L’evasione più pericolosa

Francesco Saverio Salonia

In quest’ultima settimana il caso ha voluto che mi trovassi immischiato in diverse discussioni circa il problema dell’evasione fiscale in Italia. Discorsi accalorati, come solo quelli tra persone genuinamente preoccupate dal fenomeno sanno essere.Nei dibattiti tra amici sull’evasione fiscale due sono a mio avviso gli aspetti salienti, uno di merito ed uno di metodo o di approccio, se volete.Solitamente, si concorda sempre su come evadere le tasse sia sbagliato. Sul fatto che nel nostro paese si vivrebbe assai meglio se tutti ottemperassero con diligenza ai propri obblighi in tema di fiscalità. Questa è la parte del dialogo concernente il merito.Di seguito arriva il punto di frattura, in cui le vedute spesso iniziano a divergere. Ossia quando ci confessiamo quali siano secondo noi le ragioni che spingono gli individui ad evadere, chi sia “l’evasore rappresentativo”, l’evasore mediano, iconico, quali siano i rimedi che sarebbe opportuno porre in atto, sia al livello politico, che al livello personale o della società civile, per arginare il fenomeno con efficacia. Questa è la parte del dialogo concernete il metodo.Una in particolare è la posizione che con più frequenza mi è capitato di riscontrare e per la quale non nascondo la mia antipatia E’ quella di chi osserva o più propriamente crede di osservare il problema dall’alto, dal di fuori, dall’interno di una camera di integrità a tenuta stagna. Quelli che non hanno mai evaso un centesimo. Quelli che non hanno mai abitato un appartamento senza contratto. Quelli che nel contratto di locazione, non hanno mai gonfiato la parte relativa alle “spese”. Quelli che alla domanda “fattura o sconto” hanno sempre risposto “fattura”. Quelli che non hanno mai girato con i mezzi pubblici senza il biglietto. Quelli che non si sono mai dimenticati di chiedere lo scontrino. Non la maggior parte delle volte, ma proprio Mai. Ma neanche alle bancarelle? Neanche un pacchetto di fazzoletti o un ombrello da un ambulante? Un caffè di sfuggita al mattino? Una birra smaliziata alla sera? O che so, una lezione di ripetizioni di latino e greco? No. M-A-I.

 Ovvio che da una posizione di tale candore non possa che discendere anche un certo senso di superiorità e conseguentemente un approccio di tipo paternalistico. Esistono individui con una forte cultura della legalità ed altri, tanti, che questa cultura non ce l’hanno ed il problema risiede principalmente in questo gap da colmare. Come farlo? Prendendo esempio da noi, naturalmente. Io ti pago gli ospedali, mando tuo figlio alla scuola pubblica, quindi fammi il favore di metterti in regola con le tasse e di farmi questo scontrino e alla svelta, tu, sporco evasore. Altrimenti? Altrimenti chiamo la Guardia di Finanza. E poi vado a dormire, io si, in pace con me stesso.

La dipingo grottescamente, anche troppo, ma quella che ho appena descritto è una posizione estremamente diffusa e sotto ogni aspetto legittima, a mio avviso odiosa e con ogni probabilità inefficace.Lunedì  ho avuto la fortuna di assistere ad una conferenza dal titolo:”Criminalità, Economia e Legalità: il Nord e il Sud”. Una delle battute che ho trovato più significative l’ha pronunciata il Professor Donato Masciandaro, ricordandoci che le attività economiche raramente sono bianche o nere, che esiste l’economia criminale, quella illegale, quella irregolare… Ci ricordava che esiste una moltitudine polimorfa di aree grigie e che difficilmente qualcuno di noi si può tirare completamente fuori da ognuna di esse, a cominciare dal suo vivere quotidiano. “Quanti di voi camminano con la bicicletta sul marciapiede? Comprano merce contraffatta? Posteggiano in doppia fila?”, ci chiedeva.

 Se si vuole combattere un fenomeno negativo, bisogna comprenderlo. Per comprenderlo, bisogna studiarlo. Ed il primo oggetto di studio dobbiamo essere noi stessi. Perché non si potrà mai ricercare una soluzione ad un problema se neanche si prende in considerazione l’eventualità che noi stessi potremmo esserne parte attiva e scatenante.La difficoltà nell’ammettere di essere proni ad una condotta che quando ravvisata in altri ci frustra, ci indigna e ci disgusta è oggettiva. Tuttavia sono fermamente convinto che porsi come custodi dalla legalità, adoperando un tono indignato nel fare la paternale all’evasore, non costituisca una strada proficua se si vuole operare una mediazione culturale, per quanto lenta, che contribuisca a colmare quel famoso gap. Credo invece che il problema dell’evasione, grande, media, piccola e minuscola vada in primo luogo confessato non come un male di una fazione ben definita di malvagi che delinquono e vanno mondati, bensì come una sorta di alcolismo, dal quale si comincia ad uscire solo una volta che si ammette di esserne affetti.

 Chi evade per nessun altra ragione se non per avidità, non costituisce un problema insormontabile, perché può essere identificato, denunciato e se trovato colpevole punito. Con chi evade perché lo stato è predatore e le aliquote sono troppo alte, si può discutere, gli si possono offrire gli incentivi economici che cerca, ricercando un giusto compromesso. Chi evade piccole somme di giorno in giorno, per pigrizia, per incuria, per inedia, può lavorare sul suo modo di fare e smettere.Ma l’evasione di chi è testardamente convinto di non essersi mai sporcato le mani, nemmeno in una occasione, che lo giura e spergiura, quella, non si può davvero combattere e la natura del danno che arreca è ben diversa da quella economica.

 Mi aspetto, dopo questa provocazione, i dovuti distinguo e le dovute aspre critiche, ben vengano.

2 commenti

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2 risposte a “L’evasione più pericolosa

  1. nicolò cavalli

    ottimo!

  2. francescosalonia

    Ti ringrazio. ^_^

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