Aiuto c’è la crisi, come ne usciamo?

Alberto Grillo

A guardare l’Italia oggi mi sembra di vedere un teatrino in cui il protagonista, la crisi economica internazionale, abbia scelto come fedele spalla la crisi politica nazionale, ed entrambe, nello svolgimento del loro spettacolo, vadano a minare tutti i piccoli punti di debolezza della società italiana, trovando però proprio in questi un terreno fertile per prendere forza. Il paese sotto i colpi di questo nemico amorfo si sta lentamente avviando, con fare spensierato, verso il baratro. Sui volti dei suoi cittadini sorrisi e battutine si affiancano ad espressioni più preoccupate: c’è chi si interroga su quali misure prendere e chi aspetta che giunga quel momento catartico, in cui, dopo aver preso coscienza dei problemi profondi che soffocano la sfera economico-politico-sociale, potremo finalmente avviarci verso la ricrescita. Fortunatamente il baratro ancora non si vede in lontananza. La crisi è in fondo per adesso principalmente legata al mondo finanziario, quello reale annaspa ma non tracolla. E se vado al bar trovo sempre un’oasi felice dove poter parlare delle bravate di Balotelli o del video di Belen. Segno che abbiamo ancora (non so quanto) tempo per pensare a come uscire da questa situazione. E menomale! Perché, detto con franchezza, oggi come oggi non sappiamo proprio dove sbattere la testa. Io personalmente la soluzione non la vedo, e più mi guardo intorno per cercarla più mi confondo.

Se guardo al governo mi sento male: è ovvio che non ci salverà Berlusconi, il cui unico obiettivo è assicurarsi un futuro (il suo, che anagraficamente è ben diverso dal nostro) lontano da una galera. Mi vien voglia di alzarmi e gridare che vogliamo elezioni subito, che sono un passo necessario per poter imboccare la giusta via. Ma poi mi risiedo pensando che è un azzardo scommettere su chi le vincerebbe e ancor di più credere che cambierebbe presto qualcosa.

Guardo alla sinistra parlamentare e vedo un partito incapace. Perché se sei un partito politico, posto che il contatto con la società deve essere sempre vivo, il tuo lavoro si svolge principalmente in parlamento, dove l’abilità sta nel saper coniugare, sui vari temi, proposte e controproposte, aperture e chiusure, rifiuti categorici e contrattazioni, strappi e alleanze. E se oggi il PD non riesce a trovare quei 10 parlamentari di cui ha bisogno, far loro una seria proposta politica e mandare a casa il governo, secondo me è anche per propria incapacità. Condivido con Alessio l’appello per fare le primarie il prima possibile ma trovo più sensato che si facciano appena sapremo un’eventuale data per le elezioni, altrimenti troveremmo poi tanti buoni motivi per farne delle altre nel giro di qualche mese. Oltre al fatto che oggi non saprei proprio chi votare.

Guardo alla giovane sinistra extraparlamentare e trovo migliaia di ragazzi che gridano la loro indignazione per le strade. Credo che abbiano ragione e diritto ad essere arrabbiati ma che se (almeno alcuni di loro) vogliono proporsi come veri attori nel panorama politico debbano riconoscere che la fase descrittiva, in cui si urla l’indignazione, è ben più facile di quella costruttiva, in cui bisogna capire come cambiare le cose e che è arrivato il momento di concentrarsi sulla seconda. A partire da alcuni nodi caldi. Il primo è quello di abbandonare fantomatiche ricette autarchiche di politica economica. Il secondo riguarda i mezzi attraverso cui fare la propria battaglia: la democrazia, sempre invocata, si basa su precisi canali istituzionali ai quali molti di coloro che scendono in piazza hanno libero accesso. E’ doveroso trasferirsi dalla strada, che permette sempre di rimanere sul vago e non assumersi mai responsabilità, a quegli schemi istituzionali che impongono di avere le idee chiare, di saperle portare avanti, di compiere delle scelte e di assumersi delle responsabilità.

Io, a parte un paio di punti fermi (su cui mi auguro di esprimermi in futuro sul caffè), ho poche idee e confuse. Ma se mi guardo intorno di sicuro non mi sento solo. Credo che le soluzioni possano essere trovate ma ritengo che prima di cercarle sia necessario rendersi conto di un aspetto: dobbiamo capire, secondo me, che oggi in Italia la “crisi” non è un fenomeno che ci attacca solo dall’esterno, per cui basta scendere in piazza quasi a scacciarla via fisicamente. E’ anche un qualcosa che ci corrode da dentro. Siamo “noi” ad essere in crisi, sia economicamente che politicamente. E per sconfiggere questa crisi bisogna che ciascuno (classe politica, industriali, sindacati, lavoratori, studenti, pensionati) faccia una piccola analisi su ciò che lui stesso vuole e può fare. Una riflessione, come diceva qualche giorno fa Luca Ricolfi sulla Stampa, su ciò che vuole pretendere e su ciò a cui è disposto a rinunciare. Così da poter trovare l’unità e il consenso che la situazione richiede. E così da poter un domani scendere in piazza non ad urlare che “noi la crisi non la paghiamo” ma che noi la crisi la risolviamo.

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