La necessità di fare rete

di Alessio Mazzucco

Non è l’ultimo slogan dei blogger, né dei grillini. E’ una necessità sentita. Le contraddizioni e le rigidità nelle quali il sistema Italia è chiuso stridono, i meccanismi cigolano, il terremoto nel domani della crisi si fa vicino e siamo deboli, troppo deboli.

L’Italia è ferma, non servo io per dirlo. E non è questione se sia ferma economicamente o meno (motivo di dibattito quotidiano), che sia socialmente e politicamente immobile: è ferma e basta. Sono fermi i pensieri, le idee, sono ferme le proposte, bloccate le volontà disposte a farle. E’ una condizione esistenziale: i singoli sono fermi, gli individui si cullano nella loro inerzia.

Mi si potrebbe rispondere: no, Alessio, ti sbagli, qualcosa si muove, c’è speranza, c’è un fermento nuovo nella società. Forse sono miope: io non lo vedo. Partiamo con ordine. Si cambi la politica! Parole sacrosante, roboanti forse, ma sacrosante. Ma come si può cambiare una struttura, un sistema, inserendosi all’interno, perseguendone regole e meccanismi, con la speranza di modificarla? Il cambiamento all’interno è molto di moda, ma lo considero nient’altro che un’autoassoluzione all’immobilismo. Pensiamo ad un partito, magari dotato di dialettica interna democratica. Credete forse di poterlo cambiare? Un partito è un partito, con i suoi meccanismi, le sue ideologie, le sue regole. La dialettica interna ad una struttura parte dal sostrato della struttura stessa: come potrebbe portare a qualcosa di alternativo partendo con le stesse premesse? L’individuo ne rimarrebbe, in qualche modo, invischiato. E non si può neanche credere di far saltare tutto per aria dall’interno: un cambiamento violento e istantaneo potrebbe forse portare qualcosa di nuovo, condiviso e apprezzato nella società?

Abbiamo bisogno sì di una trasformazione, nei modi, nei pensieri, nelle parole. Abbiamo bisogno di rivedere i concetti, le etichette, le categorie di partenza. Ripensare i significati che diamo alle nostre idee. Una metamorfosi della politica è necessaria. Ripensare le idee che val la pena difendere, il modo di difenderle, ripensare la società come una comunità, l’individuo come una persona che in sé già ritrova il diritto alla dignità, all’uguaglianza, alla possibilità di esprimersi come meglio crede in mezzo agli altri, in rapporto agli altri.

Il mondo intorno a noi cambia rapidamente, più di quanto stiano cambiando gli strumenti che abbiamo per analizzarlo. Crisi, globalizzazione, spostamenti di grandi masse in tutto il mondo, una cultura globale che lentamente si diffonde: sono forse problemi lasciati in disparte? No, ma la capacità della politica di vederne una soluzione, d’immaginarne uno scenario si affievolisce. E come poterla riprendere in mano se ci si inserisce in strutture nelle quali i pensieri e il loro crearsi sono già sedimentati e strutturati?

Quel che dico non è tornare indietro, distruggere, smantellare, ma andare oltre, superare, capire che c’è un altro, un nuovo non ancora esplorato che ancora sfugge alle nostre capacità. Ecco da dove nasce l’idea di far rete, rete per davvero. Parlare, discutere, ma soprattutto mettersi a confronto, aiutarsi l’un l’altro per capire i propri errori, per uccidere i propri idoli. Nessuno ha la verità in tasca, né la soluzione vincente, ed è un bugiardo se lo dichiara. Ma si può tendere a nuove idee, cercarne una loro declinazione nella società. Guardiamoci attorno, tra amici, vicini, conoscenti, cerchiamo in ognuno di loro un minuscolo pezzo del puzzle che deve essere questa nuova politica e i principi che la devono ispirare. Internet, blog, siti, giornali sono un mezzo, un primo passo. Creiamo una rete che non sia solo virtuale, finta, ma che si appoggi ad essa per divenire sociale, una rete dove chi parla può essere veramente ascoltato e non sentito, può essere compreso, magari anche criticato. Capiamo come muovere i nostri passi.

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