica. La usano sempre quando le domande sono inopportune, da una parte e dall’altra: sono meravigliosi. A parte che i problemi reali hanno lasciato le agende del Paese da qualche tempo, ma un Presidente del Consiglio che chiama una questura per liberare una ragazza fermata per furto è più che un problema reale: è un problema istituzionale. Non è moralismo, no di certo. Ci son cose legali e illegali (e qui Berlusconi non è incappato), altre cose lecite o illecite, formalmente legali, ma inopportune per il ruolo ricoperto. Questo è un problema realissimo: in una democrazia, tarlata proprio nel cuore dei rapporti tra le istituzioni, come si può pensare di prendere scelte e indicare un futuro a milioni di persone?

Restando col dubbio irrisolto, passerei alle elezioni. Secondo gli ultimi sondaggi PdL e Lega sforerebbero da soli il 40%, e non si conta l’enigma del nuovo movimento del Sud, Forza del Sud (Luca Ricolfi, su La Stampa, 1/11, lo additava come la carta vincente del Cavaliere). Un possibile centro (Udc, Fli, Mpa, Api) non arriverebbe neanche al 20%, mentre la sinistra (pensiamo a Pd, Idv, Sel) non toccherebbe il 40%. Si rimescolino pure le carte, si proponga un centro più Pd, mescoliamo ancora, centrifughiamo, misceliamo, mischiamo, che ne verrà fuori? Un programma? Ho qualche dubbio.

Non so bene se e cosa voterò, se sulla scheda metterò una croce o una pernacchia; rimanendo indeciso, chiederei (in modo fittizio ovviamente) a quella nebulosa oscura ed enigmatica che è la sinistra (parte ideale a cui mi sento culturalmente affine, non certo per appartenenza partitica): “Vi prego, cambiate i dirigenti. Andate via, via tutti, avete perso, avete fallito il vostro progetto. E’ tempo di novità”. Alzo le mani in segno di resa e vi dico che è vero, verissimo, sono solo un semplice cittadino poco informato dei fatti. Ma la mia richiesta è legittima: dopo aver passato l’infanzia, l’adolescenza e i primi anni della giovinezza a guardare le stesse facce e ascoltare i medesimi discorsi di sempre, ho diritto a respirare un po’ d’aria nuova. Richiesta impossibile? In questo Paese ormai ci siamo fatti il callo.

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