Quello che Baricco non dice.

Di Francesco Saverio Salonia

Ho sempre avuto un rapporto controverso con Alessandro Baricco. Lui è Torinese (nel senso che è nato a Torino), io sono Juventino. Lui è uno scrittore italiano e io gli italiani che scrivono li apprezzo raramente. Se glielo chiedi, lui ti dice che è di sinistra, io no.

Mi ha incuriosito con Oceano Mare, disturbato con Seta, orripilato con L’Odissea. Mi ha reso per sempre suo debitore con City, sedotto e poi deluso con Castelli di Rabbia. Quello con le macchine l’ho iniziato e neanche finito. E poi, bhe, c’è sempre 900.

Non credo di aver mai avuto una relazione così contraddittoria con uno scrittore.

Anche ieri la storia è continuata. Quei 7 minuti che ho guardato senza particolari aspettative sono invece un crescendo di soddisfazioni. Si inizia col dato anagrafico. Baricco vent’anni fa ne aveva trenta e nella sua giovinezza ispirata arrabbiata e piena di grandi progetti adesso che di anni ne ha 50, ha riscoperto degli errori fondamentali. L’egalitarismo è un macigno che la sinistra si porta dietro fin da quando è bambina e i suoi più intestarditi baluardi sono stati sempre troppo occupati o non abbastanza in buona fede per rendersi conto o ammettere, che troppa disuguaglianza non si può tollerare, ma senza la giusta dose di disuguaglianza si ristagna nella mediocrità di un immobilismo sociale che da i brividi. Baricco mi da una prima soddisfazione.

Avere il coraggio di pronunciare parole che sono “troppo poco di sinistra” aiuta nel merito. Che a decidere debbano essere coloro che hanno sviluppato le migliori capacità e competenze non ci piove. Ed è proprio in questo concetto semplicissimo che riposa quella sana dose di ineguaglianza, che distingue i più capaci dai meno capaci, rendendo ad ognuno il ruolo ed il riconoscimento che gli spetta. Si chiama meritocrazia. Baricco seguita a meritare la mia attenzione.

Il sistema educativo non dovrebbe appiattire gli studenti in una massa informe ed indistinta in nome di una non meglio specificata equità, bensì spronare ogni individuo secondo il suo talento a fare quanto di meglio nelle proprie facoltà, per diventare una di quelle persone capaci e competenti di cui si parlava poco fa. Si chiama formare la classe dirigente del futuro. Baricco continua a colpire nel segno.

Il conservatorismo camuffato da tutela, il muovere per secondi, la paura di perdere completano l’idillio. Bene, bravo Alessandro.

Però, come mi è successo spesso leggendo i tuoi libri, mi lasci non del tutto appagato, non del tutto soddisfatto. Tocchi tutti i nervi scoperti tranne uno. E non uno qualunque, ma il più importante, il più dolorosamente evidente, quello che pulsa sotto la cute della sinistra italiana con vigore sempre rinnovato.

Chi sta a Sinistra gode di una inveterata superiorità morale. Se stai a Sinistra sei più onesto, più giusto, più probo di tutti quelli che, poveretti, stanno altrove. E non è uno scherzo, un modo di dire o una presa in giro. Si tratta di una presunzione odiosa, che viene ribadita notte e giorno, da anni e anni ed è strettamente legata all’abitudine per cui se qualcuno ha sconfitto la sinistra, allora deve aver barato. La superiorità morale è lì, in moltissimi la sbandierano palesemente, con altri devi discutere un’oretta prima che venga a galla, perché è sopita. Ma la convinzione è là ed è saldissima. Gli italiani vivono di piccola corruttela, di evasione fiscale, di frodi, di intrallazzi, di favoritismi, di spintarelle, di marchette e soprattutto di mafia, pare. Tutto questo è serenamente riconosciuto, ma è sempre inteso come altro da se stessi, come totalmente alieno, come un morbo che affligge persone ontologicamente diverse da me. Perché io sono di Sinistra e certe cose non le faccio.

Fintanto che esisterà una cospicua parte di italiani convinta di tutto ciò, per il solo fatto di collocarsi all’interno di una forza politica di appartenenza, non ci saranno Renzi, Vendola o Bersani che tengano. Se non cambia questo, non cambia nulla.

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