Adelante Renzi, senza troppo juicio

Gianmario Pisanu

Nel Parlamento – mai così screditato – di falchi, colombe, giaguari da smacchiare, canguri killer e via dicendo, la bestia che si staglia regina è l’italianissimo gattopardo. Il quale, da buon furfante qual è, sa alla bisogna mutare strategia e adattarsi a camaleonte, se le ripetute batoste elettorali gli hanno azzoppato gli artigli e affievolito il ruggito in miagolio.

Non più, dunque, le arringhe a furor di popolo al grido di “Vincere!”(Grillo, non Mussolini, ndr), bensì la finta ricerca di compromessi ruffiani con Di Maio e Vito Crimi nei panni di Moro e Berlinguer, mala tempora currunt. Sul lato destro dell’emiciclo, finiti i bei tempi del celodurismo programmatico al grido di “Roma Ladrona”, la Lega piange per i senatori espressioni delle autonomie regionali (!): senza ministeri a Monza e parlamentino del Nord, non s’ha da fare.

Ci sono poi le opposizioni interne, quelle di piazza e di governo, secondo un’antica tradizione dell’inconcludente sinistra italiana: fedeli al proprio destino, gridano “Al Lupo Al Lupo” da sessant’anni a questa parte, dalla “legge truffa” in poi,anche se ormai nessuno se li fila più. Un punto, tuttavia, accomuna quest’accozzaglia di aventiniani post-litteram: la denuncia di cesarismo, rivolta all’attuale premier. Da trent’anni a questa parte ci sentiamo ripetere che, essendo la nostra la Costituzione più bella del mondo, il delicato equilibrio di pesi e contrappesi su cui si regge non va toccato, come se non fosse in realtà il frutto di condizioni storiche ben precise, di lacrime e sangue, per dirla con Churchill. In particolare, lo stravolgimento del materialismo dialettico e dello storicismo tipici della sinistra hegeliana col concetto tremendamente pop di Bello (“Quando c’era Berlinguer”, © Veltroni, ne è un esempio straordinario, ma aggiungerei: Curzio Maltese, Michele Serra, Roberto Saviano, Maurizio Crozza, Barbara Spinelli: nun ve reggae più!), ha reso il Sacro Testo un moloch inossidabile. Crogiolatasi nelle proprie “narrazioni”, la sinistra ha così sposato acriticamente l’ideologia della concertazione, moderna versione del “Sopire, troncare, troncare, sopire” del Conte Zio manzoniano. Dunque, non si governa se le parti sociali non sono d’accordo, non si governa senza un’ampia convergenza, magari parallela, non si governa senza il consenso di comunità locali e pittoreschi valligiani. In parole povere: vietato governare, pena l’accusa di vetero-fascismo.

Com’era prevedibile, neppure la riforma del Senato è sfuggita alla fatwa delle cosiddette èlites (Galli della Loggia, Corsera 12/08/14). Dal punto di vista tecnico, fior di costituzionalisti e professoroni hanno addotto i più svariati cavilli. Di fronte a tale fuoco di fila, preferisco pertanto soprassedere, limitandomi alle accuse più paradossali, che meglio svelano interessi, ambizioni, ruffianerie, paure e tic mentali delle Alte Sfere.

La principale delle quali è senz’altro la pretesa mancanza di democraticità del processo costituzionale messo in atto. Ora, seguendo lo stesso precetto leibniziano della più bella delle Costituzioni possibili, si potrebbe tranquillamente affermare che ciò che essa contempla, e dunque anche la possibilità di auto-emendarsi, è senz’altro buono e giusto. Ma, andando più addentro, s’intravede il vero vulnus che molti soloni dell’opposizione non possono soffrire: il patto col Caimano, il Pregiudicato, Silvio Berlusconi. Peccato che, stando ai tanto sbandierati principi democratici, un accordo che includa Destra e Sinistra dello schieramento rappresenti il massimo della rappresentatività. Non è stato, in definitiva, commesso lo stesso errore del 2005, quando la riforma del centodestra, passata a colpi di maggioranza, venne spernacchiata dal referendum abrogativo sulla scia della vittoria elettorale dell’Unione di Prodi. Già, perché, in aggiunta al principio rappresentativo, le vestali del politically correct fingono d’ignorare l’arma referendaria, garante della loro amata democrazia à la Rousseau, per così dire. Sanno che ne uscirebbero assai malconci, poiché le consultazioni popolari, checché se ne dica, prescindono dal merito di quesiti astrusi e cavalcano essenzialmente l’onda del momento, che in questo momento dice Renzi. Ma, a quanto pare, rappresentatività e democrazia diretta sarebbero meglio preservate da qualche migliaio di internauti frustrati che, dal pulpito di un blog, candidano Milena Gabanelli alla Presidenza della Repubblica.

“Adelante, Renzi, ma con juicio” dicono invece i più scafati, i benaltristi, quelli che, quando il gioco si fa duro, tirano in ballo mille altre problematiche più impellenti e inneggiano alla Prudenza quale virtù evangelica. Ora, so bene che l’attuale riforma andrà a modificare l’architettura statale (Senato, composizione del Csm, elezione del Presidente della Repubblica, normativa referendaria, revisione del Titolo V) e che, secondo l’adagio di Clemenceau, per ogni problema complicato esiste sempre una soluzione semplice e sbagliata (salvo poi rimanerne egli stesso vittima, se è vero, come Keynes racconta, che alle opposizioni sulle sanzioni tedesche a Versailles rispose con un secco “Les Allemands…Tuer, tuer”!). E’ anche vero, tuttavia, che il processo di riforma costituzionale dura da trent’anni, da Craxi alla bicamerale fino al Veltrusconi, e che solo ora, a quanto pare, lo spirito dei tempi, proprio per stare al passo coi tempi, impone una democrazia rappresentativa improntata all’efficienza. Renzi dunque monetizzi il considerevole successo e, come Machiavelli insegnava, compia le riforme più improbe tutte in una volta, durante la Luna di Miele. Se i ragazzotti sono troppo ignoranti e sbarazzini per l’arduo compito, qualche buona citazione dal Passato li salverà da giudizi parrucconi. Un grande padre costituente, Piero Calamandrei, sosteneva che sono i governi deboli a generare le dittature, non viceversa. Sulla falsariga, parafrasando Goya, si potrebbe dire che il sonno della Politica genera mostri. Alla prova dei fatti, con troppo juicio, Grillo e Casaleggio hanno ottenuto il 25% dei suffragi alle elezioni politiche del 2013.

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