Voi chiedete sacrifici, noi chiediamo serietà

Alessio Mazzucco

I sintomi di una classe dirigente fallita si possono ritrovare in innumerevoli esempi. Da dove partire? Forse dal governo tecnico Monti 2011 – 2013? Norberto Bobbio metteva in guardia sui governi tecnici: la politica è questione più alta, diceva, è sintesi di pratica e pensiero, è compromesso tra le parti per riformare e spingere il Paese in una direzione piuttosto che un’altra. Ma la politica si era arresa nel 2011 e in troppe altre occasioni.

Andiamo oltre e veniamo alle rese senza condizioni dei nostri giorni.

Mi ripeterò, o ripeterò chi ha scritto prima di me, ma è bene parlarne, scriverne, discuterne e non lasciare che l’oblio copra anche le ultime vergognose prove di una politica che ha fallito.

Amnistia e indulto sono necessari. Non argomenterò perché qualcun altro l’ha già fatto prima e meglio di me: vi rimando al suo link, o aspetto che il buon Nicolò Calabro scriva un’ottima radicalata sull’argomento. No, non sono contro, anzi. Ma invito tutti voi a ragionare. L’ultimo indulto (e non amnistia, eh!) risale al 2007/2008 (Prodi II), e ad ora sono trascorsi cinque anni. Solo cinque anni. Ora, un paese richiamato dalla Corte Europea dei Diritti per imbarazzante (e criminosa) organizzazione del sistema di carceri e giustizia ha poco da spendersi in parole garantiste e discorsi commoventi sulla situazione disperata (sì, disperata) dei detenuti italiani: deve solamente vergognarsi. Per due motivi.

Il primo, l’aver lasciato da parte la questione carceri e giustizia negli ultimi cinque anni, mettendo in un angolo i Radicali (onore al merito) a occuparsi della questione. Certamente: i carcerati contano molto poco dal punto di vista elettorale. Quanti sono? Sessantamila? Più o meno se votassero tutti compatti e in un unico collegio (ora non ci sono neanche più i collegi) potrebbero a malapena eleggere un rappresentante (uno) alla Camera. E allora di cosa stiamo parlando? Di questo: carte da giocare nell’arena elettorale (neanche troppo in quanto amnistia, indulto e carceri pagano ben poco nella conquista dei voti), o pezze da ricucire a un sistema-colabrodo incapace di riformarsi.

Il secondo, l’amnistia e l’indulto rappresentano perfettamente il fallimento della politica italiana. Davanti a un problema reale, presente, assolutamente fuori da qualsiasi idea di un paese che si dica civile, la politica italiana riesce solamente a produrre risultati nella fretta, nella concitazione, a farlo male e in modo disorganizzato. Cinque anni per riformare il sistema carcerario e ci ritroviamo con un indulto e una bella amnistia. Che poi, rendendosi necessari i 2/3 del parlamento per votarla, è inutile cercare di presagire quale sarà il destino (beffardo per il Paese) del Cavaliere. Ma se salvare lui rappresenterebbe salvare dallo sfacelo carcerario innocenti o detenuti privati della dignità, ben venga.

La questione politica delle carceri è un po’ come Alitalia. Mi si perdoni il paragone, ma seguite il ragionamento. Alitalia era entrata nel mirino di Air-France a cavallo tra 2007 e 2008. Il Governo Prodi si era detto favorevole, poi il Governo Berlusconi IV decise di difendere l’italianità della compagnia di bandiera con soldi pubblici e l’affidò a una cordata d’imprenditori. Salvata la compagnia, salvati i lavoratori, ma cinque anni dopo eccoci da capo. E così Poste Italiane, invece che creare canali di credito facilitato, mutui e investimenti con gli utili d’esercizio, entra in un carrozzone la cui salvezza sarà messa a repentaglio ancora una volta tra cinque, sei o, nella peggiore delle ipotesi, due o tre anni. Che senso ha? La politica poteva sì accompagnare Alitalia nel passaggio, imporsi per evitare la svendita, recuperare gli esuberi e reinserirli nel mercato lavoro con formazione e sussidi. No: ha deciso di tenersi tutto, baracconi inclusi.

Dunque la conclusione: la classe dirigente mostra il suo fallimento quando ragiona su politiche “di pezza”, sul mettere un tappo dove l’acqua entra senza neanche tentare (non dico riuscire, ma tentare) di riparare la nave intera. Siamo in odore di congresso nell’area PD e i candidati e attivisti eccitati dalla lotta scrivono e propongono (me compreso): chiedo a tutti i futuri dirigenti, di livello nazionale o locale che sia, di sottoscrivere con firma le proprie promesse d’intenti, di spiegare e sottoscrivere proposte concrete (alcune almeno, non tutte), i tempi e i modi con cui verranno presentate e/o attuate. Vere promesse insomma, che so, qualcosa che suoni tipo  “Mi impegno solennemente di abolire la Fini-Giovanardi per svuotare le carceri da imprigionamenti inutili e dannosi” e giù la firma così che possiamo controllare al termine mandato. Non è una roba grillina, tranquilli, è un impegno solenne con firma che chiedo ai futuri dirigenti del paese. A noi chiedono sacrifici, è giusto che in cambio diano serietà.

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