Provaci ancora, UE!

di Elena Scaltriti

Immaginate di svegliarvi una mattina e ritrovarvi su una spiaggia: sdraiati pancia all’aria, sole a picco, sciabordio delle onde nelle orecchie. Uno scenario niente male (e anche un miraggio, per quanto mi riguarda). Immaginate poi di provare ad alzarvi e sentire qualcosa che fa resistenza, tanti legacci attorno al corpo e una corona di tiranti a bloccarvi la testa al suolo. E come se non bastasse, un manipolo di gente alta non più di una pannocchia si scaglia contro di voi in un profluvio di insulti più o meno coloriti, quando non è impegnata a pungolarvi con piccole lance delle dimensioni di uno stuzzicadenti. Frustrante, vero? Ma non è questo il punto. Il punto è che questa scena funziona in una miriade di contesti. Arrivi al confine con la Croazia e scopri che la tua carta d’identità non è valida per l’espatrio? Sei Gulliver legato sulla spiaggia (non croata, evidentemente). Un imprenditore brianzolo diventa presidente del consiglio per la millantesima volta e ti chiedi perché la tua X in matita copiativa su un foglio ripiegato non abbia indicato il tesoro? Sei Gulliver legato sulla spiaggia, oltre che un comunista pieno d’odio e di invidia. L’Unione Europea sogna di gestire una politica economica comune e viene prontamente investita dalle proteste dei paesi membri? È anch’essa Gulliver legato sulla spiaggia.
Sono certa che il buon vecchio Jonathan Swift, sommo sbeffeggiator d’altri tempi, perdonerebbe l’ardita associazione tra il personaggio del suo romanzo più noto e un’organizzazione internazionale. Anzi, a mio parere, può risultare persino calzante.
In effetti l’Unione Europea ha un po’ quell’aria da Leviatano di hobbesiana memoria, costituita com’è non più soltanto dai cittadini di un unico stato, ma da diversi stati che rinunciano a parte delle loro secolari prerogative per trasferirle a un “gigante” da essi tenuto in vita e a bada. A ben guardare, però, balzano all’occhio corde sottili e catene che, se non verranno slegate, rischiano di inchiodare l’Unione al suolo e lasciarla alla mercè di ventisette+n Lillipuziani.

Tanto per cominciare, il recente testo di Lisbona afferma che il funzionamento dell’organizzazione si fonda sulla democrazia rappresentativa. Del tutto corretto, dal momento che i provvedimenti dell’Unione Europea toccano direttamente i singoli e sappiamo bene quante e quali lotte siano state sostenute nei secoli facendo del famoso slogan “no taxation without representation” baluardo per ottenere rappresentanza a livello istituzionale e poter così partecipare al democratico processo di delibera di atti aventi efficacia diretta sugli individui. In ambito comunitario, è il Parlamento Europeo l’istituzione che rappresenta i cittadini, essendo eletto dagli stessi a suffragio universale e diretto. Se l’UE realizzasse compiutamente la democrazia rappresentativa, il Parlamento si vedrebbe attribuire non solo la funzione legislativa (che ora esercita insieme al Consiglio, costituito da rappresentanti degli esecutivi degli stati membri e quindi operante più come una conferenza intergovernativa che come un’istituzione orientata all’interesse generale dell’UE), ma anche l’importantissima funzione di controllo del potere esecutivo, potere di cui il Consiglio è ancora il principale detentore. Tuttavia, tra il dire e il fare c’è di mezzo la sovranità nazionale, e i singoli stati non vogliono proprio saperne di perdere l’opportunità di controllare il processo legislativo attraverso la loro partecipazione al Consiglio, e attribuirlo invece a un parlamento democraticamente eletto.
Ricapitolando: niente controllo politico del parlamento sull’esecutivo e norme emanate da Consiglio e Parlamento solo congiuntamente (è vero: con Lisbona sono state introdotte un paio di gabole che dovrebbero consentire al Parlamento di portare avanti l’attività legislativa per conto suo, ma richiedono maggioranze qualificate che neanche l’azzeccagarbugli, impedimenti dirimenti più che scorciatoie). In sostanza, siamo di fronte a un vero e proprio deficit democratico che si trascina da decenni nonostante le numerose revisioni dei Trattati. Due potrebbero essere le soluzioni a questa impasse: o attribuire al Parlamento Europeo competenza legislativa esclusiva oppure trasformare il Consiglio in una sorta di Senato o Camera Alta dell’Unione attraverso sue democratiche elezioni a suffragio universale. Chiaro è che, in entrambi i casi, ci si troverebbe di fronte a una ripresa del principio di separazione dei poteri, proprio degli ordinamenti statali e federali e non di quelli delle organizzazioni internazionali. Ecco quindi ripresentarsi lo spettro del federalismo europeo, che infesta da anni i sonni degli euroscettici, rannicchiati nel loro lettuccio dai confini perfettamente tutelati e timorosi che il Gulliver-Unione Europea possa far saltare i tiranti di sicurezza da un momento all’altro e cominciare a deambulare come un Frankenstein troppo cresciuto.

L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto.” diceva il ministro degli Esteri francese Robert Schuman nella celebre dichiarazione del 9 maggio 1950 (9 maggio che peraltro è Festa dell’Europa). È scontato dire che nemmeno l’Europa federale si farà in uno schiocco di dita: interessi particolari da tutelare e comprensibile e ovvia riluttanza da parte degli stati a mollare la presa su competenze in realtà meglio esercitabili a livello sovranazionale sono tra i principali ostacoli. Senza contare le recenti (e prossime) ammissioni di paesi che a lungo non hanno potuto toccare con mano né l’indipendenza né la democrazia e che quindi non vedrebbero di buon occhio il salto verso il federalismo e la perdita di soggettività internazionale che ne conseguirebbe.

Forse è auspicabile proprio quell’Europa “a due velocità” di cui parlarono Chirac e Schröeder dopo il fallimento del progetto per la Costituzione europea. Si tratterebbe, in sostanza, di tornare al gruppo originario di stati fondatori (i famosi Sei) e consentire loro di costituire una Federazione che ne sostituisca le singole partecipazioni all’UE e che entri a far parte come stato ex-novo. Una sorta di euro-nucleo federale, che potrà poi esercitare una forza centripeta su gli altri stati europei e portare gradualmente a una soluzione federale sempre più ampia.
Senza dimenticare che una simile (ri)costruzione non può essere affidata solo alla malta e alle cazzuole dei governi, per ovvi motivi (Pompei, resisti!), ma deve partire da una profonda evoluzione nell’identità di noi europei. È un ruolo attivo esperibile sia attraverso l’ultimo strumento di democrazia diretta rimastoci, ovvero il referendum, sia evitando di opporsi al mescolamento delle “cittadinanze” che la stessa UE auspica e favorisce con la libera circolazione e che renderà sempre più labile l’ancien régime dei confini. Il che può puzzare di volemosebbene ed è ovvio che guardare con iniziale sospetto qualsiasi cambiamento sostanziale è parte dell’abitudinaria natura umana, ma la gente è scappata pure davanti al treno dei fratelli Lumière, per dire.

In ogni caso, consiglio a coloro che si fanno cogliere da delirium tremens ogni volta che qualcuno parla di federalismo europeo di dare un’occhiata a “I viaggi di Gulliver”, se non altro perché il protagonista apparirà sì ciclopico agli occhi dei piccoli Lillipuziani, ma risulterà in tutta la sua modestia agli occhi dei giganti di Brobdingnag, giusto qualche braccio di terra e di mare più in là.

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