Favole e numeri: la faccia triste dell’Amerika

Ninotchka

cervello pigro

La Storia è raccontata, più o meno, in questi termini:

la Repubblica Italiana ha accumulato, a causa di una politica clientelare, spendacciona, irresponsabile, incompetente –  implicito omaggio all’idea che vede il settore pubblico fare il ricchione con il culo degli altri, spendendo soldi non suoi – un ingente debito pubblico che si aggira intorno al 130% della ricchezza prodotta. Poiché ogni debito deve essere pagato (nell’attesa che il Padre Nostro rimetta a noi i nostri debiti) è indispensabile che vi sia anzitutto un ricambio del management che ha guidato il paese e che chi subentra si ponga come priorità la riduzione di questo fardello intergenerazionale chiamato debito pubblico, così come agirebbe ogni buon padre di famiglia. Il saggio babbo raccomanderebbe che l’operazione fosse svolta tagliando le spese (gli sprechi anzitutto, che diamine!) per poi ridurre la pressione fiscale, così alta e distorsiva da soffocare il potenziale imprenditore che volesse investire in Italia, rilanciandone la stagnante economia.

Premettendo che è lungi da me volere scrivere un’apologia della classe politica italiana, le cui nuove leve, sia detto di passata, mi sembrano peggiori delle precedenti, mi dedico alla discussione del tema economico, in linea con l’idea che politica ed economia non sono separabili in una società capitalistica, più di quanto lo siano religione e società in una paese islamico.

Questo intervento, in linea con la moda del momento, si divide in tre parti. Di seguito, la prima.

Il furto intergenerazionale

…”Alla fine venne squartato, – racconta la “Gazzetta di Amsterdam”. – Quest’ultima operazione fu molto lunga, perché i cavalli di cui ci si serviva non erano abituati a tirare; di modo che al posto di quattro, bisognò metterne sei; e ciò non bastando ancora, si fu obbligati, per smembrare le cosce del disgraziato a tagliargli i nervi e a troncargli le giunture con la scure …” (M. Foucault, “Sorvegliare e Punire” (1975))

Questo ed altro ancora meriterebbero coloro che impediscono ai  figli di vivere una vita dedita alla ricerca della felicità!… viene da pensare leggendo con quale enfasi si accusa il debito pubblico di essere un peso che graverà sulle generazioni future. Confesso che  la definizione di furto intergenerazionale esercita su di me un fascino ben più che discreto: è la ruberia per eccellenza! E’ meglio dell’evasione fiscale, che vede le parti in causa far ricadere su terzi il loro sporco imbroglio! E’ quasi più efficace della Chiesa, che vende un prodotto che si paga ora, ma la cui qualità si può testare solo dopo morti … nessun rimborso, tutti soddisfatti, ad oggi.

E’ infatti opinione diffusa nell’ humus culturale del new consensus che il debito pubblico sia, già in linea di principio, un furberia che sposta i costi attuali alle generazioni future. Comincio con il notare che se così fosse, allora anche un debito pubblico minuscolo rappresenterebbe un furto ai danni dei nostri figli; un furto irrisorio, ça va sans dire, ma sempre tale, e dunque una proposizione come quella enunciata dal super giovane della finanza Davide Serra  (“Il debito pubblico è stata una rapina interenerazionale. Stanno facendo pagare ai figli e nipoti i loro errori. Nessun padre di famiglia farebbe lo stesso”La Repubblica, 27.10.2013) implicherebbe che l’unico debito buono… è il debito morto: sennò chi li sente i pargoli che ancora devono nascere? Bastardi, farete la fine di Damiens!

In secondo luogo, anche non considerando un paese capace di gestire la propria politica monetaria in modo autonomo, non un particolare da nulla, si noti, l’affermazione del furto del futuro si basa sull’equivoco che il debito pubblico sia una somma da ripagare, prima o poi, e che dunque ogni tentativo di non ridurlo rappresenti un aumento del suo costo, legato sia agli interessi passivi e al crowding out del settore privato, spiazzato e sconcertato dall’onnipresente Leviatano, sia all’inevitabile aumento futuro delle tasse. In realtà, il debito pubblico – come noi lo conosciamo – nasce con la memorabile alleanza fra Stato e borghesia nell’Inghilterra della fine del XVII secolo ed è, per definizione, irredimibile. Esso non è strutturalmente pensato per essere ripagato, ma per essere sostenuto. Si parla di sostenibilità del debito pubblico, infatti. E questo punto è stato ribadito anche da personalità ecclesiastiche di indubbia fede, come Alan Greenspan, governatore della Fed dal 1987 al 2006, che alla fine del secondo mandato di Clinton si è visto costretto a negare la riduzione del dedito pubblico con gli avanzi di bilancio, perché in mancanza di titoli di Stato la Banca Centrale non avrebbe una base su cui emettere liquidità.  (A. Greenspan, “The Age of Turbolence” (2007)).

Il debito, anche quello pubblico, è dunque  necessario al capitalismo, con buona pace dei molti che si esprimono nei termini della – facilmente comprensibile – dicotomia Stato-mercato.

Dunque, il criterio dirimente la questione va cercato negli interessi sui titoli pubblici e, cosa più importante, si sposta dal piano teorico a quello ben più fangoso della pratica. Affinché si possa sostenere la tesi del furto intergenerazionale, bisogna dimostrare (e l’onere della prova spetta agli apologeti di questa idea) che il costo del mantenimento del debito (il quale, non si scordi, rappresenta un reddito positivo per coloro che vi investono, i.e. i privati, cioè il buon padre di famiglia) è superiore agli effetti positivi che la spesa pubblica determina: ospedali, istruzione, infrastrutture, assistenza sociale, difesa, Clemente Mastella. Effetti assai difficilmente quantificabili, non essendo esprimibili in termini monetari i benefici derivanti dalla sicurezza di avere garantiti certi diritti, e sempre ammesso che si voglia ridurre tale questione ad un’analisi costi-benefici.

Insomma, l’idea per cui il debito pubblico sia un furto, oltre che ad essere violenta perché  di un classismo celato da oneste e altruistiche attitudini, è, ironicamente, una critica alle modalità costitutive del capitalismo, alla provvidenziale (perché della Provvidenza divina si trattava, secondo Smith) mano invisibile del mercato, e se un debito pubblico pari a zero rappresenta l’unica modalità che permette di non rubare il futuro, espressione manifestamente assurda poiché presuppone il furto di qualcosa di indisponibile, il modello di Davide Serra  deve essere questo …

Inutile constatare che oggigiorno, le idee, frequentano troppa gente.

6 commenti

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6 risposte a “Favole e numeri: la faccia triste dell’Amerika

  1. Roberto

    Ottimo articolo.
    Aggiungerei anche che la porzione di debito pubblico nazionale detenuta dai residenti, lungi dal rappresentare un “fardello” trasferito dalle vecchie generazioni ai giovani come vorrebbe l’imperante retorica attuale, costituisce invece una forma di RISPARMIO privato che i vecchi trasferiscono ai giovani. Non si capisce come qualcuno possa considerare (faccio un esempio), un bot o un btp ricevuto in eredità dai nonni o dai genitori come un “fardello”. Invito costoro, qualora dovessero trovarsi nella situazione a trasferire il suddetto fardello sul mio dossier titoli, sarei molto felice di accollarmelo😀

    • Il problema è che il debito lo paghiamo tutti, anzi: lo pagano i fessi, con le tasse. Gli interessi simmetricamente generati invece li mangia solo qualcuno, e cioè i pochi italiani sempre più ricchi che abbiamo l’onore di ospitare. Il danno ai molti, l’utile accentrato in pochissime mani.

    • Ninotchka

      Caro Roberto,

      sì, direi che hai colto una delle questioni che ho tentato di evidenziare nel pezzo. D’altra parte, ad ogni credito corrisponde un debito, quindi non sono sicuro che la tua affermazione, per quanto correttamente circoscritta alle famiglie detentrici di titoli di Stato, sia valida sempre. E’ proprio l’assenza di una dimensione univoca, assoluta che rende la questione più complessa di come la discute, a mio parere, nel dibattito quotidiano. In conclusione, direi che tutto dipende da come sono gestiti i fondi del sottoscrittore del bond pubblico.

      Grazie per il commento e per i complimenti.

  2. Federico F.

    Alcune considerazioni :
    1…. “perché in mancanza di titoli di Stato la Banca Centrale non avrebbe una base su cui emettere liquidità.”
    Una Banca Centrale ha solo bisogno di “bond” considerati “a bassissimo rischio” per implementare la politica monetaria.In linea teorica, qualsiasi strumento finanziario considerato tale può essere utilizzato per immettere liquidità nell’economia o toglierla.

    2. Il “furto intergenerazionale” è una interpretazione legata evidentemente all’incremento dello stock di debito fino a livelli che comparati con il PIL danno problemi di solvibilità . Questo avviene perché con il debito si sono spesso finanziati consumi ( clientelismi, salari pubblici alti e inefficienti etc etc), non investimenti in infrastrutture o ricerca (borse per ricercatori etc). Chi parla di questo “furto”, non intende l’intero ammontare del debito pubblico, a mio parere.

    • Ninotchka

      Caro Federico,

      per quanto riguarda il tuo primo punto, anche rimanendo nell’ambito della teoria ho alcuni dubbi. Questi sono legati al fatto che un bond a bassissimo rischio (il meno rischioso in termini relativi), quello che ha probabilità di non essere rimborsato prossime allo zero, è quello che ha un’instituzione che ne garantisce la perpetua solvibilità. Ho l’impressione che questa garanzia (inevitabilmete statale, ai miei occhi, forse miopi) applicata ad obbligazioni di enti privati sarebbe in grado di trasformali in enti pubblici de facto, poiché istituzionalmente assicurati da un potere statale. In effetti, per riferirsi ad un episodio storico di notevole rilevanza, furono le tensioni tra la funzione privata (massimizzare profitto per i suoi azionisti) e quella pubblica di “lender of last resort” della Banca d’ Inghilterra a sfibrare il sistema finanziario inglese alla fine del XIX secolo portando alla caduta, sostanziale anche se non formale (che avvenne nel 1931), del gold standard nel 1914, alla vigilia della Grande Guerra. In altre parole, a mio parere, la Banca Centrale può emettere liquidità con bond a basso rischio, ma, alla lunga, i bond a basso rischio sono quelli di quell’istituzione garantita dalla Banca Centrale stessa, assicurazione che trasforma il beneficiario in un ente pubblico di fatto.

      Il tuo secondo punto mi trova invece d’accordo. La natura dell’articolo è volutamente iperbolica per sottolineare questa questione, ovvia a molti, ma non a tutti. Nell’accezione comune la parola “debito” ha una connotazione negativa che non coglie la natura delle moderne (e antiche, di tutte direi) economie che sul debito si fondano, prosperano e cadono. Naturalmente, molto si potrebbe discutere su quale sia il livello di debito che fornisce problemi di solvibilità…

      Grazie per il commento.

  3. enzofabioarcangeli

    cos’hai fumato? Anch’ìo voglio questa yerba buena per parlare a vanvera di cose che non conosco nemmeno per sentito dire.

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