La sostenibile leggerezza di Renzi

Gianmario Pisanu

Come la celebre scommessa di Pascal, puntare sulla sconfitta del Governo in carica sembra essere una mossa di sicuro guadagno: se Renzi va bene, zitti e alla greppia, se invece fa male, tant pis per tutti e sotto coi “ve l’avevamo detto”. Anzi, a ben vederci non c’è neppure quel tanto di alea, indispensabile affinchè una lotteria possa definirsi tale: l’Italia andrà a ramengo e Renzi sarà logorato dal suo stesso potere, in barba a Talleyrand e ai suoi malefici aforismi. Il perché è presto detto: la comune percezione della riuscita di un progetto politico è inversamente proporzionale alle attese che essa ha ingenerato nell’elettorato. In soldoni: maggiori promesse, maggiori debiti da ripagare. L’attesa del cadavere lungo il fiume è diventata dunque l’attività preferita da una certa porzione di italiani, quella maggiormente protetta dai marosi dell’economia e propensa a considerare gli 80 euro mensili (ma 1000 all’anno non suonava meglio? Suggerire un nuovo addetto stampa dalle parti del loft, ndr) quale variante moderna del panem et circenses.

Beninteso: non mi piacciono le vulgate mediatiche, attualmente appannaggio del premier, secondo cui solo il deus ex machina di Firenze può salvare l’Italia dal suo declino ineluttabile. Sventurato il Paese che ha bisogno di eroi!, diceva Brecht nel suo Vita di Galileo. Da Cola di Rienzo a Renzi (quasi omonimia su cui Heidegger avrebbe ricamato un pamphlet), la storia italiana abbonda di sedicenti Uomini della Provvidenza, chiamati a furor di popolo e precipitati nella polvere appena saliti sul ring. L’enorme malinteso, di fronte a cui il caudillo di turno fa sempre inizialmente buon viso salvo poi pentirsene amaramente, riguarda quella che in termini manageriali si definisce accountability, ovverosia l’effettiva congruenza tra leve di manovra e risultati conseguibili. Perché la meccanica del Potere, checché ne dicano i vari Rizzo, Stella e Travaglio, non si esercita solo nella fantomatica stanza dei bottoni, ma dappertutto, in ogni piccolo ganglo della società: in tal senso, le analisi epistemologiche di Foucault (microfisica sociale) e quelle socio-politiche di Gramsci (le cosiddette “casematte del potere”). E l’Italia, popolo di anarchici moderati insofferenti verso qualsiasi limitazione dei propri privilegi di casta (sia essa piccola o grande, non importa: dall’ultimo dei taxisti al Presidente di Confindustria) è un fulgido esempio di democrazia corporativa. Sull’argomento si è scritto già molto: oggi l’opinione prevalente è contro i cosiddetti corpi intermedi, ma alcuni studiosi (ad esempio, Giuseppe De Rita) mettono in guardia da un’eccessiva smania di semplificazione. Al di là del merito della questione, va evidenziato come, negli ultimi tempi, l’illusione finto-leaderistica paia essersi accentuata. Nell’immaginario popolare, dunque, Letta ha fallito perché ce l’ha moscio, come direbbe un Bossi d’antan, mentre Renzi ha grinta da vendere.

Ma Renzi non è solo marketing. Certo, gigioneggia, da consumato equilibrista qual è, sulla corda dell’opinione pubblica, labile per definizione e pronta a spezzarsi definitivamente da una parte all’altra. In mezzo, tuttavia, ha realizzato un disegno politico degno del Valentino di Machiavelli. Partendo ab ovo, è riuscito a imporsi, da ex dc, in un feudo di solida tradizione rossa. Da Firenze, ha mosso una velleitaria campagna di rottamazione contro i big del partito, e, udite udite, alla lunga li ha sbaragliati, relegando i D’Alema e i Cuperlo a un misero 18%. Quindi, vinta una battaglia politica, ha legittimamente detronizzato il grigio Letta, che qualche mese prima aveva vinto un biglietto della lotteria in direzione Palazzo Chigi. Al momento, giocando le potenze parlamentari tra di loro alla maniera di un vecchio papa rinascimentale, riesce a metterle di fronte al compiuto e a marcare riforme che, piacciano o non piacciano, muovono le acque. So bene che le imboscate sono sempre dietro l’angolo e che perfino il famigerato Contratto con gli Italiani è più credibile del Cronoprogramma renziano. Ma chi, come me, è alieno alla nostalgica sinistra post-berlingueriana, che ancora si crede ”meglio gioventù” e ha come unico obiettivo quello di raddrizzare il “legno storto” di questo popolo di evasori, non può che simpatizzare per la svolta liberal e un po’ naïf del piccolo Napoleone della Leopolda.

Dunque, alla frustrazione molesta del grillino medio contrappongo volentieri la leggerezza delle varie Boschi, se questo è il dazio da pagare alla palude. Conscio che, di fronte a un paese impotente e rassegnato all’eterna nemesi del Gattopardo, “qui l’errore è in ciò che non si è fatto, nella diffidenza che fece esitare” (Ezra Pound, “Cantos”, LXXXI). Una chiosa poetica, per un articolo leggero, a favore di un Governo che sappia diventare pesante.

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