Sdraiati? No, stufi.

Alessio Mazzucco

Odio la scrittura di Ilvo Diamanti. È così, la odio, non posso farci nulla. Oggi ho tentato di leggere e dopo due righe avevo i neuroni in panne; prova a frenare e far ripartire di continuo l’auto: il motore fonde, la frizione sfrigola. Prova a leggere Diamanti: stesso effetto, applicato alla propria capacità di lettura. Ci pensavo oggi perché se la mia prof del liceo, quella cara donna, m’avesse beccato a scrivere. Con un ritmo così. Lento. Spezzato. E poi. Nessuna virgola. Bhe, l’avrebbe presa a male, avrebbe chiamato i miei genitori domandando con voce quasi tesa, preoccupata d’arrecare offesa: “Ma vostro figlio si droga?”.

Io ho una teoria. Chi al liceo scriveva male i temi adesso si vendica nei modi più disparati. Diamanti è uno. Prendete Alesina. Alberto. L’economista. Sì, proprio lui, quello dell’austerità espansiva, nascosta rapido rapido sotto il tappeto delle vergogne dopo essere stata messa in discussione da colleghi, fan e ricercatori schiavizzati. Alesina Alberto, nome italiano e cuore americano (che poi quando deve commentare, criticare e svilire si riscopre immediatamente italico d’origine e di fatto), nel poco lontano 2013 scrisse qualcosa come: “Aboliamo la prima prova: è inutile e insegna solamente a divagare senza dire nulla”. Ho capito bene? Sì, purtroppo sì. Cioè, un economista d’oltreoceano ci viene a dire: “Guardate ragazzi, la prima prova era bella ai tempi di Cuore, ora solo numeri e statistiche”. Stronzo io che leggo. Mi sento male. Ah sì, la teoria. La teoria è semplice: chi ha fallito la prima prova, o al liceo scriveva i temi con la stessa profondità di pensiero di [completare a piacimento] e la sintassi del più mediocre dei giornalisti pseudo-scrittori pseudo-pseudo-intellettuali, odia le lettere e la letteratura e attende il momento della rivalsa per dargli contro. Alesina, di’ la verità, te d’italiano non eri un asso, nevvero?

Sto male. Tutti parlano. Parlano, parlano e straparlano. Anch’io, ma io seguo lo spirito del tempo, m’adatto alle mode, mi mimetizzo tra i blog. Cambio persino scrittura a seconda di quel che dico. Zelig. Ma del resto, che fare? Michele Serra mi ha chiamato sdraiato. Sdraiato. Vi rendete conto? Cioè, Serra, dalla comodità orizzontale della sua amaca repubblicana scrive un pamphlet per dare a me e ai miei coetanei (presuppongo i pochi lettori del blog) degli sdraiati. Già lo immagino mentre scrive e pensa: “Cioè, ragazzi, siete degli sdraiati. Pigri. Non mi ascoltate. L’Italia va a rotoli”. Sì, vero, ma è colpa nostra? Non è il primo. Mi ha dato del fannullone Brunetta, del choosy (oh yeah) la Fornero, del fannullone anche Padoa Schioppa (non ricordo bene). Ma sì, sparate su noi. Avete finito le cartucce, vi siete dimenticati le promesse di cambiamento, le utopie d’uguaglianza e dignità per tutti, la cultura l’avete ammazzata. “Che casino abbiamo fatto!” “Ma chi, noi?” “E secondo te chi?” “Ma tu li hai visti i ragazzi di oggi? Sono pigri, mica come noi che facevamo il 68! È colpa loro se tutto va a rotoli”. Gioventù. Populismo.

Mi sento male perché mentre ero al lavoro mi son distratto un secondo su Twitter (giuro davanti al mio capo che era un secondo!) e ho visto Grillo che elogiava se stesso per aver chiesto al suo popolo bloggettaro (praticamente a se stesso) di votare sul reato di clandestinità. 16,000 per l’abrogazione, 9000 per tenerlo. 25000 voti. O qualcosa del genere. Come si dice in gergo: il popolo ha parlato. Democrazia diretta. Scomodiamo Bobbio? No, non serve, e non ne ho voglia.

Parlavo di Diamanti. Sì, Diamanti. Ma mi è passata la voglia. Qualcuno di voi ha mai tentato di contare il numero di blog, piattaforme, siti, giornali e quant’altro nella blogosfera italiana? Quante parole vengono scritte ogni giorno? Quante ne vengono lette? Quanti libri pubblicati? Quanti filmati caricati su youtube? Quanti status condivisi? Quanti tweet lanciati? La risposta è una: troppi. Come si possono trovare idee condivise nel marasma collettivo quando ogni singolo individuo pensa di sapere cos’è meglio per tutti. È come operare un paziente in una sala completamente affollata in cui chiunque dice la sua. “Io la taglierei via quella vena: copre la visuale”. Zac.

Ieri ero a teatro. Un monologo comico, A-men, carino. Alla fine, sconfortato dal proprio esistenzialismo, il protagonista si lascia andare sul divano delle propria esistenza, quello sempre presente nei salotti abbagliati dalle TV accese, quel monumento alla pigrizia che si radica in ogni casa, e sprofonda in un cuscino gigante in cui immerge la sua vita e dimentica i suoi problemi. Troppo pessimismo: basta una passeggiata. O un libro. O qualsiasi cosa. Per cosa poi non so; forse, e mi permetto una chiusa retorica, semplicemente per togliersi dal bla bla bla quotidiano, dalle parole, tante, troppe, concedersi un attimo e pensare. Sdraiati forse sì, ma pensanti. Forse. Magari. Un giorno. Ad ogni modo, lo spettacolo finiva sulle note di Across the Universe:

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