La caduta dell’Impero americano

Alessio Mazzucco

Per gli appassionati della trilogia del quebecois Denis Arcand, il tema della decadenza dell’Impero americano è noto, ma non c’è neanche bisogno di apprezzare, come il sottoscritto, film canadesi per rendersi conto che un capitolo della Storia si sta chiudendo e un altro sta per iniziare. Noi ci troviamo nel mezzo, nel diaframma che collega due ere distinte, incapaci, certamente, di abbracciare nella loro complessità i mutamenti globali, ma abbastanza fortunati (o sfortunati, a seconda) da avere un posto in prima fila per assistere allo spettacolo.

Anche chi non crede ai ricorsi storici potrebbe essere incuriosito dai numerosi rimandi a diverse epoche storiche, dal declino definitivo di quello che fu l’Impero romano alle guerre mondiali d’inizio novecento. Vi propongo una mappa di Limes.

Schieramento delle forze americane - 2013

L’Impero romano non cadde il giorno della deposizione di Romolo Augusto, 476 d.C., ma seguì un lento declino durato più di due secoli, dagli imperatori Traiano e il successore Adriano, passò attraverso la vittoria del Cristianesimo come religione ufficiale (morte di Costantino – 337 d.C.), la divisione dell’Impero e le invasioni barbariche sino all’ultimo, tragico, atto della deposizione del principe romano.

Il nostro declino è iniziato vent’anni fa, dopo i gloriosi anni 90, ultimo momento di fulgido splendore occidentale, è passato attraverso il primo “Sacco di Roma”(New York – 11 settembre 2001) e l’attacco al cuore finanziario dell’Occidente. Da quel momento tutto è cambiato. L’Impero, colpito nel suo punto nevralgico, ha reagito portando la guerra ai suoi confini, le frontiere afgane e irachene, trascinando i suoi alleati in una campagna inutile e dannosa di cui solo ora apprezziamo veramente le conseguenze. Con Obama tutto è cambiato: la dichiarazione di pace – o, meglio, di non intervento dell’America alla stregua di quel che il giornalismo chiama il poliziotto globale – l’abbandono degli avamposti e il ritiro delle truppe dalle zone calde del mondo ha lasciato quel vuoto a cui assistiamo impotenti e refrattari a qualunque coinvolgimento. L’Iraq, la Siria, le primavere arabe, ora l’Isis e la Palestina, il risveglio della questione curda e il ruggito dell’orso russo all’indomani della caduta dell’URSS, delle crisi finanziarie anni 90 e della ripresa economica del primo decennio del 2000, sono solo alcuni degli scenari che si stanno creando.

Il vuoto di potere chiama chi il potere lo desidera, o ne ha necessità. L’abbandono degli avamposti, il tentennamento sull’intervento occidentale in Siria, l’incapacità di creare interlocutori credibili nel Nord Africa e l’abbandono della regione alle lotte interne ha mostrato al mondo che cos’è ora l’Occidente: una regione ripiegata in se stessa, abbattuta dalla crisi economica più grave dal ’29, un’Europa tentennante e incapace di scelte nette, che non riesce a darsi un vero potere centrale e si dibatte nella morsa di una burocrazia pantagruelica, un populismo crescente e la delusione dei suoi cittadini nel progetto e nel suo futuro. Un disastro. 

L’Ucraina è l’altro nodo: poco al di là dei confini europei, un paese diviso tra russofoni e ucraini ha iniziato la sua guerra civile davanti a un’Europa incapace di compattarsi, reagire e muoversi nello scenario globale se non seguendo stupide, frettolose e assurde sanzioni nei confronti del vicino russo. E questa guerra ha colpito civili europei inermi con l’abbattimento di un aereo di linea, mai dimenticarlo.

A scendere troviamo la Turchia interventista di Erdogan, filo-occidentale fino al risorgere delle pulsioni islamiche, quindi il Libano, il bagno di sangue siriano, l’aggressività israeliana causa/conseguenza (la storia ce lo dirà) delle ostilità regionali, l’Egitto, da poco in mano al nuovo Mubarak, la guerra civile libica, la rivoluzione sventata in Tunisia, la guerriglia islamica nella regione Sahariana. A questo si aggiunga l’ISIS, il Califfato che stende dall’Iraq del Nord, alle regioni orientali della Siria sino a lambire la regione del Curdistan. Ripeto: dove c’è un vuoto di potere, altri lo colmeranno. 

E mentre l’Europa elabora ancora l’abbandono del fratello maggiore americano, gli Stati Uniti obamiani guardano al Pacifico (nel 2012 parte della flotta atlantica americana si è spostata nel Pacifico portando il rapporto delle due regioni da 50-50 a 40-60 delle forze navali americane). Lì gli alleati forti sono Giappone e Corea del Sud, entrambi spaventati dall’aggressività cinese che vede nelle isole Senkaku (contese al Giappone) una propria ragione d’esistere, con uno sguardo alla regione della Cina meridionale, dove le trivelle del Dragone sono entrate in acque territoriali vietnamite provocando proteste e aggressioni nel Paese. La Cina cresce e, come ogni altro fenomeno sociale, laddove un gruppo s’ingrandisce, altri ne saranno schiacciati. Giusto pochi giorni fa circolava sui media la notizia che il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe era riuscito a cambiare l’articolo della Costituzione che bloccava l’esercito nipponico al solo compito di poter difendere esclusivamente il territorio giapponese, permettendo, invece, l’intervento in caso di aggressione agli alleati. Come dire? I pezzi si muovono sulla scacchiera. 

Concludo. Forse è esagerato, inutilmente retorico e ridondante, ma nel Medio Oriente si sta combattendo la guerra che deciderà in larga parte i destini del mondo, e la polveriera destata dalle scelte politiche e le trasformazioni degli ultimi vent’anni è esplosa. Possiamo chiamarla Guerra Mondiale, scontro tribale o macello medio-orientale, ma la sostanza non cambia: i Paesi che giocano questa partita usciranno trasformati per sempre e l’Impero Americano avrà perso definitivamente la sua influenza, lasciando che il mondo trovi il suo nuovo “equilibrio” nel potere dei nuovi paesi emergenti.

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